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Libertà di credo,utopia

Come la storia ci insegna,l’uomo ha un bisogno innato di seguire un leader,un gruppo,un libro sacro,di essere comunque inquadrato e di sottostare a regole,anche  se assurde,anacronistiche o mortificanti.Le religioni,nel corso dei secoli,hanno soddisfatto pienamente questo desiderio con risultati spaventosi e agghiaccianti,che ancora possiamo vedere nella pienezza del loro delirio ai giorni nostri.Poichè è naturalmente e matematicamente impossibile che tutte le divinità siano vere,dobbiamo dedurre che miliardi di persone stiano credendo in un nulla predicato da uomini che stanno sbagliando,fermo restando che almeno una di queste fedi sia reale.Non è che quando la dottrina politica supera quella mistica i risultati siano migliori.Esempi come il nazismo,il fascismo,il comunismo,(con i vari attori:Franco,Pinochet,Castro,i generali greci,Ceausescu ecc.ecc.)sono sotto i nostri occhi con milioni di carcerati,vessati,perseguitati e uccisi.La via più semplice ed applicabile sarebbe seguire la regola aurea citata da Martin Luther King:”La tua libertà finisce là dove ti accorgi di iniziare ad intaccare la libertà altrui…”cosicchè ognuno potrebbe seguire la teoria,la religione,l’idea politica più stupida,irrealizzabile o ridicola,in piena libertà a patto,però,di non invadere lo spazio vitale degli altri.

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Il Codex Seraphinianus

Il Codex Seraphinianus è un libro scritto da Luigi Serafini tra il 1976 e il ’78.La strana enciclopedia è caratterizzata da una grafia sconosciuta e da oltre mille disegni che risultano un rompicapo senza nessun senso logico.Questa opera,perchè di opera si tratta,è assolutamente affascinante e ricorda,in qualche modo,il “Manoscritto Voynich”,in special modo nella sua costruzione surreale.Ognuno di noi è padrone di dare qualunque significato al  Codice,mero esercizio fanta/letterario oppure ispirazioine di carattere esoterico,resta il fatto,però,che Luigi Serafini ha riportato su carta sogni provenienti da un’altra dimensione.Potrete vedere con i vostri occhi le spiazzanti immagini del volume in questione cliccando sul seguente link:  CodexSeraphinianus

 

 

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Questione Israelo/Palestinese

Passaparola: Israele Palestina, nessun vincitore – di Manlio Di Stefano

«Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, alla stessa famiglia, che è la famiglia umana.» Vittorio Arrigoni

“Comprendere a fondo il conflitto israelo-palestinese significa spingersi indietro fino al 1880 circa quando, nell’Europa centrale e orientale, si espandevano le radici del sionismo. Il sionismo, movimento di risveglio nazionale ideato da Theodor Herzl, si spinse dopo la sua morte fino a ritenere che la Palestina non fosse più un luogo di semplice pellegrinaggio, ma una terra occupata da stranieri che doveva essere liberata e popolata da ebrei, superando le origini stesse della religione ebraica, che prevedono l’attesa della venuta del Messia prima di poter tornare in Palestina. La Palestina quindi non è mai stata intesa come un futuro stato laico. Questa breve introduzione è fondamentale per comprendere l’ostracismo a soluzioni di pacifica convivenza che alle comunità internazionali appaiono di buon senso ma che, nella pratica, non sono mai state ricercate. Un po’ di storia

1882 – le prime colonie: sulla spinta della nascente ideologia sionista si insediano le prime colonie di ebrei in Palestina;

1918 – occupazione britannica: la Palestina diventa una colonia inglese, i sionisti rappresentano non più del 5% della popolazione del Paese;

1948 – nascita dello Stato d’Israele: con la fine del mandato britannico in Palestina, la risoluzione 181 dell’ONU sulla spartizione della stessa e il ritiro delle truppe inglesi scoppia la prima guerra tra la componente ebraica e quella arabo-palestinese supportata da Paesi arabi confinanti. Il neonato esercito israeliano (Tzahal) ha la meglio e le forze arabe riescono ad occupare solo minime parti della Palestina (la Striscia di Gaza e la Cisgiordania). Alcune organizzazioni paramilitari ebraiche (Haganah, la Banda Stern e l’Irgun) avviano il cosiddetto “Piano Dalet”, che prevede, fra l’altro, la distruzione di villaggi palestinesi e l’espulsione degli abitanti oltre confine, aggressioni che causano la fuga di decine di migliaia di abitanti nei mesi seguenti. Il Regno Unito non sostiene il piano ma non fa nulla per impedirlo. Ricordiamo il massacro di Deir Yassin, del 9 aprile, con la guida del futuro Primo Ministro israeliano Menachem Begin;

1956 – Crisi di Suez: Francia, Regno Unito e Israele tentano l’occupazione militare del canale di Suez ai danni dell’Egitto. La crisi termina quando l’URSS minaccia di intervenire al fianco dell’Egitto e gli Stati Uniti; 1959 – nascita di Al-Fatah: si tratta di un’organizzazione politica e paramilitare palestinese, fondata da Yāser ʿArafāt, storicamente in conflitto con Hamas (organizzazione palestinese, di carattere politico, paramilitare e terrorista secondo l’Unione Europea) per il controllo dei territori palestinesi;

1963 – il Partito Ba’ath va al potere in Iraq e in Siria: tra gli obiettivi principali del Ba’ath c’è il sostegno della causa palestinese; 1964 – nascita dell’OLP: l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina è un’organizzazione politica e paramilitare, considerata dalla Lega araba la legittima “rappresentante del popolo palestinese”. Il suo primo obiettivo è la “liberazione della Palestina” attraverso la lotta armata;

1967 – Guerra dei Sei giorni: è il conflitto combattuto tra Israele ed Egitto, Siria e Giordania. Rappresenta il punto di non ritorno. L’inizio di tutti i problemi attuali. Il “Settembre nero”. E’ l’inizio della vera occupazione da parte di Israele: la Siria perde le alture del Golan, l’Egitto la Striscia di Gaza, che occupava dal 1948, e la penisola del Sinai fino al canale di Suez, la Giordania la Cisgiordania e Gerusalemme Est;

1973 – Guerra del Kippur: il 6 ottobre, giorno dello Yom Kippur (una delle più importanti festività ebraiche) Egitto e Siria attaccano Israele per recuperare i territori perduti 6 anni prima; tuttavia le forze israeliane sconfiggono gli avversari nel giro di tre settimane. Nel 1978, con la mediazione del presidente statunitense Jimmy Carter, si giunge alla firma del trattato di pace di Camp David tra Egitto e Israele il quale prevede la restituzione del Sinai all’Egitto, rafforzando così il controllo israeliano in Cisgiordania. L’accordo firmato con Israele costa all’Egitto l’espulsione dalla Lega araba;

1987 – 1991 – Prima Intifada: segna la prima rivolta popolare palestinese contro l’occupazione israeliana. Porta a un numero stimato di 1100 palestinesi uccisi da soldati israeliani e coloni. I palestinesi a loro volta uccidono circa 160 israeliani e altri 1000 palestinesi accusati di collaborazionismo;

1993 – Accordi di Oslo: siglati da Yāser ʿArafāt, per conto dell’OLP, e Shimon Peres, per conto dello Stato d’Israele, sono tuttora ritenuti centrali per la risoluzione del conflitto poiché sanciscono princìpi cardine come il mutuo riconoscimento e il ritiro delle forze israeliane da alcune aree della Striscia di Gaza e della Cisgiordania; inoltre affermano il diritto palestinese all’autogoverno attraverso la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese;

2000 – 2005 – Seconda Intifada: è la seconda rivolta palestinese. Stando alla versione araba è esplosa il 28 settembre, per colpa della visita, ritenuta provocatoria, dell’allora capo del partito Likud Ariel Sharon al Monte del Tempio, luogo sacro per musulmani ed ebrei situato nella Città Vecchia. L’Intifada avvia una successione di fatti violenti che proseguono per anni, assumendo i caratteri di una guerra d’attrito;

2004 – Concetto di “Territorio occupato”: la Corte Internazionale di Giustizia definisce “occupati da Israele” i territori palestinesi conquistati (compresa Gerusalemme est) a seguito della Guerra dei Sei Giorni. Nel febbraio 2011 le Nazioni Unite promuovono una risoluzione di condanna degli insediamenti israeliani appoggiata da 122 nazioni, tra cui l’Italia;

2006 – Hamas vince le elezioni nella Striscia di Gaza: considerata un’organizzazione terroristica, la sua vittoria elettorale causa il blocco dei finanziamenti al governo palestinese da parte della Comunità Europea e altre istituzioni occidentali ed arabe. Ciò contribuisce a far esplodere un grave scontro politico, e talvolta armato, tra Hamas e Al-Fataḥ;

2009 – Operazione “Piombo Fuso”: definita nel mondo arabo come il “massacro di Gaza”, l’operazione israeliana ha lo scopo di indebolire Hamas. Alla fine si contano 13 vittime israeliane e circa 1300 palestinesi;

2012 – la Palestina è riconosciuta “Stato non membro Osservatore Permanente” presso l’Assemblea delle Nazioni Unite: la risoluzione ONU, approvata con 138 voti favorevoli, 9 contrari e 41 astensioni, sancisce l’ingresso della Palestina nelle Nazioni Unite.

I giorni nostri Torniamo ai giorni nostri, a sessantasei anni da quella che è definita da Israele «Guerra d’indipendenza» e dagli arabi al-nakba, ossia «la catastrofe»: la situazione è sostanzialmente immutata in termini di tensione politica ma drammaticamente stravolta in termini territoriali. Israele ha, infatti, occupato con insediamenti illegali di coloni, gran parte dei territori palestinesi, ha costruito un muro di divisione (dichiarato illegittimo dalla Corte internazionale di Giustizia dell’ONU) che costringe, opprime e riduce enormi aree arabe abitate, tutto ciò nonostante gli accordi di Oslo vadano proprio in direzione opposta. Svariate associazioni si sono espresse sulle condizioni di vita nelle terre occupate; Human Rights Watch analizza nel dettaglio le operazioni israeliane di arresti arbitrari e di massa, le detenzioni ingiustificate, l’uso illegittimo della forza, la distruzione ingiustificata di proprietà privata, la demolizione delle case delle famiglie dei sospetti responsabili e altri membri di Hamas, gli attacchi contro abitazioni private e uffici dei media, nonché il ricorso sproporzionato alla forza letale. L’organizzazione Pax Christi Italia denuncia uccisioni arbitrarie, perquisizioni notturne, danni a centri medici e commerciali, tagli dell’elettricità e delle linee telefoniche e mette in dubbio che lo scopo di tutto ciò sia “colpire indiscriminatamente la popolazione sotto occupazione e renderne impossibile la vita quotidiana al fine di continuare impunemente l’opera di pulizia etnica del territorio palestinese”. Defence for Children International segnala “allarmanti e sistematiche violenze sui bambini palestinesi da parte dei coloni”. Il giornalista israeliano Gideon Levy sostiene che “Israele non ha mai, neppure per un minuto, trattato i palestinesi come esseri umani con pari diritti. Non ha mai visto la loro sofferenza come una comprensibile sofferenza umana e nazionale. Il dato di fatto più evidente del rifiuto della pace da parte di Israele è, ovviamente, il progetto di colonizzazione”. E’ in questo contesto che, con l’intento di acquisire maggior peso negoziale nell’ennesima trattativa di pace in corso tra le due parti, il 2 giugno 2014 nasce il governo di unità nazionale palestinese. Questo storico accordo tra Al-Fatah e Hamas segna una svolta storica per un governo tecnico d’intesa sotto la benedizione del presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas. Il solo annuncio dell’accordo, però, scatena la reazione di Israele che, per bocca del suo primo ministro Benjamin Netanyahu fa sapere di non tollerare la presenza di Hamas al tavolo delle trattative data la sua natura anti israeliana. L’ANP, infatti, dal ‘94 detiene il controllo di parte della Cisgiordania collaborando con Israele. L’intento del nuovo governo è chiaro dalle parole del presidente Abbas “la visione della pace da parte della Palestina è chiara ed è fermamente basata nei principi del diritto internazionale […] Di conseguenza la sovranità dello Stato palestinese e di Israele, come definito dai confini del 1967, deve essere rispettata.” Sostanzialmente, fino a quel momento, Israele ha trattato esclusivamente con l’ANP in Cisgiordania e ha considerato Hamas il nemico da cancellare nella Striscia di Gaza, oggi non ha più questa certezza. Questo passaggio segna probabilmente l’inizio del tracollo cui stiamo assistendo ma, la scintilla che dà il via al fuoco armato, è il ritrovamento dei cadaveri dei tre ragazzi israeliani rapiti il 12 giugno in Cisgiordania, la cui uccisione è addossata a Hamas da Benyamin Netanyahu, con un «la pagherà», nonostante la smentita unanime e la netta presa di posizione del presidente palestinese Mahmoud Abbas. Da quel momento in avanti assistiamo a vendette come l’orrendo omicidio del diciassettenne palestinese Mohammed Abu Khdeir e i razzi di Hamas sul confine di Gaza ma, soprattutto, assistiamo a punizioni collettive da parte dell’esercito israeliano su tutta la Cisgiordania prima e Gaza poi. Tra le dichiarazioni più indicative che ho trovato, vi riporto quella di Miko Peled, attivista israeliano e figlio di un ex-generale poi convertitosi a sua volta in attivista per i diritti dei palestinesi: “ciò che sta accadendo (di nuovo) in questi giorni è una diretta conseguenza del criminale blocco imposto da molti anni su Gaza da Israele, in violazione del diritto internazionale e dei diritti umani fondamentali della popolazione civile”. Le violazioni del diritto La violazione dei diritti, umani e internazionali, è la chiave di lettura più indicativa di tutta la storia israelo-palestinese. Potrà sembrare un ragionamento cinico ma, se si trattasse di una “semplice” guerra di attrito tra due Paesi confinanti, come le tante che purtroppo vediamo anche in Europa in questi giorni, non potremmo non considerare il principio di autodeterminazione dei popoli e quindi ignorare ogni stimolo interventista o di pressione internazionale. La questione israelo-palestinese, invece, ha una fortissima connotazione di violazione dei diritti. Dal lato palestinese Hamas si è strutturata come gruppo paramilitare e rappresenta una continua minaccia militare e terroristica, a causa del lancio di razzi, specialmente per i territori limitrofi alla Striscia di Gaza. E’ da condannare inoltre il ricorso alla pratica degli scudi umani e della detenzione arbitraria e tortura degli oppositori politici. Israele dal canto suo ha subìto oltre 80 risoluzioni dell’ONU per la violazione dei diritti umani dei palestinesi e internazionali sulla gestione dei territori occupati. In particolare, l’Alto Commissario dei diritti umani dell’ONU, Navanethem Pillay denuncia le gravi violazioni di diritti umani contro i palestinesi nei territori occupati, la continua attività d’insediamento illegale, in violazione della legge internazionale, e la pratica della detenzione amministrativa. Tutte queste violazioni, non configurandosi come provvisorie, bensì incastonate in un progetto a lungo periodo, dovrebbero suscitare una dura condanna a livello internazionale e forse, il nuovo assetto politico dell’area mediorientale potrebbe influire in tal senso. I nuovi scenari geopolitici Rispetto al passato questa nuova escalation di violenza ha una connotazione totalmente differente perché legata a nuovi scenari geopolitici. Non può passare inosservata la presa di posizione di Obama che ha esortato alla tregua e all’interruzione dei bombardamenti senza minacciare alcun intervento esterno, come avrebbe fatto in passato. L’area mediorientale è totalmente mutata nell’ultimo decennio. L’avanzata dell’ISIS in Iraq (con cellule in tutto il mondo islamico) e l’instabilità siriana hanno creato un’anomala dipendenza degli Stati Uniti dall’Iran rompendo la storica conflittualità con l’ “asse del male” e imponendo agli USA un’inusuale immobilismo. D’altro canto il peso crescente della Russia su tutta l’aerea orientale del globo, manifestatosi chiaramente in Siria e Ucraina, ha messo nuovamente in moto meccanismi di controllo territoriale da guerra fredda spingendo Israele a cercare nuovi possibili alleati. E’ qui che entra in gioco l’Egitto. Fino al 2013, infatti, sotto il governo dei Fratelli Musulmani di Muḥammad Mursī ʿĪsā al-ʿAyyāṭ, la Palestina ha potuto usufruire della Porta di Rafah, al confine con l’Egitto, per rifornirsi di beni di prima necessità, aiuti umanitari e, purtroppo, anche armi per Hamas. Con la caduta del governo egiziano, l’instaurazione della dittatura militare di ʿAbd al-Fattāḥ Khalīl al-Sīsī e la persecuzione dei Fratelli Musulmani invece, anche quell’accesso è stato sbarrato creando, da una parte, l’indebolimento della guida politica di Hamas con la conseguente perdita di controllo sui militanti più propensi alla guerriglia (così si spiega l’incessante lancio di razzi verso Israele nonostante la netta inferiorità militare) e, dall’altra, una nuova opportunità per Israele. Un’eventuale alleanza con l’Egitto permetterebbe, infatti, di svuotare del tutto il peso militare di Hamas nella Striscia di Gaza e puntare, un domani, alla riannessione dell’area all’Egitto. Quest’affermazione può sembrare fuori dalla logica sionista ma non lo è. Il principale problema oggi in Israele è la questione demografica, nonostante i piani di sostegno alle famiglie con più figli, il numero totale di arabi palestinesi è costantemente in ascesa. Si stimano, infatti, circa sei milioni di ebrei in Israele contro i tre milioni e mezzo di arabi in Cisgiordania e i quasi due milioni nella Striscia di Gaza (tra le aree con la maggiore densità di popolazione al mondo). Un’annessione “pacifica” delle due aree nello Stato d’Israele renderebbe troppo minacciosa la presenza araba sull’intera zona allontanandosi, tra l’altro, dall’idea originaria di sionismo che non prevede uno stato laico. A fronte di questa considerazione e del diffondersi degli insediamenti illegali nei territori cisgiordani, è presumibile che il piano di Israele preveda l’annessione esclusivamente di quest’ultima area data la sua estensione che permetterebbe una migliore distribuzione araba sul territorio. Una cosa è certa, il piano di Israele è lungi dall’interrompersi. Il ruolo dell’Europa e la “rule-bound cooperation” In tutto ciò, cosa fa l’Europa? Non è semplice persino immaginare l’immenso potere che l’Unione Europea ha, o potrebbe avere, in questo scenario. Lo strettissimo legame tra Israele e l’UE, infatti, nasce con gli Accordi Euromediterranei di Associazione del 1998. Gli stessi definiscono la libera circolazione delle merci tra l’UE e i paesi del Mediterraneo attraverso la progressiva eliminazione dei dazi doganali e il divieto delle restrizioni quantitative all’esportazione e all’importazione tra le parti contraenti. Per anni si è commesso l’errore di separare l’azione economica con Israele da quella diplomatica sulla risoluzione del conflitto: questo non ha fatto altro che permettere a Israele di ignorare le raccomandazioni politiche e continuare a rafforzarsi economicamente e nel posizionamento strategico internazionale. Negli ultimi anni, però, stiamo assistendo a un graduale quanto inarrestabile cambio di strategia. Nel 2013, per la prima volta, l’Unione Europea ha pubblicato delle linee guida che sanciscono che «tutti gli accordi tra lo Stato di Israele e l’Unione Europea devono inequivocabilmente e esplicitamente segnalare la loro inapplicabilità ai territori occupati da Israele nel 1967, e cioè Alture del Golan, Cisgiordania inclusa Gerusalemme est e striscia di Gaza.». Le linee guida sono basate su una decisione adottata dal Consiglio europeo nel 2012 e precedenti dichiarazioni UE, dove si riafferma che le colonie israeliane sono illegali secondo il diritto internazionale. Conseguentemente gran parte dei paesi europei sta adattando la legislazione interna inserendo il concetto di “rule-bound cooperation” che prevede il legame inestricabile tra una qualsiasi forma di cooperazione (economica o meno) e il rispetto di alcune specifiche norme. Dispiace in tal senso costatare il ritardo di Italia e Spagna. Per la prima volta i Paesi europei hanno lanciato un messaggio forte e chiaro: o Israele rispetta le regole del ’67 o non fa affari con noi. Il peso di questa strategia è evidente, anziché sbattere la porta in faccia all’Europa, Israele ha firmato gli accordi prendendo coscienza della sua dipendenza dagli aiuti del vecchio continente. I passi successivi, in termini europei, potrebbero essere: – Emanare nuove linee guida sull’etichettatura dei prodotti israeliani per garantire ai cittadini europei di poter scegliere consapevolmente un prodotto proveniente da una colonia illegale (come promesso dalla Ashton e bloccato, ad oggi, dal solito ricatto del “minano il processo di pace”); – Notificare, a tutti gli operatori industriali, il rischio di sanzioni conseguenti ad accordi commerciali con aziende che operano nelle colonie; – Rivedere gli accordi del ’98 sul dazio, eliminando i benefici per i prodotti provenienti dalle colonie; – Favorire il meccanismo di controllo sui prodotti israeliani, basato sul CAP, da parte delle autorità doganali; – Pretendere il risarcimento in caso di distruzione o sequestro di aiuti umanitari, in particolare nelle aree C (ovvero quelle a pieno controllo israeliano); – Avviare una riflessione sul diritto di veto all’interno delle Nazioni Unite che ha permesso a Israele di ignorare, senza sanzioni, le oltre 80 risoluzioni emanate contro il suo operato in termini di rispetto di diritti umani. Lo stesso trattamento, infatti, non si è tenuto con l’Iraq che, con “appena” 16 risoluzioni, è sotto sanzione dal 1990. Questa strada, a nostro avviso, segna l’unica possibilità per rafforzare il rispetto del diritto internazionale. Il ruolo dell’Italia L’Italia ha la possibilità di influire pesantemente nel processo di pace, sia con una chiara presa di posizione nel rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, sia in termini europei. Per quanto riguarda il primo, occorre subito chiarire che la storica amicizia tra Italia e Israele non può prescindere dalla legalità delle azioni di quest’ultimo. E’ necessario adeguare immediatamente la legge nazionale alle nuove linee guida europee e andare oltre interrompendo gli accordi militari tra i due Paesi (473 milioni di euro di esportazioni autorizzate solo nel 2013), come sancito dalla legge italiana 185/90 che vieta la vendita di armi a Paesi in conflitto o che violino i diritti umani. Per quanto riguarda il ruolo europeo, non possiamo sottovalutare l’enorme possibilità di indirizzare la realizzazione di quanto elencato in precedenza durante il semestre di presidenza italiano. Il futuro La situazione reale della distribuzione geografica e demografica del popolo israeliano e palestinese, nonché l’assenza di una reale volontà di giungere alla soluzione dei due stati porta a ritenere assolutamente limitante insistere sul rispetto degli accordi di Oslo. Nonostante la comunità internazionale sia ancora orientata in quella direzione, è sempre più grande il “think-tank” di personaggi, più o meno illustri, che tende alla soluzione dell’unico stato laico. Purtroppo questa soluzione, che prevederebbe la convivenza dei due popoli, non va di pari passo col pensiero della nuova presidenza israeliana in mano a Reuven Rivlin che, a differenza del suo predecessore Shimon Peres, è più incline alla soluzione dello Stato Unico ma con la cosiddetta “opzione giordana”, ovvero, con la totale espulsione degli arabi dalla Palestina verso la Giordania. Insomma, siamo ancora molto lontani dalla soluzione del conflitto, ma intanto possiamo fare la nostra parte in termini di pressione internazionale affinché cresca di giorno in giorno la consapevolezza che il rispetto dei diritti umani e delle leggi internazionali da parte di Israele è un dovere, con l’auspicabile conseguenza dell’interruzione di ogni azione militare da parte di Hamas.” Manlio Di Stefano – portavoce M5S alla Camera dei Deputati

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Mi hanno sparato sette pallottole per una vendetta d’onore.

 

 

l'ultima storia

 

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Articolo di Monica Perosino sulla Stampa del 10/01/2014

Questa storia raccontata da Monica Perosino sembra avvenuta nella preistoria ,perchè tutti i popoli civili si rifanno a leggi fatte dall’uomo per l’uomo e non da l’uomo per le bestie.Non credo che usanze simili siano esistite durante i regni mesopotamici,nell’antica Grecia,durante l’impero romano o nel medioevo.Il trattamento riservato alle donne nel Kohistan è fuori dal tempo e da questo mondo.Mentre nel mondo occidentale si parla di google-glass,droni che fanno consegne per Amazon,Robot che operano pazienti in zone del pianeta arretrate ed oscure la cattiveria e l’idiozia,mascherate da riti e tradizioni,dilagano.Forse la nostra non sarà la migliore delle vite possibili,ma ringrazio Dio ( o Visnù,o Manitou,o il Fato) di essere nato qua.

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Titicaca, il lago degli Inca ucciso dall’inquinamento

                               

Volontari delle comunità indigene in difesa del lago cercano di ripulire una zona dalle alghe nocive

Per il Global Nature Fund
è “il più minacciato del Pianeta” Fra gli indios che si appellano all’Onu: servono depuratori

PAOLO MANZO
COHANA (BOLIVIA)

Il Titicaca è stato per secoli il lago su cui, nel cuore delle Ande, si sono affacciate le culture più antiche dell’America Latina. Oggi si è trasformato in uno specchio deforme di un pianeta malato e incapace di preservare i suoi tesori naturali più preziosi. Il lago più elevato al mondo con i suoi 3812 metri di altitudine, che si estende per oltre 8 mila kmq, abbracciando Bolivia e Perù, è a rischio. Tanto che l’autorevole fondazione tedesca Global Nature Fund l’ha eletto «Lago più minacciato del 2012». Un titolo di cui gli abitanti farebbero volentieri a meno.

«Se muore il lago Titicaca muore il pianeta. E in fretta», denuncia commosso Esteban Mamani Quispe, 40 anni, uno dei leader del locale comitato dei saggi impegnati, sul fronte boliviano, nella lotta alla salvaguardia del lago. Il suo villaggio, Cohana, un pugno di casette colorate che specchiano le loro forme nelle acque antichissime del Titicaca, in pochi anni ha cambiato fisionomia. Laddove le rive erano verdi e lussureggianti oggi si incontrano solo vacche e pecore che ruminano tra i rifiuti, gli abitanti non pescano più perché i pesci sono quasi tutti morti e tra i giovani chi può è scappato. Hernán Quispe Mendoza appartiene anche lui al consiglio dei saggi di Cohana. «La situazione è diventata gravissima. Il lago ormai è contaminato. Se non ci aiuta la comunità internazionale è davvero finita». Basta provare a navigare nelle acque del Titicaca nella baia di Cohana per rendersi conto. A ogni metro si incontra plastica, liquami e moltissima mucillagine verde, definita dagli scienziati il segnale allarmante della lenta agonia del lago.

Le ragioni di questa agonia sono tante. La città di El Alto, quasi due milioni di abitanti, che sovrasta La Paz dall’alto dei suoi 4100 metri, è cresciuta in modo esponenziale negli ultimi anni. Sino al 1985 era solo un quartiere periferico della capitale, conosciuto per l’aeroporto. Poi ha iniziato a raccogliere molti migranti interni della Bolivia, aymara ma non solo, crescendo in modo caotico. Oggi nell’ex quartiere paceño di El Alto vivono quasi due milioni di abitanti e questa città con meno di 30 di vita si contente con La Paz e Santa Cruz il titolo della più popolata della Bolivia. Il suo fiume, el Rio Seco, con i suoi 80 chilometri di scarichi arriva dritto nella baia di Cohana, gettando nel Titicaca i peggiori rifiuti tossici.
A El Alto non ci sono impianti depuratori sufficienti, le industrie non rispettano le regole e chiunque può gettare quello che vuole. Senza contare i tanti laboratori clandestini che trasformano con additivi chimici le foglie di coca in cocaina. È un mix dell’orrore quello che sta strozzando il Titicaca da El Alto. Risultato: la mortalità infantile è arrivata al 10 per cento, il cancro e le infezioni falcidiano la popolazione, perché l’acqua del lago per le comunità indigene è l’acqua che si beve e con cui si cucina.

A Puno, sul versante peruviano del lago, la situazione è appena migliore ma «solo perché c’è meno gente», spiega Alberto Lescano Rivero, del Cedas, il locale Centro de Desarrollo Ambiental y Social. Ma gli effetti sono simili. «Duecentomila abitanti che vivono con infrastrutture per 50 mila», denuncia Alberto. Per 362 chilometri quadrati a nord di Puno si estende dal 1978 la Riserva nazionale del Titicaca, che resta riserva però solo sulla carta. La biodiversità che l’ha sempre contraddistinta, infatti, si è accartocciata su se stessa. Pesci come il Titicaca Grebe o animali d’acqua come le rane del Titicaca sono diminuiti in modo preoccupante, mentre la carpa tipica della zona, l’Amanto, è stata dichiarata estinta. Per non parlare degli uccelli che hanno dovuto mutare le loro rotte migratorie. Quanto alla coltura tradizionale del lago, la patata, è stata seriamente compromessa, minando, così, una tradizione millenaria.

«Per favore aiutateci altrimenti i nostri figli moriranno», supplica con le lacrime agli occhi Victor Panca Mendoza. Victor è sindaco di Uros Chulluni, uno dei punti mozzafiato del Titicaca. Sono le cosiddette «isole galleggianti», si trovano nel versante peruviano, a un passo da Puno, e hanno mantenuto intatte le loro antichissime tradizioni. Gli indios vivono ancora nelle tipiche capanne e si muovono su piroghe fatte di legno e vimini. Victor insieme agli altri sindaci del Lago chiede adesso che venga dichiarato lo stato di «emergenza internazionale» e che la comunità mondiale prenda coscienza della crisi ecologica che rischia di diventare irreversibile. «Serve al più presto una legge di tutela – dice – che metta in pratica rapidamente misure urgenti, a partire dalla costruzione di nuovi depuratori».

Ma lo sguardo degli indios vuole andare ancora più lontano e arrivare fino alle Nazioni Unite. Félix Espinoza Coro, sindaco di Pucarani, uno dei comuni più grandi nei pressi del lago sul fronte boliviano ha stimato in 5 milioni di dollari i danni finora subiti dalla sua comunità. «L’Onu e la Cooperazione internazionale devono prendersi cura di noi – protesta -: nella sola baia di Cohana più di 10 mila contadini non hanno più acqua pulita per le loro bestie che continuano a morire assieme ai cristiani».

Secondo l’antica tradizione il Titicaca prende il nome dall’isola chiamata Intikjarka, parola formata da due termini della lingua aymara, «Inti», cioè Sole e «kjarka», masso rupestre. Ma persino il sole adesso sembra brillare meno in questo ecosistema minacciato. «Il lago era il cuore della esistenza – conclude Esteban – adesso è diventato un vortice nero che risucchia le nostre vite forse fino alla morte».

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Targhe alterne

Il Pio Sodalizio dei Piceni, proprietario del palazzetto romano di via Campo Marzio in cui nacque Il Mondo di Pannunzio, non vuole che sul muro dello stabile campeggi una targa commemorativa. «Mai nei nostri palazzi sono state poste targhe collegate alle attività degli inquilini», hanno spiegato i Pii Sodali. Per loro un’attività vale l’altra: la rosticceria o il settimanale che ha cambiato la storia del giornalismo e della cultura italiana. Meglio che l’intelligenza rimanga sotto traccia. Una sua costante esposizione al pubblico, sia pure solo sotto forma di targa, potrebbe innescare effetti indesiderati sui passanti. Di intelligenza, nei 120 metri quadri della redazione del Mondo, ne transitava obiettivamente parecchia. Il redattore capo si chiamava Flaiano. E vi circolavano a mente libera Salvemini ed Ernesto Rossi, La Malfa e Salvatorelli, Carandini e Panfilo Gentile, Einaudi e Mario Ferrara (nonno di Giuliano), i giovani Scalfari e Spadolini. La sera andavano in via Veneto ad anticipare la Dolce Vita, ma sempre a schiena dritta di fronte al potere. Quando De Gasperi espresse il desiderio di conoscere il direttore Pannunzio, quell’orgoglioso sedentario gli fece rispondere: «Io qua sto». E «qua» erano i 120 metri quadri di via Campo Marzio.
«I profeti disarmati» – così venivano chiamati gli inquilini – erano liberali, laici e intellettuali. Chissà quale dei tre epiteti avrà maggiormente preoccupato il Pio Sodalizio. Ma è giusto così, la cultura evolve. Adesso a Roma le targhe si mettono davanti alla casa del Grande Fratello.

Massimo Gramellini “La Stampa”

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Liberata Ingrid Betancourt

Fonte:Corriere della sera.it

Colombia: liberata Ingrid Betancourt e altri 14 ostaggi

02 lug 21:14 Esteri

BOGOTA’ (Colombia) – Ingrid Betancourt e’ stata liberata con un blitz dalle forze armate colombiane. Lo ha reso noto il ministro della difesa Manuel Santos. Le teste di cuoio hanno liberato anche tre ostaggi americani e undici militari. La candidata alle presidenziali in Colombia era ostaggio dei guerriglieri delle Farc dal 23 febbraio 2002. (Agr)

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Trasandato, non curato, lasciato andare: sciatto.


La moda, Jeans sporchi e cinture basse per mostrare le mutande.
PAOLA MASTROCOLA (articolo tratto da “La Stampa” del 28/12/2007)

Trasandato, non curato, lasciato andare: sciatto. Quando per uscire non ci mettiamo la camicia ma infiliamo direttamente il maglione per fare prima; quando riceviamo gli ospiti in pantofole o non ci leviamo le pinzette dai capelli. Quando lasciamo macchie sui vestiti, sui fogli, sulle tovaglie. Quando non ci diamo nemmeno un colpo di spazzola… La sciatteria è non fare bene le cose, metterci negligenza, pigrizia e indifferenza, trascurare un dettaglio, pensando che sia solo un dettaglio, un’inezia. E’ sciatto il tecnico che ripara grossolanamente la tua stampante così che gliela devi riportare tre volte; il genitore che dice al figlio di fare i compiti ma non glieli controlla mai; lo studente che non porta il foglio protocollo per il compito e all’ultimo strappa una pagina di quaderno pensando che sia lo stesso.
E’ questo «fa lo stesso» che ci degrada e impoverisce, rendendoci poco degni di noi, dei nostri compiti. Niente fa mai lo stesso, e sono proprio i dettagli a segnare la differenza…….                                                               Essere sgrammaticati e volgari altro non è che una forma di sciatteria. E’ un modo di abitare male la lingua, con disamore, disattenzione, cialtroneria. L’anno che volge al termine si è anche vestito male, pacchiano, disordinato, sguaiato. Non ha avuto cura di sé nel mostrarsi agli altri, né cura degli altri nel mostrare sé. Ha sbrindellato jeans, abbassato cinte per esibir mutande, gelidificato capelli. È andato a zonzo con l’anello alle orecchie e l’ombelico di fuori. Ha indossato la tuta da ginnastica per andare al ristorante. Ha scelto borse troppo firmate, felpe troppo stampate…….                                                                    Non ho mai visto omettere tante virgole come quest’anno. Su internet, posta elettronica, sms, compiti in classe, tivù, giornali, bigliettini d’auguri….E’ stato un anno senza virgole. Ma come si fa? Una pagina è un microcosmo ordinato, dove tutto si tiene, tutto ha una gerarchia e un ordine precisi, dipende da legami, da un prima e un dopo, e la punteggiatura è ciò che assicura tale ordine, è l’impalcatura dell’edificio. Se manca, l’edificio crolla, si sgretola in nulla, non ha più senso, cede, si sfilaccia, si fa poltiglia. Parole disperse, senza più un ordine e un fine. Un mondo senza virgole è per forza un mondo sciatto, quindi violento, maleducato, arrogante.


Britney Spears in una delle sue migliori interpretazioni dell’anno 2007

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Energie alternative…ma quali?

 Non riesco a capire se noi siamo tutti stupidi o se le 7 sorelle sono dotate di un controllo globale e totale sui governi di tutto il mondo. Nonostante numerosi paesi si siano orientati(almeno nominalmente) verso energie alternative continua imperterrita la produzione di auto alimentate con derivati del petrolio come se gli idrocarburi non fossero in esaurimento,lento ma inesorabile.Le stesse centrali elettriche vengono per lo più alimentate a gasolio o peggio a carbone.Mentre in tutti i campi,come medicina,informatica,elettronica,fisica sono stati fatti passi giganteschi, nel campo dell’energia non  si riesce a smuovere la ricerca dal nucleare o qualche cosa da bruciare(sia esso grano,barbietola,alcool etilico ecc.)Del nucleare sembra superfluo persino parlarne,a meno che qualcuno non sia riuscito a risolvere il piccolo problema delle scorie radioattive, oppure quello dello spegnimento delle centrali una volta accese.Riguardo al sostituire il petrolio con derivati dai cereali,già mi sembrava una cosa stupida di per sè (popolazioni intere muoiono di fame e noi produciamo grano da trasformare in carburante) ma si è rivelata pure disastrosa sotto il lato economico,portando all’aumento di pane,pasta e farine,alimenti consumati in particolare da ceti sociali meno abbienti.Possibile che le migliaia (voglio essere esagerato per difetto) di menti eccelse, nel mondo intero, non riescano ad avere un colpo d’ala,un’intuizione,un’idea per cambiare veramente la storia e la civiltà? Tornando alla frase di apertura,mi sorge il dubbio,peraltro alimentato da notizie sottotraccia o sotto forma di leggende metropolitane,che idee e invenzioni ,negli anni,ci siano state,ma siano state tutte acquistate o insabbiate dalle industrie petrolifere,senza che il potere politico abbia potuto, o peggio, voluto farci niente.

Buongiorno da Massimo Gramellini

Ancora una volta, leggendo il “Buongiorno” di Massimo Gramellini ,ho constatato quanto sia acuto e umoristicamente caustico questo giornalista.Vi riporto un condensato dell’articolo di oggi:

“…Credevamo che a pilotare il treno sarebbe stata la politica.Perciò abbiamo votato la destra e la sinistra,poi di nuovo la destra e di nuovo la sinistra.Ogni volta il cuore si predisponeva a una svolta che non arrivava mai…Abbiamo persino affidato il volante a un padrone,affinchè mettesse in riga tutti i binari.Ha pigiato qualche pulsante,ma appena si è accorto che scattavano a vuoto.anzichè provare ad aggiustarli ha badato più che altro ai vagoni suoi.Così sulla sedia del conducente è tornato a sedersi il vecchio manovratore democristiano.Una curva di qua,una di là,attenzione alle scosse e musica ipnotica negli scompartimenti,ma dai finestrini il panorama continuava a peggiorare.Finchè qualche passeggero di seconda è uscito in corridoio per protestare contro i privilegi di chi restava spaparanzato in prima classe.Intanto il treno va e nessuno lo guida.Non i politici,impegnati a litigarsi addosso.E nemmeno gli imprenditori,che si sforzano di far viaggiare la macchina sempre più veloce ma anche loro ne ignorano la destinazione,essendo il Progresso una stazione fantasma.Per dirla con Flaiano,talvolta mi vengono pensieri che non condivido.Per esempio questo:che la soluzione non consista nel cambiare conducente ma nel cambiare treno.”

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