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La Stampa.L’Italia sta ruotando, durerà anni

Secondo l’Ingv i terremoti in Emilia e nelle Prealpi Venete sono diversi ma hanno la stessa antica origine
Fenomeno noto: “La placca Africana spinge e s’incunea sotto le Alpi”. Ma perché oggi la terra
trema di più?

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ROMA
È da quasi un mese che sentiamo tremare il nostro paese sotto i piedi. Non che così tante scosse di terremoto siano un’anomalia senza precedenti.È solo che dal 20 maggio scorso,
l’intensità di queste vibrazioni viene percepita distintamente dalla popolazione che vive sulla
Pianura Padana.L’ultima scossa forte risale a ieri,quando un terremoto di magnitudo 4.5 ha colpito le Prealpi Venete. Nel frattempo una serie di vibrazioni lievi, le cosiddette scosse di
assestamento, continuano a turbare l’Emilia Romagna e ad alimentare gli incubi di una
popolazione già provata. Per gli scienziati non c’è un collegamento diretto fra tutti
questi terremoti, ma il motore di queste scosse sembra comunque lo stesso.
«I terremoti in Emilia e nelle Prealpi Venete non sono in stretta relazione fra loro, anche
se rispondono alla stessa dinamica generale» osserva la sismologa Lucia Margheriti, dalla sala sismica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv).
La dinamica generale riguarda il movimento della placca Adriatica, che costituisce la punta più settentrionale della placca Africana, allungata come una sorta di lingua che comprende la costa orientale dell’Italia e l’Adriatico.
In questo movimento generale la placca Africana spinge verso Nord, contro la placca Eurasiatica, e in questo movimento la placca Adriatica scende sotto le Alpi.
«È l’Italia che si riorganizza, o meglio sono i pezzi di crosta terrestre sotto i nostri piedi che ora cercano di trovare un nuovo equilibrio, seppur temporaneo» sottolinea Giovanni Gregori, geofisico del Consiglio Nazionale delle Ricerche. In questo senso i terremoti, anche quelli che in quest’ultimo mese hanno colpito altre parti d’Italia, dal Sannio al Pollino ad esempio, sono il segnale di un processo geologico ben più profondo.

Rischio-Sismico-in-Italia

«L’Italia – dice Gregori – sta ruotando in senso antiorario. La parte meridionale della crosta terrestre spinge verso la parte settentrionale e, trovando resistenza nei pressi dello                        Stretto di Messina che fa da perno, ruota e si conficca sotto le Alpi».
Questo movimento generale può provocare terremoti che fra loro sono indipendenti ma che rispondono agli stessi processi geologici.
Come d’ora in poi la situazione si evolverà, impossibile dirlo se non sul piano delle probabilità. Secondo la relazione della Commissione Grandi Rischi «è significativa la probabilità che si attivi il segmento compreso tra Finale Emilia e Ferrara con eventi paragonabili ai maggiori eventi registrati nella sequenza». Non solo.
«Non si può escludere l’eventualità – si legge nel documento – che, pur con minore probabilità, l’attività sismica si estenda in aree limitrofe a quella già attivata sino ad ora».           Non è la previsione di un nuovo terremoto.
«Abbiamo solo espresso le nostre valutazioni scientifiche scaturite dall’analisi dei fenomeni in corso e delle strutture geologiche coinvolte, su cui abbiamo accumulato molte informazioni»,         precisa Luciano Maiani, presidente della Commissione Grandi Rischi.
«Purtroppo i margini di errore di questi probabili scenari sono elevati perché la crosta terrestre è ben lontana dai nostri occhi», dice Warner Marzocchi, dirigente dell’Ingv. L’unico modo per prospettare un possibile scenario futuro è ricorrere ai documenti storici, alle testimonianze dei terremoti passati.
Questo significa per l’Emilia Romagna andare di molti secoli indietro nel tempo. «Abbiamo a disposizione modelli – sottolinea Marzocchi – che al momento ci dicono soltanto che il terremoto potrebbe durare anche qualche anno». L’intensità delle scosse dovrebbe tendere a diminuire ma, considerata la struttura complessa dell’Emilia Romagna, non possiamo escludere sismi di magnitudo pari o superiore a 6.
La parte orientale della struttura sismica padana, quella sotto i piedi di Ferrara, fino ad oggi è stata relativamente tranquilla.Il timore degli scienziati è che, così come hanno fatto quella centrale e occidentale, arrivi a un punto di rottura provocando un terremoto di intensità simile a quello del 20 o del 29 maggio scorso. «L’ultima parola, quindi, spetta alla Natura che, nel caso dei terremoti, parla un linguaggio incomprensibile per noi esseri umani», conclude Marzocchi.

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http://www.lastampa.it/2012/06/10/italia/cronache/l-italia-sta-ruotando-durera-anni-5EK9xYsihK1ehLeYdvzrwO/pagina.html?exp=1

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Mappa delle faglie tardo-quaternarie dell’Appennino Meridionale e dell’Italia

La mappa qui presentata è stata elaborata sintetizzando dati editi ed inediti prodotti dalla UR Uni Napoli coordinata da Aldo Cinque nell’ambito del PE, nonché dati derivanti da studi precedenti e paralleli condotti dal gruppo di Geomorfologia e Geologia del Quaternario del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università Federico II di Napoli (A. Amato, A. Ascione, P.P.C. Aucelli, C. Caiazzo, N. Robustelli, P. Romano, C. Rosskopf, F. Scarciglia e N. Santangelo).

Le strutture mappate rappresentano talora singole faglie, talaltra sciami di faglie subparallele che per motivi di scala non potevano essere mappate singolarmente. Nei casi di questo secondo tipo si è marcata la faglia che, all’interno dello sciame, ha assommato i rigetti maggiori e/o che presenta maggiore continuità e lunghezza.

In questa versione sono mappate con identico simbolo sia faglie che hanno assommato rigetti di una o alcune centinaia di metri, sia faglie che hanno rigetti tra il metrico ed il decametrico. Per maggiori informazioni sui rigetti e sulla geometria dei movimenti si rimanda alla versione ANPA ancora in via di completamento.

Sono state inserite nella mappa sia linee la cui attività tettonica negli intervalli cronologici considerati è certa (faglie che dislocano terreni e/o elementi morfologici datati), sia linee per le quali l’attività nell’intervallo è ritenuta probabile (linee tratteggiate). Nei casi di questo secondo tipo, il margine di incertezza (che riteniamo comunque basso) è talora legato alla mancanza di datazioni che confermino in modo definitivo l’appartenenza al tardo Quaternario delle più recenti formazioni e morfologie dislocate; talaltra al fatto che l’attività recente di alcune strutture è da desumere solo da evidenze geomorfologiche quali, ad esempio, la configurazione ed il grado di evoluzione delle relative scarpate di faglia.

L’Italia è una delle zone più attive del Mediterraneo, in termini di tettonica attiva e sismicità. Molti terremoti storici hanno avuto effetti catastrofici (e.g., i terremoti del 1693 in Sicilia orientale, 1783 in Calabria, 1805 a Bojano, 1908 a Messina e 1915 nel Fucino) raggiungendo intensità MCS di XI grado (Magnitudo circa o leggermente superiore a 7). Studi paleosismologici hanno consentito di caratterizzare le faglie responsabili di molti di questi terremoti, dimostrando che le dislocazioni tardo pleistoceniche-oloceniche hanno interessato molte strutture prima considerate silenti.
La stima della pericolosità legata ai terremoti ed alla fagliazione superficiale è un tema molto importante, specialmente in aree densamente popolate ed industrializzate come il territorio italiano. Di conseguenza la conoscenza approfondita e la corretta collocazione delle faglie capaci assume un ruolo chiave per la mitigazione del rischio.

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