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Mi hanno sparato sette pallottole per una vendetta d’onore.

 

 

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Articolo di Monica Perosino sulla Stampa del 10/01/2014

Questa storia raccontata da Monica Perosino sembra avvenuta nella preistoria ,perchè tutti i popoli civili si rifanno a leggi fatte dall’uomo per l’uomo e non da l’uomo per le bestie.Non credo che usanze simili siano esistite durante i regni mesopotamici,nell’antica Grecia,durante l’impero romano o nel medioevo.Il trattamento riservato alle donne nel Kohistan è fuori dal tempo e da questo mondo.Mentre nel mondo occidentale si parla di google-glass,droni che fanno consegne per Amazon,Robot che operano pazienti in zone del pianeta arretrate ed oscure la cattiveria e l’idiozia,mascherate da riti e tradizioni,dilagano.Forse la nostra non sarà la migliore delle vite possibili,ma ringrazio Dio ( o Visnù,o Manitou,o il Fato) di essere nato qua.

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Barba e sorriso smagliante Ecco il divo di Stonehenge (La Stampa)

Ricostruito il volto di un uomo del Neolitico. Tra mille sorprese
 Stonehenge
                                                                       STEFANO RIZZATO                                                                       Secondo le ultime ipotesi, la costruzione di Stonehenge fu intrapresa intorno al 3100 a.C. e si concluse intorno al 1600 a.C.Starebbe alla grande in uno dei film sul Signore degli Anelli. Oppure «seduto in metropolitana, a fianco a voi», come ha suggerito il suo creatore. Barbuto come va di moda oggi, l’uomo di Stonehenge è tra noi. Ed è bello, niente affatto selvatico. Sembra quasi Russell Crowe. Chi vuole può vederlo di persona, all’ingresso del nuovo museo allestito per il famoso sito archeologico inglese. Ovviamente non si troverà di fronte l’originale in carne e ossa, che oggi avrebbe circa 5500 anni sulle spalle, ma un modello ricreato dagli scienziati e dallo scultore svedese Oscar Nilsson.  Grazie alle nuove tecnologie è bastato studiare i resti di un uomo del Neolitico – arrivati quasi intatti e scoperti 150 anni fa – per risalire alle sembianze di questo «pro – pro – prozio» dei sudditi della Regina. Sarebbe vissuto 500 anni prima che il misterioso complesso di Stonehenge venisse eretto. Difficile che fosse dedito al tè delle cinque, ma di lui si sa molto altro. Prima di tutto l’età: tra i 25 e i 40 anni. E poi l’altezza, circa 172 centimetri e quindi decisamente superiore alla media dell’epoca, di 165. A «parlare» agli studiosi sono stati soprattutto i denti, bianchi e poco rovinati, analizzati dal punto di vista chimico e in grado di raccontare molti dettagli sull’uomo di Stonehenge. Il profilo che ne è uscito – e non sorprende, viste le abitudini dell’epoca – è quello di un gran viaggiatore. Nato in Galles, si sarebbe trasferito intorno ai tre anni verso Est, nella zona diventata famosa per i megaliti. Sarebbe poi tornato a Ovest, forse dalle parti dov’era nato, intorno ai nove anni. Ma la gioventù da pendolare non era finita e a quello sarebbero seguiti altri quattro viaggi, tra Est e Ovest, più o meno sul solito itinerario. Grazie ai denti è stata ricostruita anche la dieta dell’antico inglese: ricca di carne, ancor più dei suoi contemporanei. Un dettaglio non da poco, che rafforza l’ipotesi che l’uomo di Stonehenge fosse un pezzo grosso della sua comunità, come già la meticolosa e inusuale sepoltura aveva suggerito. I muscoli, modellati in terracotta, sono stati ricostruiti sulla base della lunghezza delle ossa e del peso dello scheletro. Ma ciò che è destinato a stupire i visitatori – se ne attendono 1,2 milioni nel 2014 – è l’incredibile realismo del volto: il frutto dell’incontro tra la scienza, con le tante informazioni recuperate in laboratorio, e l’estro dell’artista, che ha aggiunto il suo tocco e ha permesso ai resti di rivivere. Il primo passo per ricostruirlo è stato una copia in vinile del cranio, fatta all’Università di Bradford. Su questa base Nillson ha lavorato una sagoma in silicone dipinto, che ha modellato e arricchito con i capelli e la barba all’ultima moda. «Ho dovuto metterla, all’epoca non c’erano certo rasoi», ha spiegato lo scultore. A rafforzare l’idea che l’uomo di Stonehenge sia vissuto con qualche agio in più rispetto ai suoi contemporanei, e rispetto agli standard del Neolitico, c’è anche l’analisi approfondita delle ossa. A parte una lesione al legamento del ginocchio e una al muscolo di una coscia, il nostro eroe non sembra aver sofferto gravi infortuni, né fratture nel corso della sua vita. E dire che erano tempi piuttosto movimentati. Per gli scienziati è stato invece impossibile capire le cause della morte, invisibili all’analisi delle ossa. Forse, ha spiegato Simon Mays, il biologo dell’università di Southampton che ha curato il caso, fu colpa di un’infezione fulminea, troppo veloce per lasciare tracce.lastampatop2http://www.lastampa.it/2014/01/07/societa/barba-e-sorriso-smagliante-ecco-il-divo-di-stonehenge-3kwEawIG6IseYDQ3CFxBMI/pagina.html

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FARFALLE MUTANTI A FUKUSHIMA DOPO L’INCIDENTE

Mutazioni genetiche sono state registrate in tre generazioni di farfalle trovate nei pressi dell’impianto nucleare di Fukushima, Giappone.    Secondo gli scienziati, il 12% delle farfalle blu d’erba che sono state esposte, quando erano larve, al disastro nucleare subito dopo lo tsunami dell’11 marzo 2011, hanno presentato delle anormalità, tra cui ali più piccole e antenne malate.    Gli insetti sono stati successivamente allevati in laboratorio e il 18% della loro prole ha presentato simili mutazioni, ha spiegato Joji Otaki, professore della Ryukyu University di Okinawa.    Il numero delle farfalle malate è aumentato fino al 34% nella terza generazione di insetti. A sei mesi di distanza dal disastro gli scienziati hanno raccolto altre 240 farfalle. Stavolta sono state registrate anormalità nel 52% dei casi.    ”Abbiamo raggiunto la ferma conclusione che le radiazioni rilasciate dalla centrale Fukushima Daiichi hanno danneggiato i geni delle farfalle”, ha detto Otaki sottolineando che comunque presto per saltare ad altre conclusioni e che gli esperimenti sulle farfalle non possono essere applicati direttamente ad altre specie, soprattutto agli umani.
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Titicaca, il lago degli Inca ucciso dall’inquinamento

                               

Volontari delle comunità indigene in difesa del lago cercano di ripulire una zona dalle alghe nocive

Per il Global Nature Fund
è “il più minacciato del Pianeta” Fra gli indios che si appellano all’Onu: servono depuratori

PAOLO MANZO
COHANA (BOLIVIA)

Il Titicaca è stato per secoli il lago su cui, nel cuore delle Ande, si sono affacciate le culture più antiche dell’America Latina. Oggi si è trasformato in uno specchio deforme di un pianeta malato e incapace di preservare i suoi tesori naturali più preziosi. Il lago più elevato al mondo con i suoi 3812 metri di altitudine, che si estende per oltre 8 mila kmq, abbracciando Bolivia e Perù, è a rischio. Tanto che l’autorevole fondazione tedesca Global Nature Fund l’ha eletto «Lago più minacciato del 2012». Un titolo di cui gli abitanti farebbero volentieri a meno.

«Se muore il lago Titicaca muore il pianeta. E in fretta», denuncia commosso Esteban Mamani Quispe, 40 anni, uno dei leader del locale comitato dei saggi impegnati, sul fronte boliviano, nella lotta alla salvaguardia del lago. Il suo villaggio, Cohana, un pugno di casette colorate che specchiano le loro forme nelle acque antichissime del Titicaca, in pochi anni ha cambiato fisionomia. Laddove le rive erano verdi e lussureggianti oggi si incontrano solo vacche e pecore che ruminano tra i rifiuti, gli abitanti non pescano più perché i pesci sono quasi tutti morti e tra i giovani chi può è scappato. Hernán Quispe Mendoza appartiene anche lui al consiglio dei saggi di Cohana. «La situazione è diventata gravissima. Il lago ormai è contaminato. Se non ci aiuta la comunità internazionale è davvero finita». Basta provare a navigare nelle acque del Titicaca nella baia di Cohana per rendersi conto. A ogni metro si incontra plastica, liquami e moltissima mucillagine verde, definita dagli scienziati il segnale allarmante della lenta agonia del lago.

Le ragioni di questa agonia sono tante. La città di El Alto, quasi due milioni di abitanti, che sovrasta La Paz dall’alto dei suoi 4100 metri, è cresciuta in modo esponenziale negli ultimi anni. Sino al 1985 era solo un quartiere periferico della capitale, conosciuto per l’aeroporto. Poi ha iniziato a raccogliere molti migranti interni della Bolivia, aymara ma non solo, crescendo in modo caotico. Oggi nell’ex quartiere paceño di El Alto vivono quasi due milioni di abitanti e questa città con meno di 30 di vita si contente con La Paz e Santa Cruz il titolo della più popolata della Bolivia. Il suo fiume, el Rio Seco, con i suoi 80 chilometri di scarichi arriva dritto nella baia di Cohana, gettando nel Titicaca i peggiori rifiuti tossici.
A El Alto non ci sono impianti depuratori sufficienti, le industrie non rispettano le regole e chiunque può gettare quello che vuole. Senza contare i tanti laboratori clandestini che trasformano con additivi chimici le foglie di coca in cocaina. È un mix dell’orrore quello che sta strozzando il Titicaca da El Alto. Risultato: la mortalità infantile è arrivata al 10 per cento, il cancro e le infezioni falcidiano la popolazione, perché l’acqua del lago per le comunità indigene è l’acqua che si beve e con cui si cucina.

A Puno, sul versante peruviano del lago, la situazione è appena migliore ma «solo perché c’è meno gente», spiega Alberto Lescano Rivero, del Cedas, il locale Centro de Desarrollo Ambiental y Social. Ma gli effetti sono simili. «Duecentomila abitanti che vivono con infrastrutture per 50 mila», denuncia Alberto. Per 362 chilometri quadrati a nord di Puno si estende dal 1978 la Riserva nazionale del Titicaca, che resta riserva però solo sulla carta. La biodiversità che l’ha sempre contraddistinta, infatti, si è accartocciata su se stessa. Pesci come il Titicaca Grebe o animali d’acqua come le rane del Titicaca sono diminuiti in modo preoccupante, mentre la carpa tipica della zona, l’Amanto, è stata dichiarata estinta. Per non parlare degli uccelli che hanno dovuto mutare le loro rotte migratorie. Quanto alla coltura tradizionale del lago, la patata, è stata seriamente compromessa, minando, così, una tradizione millenaria.

«Per favore aiutateci altrimenti i nostri figli moriranno», supplica con le lacrime agli occhi Victor Panca Mendoza. Victor è sindaco di Uros Chulluni, uno dei punti mozzafiato del Titicaca. Sono le cosiddette «isole galleggianti», si trovano nel versante peruviano, a un passo da Puno, e hanno mantenuto intatte le loro antichissime tradizioni. Gli indios vivono ancora nelle tipiche capanne e si muovono su piroghe fatte di legno e vimini. Victor insieme agli altri sindaci del Lago chiede adesso che venga dichiarato lo stato di «emergenza internazionale» e che la comunità mondiale prenda coscienza della crisi ecologica che rischia di diventare irreversibile. «Serve al più presto una legge di tutela – dice – che metta in pratica rapidamente misure urgenti, a partire dalla costruzione di nuovi depuratori».

Ma lo sguardo degli indios vuole andare ancora più lontano e arrivare fino alle Nazioni Unite. Félix Espinoza Coro, sindaco di Pucarani, uno dei comuni più grandi nei pressi del lago sul fronte boliviano ha stimato in 5 milioni di dollari i danni finora subiti dalla sua comunità. «L’Onu e la Cooperazione internazionale devono prendersi cura di noi – protesta -: nella sola baia di Cohana più di 10 mila contadini non hanno più acqua pulita per le loro bestie che continuano a morire assieme ai cristiani».

Secondo l’antica tradizione il Titicaca prende il nome dall’isola chiamata Intikjarka, parola formata da due termini della lingua aymara, «Inti», cioè Sole e «kjarka», masso rupestre. Ma persino il sole adesso sembra brillare meno in questo ecosistema minacciato. «Il lago era il cuore della esistenza – conclude Esteban – adesso è diventato un vortice nero che risucchia le nostre vite forse fino alla morte».

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Una scia nella Death Valley: sono le pietre che camminano.


Carlo Grande

Ghost towns, cunicoli di miniere abbandonate,
rocce lunari e carovane di pionieri che arrancano lungo dune di
sabbia assolate, abitate da serpenti a sonagli, scorpioni e ragni velenosi: la Death Valley, il parco
non lontano da Las Vegas e Los Angeles e più estremo della California, è
anche il più caldo, il più arido e quello che sprofonda nel punto più
basso del Nord America, le Badwaters, 86 metri sotto il livello del mare, e offre molti misteri. Ha
scorci di tremenda bellezza come lo Zabriskie Point (onde di rocce che al
tramonto assumono colorazioni fantastiche, immortalate nel film
di Michelangelo Antonioni) e fenomeni controversi come le «pietre
che camminano». Le «moving rocks» si trovano in
una landa argillosa lunga cinque
chilometri e larga tre, la «playa»
del «Racetrack», il fondo di un lago
evaporato migliaia di anni orson
I massi, caduti dalle montagne circostanti, giacciono isolati, all’estremità di una traccia lunga a
volte anche un centinaio di metri, pare provocata strisciando: talvolta il percorso è rettilineo,
altre volte circolare. I rangers assicurano che nessuno può dire di averle mai viste
muovere. L’ipotesi più ragionevole, lasciando da parte quelle più
fantasiose come terremoti o perturbazioni del campo magnetico,
sembra chiamare in causa due fenomeni concomitanti: le forti e improvvise piogge (per quanto siano
rare: in media sulla Death Valley
non ci sono più di 50 millimetri l’anno di precipitazioni) renderebbero
viscido il fondo della Racetrack
Playa e i fortissimi venti, impetuosi
come uragani, potrebbero sospingere e far scivolare i massi, sia con
moto rettilineo costante che con
cambiamenti di direzione, come appare in alcune tracce.
Se si potesse dimostrare che i
movimenti delle pietre avvengono
soprattutto nei mesi invernali, si potrebbe pensare a uno strato di
ghiaccio che si forma sulla superficie della «playa», cosa che renderebbe più agevole l’azione dei
venti
incanalati fra i monti Amargosa e
Panamint, nel corridoio di 225 chilometri della Death Valley, larga in
media 40 chilometri, fra Sierra Nevada a Ovest e Nevada a Est. Ma le
ricerche sono assai scarse. Qui, a
metà Ottocento, si avventurarono
migliaia di cercatori d’oro: incontrarono i nativi americani che si
chiamavano Timbisha (popolo della valle). Furono ricristianizzati come «Shoshoni» e oggi vivono in una
riserva vicino a Furnace Creek.
L’unica ricerca accurata, prima
di quella svolta nel 1993 da Paula
Messina, assistente di geologia
presso la San José State University
(che ha chiamato in causa improvvise raffiche di vento), è stata quella
di Robert P. Sharp, del California Institute of Technology, nell’ormai lontano 1969: prese in esame 25
rocce, controllandone periodicamente la posizione, ma il clima proibitivo e l’assenza di finanziamenti
lo indussero a rinunciare prima di aver effettuato
scoperte significative.
Oggi solo le telecamere fisse e i rilevatori satellitari potrebbero
sciogliere i dubbi. E si pensa a un programma di monitoraggio ultratecnologico. Intanto, qualcuna
delle «moving rocks» addirittura sparisce, ma in questo caso non c’è alcun
mistero: c’è chi, probabilmente, e nonostante il divieto di arrivare con
veicoli sul fondo del lago e di devastarlo con tracce di pneumatici, le
ruba come un prezioso «souvenir».
Una serie di tracce, infatti, finisce senza che all’estremità vi sia nulla.
Arrivare nella Valle della Morte, in ogni caso, è già una magia: si costeggia il deserto del Mojave,
tra cactus e «Joshua Trees», luoghi desolati che videro la corsa all’oro e alla terra
di migliaia di disperati. Uno dei simboli della Death Valley è la ghost
town Panamint City, una città-fantasma come Tombstone. Venne fondata nel 1873, vicino a una miniera
d’argento: due anni dopo contava 2 mila
persone, molte delle quali erano fuorilegge, tanto che la Wells Fargo rifiutò il trasporto dell’
argento estratto.
Quando la vena si esaurì, se ne andarono tutti, ma pochi anni dopo nella
Valle scoprirono il borace e la Pacific
Coast Borax Company attirò lavoratori da ogni dove.
Ora le «moving rocks» e queste
torride lande, proibitive d’estate, accendono l’immaginazione di migliaia
di turisti. Suv e camper arrivano nel
luogo più inospitale della Terra, a Furnace Creek e a Zabriskie Point,
«location» fantastica che con artisti e musica ha un rapporto speciale: ha
influenzato anche gli Oasis nel videoclip di «Who Feels Love?». Un altro
grande musicista, il bassista dei Pink Floyd Roger Waters, compare d’altra parte in alcune
inquadrature del film di Antonioni.
Questo bacino sprofondato, dove c’era il mare, è terra di enigmi, un posto nella mente e anche un
miraggio tremolante di ricchezze, mistero e
morte: magnetico e fantasmatico come le «moving rocks», come i ragazzi
che nel finale del film di Antonioni si
amano in un delirio di sabbia.

Tuttoscienze della ” Stampa” del 14/03/2012

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Targhe alterne

Il Pio Sodalizio dei Piceni, proprietario del palazzetto romano di via Campo Marzio in cui nacque Il Mondo di Pannunzio, non vuole che sul muro dello stabile campeggi una targa commemorativa. «Mai nei nostri palazzi sono state poste targhe collegate alle attività degli inquilini», hanno spiegato i Pii Sodali. Per loro un’attività vale l’altra: la rosticceria o il settimanale che ha cambiato la storia del giornalismo e della cultura italiana. Meglio che l’intelligenza rimanga sotto traccia. Una sua costante esposizione al pubblico, sia pure solo sotto forma di targa, potrebbe innescare effetti indesiderati sui passanti. Di intelligenza, nei 120 metri quadri della redazione del Mondo, ne transitava obiettivamente parecchia. Il redattore capo si chiamava Flaiano. E vi circolavano a mente libera Salvemini ed Ernesto Rossi, La Malfa e Salvatorelli, Carandini e Panfilo Gentile, Einaudi e Mario Ferrara (nonno di Giuliano), i giovani Scalfari e Spadolini. La sera andavano in via Veneto ad anticipare la Dolce Vita, ma sempre a schiena dritta di fronte al potere. Quando De Gasperi espresse il desiderio di conoscere il direttore Pannunzio, quell’orgoglioso sedentario gli fece rispondere: «Io qua sto». E «qua» erano i 120 metri quadri di via Campo Marzio.
«I profeti disarmati» – così venivano chiamati gli inquilini – erano liberali, laici e intellettuali. Chissà quale dei tre epiteti avrà maggiormente preoccupato il Pio Sodalizio. Ma è giusto così, la cultura evolve. Adesso a Roma le targhe si mettono davanti alla casa del Grande Fratello.

Massimo Gramellini “La Stampa”

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Una valigia di rifiuti nucleari

Qualche IMBECILLE ha pontificato (senza avere nessuna conoscenza in merito) che i rifiuti di una centrale atomica stanno in una valigia e “basta”<vetrificarli,immergerli nel cemento e seppellirli in una profonda caverna>…sic!.

Un palazzo di sessanta piani di paure atomiche (Flavia Amabile)

La mappa dei 53 mila metri cubi di scorie nucleari custoditi in Italia.
ROMA – Le centrali nucleari sono chiuse dal 1987, eppure in Italia ci sono: 53 mila metri cubi di rifiuti nucleari, quanto un palazzo di sessanta piani. La verità è che più che chiuse le centrali sono in stato di «custodia protetta passiva», dunque continuano a produrre ogni anno una certa quantità di rifiuti radioattivi. A questi vanno aggiunti altri 2mila metri cubi di rifiuti radioattivi, di origine medica e sanitaria, o creati durante le attività di ricerca o simili, e poi rottami metallici, vecchi quadranti luminescenti, parafulmini.
Cerchiamo di capire dove sono. Il rapporto di Legambiente risale al 1999 ma è ancora valido. Il primo nome citato è il Centro Enea di Rotondella, conosciuto anche come «Trisaia», in provincia di Matera dove a quasi trent’anni dall’avvio del programma, si trovano ancora 2,3 metri cubi di rifiuti liquidi mai solidificati nonostante le ripetute richieste degli organi competenti. I rifiuti, oltretutto, sono contenuti in strutture metalliche di acciaio e carbonio che ormai non sono più in grado di garantire la tenuta. Il centro di Trisaia ospita anche 64 elementi di combustibile irraggiato, attualmente sospesi in una piscina di stoccaggio, circa 3 metri cubi di prodotto fissile e fertile (uranio e torio), 14 container di rifiuti biomedicali; dagli anni Sessanta è la sede dell’unico cimitero di rifiuti nucleari esistente in Italia, quattro fosse in cui sono stati accumulati rifiuti solidi radioattivi ad alta attività (pari a circa 100 curie) contenenti cobalto 60, Cesio ed altri radionuclidi. I rifiuti sono stati cementificati e le fosse ricoperte con uno strato di bitume.
Durante l’attività le centrali nucleari hanno prodotto 1916 tonnellate di combustibile esausto, 328 delle quali sono ancora stoccate in Italia presso gli impianti di Caorso e Trino e la vasca del reattore di ricerca Avogadro a Saluggia. Quello di Saluggia è un deposito particolarmente a rischio, si trova sulle sponde della Dora Baltea, a due chilometri dalla confluenza con il Po, sopra le più importanti falde acquifere del Piemonte: nessuno può immaginare che cosa può accadere in caso di alluvione. Ci sono poi la centrale del Garigliano in provincia di Caserta dove è in funzione un impianto per il recupero e la solidificazione di liquidi e fanghi prodotti in passato e stoccati, e quello di Casaccia nel Lazio dove opera un impianto per l’estrazione di particelle alfa dei rifiuti del plutonio in modo da diminuirne la radioattività. Coperte da segreto militare sono tutte le informazioni sulla centrale nucleare della base di Pisa, ma è presumibile che rifiuti siano conservati anche lì.
Ai depositi delle centrali vanno aggiunti i depositi pubblici e privati delle scorie create dagli ospedali, non sempre del tutto in linea con le norme di sicurezza stabilite dalla legge. Secondo i dati raccolti dal Servizio di prevenzione sanitaria della Regione Lombardia, ad esempio, in un solo anno (tra il giugno 1997 e il giugno 1998) le aziende sanitarie lombarde hanno rilevato più di 100 carichi di rottami metallici radiocontaminati, quasi tutti in provincia di Brescia, evidentemente sfuggiti ai controlli doganali. Nel 55% dei casi l’oggetto radioattivo era costituito da materiale metallico radiocontaminato, nel 17% dei casi da vere sorgenti radioattive e nel 18% dei casi da quadranti di strumenti. In alcune sporadiche occasioni sono stati ritrovati parafulmini radioattivi e rilevatori di fumo. E poi vanno contati resine, fanghi, rifiuti attivi secchi, rifiuti solidi o liquidi in attesa di trattamento.
C’è poi un ulteriore quantità di materiale radioattivo su cui si hanno poche informazioni, quello proveniente dai traffici illeciti. Il rapporto di Legambiente ricorda che nel periodo 1996-1998, in particolare, risultavano entrati 2 milioni e 260mila tonnellate di rottami ferrosi attraverso i valichi ferroviari di Gorizia e Villa Opicina e quello stradale di Valico Sant’Andrea, lungo la frontiera orientale italiana: oltre 15mila tonnellate sono risultate radioattive e rispedite oltre confine.

La Stampa del 24/11/2003

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(LA STAMPA)Il lutto scorrevole (Tratto dal Blog "Buongiorno" di Massimo Gramellini)

La rappresentazione del dolore più intenso ha mostrato due Italie diverse: quella ufficiale ha riempito le chiese, l’altra era distratta dalla sua quotidianità

Gli anziani ricordano che durante i funerali del Grande Torino l’Italia intera si arrese al dolore. Saracinesche abbassate e lutto al braccio, da Bolzano a Palermo. Un senso di sgomento collettivo, immortalato in pagine stupende da Indro Montanelli, che raccontò una partita di calcio giocata in piazza San Marco dai ragazzini veneziani: si passavano il pallone evocando i nomi dei caduti. Il lutto allora era il Lutto.

Scavava nelle persone e restava aggrappato per sempre ai fili della memoria. Ma ancora negli anni Settanta la morte di un Papa o una strage terrorista provocavano le stesse reazioni solenni. La tv di Stato dettava la linea, abolendo di colpo i programmi di svago per trasmettere musica classica, mentre le sale da ballo spegnevano le luci e il silenzio regnava assoluto nelle piazze e dentro gli stadi. Era tale la convinzione che il lutto dovesse avere quel genere di struttura tragica che il giorno in cui a Dallas venne assassinato Kennedy i giornali italiani si rifiutarono di pubblicare gli articoli dei loro inviati, che testimoniavano invece il disinteresse dell’America profonda per lo storico evento, surclassato dal campionato di baseball.

Poi il lutto ha incominciato a cambiare anche qui. È successo quando le immagini hanno preso il posto delle parole e le emozioni quello dei sentimenti. Le immagini e le emozioni sono potenti, ma brevi e superficiali. Come certi temporali estivi che sconquassano il suolo ed evaporano in fretta, senza penetrare in profondità e lasciando la terra più arida e assetata di prima. Nessun evento recente, a parte le Due Torri, è apparso abbastanza memorabile da coinvolgere intensamente una comunità intera. Nessun evento, nemmeno la morte di sei soldati a Kabul. La rappresentazione del dolore che è andata in scena ieri ci ha mostrato due Italie. Quella ufficiale, raccolta lungo il corteo delle bare, nella basilica di san Paolo e nelle tante chiese italiane, come la Gran Madre di Torino, che alla stessa ora si sono riempite di militari. E l’Italia dei telespettatori, la nostra Italia, che ha continuato a lavorare e vivere come sempre. Dove le uniche serrande abbassate erano quelle dei negozi chiusi per turno e molte scuole non avevano neppure la bandiera a mezz’asta. Tutti abbiamo dato un’occhiata ai telegiornali, alla ricerca di un pretesto per commuoverci, purché fosse un pretesto in grado di farci sentire meno bellicosi e più buoni. Lo abbiamo trovato in due bambini. Uno di due anni, l’innocenza assoluta, che indica la bara del papà quasi fosse un gioco. E l’altro di sette, l’infanzia resa adulta dal dolore, che corre sotto l’altare della chiesa per accarezzare il legno che racchiude le spoglie di suo padre. Ci siamo commossi, innaffiando il fazzoletto come il nostro premier in prima fila: stavolta ci ha rappresentati proprio tutti. Abbiamo pianto, ci siamo soffiati il naso. Poi abbiamo chiesto in cucina cosa c’era per secondo. È normale, funziona così ed è persino sciocco scandalizzarsi di questa incapacità cronica di stare dentro le situazioni per più di un attimo. La stessa incapacità che portava la conduttrice di un telegiornale a decantare con occhio umido gli eroi di Kabul e, girato il foglietto, ad assumere un’espressione da maliarda per svelarci l’ultimo gossip post mortem su Lady Diana e l’ex presidente Valéry Giscard d’Estaing.

Il simbolo plastico del cambiamento rimane l’uso dell’applauso. Fu inventato per sottolineare un’approvazione, mentre oggi si direbbe che la sua funzione principale consista nel coprire i baratri aperti dal silenzio, questa brutta bestia che ci induce a pensare, quindi fa paura e va rimossa come la morte. Le persone che fuori dalla basilica applaudivano le bare erano convinte in buona fede di esprimere solidarietà. In realtà stavano scacciando il dolore che passava dinanzi ai loro occhi, temendone il contagio. Ci avete fatto caso che i familiari delle vittime, gli unici a soffrire davvero, non applaudono mai?

Eppure sarebbe stucchevole rimpiangere il bel lutto che fu. Ogni epoca ha le sue rappresentazioni. La nostra ha espulso il sacro e con esso i riti comunitari che gli davano un’aura di credibilità. Si pattina leggeri sulla superficie, affastellando emozioni e mescolando ricordi: fra sei mesi non sapremo più se la tragedia di Kabul è accaduta prima o dopo quella di Nassiriya. D’altronde tutti si rammentano in modo vivido il Vietnam, pure chi non c’era, mentre delle due guerre irachene resta una macedonia di sensazioni in qualche angolo della testa. Proviamo di tutto, ma dimentichiamo anche tutto. Persino la nostra bandiera. Per onorare i caduti, il Pd del Lazio ha stampato un manifesto nero con striscia rossa, bianca e verde: i colori dell’Ungheria.

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MALAWI, STRAGE DI RAGAZZINI NEI CAMPI DI TABACCO

 

Da “La Stampa” del 28-08-2009 di QUIRICO DOMENICO

“I primi ad alzarsi nei villaggi del Malawi sono le bambine. Vanno al fiume ad attingere l’acqua, riempiono catinelle metalliche e secchi di plastica che poi a vicenda si posano sulle testa, chiacchierando e ridendo; in fondo e’ questo il momento piu’ dolce della loro giornata. Il sole che in Africa non sorge ma irrompe, illumina e scalda l’acqua nei recipienti; che oscilla e luccica come argento vivo. Il tintinnare dei catini posati per terra sveglia il villaggio come da noi le campane delle chiese di paese: dalle capanne spuntano adesso i bambini, sono caterve come se i villaggi fossero grandi asili infantili. Filano a bere l’acqua nei secchi e nei catini: chi ha qualcosa, un pezzo di pane, una banana, lo mangia e lo divide con gli altri. Nessuno mangia mai da solo, ognuno deve ricevere una parte, fosse anche una briciola. Si, perche’ il resto della giornata per loro sara’ una lunga estenuante ricerca del cibo. Poi i bambini si raggruppano, i piu’ piccoli hanno non piu’ di cinque anni, gli occhi ancora ingombri di sonno, i piu’ grandi dodici o tredici, al massimo, le facce gia’ modellate da chi sa di dover lottare con la vita. Non si riuniscono per andare a scuola: qui la scuola non c’e’. Arrivano i caporali, facce da estorsori, non hanno nemmeno bisogno di gridare, il loro gregge infantile e’ umile e obbediente. Ai bambini africani si insegna subito a non guardare negli occhi gli adulti, e’ considerato un segno di mancanza di rispetto. I campi di tabacco sono lontani, neanche si vedono dai villaggi. La terra piu’ vicina, sfruttata da tempo, e’ una distesa di polvere e di sabbia, sterile e improduttiva. Il paradosso e’ che hai tutta la terra che vuoi, solo che riesci a coltivarne poca. L’unico strumento e’ la zappa, non ci sono aratri o bestiame. I bambini si arrampicano sui vecchi camion e si parte. I genitori li guardano andar via senza dire nulla, in silenzio. Le parole infanzia giochi studio non ci sono nel vocabolario, la parola gioia e’ un lusso in questo mondo di cenciosi, di umiliati. Anche concetti come affetto, dolore, suonano diversamente per quelli che sono caduti cosi’ profondamente nella miseria che non ne usciranno mai, vi si disfano come se avessero la lebbra. La meta’ dei tredici milioni di abitanti del Malawi vive con meno di un dollaro al giorno. E quel mezzo dollaro spesso lo portano a casa questi bambini che lavorano il tabacco. A fianco delle piste polverose, metafisiche nel nulla della savana, innalzano immagini del cow boy simbolo di una marca americana di sigarette, grandi come statue. Giusto: sono i veri padroni del paese, dei e diavoli insieme. Chissa’ se a Madonna quando e’ venuta qui a scegliere un figlio da salvare hanno raccontato questa storia dei bambini uccisi dalla nicotina senza aver mai fumato una sigaretta, lavorando. In fondo il Malawi e’ solo un piccolo posto sperduto nell’Africa dei poveri. Chissa’ se hanno raccontato alla cantante che una volta qui c’era un dittatore un po’ buffo che si chiamava Hastings Hamuzu Banda, anzi il dottor Banda perche’ era medico e laureato, prima di diventare la sciagura del suo Paese. Vestiva sempre in bombetta e tight come se fosse nella City: non amava che le ragazze mostrassero i seni, lo trovava sconveniente, hanno calcolato che deteneva il 35% del PIL. Ebbene: sono sopravvissuti al dottor Banda, all’Aids, alle carestie, alla siccita’ grazie al tabacco, l’85 per cento delle esportazioni, e’ il loro petrolio, verde, profumato, preziosissimo. E maledetto. I bambini arrivati nella piantagione sciamano nei campi. E’ come entrare in un altro mondo: qui ci sono i trattori, l’acqua, tutto e’ nuovo rigoglioso lucente. Ci sono mille lavori: ripulire i solchi dalle erbacce, raccogliere le foglie piu’ grandi, caricare il raccolto sulle spalle e portarlo sotto grandi capanne dove viene ammucchiato e fatto seccare, pulirlo e selezionarlo con le piccole mani. Dal cielo incandescente scendono una luce e un calore accecanti. Ci sono 80 mila bambini che ogni giorno piegano la schiena in questo inferno lussureggiante e smaltato di verde: dodici ore al giorno fino a quando il buio e la fatica non costringono i padroni a mandare a casa i piccoli schiavi. Dodici ore per due centesimi di dollaro. Se vi indignate tenete in serbo un po’ di rabbia: c’e’ altro. Perche’ questi bambini, ogni giorno, vengono anche avvelenati. Passano dodici ore a maneggiare tabacco senza alcuna protezione, hanno calcolato che respirano, a cinque, dieci anni, l’equivalente ogni giorno di 50 sigarette, 54 milligrammi di nicotina. E’ la malattia verde del tabacco che si impadronisce di loro: emicranie terribili, dolori addominali, i muscoli sembrano sfasciarsi alla fine del giorno, non riescono a respirare, raccontano i responsabili della ONG Plan che ha redatto un infiammato rapporto dal titolo «Lavoro difficile, salario ridicolo, lunghe ore di fatica». Sulle scatole di sigarette non dovrebbero scrivere solo fumare uccide. Dovrebbero aggiungere una foto di un bambino del Malawi con in mano una foglia di tabacco.”

L’ONG Plan, per la difesa dei diritti dei bambini, ha denunciato in una recente relazione l’avvelenamento a causa della nicotina di migliaia di bambini, per la maggior parte di età compresa tra i 5 e i 14 anni, che lavorano nelle piantagioni di tabacco in Malawi. I bambini operai, alcuni di cinque anni, presentano gravi sintomi dovuti a l’ assorbimento tramite la pelle di nicotina (fino a 54 milligrammi al giorno) pari a una media di 50 sigarette a giorno. Il tabacco causa in questi bambini dolori addominali, debolezze muscolari, tosse e difficoltà respiratorie.
La relazione di questa ONG (Plan) intitolata “Lavoro difficile, salario ridicolo, lunghe ore di lavoro” rivela che quasi 80.000 bambini del Malawi anziché andare a scuola devono lavorare e la maggior parte di loro è vittima di abusi fisici, sessuali e psicologici. Alcuni di questi piccoli operai lavorerebbero fino a 12 al giorno per guadagnare meno di 0,2 dollari al giorno.
Il Malawi è il paese dell’ Africa meridionale in cui i bambini lavorano più, con l’ 88,9% dei bimbi di 5-14 anni assunti nel settore dell’ agricoltura.

Submitted by IN DIES on Thu, 27/08/2009

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Politici e magistratura

BRUNO TINTI (Giornalista del quotidiano “La Stampa”)
Per l’ennesima volta c’è il sospetto che qualche politico importante sia stato preso con le mani nel vasetto della marmellata. La procura di Bari ha da tempo chiuso le sue indagini che riguardavano il ministro Raffaele Fitto per i reati di associazione a delinquere, concussione, falso ideologico, corruzione, peculato, concorso in interesse privato in una procedura di amministrazione straordinaria e turbativa d’asta. Come prevede il codice di procedura, i procedimenti sono stati sottoposti al Giudice per le indagini preliminari; uno dei due è ancora in fase di udienza preliminare; per l’altro, Fitto è stato rinviato a giudizio.Adesso il suo collega Alfano ha inviato i suoi ispettori presso la Procura di Bari. La supposizione che si tratti della solita ispezione intimidatoria e, se gli riesce, punitiva è seducente; tanto più che, dicono le agenzie, Alfano si è mosso su sollecitazione dello stesso Fitto. Niente di nuovo sotto il sole comunque: hanno fatto così dai tempi delle ispezioni alla Procura di Milano che indagava su Berlusconi. E tutto questo suggerisce qualche (inquieta) riflessione.

È evidente che gran parte della classe dirigente del Paese non riesce a comprendere che l’amministrazione della giustizia si deve svolgere in maniera indipendente e autonoma rispetto ai desideri, alle opinioni, ai voleri della politica. È straordinario come Alfano e gli altri come lui non arrivino a rendersi conto che un’ispezione disposta in coincidenza con un processo nei confronti di un uomo politico e dietro sollecitazione di questi costituisce un’obiettiva interferenza, tale da intimidire i giudici che lo debbono giudicare.

Può essere interessante ricordare che, il 23 febbraio, il ministro della Giustizia spagnolo, Mariano Bermejo, si è dimesso. Aveva passato (come faceva per abitudine, essendone amico) un weekend andando a caccia con il giudice Garzón che stava investigando su Francisco Correa, importante esponente del Partito popolare che, come è noto, è all’opposizione. È stato criticato perché si poteva sospettare (sospettare, non è mai emerso alcunché di concreto) che egli potesse approfittare delle circostanze per raccomandare al giudice un’inchiesta severa (nei sospetti: parziale, ingiusta, prevenuta) da cui il suo partito avrebbe tratto vantaggio. È stato anche criticato perché era andato a caccia senza possedere la licenza… Si è dimesso. Per un sospetto (un sospetto) di parzialità. Nel nostro Paese il ministro della Giustizia invia ispezioni presso i giudici che indagano sui suoi compagni di partito; addirittura l’ex ministro Mastella le inviò presso il magistrato che indagava su di lui.

Ma c’è un’altra cosa che lascia perplessi. L’Associazione nazionale magistrati, il sindacato dei giudici, è composta da persone che, come tutti i giudici, conoscono a menadito gli articoli 101 della Costituzione (quello che dice che i giudici sono soggetti soltanto alla legge); 104, quello che dice che la magistratura è autonoma e indipendente da ogni altro potere; e 112, quello che dice che il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale (sicché, se pensa che Fitto sia un associato a delinquere, un concussore, un corruttore, un peculatore e tante altre cose poco commendevoli, non può che spedirlo davanti a un giudice perché queste accuse siano accertate). È successo che l’Anm, quando ha appreso dell’ispezione ordinata da Alfano, ha emesso un severo (magari severo è un po’ troppo, che dire, critico, forse ispirato a vigile attesa) comunicato in cui dice di esprimere «piena solidarietà ai colleghi della Procura di Bari» e di condividere «l’auspicio che l’inchiesta amministrativa affidata agli ispettori ministeriali possa svolgersi senza pregiudizio né interferenze sull’attività giurisdizionale». Non proprio un altolà ma un flebile richiamo, questo sì.

Solo che, quando era De Magistris a essere «ispezionato», mentre indagava su Mastella e coindagati (per tre volte di fila perché, come dichiarò il suo sottosegretario Luigi Scotti, anche lui magistrato, nelle prime due non si era trovato niente ma il ministro era tanto scrupoloso e voleva essere tranquillo), in quel caso l’Anm non ebbe nulla da dire; nemmeno un flebile «auspicio» che le ispezioni si svolgessero senza pregiudizio delle indagini.

Il punto è che questo atteggiamento timido sulle iniziative aggressive della politica rischia di aggravare lo stato di sconcerto, di solitudine e di paura (sì, di paura) di molti magistrati. Ieri i titolari dei fascicoli su Fitto hanno scritto una lettera al Csm, chiedendo di sapere entro quale limite devono esercitare «il dovere istituzionale di salvaguardare la funzione giudiziaria da interferenze indebite o improprie».

Tutti i magistrati conoscono benissimo questo limite; come lo conoscevano i magistrati della Procura di Milano che non consegnarono mai agli ispettori i fascicoli concernenti gli imputati Berlusconi, Previti e altri, coperti dal segreto investigativo che vale (ma lo sanno tutti) anche per il ministro. Chiedere al Csm che ha condannato De Magistris una direttiva in tal senso è certamente ispirato a ovvie ragioni di autotutela; ma è anche segno di profonda sfiducia

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Da “La Stampa” di Torino del 03-04-2009

Penso che certe cose possono accadere solo in Italia.Forse Alfano non ha ancora capito la sua funzione…o l’ha capita troppo bene.

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