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Una scia nella Death Valley: sono le pietre che camminano.


Carlo Grande

Ghost towns, cunicoli di miniere abbandonate,
rocce lunari e carovane di pionieri che arrancano lungo dune di
sabbia assolate, abitate da serpenti a sonagli, scorpioni e ragni velenosi: la Death Valley, il parco
non lontano da Las Vegas e Los Angeles e più estremo della California, è
anche il più caldo, il più arido e quello che sprofonda nel punto più
basso del Nord America, le Badwaters, 86 metri sotto il livello del mare, e offre molti misteri. Ha
scorci di tremenda bellezza come lo Zabriskie Point (onde di rocce che al
tramonto assumono colorazioni fantastiche, immortalate nel film
di Michelangelo Antonioni) e fenomeni controversi come le «pietre
che camminano». Le «moving rocks» si trovano in
una landa argillosa lunga cinque
chilometri e larga tre, la «playa»
del «Racetrack», il fondo di un lago
evaporato migliaia di anni orson
I massi, caduti dalle montagne circostanti, giacciono isolati, all’estremità di una traccia lunga a
volte anche un centinaio di metri, pare provocata strisciando: talvolta il percorso è rettilineo,
altre volte circolare. I rangers assicurano che nessuno può dire di averle mai viste
muovere. L’ipotesi più ragionevole, lasciando da parte quelle più
fantasiose come terremoti o perturbazioni del campo magnetico,
sembra chiamare in causa due fenomeni concomitanti: le forti e improvvise piogge (per quanto siano
rare: in media sulla Death Valley
non ci sono più di 50 millimetri l’anno di precipitazioni) renderebbero
viscido il fondo della Racetrack
Playa e i fortissimi venti, impetuosi
come uragani, potrebbero sospingere e far scivolare i massi, sia con
moto rettilineo costante che con
cambiamenti di direzione, come appare in alcune tracce.
Se si potesse dimostrare che i
movimenti delle pietre avvengono
soprattutto nei mesi invernali, si potrebbe pensare a uno strato di
ghiaccio che si forma sulla superficie della «playa», cosa che renderebbe più agevole l’azione dei
venti
incanalati fra i monti Amargosa e
Panamint, nel corridoio di 225 chilometri della Death Valley, larga in
media 40 chilometri, fra Sierra Nevada a Ovest e Nevada a Est. Ma le
ricerche sono assai scarse. Qui, a
metà Ottocento, si avventurarono
migliaia di cercatori d’oro: incontrarono i nativi americani che si
chiamavano Timbisha (popolo della valle). Furono ricristianizzati come «Shoshoni» e oggi vivono in una
riserva vicino a Furnace Creek.
L’unica ricerca accurata, prima
di quella svolta nel 1993 da Paula
Messina, assistente di geologia
presso la San José State University
(che ha chiamato in causa improvvise raffiche di vento), è stata quella
di Robert P. Sharp, del California Institute of Technology, nell’ormai lontano 1969: prese in esame 25
rocce, controllandone periodicamente la posizione, ma il clima proibitivo e l’assenza di finanziamenti
lo indussero a rinunciare prima di aver effettuato
scoperte significative.
Oggi solo le telecamere fisse e i rilevatori satellitari potrebbero
sciogliere i dubbi. E si pensa a un programma di monitoraggio ultratecnologico. Intanto, qualcuna
delle «moving rocks» addirittura sparisce, ma in questo caso non c’è alcun
mistero: c’è chi, probabilmente, e nonostante il divieto di arrivare con
veicoli sul fondo del lago e di devastarlo con tracce di pneumatici, le
ruba come un prezioso «souvenir».
Una serie di tracce, infatti, finisce senza che all’estremità vi sia nulla.
Arrivare nella Valle della Morte, in ogni caso, è già una magia: si costeggia il deserto del Mojave,
tra cactus e «Joshua Trees», luoghi desolati che videro la corsa all’oro e alla terra
di migliaia di disperati. Uno dei simboli della Death Valley è la ghost
town Panamint City, una città-fantasma come Tombstone. Venne fondata nel 1873, vicino a una miniera
d’argento: due anni dopo contava 2 mila
persone, molte delle quali erano fuorilegge, tanto che la Wells Fargo rifiutò il trasporto dell’
argento estratto.
Quando la vena si esaurì, se ne andarono tutti, ma pochi anni dopo nella
Valle scoprirono il borace e la Pacific
Coast Borax Company attirò lavoratori da ogni dove.
Ora le «moving rocks» e queste
torride lande, proibitive d’estate, accendono l’immaginazione di migliaia
di turisti. Suv e camper arrivano nel
luogo più inospitale della Terra, a Furnace Creek e a Zabriskie Point,
«location» fantastica che con artisti e musica ha un rapporto speciale: ha
influenzato anche gli Oasis nel videoclip di «Who Feels Love?». Un altro
grande musicista, il bassista dei Pink Floyd Roger Waters, compare d’altra parte in alcune
inquadrature del film di Antonioni.
Questo bacino sprofondato, dove c’era il mare, è terra di enigmi, un posto nella mente e anche un
miraggio tremolante di ricchezze, mistero e
morte: magnetico e fantasmatico come le «moving rocks», come i ragazzi
che nel finale del film di Antonioni si
amano in un delirio di sabbia.

Tuttoscienze della ” Stampa” del 14/03/2012

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Solare batte nucleare:ecco perchè

Le parole di Vincenzo Balzani ( professore di chimica e fotochimica all’università di Bologna, ricercatore su nanotecnologie,nanomacchine e chimica supramolecolare) in un articolo apparso mercoledì scorso su “TuttoScienze” della Stampa dal titolo abbastanza esplicativo: “Solare batte nucleare:ecco perchè“.

….L’Italia non ha combustibili fossili e neppure uranio. La sua più grande risorsa è il Sole,una fonte di energia che durerà per 4 miliardi di anni, una stazione di servizio sempre aperta che invia su tutti i luoghi della Terra un’immensa quantità di energia, 10 mila volte quella che l’umanità intera consuma. Guardare lontano,quindi, significa sviluppare l’uso dell’energia solare e delle altre energie rinnovabili, non quello dell’energia nucleare.E’ un guardare lontano nel tempo, perché non lascia alle prossime generazioni un immane fardello di scorie radioattive.E’ un guardare lontano nel mondo, perché, a differenza dei combustibili fossili e dell’uranio, l’energia solare e le altre energie rinnovabili sono presenti in ogni luogo della Terra e, quindi, il loro sviluppo contribuirà al superamento delle disuguaglianze e al consolidamento della pace.L’Italia ha più Sole dell’Austria,ma ha una superficie pro capite di pannelli solari termici 20 volte meno estesa.L’Italia ha più Sole della Germania,ma la potenza fotovoltaica pro capite installata in Germania è 30 volte maggiore.Fa specie che in Italia, dove l’unica risorsa energetica ampiamente disponibile è proprio il Sole, la maggior parte dei politici e degli industriali,e persino alcuni scienziati,non si siano ancora accorti che l’attuale crisi energetica offre al nostro Paese una grande opportunità che nazioni meno ricche di Sole hanno  già colto, sviluppando nuove industrie e creando nuove forme industrie e creando nuove forme di occupazione…

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