Relazione Anselmi P2

COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SULLA
LOGGIA MASSONICA P2
(Legge 23 settembre 1981, n. 527)
RELAZIONE DI MAGGIORANZA
dell’onorevole TINA ANSELMI
INDICE:
• C OMPOSIZIONE DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA
S ULLA LOGGIA MASSONICA P2
• I NTRODUZIONE
• L a massoneria di Palazzo Giustiniani e le altre “famiglie” massoniche
• L a prima fase della Loggia P2: dal 1965 al 1974
• L a seconda fase della Loggia P2: dal 1974 al 1981
• L ICIO GELLI, LA LOGGIA PROPAGANDA DUE E LA MASSONERIA.
CONCLUSIONI
• I L SEQUESTRO DI CASTIGLION FIBOCCHI
• A UTENTICITA’ ED ATTENDIBILITA’ DELLE LISTE
• L A STRUTTURA ASSOCIATIVA DELLA LOGGIA P2
• L A POSIZIONE PERSONALE DEGLI ISCRITTI
• G LI APPARATI MILITARI E I SERVIZI SEGRETI – LA DOCUMENTAZIONE
ANTERIORE ALL’INFORMATIVA COMINFORM
• L ‘INFORMATIVA COMINFORM ED I SUOI SVILUPPI
• L A DOCUMENTAZIONE SUCCESSIVA ALL’INFORMATIVA COMINFORM
• A NALISI DEI DOCUMENTI
• G LI APPARATI MILITARI. CONCLUSIONI
• I COLLEGAMENTI CON L’EVERSIONE – CONTATTI CON L’EVERSIONE
NERA
• C ONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
• L ‘AFFARE MORO
• L A LOGGIA P2, LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E LA MAGISTRATURA – I
RAPPORTI CON LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
• I RAPPORTI CON LA MAGISTRATURA
• I L MONDO DEGLI AFFARI – IL MONDO DEGLI AFFARI E DELL’EDITORIA
• I RAPPORTI INTERNAZIONALI
• L A LOGGIA P2 E IL MONDO POLITICO
• L A LOGGIA P2 COME ASSOCIAZIONE POLITICA
• I L PIANO DI RINASCITA DEMOCRATICA ED IL PRINCIPIO DEL
CONTROLLO
• C ONCLUSIONI
• C ONSIDERAZIONI FINALI E PROPOSTE
COMPOSIZIONE DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA
SULLA LOGGIA MASSONICA P2
Presidente: on. Tina Anselmi (DC)
Componenti:
• on. Salvo Andò (PSI)
• on. Piero Angelini (DC)
• sen. Attilio Bastianini (PLI)
• on. Adolfo Battaglia (PRI)
• sen. Nereo Battello (PCI)
• on. Antonio Bellocchio (PCI)
• sen. Claudio Beorchia (DC)
• sen. Luigi Covatta (PSI)
• sen. Giorgio Covi (PRI)
• on. Famiano Crucianelli (PDUP)
• sen. Severino Fallucchi (DC)
• sen. Sergio Flamigni (PCI)
• sen. Elio Fontana (DC)
• on. Rino Formica (PSI)
• on. Elio Gabbuggiani (PCI)
• on. Alberto Garocchio (DC)
• on. Alessandro Ghinami (PSDI)
• sen. Gino Giungi (PSI)
• sen. Bruno Giusti (DC)
• sen. Giuseppe Graziani (PCI)
• sen. Manlio Ianni (DC)
• on. Sergio Mattarella (DC)
• on. Altero Matteoli (MSI-DN)
• sen. Leonardo Melandri (DC)
• on. Giampaolo Mora (DC)
• on. Achille Occhetto (PCI)
• sen. Pietro Padula (DC)
• on. Claudio Petruccioli (PCI)
• sen. Francesco Pintus (PCI)
• sen. Giorgio Pisanò (MSI-DN)
• sen. Raimondo Ricci (PCI)
• on. Aldo Rizzo (Ind. di sinistra)
• sen. Roberto Ruffilli (DC)
• sen. Roberto Spano (PSI)
• on. Massimo Teodori (Radicale)
• on. Giancarlo Tesini (DC)
• on. Felice Trabacchi (PCI)
• on. Antonio Ventre (DC)
• on. Bruno Vincenzi (DC)
• sen. Giuseppe Vitale (PCI)
INTRODUZIONE
La valutazione e l’esatta comprensione delle conclusioni che la Commissione parlamentare di inchiesta sulla
Loggia massonica P2 consegna al Parlamento al termine dei suoi lavori, richiedono alcune preventive
precisazioni intorno al metodo ed ai criteri secondo i quali la presente relazione è stata redatta.
Il problema fondamentale con il quale la Commissione nel corso dei suoi lavori ed il relatore nella stesura del
documento finale si sono dovuti confrontare è stato quello della vastità della materia oggetto di indagine, che
non solo interessa i più svariati campi della vita nazionale, intrecciandosi altresì con argomenti oggetto di
altre inchieste parlamentari, ma si estende inoltre lungo l’arco di un periodo di tempo più che decennale.
Sta a testimonianza di questa peculiare natura del fenomeno analizzato l’ampiezza dei lavori della
Commissione, protrattisi per oltre trenta mesi, secondo un impegno che pochi dati statistici bastano ad
evidenziare in modo eloquente.
La Commissione ha effettuato un totale di 147 sedute, nel corso delle quali sono state ascoltate
testimonianze, per un totale di 198 persone che hanno, a vario titolo, collaborato ai lavori di inchiesta in sede
di audizione. Valendosi dei poteri concessi dalla legge istitutiva, la Commissione ha ordinato l’effettuazione
di 14 operazioni di polizia giudiziaria, tra le quali particolare rilievo hanno assunto quella diretta ad accertare
la situazione reale dell’assetto proprietario relativo al Corriere della Sera, nonché quelle effettuate presso le
comunioni massoniche maggiormente accreditate al fine di verificare, in termini ultimativi, sia la consistenza
della Loggia massonica P2, sia la natura dei vari legami con l’ambiente massonico. Nel corso dei suoi lavori
la Commissione ha infine accumulato una mole di documenti, valutabile nell’ordine di alcune centinaia di
migliaia di pagine, che risulta in parte formata direttamente da attività della Commissione, in parte acquisita
da fonti esterne, ovvero, oltre che da privati, da autorità giudiziarie ed amministrative di ogni ordine e grado,
che hanno prestato la loro collaborazione, sia autonomamente, che su impulso della Commissione.
I dati esposti offrono da soli, nella loro sintetica enunciazione, un quadro significativo dell’importanza del
fenomeno e della sua ramificazione. Si vuole qui ricordare, infine, che la materia oggetto di indagine, o suoi
aspetti particolari, è altresì oggetto di numerose inchieste giudiziarie attualmente in corso, nelle quali sono
rinvenibili presenze non marginali di uomini ed ambienti che nella Loggia P2 trovavano espressione.
Le considerazioni esposte rendono palese che il primo problema che la Commissione ha dovuto affrontare in
sede di conclusione dei propri lavori è stato quello di delimitare l’ambito del proprio documento conclusivo, al
fine di consentire al Parlamento ed ai cittadini uno strumento atto a comprendere e valutare il fenomeno
nella sua portata reale, nella convinzione che dilatare indiscriminatamente il discorso oltre un certo limite
equivarrebbe, in ultima sostanza, a perdere il significato reale dell’evento. Quando si ponga mente alla
varietà e qualità delle persone affiliate alla loggia, alla estensione dei campi di attività che esse
rappresentavano, alla durata nel tempo della sua accertata operatività, appare evidente che una scelta
metodologica che avesse privilegiato il criterio di inseguire il fenomeno nelle sue molteplici ramificazioni non
avrebbe avuto altro esito che quello di riprodurre descrittivamente, nel migliore dei casi, una determinata
situazione, senza peraltro pervenire ad una comprensione politicamente apprezzabile della sua genesi, della
sua sostanza e delle finalità ad essa prefissate.
La Commissione, facendosi carico del grave compito assegnatole dal Parlamento e della vigile attenzione
con la quale l’opinione pubblica ha seguito questa vicenda, ha ritenuto che una simile scelta si sarebbe
risolta in un sostanziale fin de non-recevoir politico, eludendo la vera sostanza del problema, che è, ed altro
non potrebbe essere, quella di identificare la specificità dell’operazione piduista.
Si tratta in altri termini di verificare se sia possibile individuare, indagando quella che il Commissario
Battaglia ha definito la natura polimorfa di tale organizzazione, un filo conduttore che attraverso la
molteplicità degli aspetti e degli eventi riconduca ad una interpretazione unitaria il fenomeno. In tale
prospettiva il relatore ha proceduto, ponendosi di fronte al corpus testimoniale e documentale a disposizione,
con l’intento di operare una selezione tra i fatti e i documenti che si presentavano, contrassegnati da
maggiore interesse e per i quali era possibile stabilire un apprezzabile collegamento avente significato
interpretativo. La enucleazione di questi momenti di analisi di maggior pregio si è posta come intervento
pregiudiziale ed indispensabile alla necessaria opera di interpretazione dei dati, nella quale si è proceduto
alla verifica di una possibile ricostruzione generale del fenomeno, dando rilievo preminente, in tale
operazione, alla verosimiglianza interpretativa dei risultati raggiunti, considerati soddisfacenti quando
confortati dalla logica della conclusione proposta, ovvero dalla sua congruità a fornire una spiegazione
coerente alla massa indistinta di dati sottoposti alla nostra attenzione.
In questo contesto, la Commissione ha operato uno sforzo nel tentare di capire e di interpretare non solo ciò
che veniva sottoposto alla sua attenzione, ma altresì ciò che ad essa veniva celato, quanto le carte e le
testimonianze dicevano in termini espliciti e quanto esse rivelavano, e spesso era il più, implicitamente,
attraverso i silenzi e le omissioni.
Le conclusioni alle quali si è pervenuti sono pertanto ritenute attendibili e come tali meritevoli di essere
portate all’esame del Parlamento, poiché ricevono supporto, oltre che dalla documentazione in nostro
possesso, dalla constatazione che gli elementi relativi trovano coerente sistemazione e logica spiegazione.
Una siffatta operazione ha comportato l’emarginazione di alcune situazioni istruttorie, che pure avevano nel
corso dei lavori della Commissione trovato adeguata attenzione, ma alle quali in sede conclusiva si è dato
più circoscritto rilievo o perché nulla aggiungevano di significativo ai risultati ai quali si è pervenuti o perché
l’approfondimento analitico relativo non ha raggiunto ancora livelli che si possano giudicare sufficientemente
stabiliti. Tale ad esempio la ricostruzione della vicenda del presidente dell’Ambrosiano, Roberto Calvi,
oggetto di inchieste giudiziarie ancora in corso, che peraltro, ai fini della presente relazione, può dirsi
sufficientemente conosciuta ed inquadrata nell’ambito del sistema di relazioni che si incardinavano nella
Loggia P2 e ruotavano intorno al suo Venerabile Maestro, Licio Gelli.
Si intende pertanto che la scelta operata dalla Commissione è stata, piuttosto che di circoscrivere l’ambito
del proprio operato in sede conclusiva, quella di qualificarlo funzionalmente, nell’intima convinzione che
quanto il Parlamento ed il Paese da essa si attendono è una risposta chiara e precisa di fronte ad un
fenomeno che nella sua stessa costruzione avvia ad una rete complessa di falsi obiettivi e di illusorie
certezze, giocando sull’ambiguità ed elevando a sistema di potere le allusioni e le mezze verità e quindi
l’intimidazione ed il ricatto che su di esse si possono innestare.
E’ proprio la natura polimorfa di tale organizzazione che ne spiega quella che il Commissario Battaglia ha
definito la sua pervasività, e chiarisce come primario obiettivo sia quello di fornire una risposta politica
precisa che individui la specificità del fenomeno; perché, come ha rilevato il Commissario Petruccioli, questa
distinzione costituisce il presupposto politico imprescindibile per l’estirpazione
definitiva del fenomeno.
La presente relazione rappresenta pertanto uno sforzo di sintesi e di interpretazione diretto alla
individuazione, attraverso la poliedrica realtà del fenomeno e la sua voluta ambiguità, della connotazione
specifica e della peculiarità propria che hanno contraddistinto la costruzione della Loggia P2 e la sua
operatività.
E’ convincimento del relatore che finalizzare il proprio lavoro nel senso esposto abbia costituito il modo più
adeguato per ottemperare al dettato della legge istitutiva, la quale, nel momento di istituire la Commissione,
ha fissato l’obbligo di presentare una relazione al Parlamento sulle risultanze delle indagini.
La Commissione ha tratto da questa previsione normativa la precisa indicazione dell’ambito della sua
competenza e del suo ruolo nel quadro prefissato dei poteri costituzionali, entro i quali essa si colloca come
un momento, sia pure di incisivo rilievo, proceduralmente coordinato alla competenza ultima del Parlamento
cui spetta di esaminare e deliberare, nella sua plenaria responsabilità, in ordine ad ogni aspetto che attenga
alla vita della Nazione. A questo fine la relazione della Commissione mira ad inserirsi in tale articolato
procedimento; e, lungi dal pretendere di esaurire in modo definitivo l’esame e la valutazione di un fenomeno
che ha interessato gli aspetti più qualificati della società civile, si pone l’obiettivo di consentire che il dibattito
su questi problemi e sul complesso delle implicazioni e delle responsabilità ad essi inerenti sia argomentato
e documentato nel modo più serio e costruttivo. In questa prospettiva ed entro i limiti indicati, è
convincimento di questa Commissione parlamentare di inchiesta che, pur nella naturale perfettibilità delle
cose umane, i risultati del proprio lavoro, che vengono rassegnati nella presente relazione, potranno
adempiere la funzione che è loro propria di costituire la base ragionata per un sereno ma fermo dibattito nel
Parlamento e tra i cittadini, a
conferma – e del resto ne è testimonianza l’esistenza stessa di questa Commissione – dell’intatta forza della
democrazia italiana.
La massoneria di Palazzo Giustiniani e le altre “famiglie” massoniche
L’organizzazione ispirata e guidata da Licio Gelli, denominata Loggia Propaganda Due, nasce e si sviluppa
nell’ambito della maggiore comunione massonica esistente in Italia: il Grande Oriente di Italia di Palazzo
Giustiniani. Si rende pertanto necessaria una breve disamina della presenza massonica nel nostro paese e
delle sue strutture al fine di comprendere e valutare nella sua esatta dimensione il fenomeno della Loggia
massonica P2, oggetto di un apposito provvedimento di scioglimento votato dal Parlamento.
La massoneria italiana si compone di due maggiori organizzazioni o “famiglie”, comunemente indicate con il
sintetico riferimento alla sede storicamente occupata, come di Palazzo Giustiniani e di Piazza del Gesù;
questa si configura a sua volta come promanazione della prima a seguito di una scissione intervenuta nel
1908, in ragione di contrasti attinenti l’atteggiamento da assumere sulla legislazione concernente
l’insegnamento religioso nelle scuole.
Accanto a questi due gruppi di rilievo nazionale – la cui consistenza è valutabile tra i 15-20 mila iscritti per
Palazzo Giustiniani e tra i 5-10 mila per Piazza del Gesù – sono presenti altri minori gruppi locali con una
consistenza valutabile, per ognuno di essi, nell’ordine di alcune centinaia di iscritti.
Prendendo in esame le due organizzazioni principali. va messo in rilievo, ai fini che qui interessano, che il
modello strutturale assunto è quello di una distribuzione degli iscritti secondo una scala gerarchica modulata
per gradi. Questa scala gerarchica conosce una divisione fondamentale tra Ordine, comprendente i primi tre
gradi, e Rito, comprendente i gradi dal quarto al trentatreesimo, talché, mentre tutti coloro che fanno parte
del Rito sono necessariamente membri dell’Ordine, non necessariamente vale l’assunto contrario. Trattasi in
altri termini di due livelli collegati ma non coincidenti, l’uno sopraordinato all’altro secondo un modello di
struttura verticalizzata che presiede a tutta l’organizzazione massonica, all’interno della quale poi la mobilità
degli iscritti nella gerarchia è regolata dalla stretta applicazione del principio di cooptazione che determina
ogni passaggio di grado, nonché l’ingresso nell’Ordine e poi nel Rito.
Gli iscritti, a loro volta, sono raggruppati in logge aventi base territoriale; e la domanda di iscrizione ad una
loggia è requisito fondamentale per l’ingresso di un “profano” nella massoneria, per cui, in linea di principio,
non si può appartenere alla massoneria se non attraverso il momento comunitario della iscrizione ad una
loggia. La massoneria di Palazzo Giustiniani con altre “famiglie” contemplava, oltre a tale situazione, la
possibilità di accedere all’Ordine per iniziazione operata direttamente dal responsabile supremo – il Gran
Maestro – senza pertanto sottostare alla votazione che sancisce l’ingresso dell’iniziando nell’organizzazione.
I “fratelli” che venivano iniziati “sul filo della spada” si venivano pertanto a trovare in una posizione
particolare (“all’orecchio” del Gran Maestro) sia per non avere una loggia di appartenenza, sia per il carattere
riservato della loro iniziazione, intervenuta al di fuori delle ordinarie forme di pubblicità statutariamente
previste; essendo pertanto la loro iniziazione nota solo all’organo procedente, il Gran Maestro, tali iscritti
venivano designati come “coperti” ed inseriti d’ufficio in una loggia anch’essa “coperta” comprendente, per
l’appunto, la lista degli iscritti noti solo al Gran Maestro.
Tale loggia veniva designata come loggia “Propaganda”; ogni loggia poi essendo contrassegnata da un
numero oltre che da un nome, la loggia “Propaganda” avrebbe avuto in sorteggio il numero due. Tale
almeno è la spiegazione fornita dai responsabili massonici sull’origine di questa denominazione.
Dalla vasta documentazione acquisita dalla Commissione nell’ambito di operazioni di perquisizione e di
sequestro di documenti, secondo i poteri attribuiti dalla legge, è emerso che il fenomeno della “copertura”
era comune alle altre famiglie ed interessava sia singoli iscritti che intere logge, rivestendo portata più ampia
di quanto non rappresentato in questa prima schematica descrizione.
E’ accertato che, sia in sede centrale che in sede periferica, era assai frequente l’uso di denominazioni fittizie
per mascherare verso l’esterno, verso il mondo “profano”, la presenza di strutture massoniche. Così ad
esempio era prassi consueta intitolare a generici Centri studi i contratti dì affitto per i locali necessari
all’attività della loggia; ed è dato rilevare come gli statuti di tali organismi non contenessero alcun riferimento
alla massoneria e alle attività massoniche nel designare l’oggetto dell’attività dell’ente, salvo poi riscontrare
una perfetta identità personale tra gli iscritti al Centro studi ed i membri della loggia. Nella linea del fenomeno
descritto si poneva pertanto il Gelli quando intestava le varie sedi successivamente occupate dalla Loggia
P2 ad un Centro studi di storia contemporanea che fungeva, anche a fini di corrispondenza tra gli iscritti, da
copertura per l’organismo massonico da lui guidato. La tecnica impiegata realizzava una forma di copertura
rivolta verso l’esterno, verso il mondo “profano”, accanto alla quale deve essere esaminata una seconda
forma di copertura rivolta in tutto od in parte all’interno della stessa organizzazione. Sono stati infatti rinvenuti
documenti che fanno riferimento a logge coperte periferiche, ad una loggia coperta nazionale numero uno
(presso l’organizzazione di Piazza del Gesù), ad un Capitolo nazionale riservato (presso il Rito Scozzese
Antico ed Accettato di Palazzo Giustiniani).
Sono stati inoltre acquisiti registri di appartenenti a logge (piedilista) nei quali gli iscritti venivano elencati
invece che con il proprio nome, con soprannomi o pseudonimi di copertura. La documentazione in possesso
della Commissione, ancorché frammentaria, testimonia in modo certo un modus procedendi all’interno delle
organizzazioni massoniche improntato a connotazioni di riservatezza volte a salvaguardare le attività degli
iscritti, o di alcuni settori, dall’indiscrezione e dall’interessamento non solo degli estranei all’istituzione, ma
anche a parte, maggiore o minore, degli stessi affiliati alla comunione. Tale costume di vita associativa è
stato dai massimi responsabili della massoneria rivendicato come una forma di riservatezza propria
dell’istituzione, motivata dal rinvio ai contenuti esoterici che sarebbero propri della dottrina massonica,
nonché dal richiamo a situazioni storiche di persecuzione degli affiliati. Ai fini che interessano nella presente
relazione, va posto in rilievo che i fenomeni di copertura indicati erano comunque largamente invalsi nella
vita delle varie famiglie massoniche con riferimento al periodo anteriore alla legge di scioglimento della
loggia P2 e traevano alimento, oltre che nelle ragioni storiche addotte, largamente superate al presente,
nell’assenza di un preciso quadro di riferimento normativo che desse attuazione alla norma costituzionale in
materia di libertà di associazione. E’ sintomatico peraltro che, posteriormente all’approvazione della legge di
scioglimento della Loggia P2, gli elementi più sensibili della massoneria si siano posti il problema della
ortodossia di tali modelli organizzativi, risolvendolo nel senso di alcune modifiche statutarie, con la
conseguente soppressione di organismi quali il Capitolo riservato e la Loggia nazionale coperta numero uno,
come avvenuto presso la comunione di Piazza del Gesù.
Accanto alla connotazione della riservatezza altra peculiarità dell’organizzazione massonica generalmente
considerata, sulla quale soffermare l’indagine, è quella dello spiccato interessamento delle varie comunità
massoniche verso le attività del mondo “profano”. Se è pur vero che uno dei Iandmarks fondamentali della
originaria massoneria inglese, che fungono da pietra miliare per le comunità massoniche di tutto il mondo,
contiene il divieto di occuparsi di questioni politiche, una abbondante documentazione in possesso della
Commissione dimostra che l’attività delle logge non è volta soltanto allo studio ed all’approfondimento di
questioni esoteriche, ma abbraccia un vasto campo di interessi che trovano il loro momento di unificazione
nella pratica massonica della solidarietà tra fratelli. La solidarietà esplica la sua funzione per le attività
dell’affiliato nel mondo “profano”, giungendo sino all’appoggio esplicito per i fratelli candidati, formalizzato in
circolari tra gli iscritti, in occasione di consultazioni elettorali. Particolarmente significativo al riguardo è
l’esempio di un modello organizzativo verificato presso la comunione di Piazza del Gesù: le camere tecniche
professionali. Si tratta di organismi settoriali che, su iniziativa e propulsione del centro, raccolgono gli iscritti
in ragione della professione esercitata. Viene pertanto affiancato al modello delle logge, che funzionano su
base territoriale ed interprofessionale, un sistema di raggruppamento degli affiliati parallelo alla struttura
delle logge ed organizzato su base nazionale, avente quale momento unificativo gli interessi e le attività
“profane”.
Secondo tale schema troviamo così raggruppati i medici, i professori universitari e i militari, esempio questo
degno di particolare attenzione, ove si consideri che la relativa “camera” rivestiva carattere di riservatezza.
Va peraltro posto in rilievo che una ragione non ultima della pluralità di famiglie massoniche esistenti va
probabilmente ricercata – oltre che in ragioni dì ordine puramente teorico – in una diversa consonanza di
opinioni e di interessi in materie estranee alle questioni di esclusivo profilo esoterico. La stessa massoneria
d’altronde rivendica a proprio merito l’aver rivestito un ruolo importante in vicende storiche del nostro paese,
anche se, purtroppo, osta ad una esatta valutazione di tali affermazioni il carattere di riservatezza della
istituzione, di cui si è trattato.
Nasce da questa propensione all’intervento nelle attività “profane” ed in essa trova ragione di esistere,
l’istituto tipicamente massonico della “solidarietà” tra gli affiliati, ovvero della mutua assistenza che essi si
garantiscono nell’esercizio delle loro attività professionali e comunque delle vicende personali estranee alla
vita associativa. La solidarietà tra fratelli rappresenta l’estensione al di fuori della comunione del vincolo
associativo, che viene di tal guisa ad esplicare una efficacia di rilevante portata e nel contempo di difficile
valutazione, attesa la riservatezza che gli affiliati mantengono nel mondo “profano” sull’esistenza del
rapporto di reciproco affratellamento. La solidarietà massonica sanzionata in forma solenne al momento
dell’iniziazione, costituisce infatti un elemento che potrebbe in sé considerarsi non solo legittimo ma
perfettamente naturale, poiché appare. logico che individui che dichiarino di condividere i medesimi
convincimenti morali ed esistenziali in ordine ai problemi fondamentali dell’uomo si sentano legati da un forte
vincolo che per l’appunto viene chiamato “fraterno”.
Quello che induce non poche perplessità nell’osservatore esterno l’accentuata riduzione in termini pratici e
concreti di tale affratellamento e la sua coniugazione con un radicato costume di riservatezza. Non è in altri
termini la solidarietà in sé e per sé considerata a destare legittime riserve, quanto piuttosto la sua non
avvertibilità sociale. Una avvertibilità che tanto più dovrebbe essere consentita quanto più chi ne è
protagonista attribuisce ad essa effetti, di immediato rilievo terreno.
In definitiva e per concludere sembra doversi rilevare il rischio che la solidarietà massonica, quando si
traduca in una occulta agevolazione di successi personali, possa rendersi incompatibile con non poche
regole della società civile, specie quando tale forma di solidarietà operi all’interno di carriere pubbliche.
Ultima connotazione di ordine generale utile ai nostri fini è la rilevanza dell’aspetto internazionale della
massoneria, che si pone come un contesto di organizzazioni nazionali fortemente legate tra di loro secondo
due schieramenti, che, per quanto concerne l’Europa, possono identificarsi in una parte a primazia britannica
verso la quale è orientata la comunione di Palazzo Giustiniani, ed una parte di orientamento cosiddetto latino
egemonizzata dalla massoneria francese, alla quale si ispira la famiglia di Piazza del Gesù. In un più ampio
contesto argomentativo si può dire che la massoneria vive sotto l’egida del mondo anglosassone, nell’ambito
del quale il primato attribuito agli inglesi per motivi di tradizione è confrontato dalla grande potenza
organizzativa della massoneria nord americana.
Ai nostri fini il dato che viene particolarmente in luce è la connessione tra la massoneria statunitense e la
comunione di Palazzo Giustiniani. Traccia di questi legami si rinviene nella presenza di tale Frank Gigliotti in
momenti particolarmente qualificati nella storia recente della comunione di Palazzo Giustiniani.
L’artefice del primo riconoscimento del Grande Oriente da parte della prestigiosa Circoscrizione del Nord
degli USA (il iconoscimento da parte della Gran Loggia Unita di Inghilterra verrà soltanto nel 1982) fu infatti
nel 1947 Frank Gigliotti, già agente della Sezione italiana dell’OSS dal 1941 al 1945, e quindi agente della
CIA.
Più tardi Gigliotti fu presidente del “Comitato di agitazione” costituitosi negli Stati Uniti per rispondere
all’appello lanciato dai fratelli del Grande Oriente impegnati nella contestata opera di riappropriazione della
casa massonica di Palazzo Giustiniani confiscata durante il periodo fascista, a seguito dello scioglimento
autoritario dell’istituzione. Il compromesso tra il Grande Oriente e lo Stato italiano, patrocinato dai fratelli
americani, fu siglato il 7 luglio 1960. L’atto di transazione fu sottoscritto dal ministro delle finanze Trabucchi e
dall’allora Gran Maestro Publio Cortini, e vedeva presenti, al tavolo della firma di una stipula tutta italiana,
l’ambasciatore americano, J. Zellerbach, e Frank Giglíotti.
Sempre nel 1960 i fratelli americani intervennero attraverso il Gigliotti nell’operazione di unificazione del
Supremo Consiglio della Serenissima Gran Loggia degli ALAM del principe siciliano Giovanni Alliata di
Montereale (il cui nome sarà legato alle vicende del golpe Borghese, a quelle della Rosa dei Venti, alle
organizzazioni mafiose), poi finito nella Loggia P2, con il Grande Oriente. Sembra che quella
dell’unificazione del Grande Oriente con la massoneria di Alliata, di forte accentuazione conservatrice, sia
stata la condizione posta da Gigliotti in cambio dell’intervento americano nelle trattative con il Governo
italiano concernenti il Palazzo Giustiniani.
L’unificazione comportò l’estensione al Grande Oriente del riconoscimento che aveva già dato alla
Serenissima Gran Loggia di Alliata la Circoscrizione Sud degli USA, nonché numerosi elementi di prestigio
nell’ambiente massonico. Non solo si deve rilevare, secondo quanto emerge da queste vicende, che il
progetto di unificazione della massoneria italiana sembra corrispondere ad interessi non esclusivamente
autoctoni, ma risalta altresì alla nostra attenzione la comparsa di Gelli sulla scena quando Gigliotti
scompare, secondo una successione di tempi ed una identità di funzioni che non può non colpire
significativamente. Si deve infine sottolineare come la denegata giustizia – nella quale sostanzialmente si
concretò la mancata restituzione del palazzo confiscato dal fascismo – ebbe l’effetto di rendere la
massoneria italiana indebitamente debitrice di quella nord americana.
Nell’ambito del quadro sinora sinteticamente tracciato va vista e studiata l’attività di Licio Gelli e della Loggia
Propaganda Due, mirando ad accertare quanto di tale fenomeno sia addebitabile all’impulso organizzativo
ed alla intraprendenza personale del Gelli, ed in tal caso con la protezione e l’appoggio di quali organi e di
quali personaggi nell’ambito dell’ambiente massonico o eventualmente estranei ad esso. Quanto qui preme
riassuntivamente segnalare è che l’organizzazione e l’attività massonica sembrano contrassegnate, ai fini
che al nostro studio interessano, dall’adozione di forme di riservatezza, interne come esterne, sia della vita
associativa, che dell’appartenenza individuale. Tale riservatezza si appalesa poi come posta a tutela, oltre
che dell’attività di indagine esoterica propria dell’istituzione, di attività volte eminentemente ad intervenire in
vario modo nella vita extra-associativa degli iscritti, in applicazione della pratica della solidarietà tra fratelli.
La prima fase della Loggia P2: dal 1965 al 1974
Quando si passi ad esaminare il ruolo ricoperto da Gelli nella massoneria e la portata dell’influenza da lui
esercitata nell’ambito dell’istituzione, e fuori di essa valendosi della sua posizione massonica, il dato al quale
occorre in primo luogo dare adeguato rilievo è quello relativo alla data relativamente recente della sua
militanza massonica. Il Gelli infatti, personaggio che domina la scena massonica dalla fine degli anni
sessanta sino all’inizio degli anni ottanta, entra in massoneria solo nel 1965 e apparentemente non senza
contrasti, poiché la sua domanda di ammissione viene fermata per un anno prima di essere messa in
votazione. Ma già l’anno successivo il Gran Maestro aggiunto, Roberto Ascarelli, segnala Licio Gelli al Gran
Maestro, Giordano Gamberini, raccomandandolo come elemento in grado di portare un contributo notevole
all’istituzione, in termini di proselitismo di persone qualificate. E’ così che il Gelli, ancora fermo al primo
grado della gerarchia (apprendista), viene prima cooptato dalla originaria Loggia Romagnosi alla Loggia
riservata Hod che fa capo allo stesso Ascarelli – con un provvedimento di avocazione del fascicolo personale
preso direttamente dal Gran Maestro Gamberini – per essere quindi nominato nel 1971 segretario
organizzativo della Loggia Propaganda che diventa “Raggruppamento Gelli-P2”.
Se il procedimento di cooptazione è, come prima rilevato, tipico della organizzazione massonica, bisogna
pertanto constatare che esso funziona, nel caso di Gelli, in modo particolarmente accelerato, poiché
successivamente al primo trasferimento ricordato, già di per sé anomalo, il Gelli appare già nel 1969
investito di delicate mansioni che concernono questioni di massimo rilievo per l’intera comunità massonica
nazionale. Pur senza infatti rivestire alcuna carica ufficiale nel vertice di Palazzo Giustiniani, il Gelli nel 1969
ha l’incarico, secondo un documento in possesso della Commissione, di operare per la unificazione delle
varie comunità massoniche, secondo l’indirizzo ecumenico proprio della gran maestranza di Gamberini, che
operava sia per la riunificazione con la comunione di Piazza del Gesù, sia per far cadere le preclusioni
esistenti con il mondo cattolico.
Licio Gelli quindi, a pochi anni dal suo ingresso in massoneria, appare ricoprire un ruolo di rilievo, d’intesa
con il vertice dell’Istituzione ed in modo del tutto personale, sia per la portata delle questioni affidate alla sua
gestione, sia per la posizione affatto speciale che gli viene attribuita.
La posizione di preminenza assunta con rapida ascesa da Licio Gelli nella comunione di Palazzo Giustiniani
non è in realtà spiegabile se non attraverso l’analisi dei rapporti che questi riuscì ad intrattenere con i
dirigenti dell’organizzazione ed in particolare con i Gran Maestri, a cominciare dal Gamberini, che patrocinò
l’ascesa iniziale di Gelli, in sintonia con il Gran Maestro aggiunto Roberto Ascarelli. Terminata la Gran
Maestranza del Gamberini nel 1970, a questi succedeva, all’insegna della continuità, il medico fiorentino
Lino Salvini, il quale provvedeva a ritagliare al predecessore un proprio spazio di influenza, affidandogli
l’incarico retribuito di sovrintendere alle pubblicazioni della comunione, nonché quello di tenere i rapporti con
le massonerie estere e, secondo vari testimoni, con la CIA. Di fatto quindi il Gamberini veniva ad assumere il
ruolo di plenipotenziario per i contatti internazionali del Grande Oriente conservando nell’istituzione una
posizione di personale prestigio e influenza, che gli avrebbe consentito di traversare indenne, a differenza
del suo successore Salvini, le vicende burrascose e le aspre polemiche, spesso poco “fraterne”, che
contrassegnano la vita della comunità negli anni settanta. Sarà comunque il Gamberini, all’uopo retribuito dal
Gelli, a presenziare, nella sua qualità di Gran Maestro, alle iniziazioni che si tenevano presso l’Hotel
Excelsior ed è ancora il Gamberini che – secondo un
documento in possesso della Commissione (debitamente periziato) – provvede a redigere la minuta della
lettera con la quale il Salvini eleva nel 1975 il Gelli alla dignità di Maestro Venerabile; un documento, questo,
che getta una luce invero rivelatrice sulla natura dei rapporti che correvano tra Gelli e la Gran Maestranza,
quale ne fosse il titolare, palesando una continuità di indirizzo per la quale è legittimo chiedersi quali radicate
motivazioni essa avesse e quali ambienti ne fossero la reale fonte ispiratrice. Non meno stretti sono peraltro i
rapporti di Gelli con il Gran Maestro Salvini che egli dichiarava, agli inizi degli anni settanta, di poter
distruggere in qualsiasi momento. A testimonianza del legame non certo limpido tra i due personaggi vale a
tal fine ricordare l’attacco che il Gelli, manovrando dietro le quinte, fece portare da Martino Giuffrida al Gran
Maestro nel corso della Gran Loggia di Roma (1975). L’operazione sostanziata da una serie di. precise
accuse sul piano della correttezza e moralità personali, venne fatta cadere solo dopo un incontro riservato
tra il Gelli ed il Salvini, intervenuto a seguito della mediazione dell’onnipresente Gamberini. Quanto infine ai
rapporti con il successore del Salvini, generale Battelli, basti qui ricordare i documenti – in possesso della
Commissione – che riportano le dichiarazioni scritte di testimoni, secondo le quali il Battelli ed il suo Gran
Segretario, Spartaco Mennini, erano finanziati dal Gelli per le spese di campagna elettorale, oltre che
regolarmente retribuiti.
In questa cornice di rapporti, che si svolgono sotto il segno della prevaricazione e della compromissione
reciproche, vanno inquadrate la carriera massonica di Licio Gelli e lo sviluppo della Loggia Propaganda Due,
l’una e l’altra strettamente connesse, poiché vedremo che non solo la presenza e l’opera di Licio Gelli nella
massoneria si risolvono sostanzialmente nella sua gestione della Loggia P2, ma altresì che l’organizzazione
e la consistenza di questa seguono di pari passo la storia personale del suo Venerabile Maestro e le vicende
che lo vedono protagonista, al di dentro come al di fuori della istituzione. La costante relazione tra il
personaggio e l’organismo a lui affidato, che viene alla fine a risolversi in una sostanziale identificazione,
costituisce non solo, come vedremo, un valido strumento ìnterpretativo ma si pone altresì come fonte di
preziose considerazioni in sede conclusiva.
Il punto di partenza di questa duplice vicenda, dopo i prodromi descritti, va fissato con l’inizio della Gran
Maestranza di Lino Salvini (1970), il quale, tre mesi dopo la sua elezione, delegava al Gelli “la gestione”
della Loggia P2, conferendogli altresì la facoltà di iniziare nuovi iscritti. Provvedimento questo del tutto
inusitato nell’istituzione massonica, essendo il potere di iniziazione, a norma degli statuti, esclusivamente
riservato al Gran Maestro e ai Maestri Venerabili, o in caso di loro impedimento, a chi già aveva ricoperto tali
cariche.
Nel settembre dell’anno successivo il Salvini provvedeva quindi a nominare Licio Gelli “segretario
organizzativo della Loggia P2”, incaricandolo di “voler predisporre uno studio per la ristrutturazione della
stessa”; ed a tal proposito è interessante rilevare che, pochi mesi dopo (19 novembre 1971), Salvini si
esprime, in una lettera a Gelli, nei termini seguenti: “prima che le cose entrino in funzione, avremo un
faticoso lavoro di assestamento per i residui della passata gestione”.
I dati esposti si prestano ad alcune osservazioni di rilievo non secondario. E’ d’uopo innanzi tutto osservare
che la carica di segretario organizzativo non è compresa in alcun modo tra quelle componenti il “Consiglio
delle luci” (dirigenti della loggia) ed è appositamente escogitata da Salvini per attribuire un incarico fiduciario
e personale a Licio Gelli nell’ambito dell’organismo che, da quel momento, assume connotati di spiccata
personalizzazione anche nella denominazione, che diviene quella di “Raggruppamento Gelli – P2”.
Assistiamo, in buona sostanza, con le iniziative esposte al concreto inserimento di Gelli nella Loggia P2; ed
è interessante notare come esso si accompagni ad una prima ristrutturazione dell’organizzazione, realizzata
al di fuori dell’ortodossia statutaria. E’ questo il primo esempio concreto, secondo il rilievo esposto in
premessa, del peculiare incardinamento di Licio Gelli nella Loggia Propaganda e della circostanza che esso
si accompagna immediatamente ad un intervento che incide non marginalmente nelle strutture e nella natura
stessa della Loggia.
Va in proposito sottolineato come questa operazione contrassegni la Gran Maestranza del Salvini sin dal suo
primo esordio; ed appare significativo come lo spiccato interesse del nuovo Gran Maestro verso i “fratelli
coperti” non si esaurisca con l’adozione dei provvedimenti studiati, poiché, nel 1971, il Gran Maestro firma la
bolla di fondazione di un’altra organizzazione coperta, la Loggia P1, che nelle intenzioni del Salvini doveva
essere ancor più segreta ed elitaria: di essa infatti avrebbero potuto far parte solo coloro che
nell’amministrazione dello Stato avessero raggiunto il grado quinto. Criterio, questo, di proselitismo
sufficientemente rivelatore della reale natura di questi organismi. Non è dato allo stato attuale della
documentazione esprimere un avviso definitivo sull’esistenza di questa organizzazione, ma quello che più
conta è rilevare che nel mentre Salvini dava avvio ad un processo di sostanziale spossessamento da parte
del Grande Oriente della Loggia Propaganda, tentava di costituire o meglio ricostituire nell’ambito della
comunione una struttura analoga a quella che aveva ceduto in delega a Licio Gelli.
Il senso dell’operazione appare ancor più chiaro quando si pensi che pochi mesi dopo il provvedimento
concernente la Loggia Propaganda Uno il Salvini aveva, durante una seduta della Giunta esecutiva del
Grande Oriente, esternato le sue crescenti preoccupazioni per quanto stava accadendo nella Loggia P2, per
il gran numero di generali e colonnelli affidati ad un uomo come Licio Gelli, che, a detta del Gran Maestro,
stava preparando un colpo di Stato.
A completare il quadro descritto va ricordato che sempre nel luglio del 1971 Gelli aveva affermato, di fronte a
Benedetti e Gamberini, di avere “la possibilità di girare l’interruttore e di rovinarlo” (Salvini) – vedremo in
seguito la conseguenza di questo episodio – e va infine rilevato che Gelli pervenne ad entrare nel progetto
salviniano della Loggia P1, facendosi in essa riconoscere l’incarico di Primo Sorvegliante.
Il complesso dei dati offerti all’attenzione e le vicende che attraverso essi si dipanano consentono al relatore
di fornire un quadro abbastanza preciso dei rapporti che sin dall’inizio si instaurano tra Licio Gelli e Lino
Salvini e, tramite questi, tra Licio Gelli e il Grande Oriente. Grazie al successore di Giordano Gamberini, Gelli
compie infatti un sostanziale secondo passo in avanti nella comunione giustinianca, che gli consente questa
volta, dopo i primi progressi iniziali dianzi esaminati, di entrare direttamente in armi nel cuore più riposto
dell’istituzione, la Loggia Propaganda, dando avvio ad un processo di appropriazione personale della sua più
tutelata ed efficiente struttura di intervento nel “mondo profano”. In realtà il carteggio Ascarelli-Gamberini ci
mostra che Gelli non solo aveva avallato il proprio ingresso in massoneria ed il suo successivo passaggio
alla Loggia P2 dimostrandosi in grado di
avvicinare e reclutare “gente qualificata” (1), ma altresì di avere sin dall’inizio piani precisi di ampia portata in
materia di organizzazione delle strutture massoniche. La rapida ascesa, agevolata dal Gamberini, porta
Gelli, nel giro di pochi anni e attraverso posizioni di rilievo strategico, a pervenire al centro della comunione
di Palazzo Giustiniani e vede come esito conclusivo di questa prima fase il provvedimento ricordato con il
quale il Salvini delega al Gelli la funzione di “rappresentarmi presso i Fratelli che ti ho affidato, prendere
contatto con essi, esigere le quote di capitazione, coordinare i lavori, iniziare i profani ai quali è stato
rilasciato regolare brevetto”.
Una delega di poteri di così vasta portata illumina meglio di ogni altra considerazione la posizione affatto
speciale che Licio Gelli viene ad occupare nella massoneria, per consapevole volontà dei massimi
responsabili della comunione, i quali, attraverso successivi provvedimenti, consegnano la Loggia
Propaganda ad un elemento che dimostra sin dagli esordi di avere idee ben precise sull’impiego al quale si
può pervenire di uno strumento di tal fatta.
La Loggia Propaganda è in questa prima fase un organismo contrassegnato da una connotazione di
accentuata riservatezza che confina (se non probabilmente rientra) con una situazione di vera e propria
segretezza. Licio Gelli non solo procede ad accentuare tali caratteristiche – come si evince dalla circolare 20
settembre 1972 nella quale viene data notizia che “con l’elaborazione degli schedari in codice, è stata
ultimata l’organizzazione della nuova impostazione, adeguandola alle più recenti esigenze” – ma soprattutto
dà all’organizzazione un nuovo impulso di attività. Così nel medesimo testo è dato leggere: “Nonostante il
nostro Statuto non preveda riunioni, a seguito di sollecitazioni pervenute è stato disposto un calendario di
incontri fra elementi appartenenti allo stesso settore di attività”.
Un’azione questa di vasto respiro che il Gelli porta avanti in piena intesa con la Gran Maestranza del Grande
Oriente, come ci dimostra a sua volta la circolare (2) con la quale Lino Salvini comunica agli iscritti: “Sono
lieto di informarti che la P2 è stata adeguatamente ristrutturata in base alle esigenze del momento oltre che
per renderla più funzionale, anche, e soprattutto, per rafforzare ancor più il segreto di copertura
indispensabile per proteggere tutti coloro che per determinati motivi particolari, inerenti al loro stato, devono
restare occulti. Se fino ad oggi non è stato possibile incontrarci nei luoghi di lavoro, con questa
ristrutturazione avremo la possibilità ed il piacere, nel prossimo futuro, di avere incontri più frequenti, per
discutere non solo dei vari problemi di carattere sociale ed economico che interessano i nostri Fratelli, ma
anche di quelli che riguardano tutta la società”.
La Commissione ha agli atti il verbale di una di queste riunioni. Da essa ci è dato apprendere: vanno
annoverati “la situazione politica ed economica dell’Italia, la minaccia del Partito comunista italiano, in
accordo con il clericalismo, volta alla conquista del potere, la carenza di potere delle forze dell’ordine, il
dilagare del malcostume, della sregolatezza e di tutti i più deteriori aspetti della moralità e del civismo, la
nostra posizione in caso di ascesa al potere dei clerico-comunisti, i rapporti con lo Stato italiano”. Inviando il
verbale della riunione agli iscritti che ad essa non avevano potuto prendere parte, Licio Gelli così si esprime:
“Come potrai osservare, la filosofia è stata messa al bando, ma abbiamo ritenuto, come riteniamo, di dover
affrontare solo argomenti solidi e concreti che interessano la vita nazionale”; ed aggiungeva: “Molti hanno
chiesto – e non ci è stato possibile dar loro nessuna risposta perché non ne avevamo – come dovremmo
comportarci se un mattino, al risveglio, trovassimo i clerico-comunisti che si fossero impadroniti del potere:
se chiuderci dentro una passiva acquiescenza, oppure assumere determinate posizioni ed in base a quali
piani di emergenza”.
Un’altra circostanza di estremo interesse al fine di valutare il clima politico della Loggia P2 in questa sua
prima fase organizzativa – e la natura dell’attività attraverso essa condotta da Licio Gelli – è la testimonianza
di una riunione tenuta presso il domicilio aretino del Gelli (villa Wanda) nel 1973. Partecipano a tale riunione
il generale Palumbo, comandante la divisione carabinieri Pastrengo di Milano, il suo aiutante colonnello
Calabrese, il generale Picchiotti, comandante la divisione carabinieri di Roma, il generale Bittoni,
comandante la brigata carabinieri di Firenze, l’allora colonnello Musumeci, il dottor Carmelo Spagnuolo,
procuratore generale presso la corte d’Appello di Roma. Licio Gelli si rivolse agli astanti, affermando che la
situazione politica era molto incerta; esortandoli a tenere presente che la massoneria, anche di altri Stati, è
contro qualsiasi dittatura di destra e di sinistra e che la Loggia P2 doveva appoggiare in qualsiasi circostanza
un governo di centro, il Venerabile invitava infine i presenti ad operare a tal fine con i mezzi a loro
disposizione e pertanto a ripetere il discorso ai comandanti di brigata e di legione alle loro dipendenze. In
questo contesto di discorsi fu altresì ventilata l’ipotesi di un governo presieduto da Carmelo Spagnuolo, sulla
quale, come sull’intero episodio, ci si soffermerà più diffusamente in seguito. Altra riunione della quale è di
un certo interesse, ai nostri fini, fare menzione è quella tenuta il 29 dicembre 1972, presso l’Hotel Baglioni di
Firenze, dallo stato maggiore della Loggia P2. Dal verbale agli atti della Commissione, si evidenzia
un’intensa attività organizzativa e di solidarietà, la previsione di una articolazione in “gruppi di lavoro atti a
seguire situazioni e problemi attinenti alle varie discipline di interessi”, la proposta dell’invio “ad alcuni Fratelli
di una lettera in cui si chiede di voler fornire quelle notizie di cui possano venire a conoscenza e la cui
diffusione ritengano possa tornare utile… le notizie raccolte, previo esame di un non precisato “comitato di
esperti” dovrebbero essere poi passate all’Agenzia di Stampa O.P “.
Tale ultima proposta non venne accettata per la decisa opposizione del generale Rosseti, uscito poi dalla
Loggia P2 in aperta polemica con Licio Gelli.
I dati proposti all’attenzione ed i documenti relativi consentono alla Commissione di delineare in termini
sufficientemente definiti il quadro di intenti e di attività entro il quale si muove la Loggia P2 durante questa
prima fase di espansone. Ci ritroviamo di fronte ad un’organizzazione caratterizzata da una forma di
riservatezza – innestata con connotati accentuativi nell’ambito della riservatezza rivendicata come propria
dalla comunione di Palazzo Giustiniani – che evolve verso forme di indubbia segretezza quale certamente
denotano l’adozione di appositi codici per gli iscritti nonché di un nome di copertura, “Centro studi di storia
contemporanea”, per indicare l’organismo La loggia si muove comunque ancora nell’ambito della tradizione
massonica e conserva sostanziali legami strutturali ed operativi con l’istituzione che ad essa ha dato origine.
Ne sono testimonianza la presenza di un forte numero di militari – a due di essi, De Santis e Rosseti, sono
tra l’altro assegnate le funzioni di segretario amministrativo e di tesoriere – che s’inquadra nella tradizionale
propensione della massoneria verso tali ambienti, nonché il ruolo ancora centrale del Gran Maestro nella
gestione della loggia, pur se esercitato in condominio con il personaggio emergente che all’organismo ha
dato nuovo impulso: il segretario organizzativo Licio Gelli.
Quello che appare invece affatto nuova è l’accentuata connotazione politica dell’organizzazione, che, sotto il
profilo operativo, si rivela come in tutto dedita alla gestione e all’intervento nelle attività “profane” inquadrate
nell’ambito di una ben definita connotazione politica e gestite ad un livello di impegnativo rilievo. A tal
proposito è di primario interesse rilevare che la Loggia P2, formalmente e sostanzialmente strutturata come
loggia massonica, non conduce peraltro nessuna attività di tipo rituale, quale correntemente esplicata dalle
logge massoniche; la vita della loggia infatti, “messa al bando la filosofia”, si palesa del tutto incentrata nella
gestione della solidarietà tra affiliati e, in un più ampio contesto, nell’attenzione rivolta alle vicende politiche
del Paese. Il progetto politico sottostante a tale contesto organizzativo potrebbe apparire informato ad una
generica visione di stampo conservatore, di per sé non particolarmente allarmante e perfettamente lecita, se
non fosse accompagnata da due elementi meritevoli di particolare attenzione. Il primo è rilevabile nella
posizione di rilievo assunta nella vita della loggia da elementi di spicco della gerarchia militare, che
divengono così destinatari dei discorsi politicamente contraddistinti in modo univoco tenuti nelle riunioni di
loggia, secondo quanto ci documenta la riunione tenuta ad Arezzo nel 1973: un dato questo che impone di
prestare la dovuta attenzione a quelle che altrimenti potrebbero essere considerate banalità prive di concreto
valore politico.
La seconda osservazione è relativa alla connotazione marcatamente antisistematica della loggia, i cui affiliati
svolgono un discorso che denuncia una posizione di critica generalizzata nei confronti di tutto il sistema
politico, sbrigativamente identificato nella formula clerico-comunista, e delle soluzioni legislative che da esso
promanano nei più vari campi: dalla magistratura alla politica sindacale, dalla riforma dei codici alla riforma
scolastica, che, si legge sempre nel documento citato, avrebbe dovuto essere preceduta da un piano di
riforme elaborato “non da politici, ma da tecnici”.
Lo sviluppo della Loggia Propaganda nell’ambito della comunione di Palazzo Giustiniani, secondo le linee
tracciate, non mancò peraltro di provocare ripercussioni all’interno della famiglia, poiché le iniziative di
Salvini determinarono, sin dal primo momento, la reazione di un gruppo di dissidenti interni che sotto le
insegne della denominazione: “massoni democratici”, raccolse la parte politicamente meno retriva della
comunione giustinianea, conducendo una serrata battaglia contro la coppia Gelli-Salvini. Questo gruppo
esercitò una notevole influenza nel portare a conoscenza dell’opinione pubblica fatti e trame destinati
altrimenti a restare ignoti, grazie alla copertura fornita dai vertici di Palazzo Giustiniani, anche se non è del
tutto chiaro il senso dell’operazione, poiché alcuni almeno degli oppositori di Gelli ne conoscevano i trascorsi
fascisti sin dal momento del suo ingresso in massoneria, che peraltro non vollero o non poterono contrastare
in modo risolutivo. I cosiddetti “massoni democratici” si fecero promotori di due iniziative di portata ufficiale
nell’ambito massonico, decisamente avverse alla gestione Gelli: la prima era incentrata in una tavola di
accusa firmata da Ferdinando Accomero, membro della Giunta esecutiva del Grande Oriente. Il documento
era relativo alle affermazioni del Gelli sul suo potere di ricatto nei confronti del Gran Maestro Salvini, nonché
alle attività di Gelli a danno dei partigiani, durante la guerra di liberazione. Il Salvini decise per un sostanziale
non luogo a procedere, non ritenendo colpa massonica i fatti addebitati e disponendo che gli atti del
procedimento restassero nell’archivio personale del Gran Maestro. La seconda iniziativa si sostanziò nella
denuncia del “caso Gelli”, effettuata dal Grande Oratore, Ermenegildo Benedetti, nel corso di uno dei
momenti più significativi della vita dell’istituzione: la Gran Loggia Ordinaria (1973).
Anche questa seconda operazione non condusse peraltro a nessuna conseguenza immediata, rimanendo
priva di eco nella comunione la denuncia effettuata in una occasione particolarmente solenne da colui che
ne era pur sempre uno dei massimi dignitari.
Il punto che a tale proposito è da valorizzare è che mentre la requisitoria di Benedetti non sortì effetto
alcuno, ci è dato constatare che, nell’anno seguente (1974), il Grande Oriente delibera di prendere le
distanze dalla Loggia P2 e dal suo capo, Licio Gelli. Sul rilievo politico che quell’anno assume nella nostra
storia ci si soffermerà più diffusamente in seguito, ma rileviamo per il momento che in un anno che vede
giungere al suo apice quella che fu definita la strategia della tensione, con gli episodi dell’Italicus e di Piazza
della Loggia, Lino Salvini confida al confratello Sambuco di ritenere opportuno non allontanarsi per l’estate
da Firenze perché è stato informato da Gelli sull’eventualità di possibili soluzioni politiche di tipo autoritario.
Non si può per il momento non sottolineare, salvo l’approfondimento successivo, che è proprio a chiusura di
una fase politica così travagliata e di un anno così denso di eventi eccezionali che i Maestri Venerabili riuniti
nella Gran Loggia di Napoli decretano la “demolizione” della Loggia P2. Come questo voto rimarrà disatteso
nella sostanza, è materia che verrà studiata nella sezione
successiva; l’elemento di grande interesse è la coincidenza riscontrabile tra eventi di così grave rilievo
politico ed il manifestarsi di una precisa volontà da parte dei rappresentanti più qualificati del “popolo
massonico” di sbarazzarsi di Licio Gelli, la cui presenza era ormai avvertita, anche all’interno di Palazzo
Giustiniani, come un peso ingombrante, per le sue collusioni con eventi politici di segno inquietante.
Il voto della Gran Loggia di Napoli denuncia, al di là di ogni dubbio, da un lato la effettiva consistenza dei
rapporti equivoci di Gelli e della sua loggia con ambienti e situazioni fuori della legalità politica, che verranno
in seguito analizzati diffusamente, dall’altro che tale realtà non era ignota all’interno della famiglia
giustinianea, secondo una conoscenza che certamente coinvolgeva in maggiore misura i vertici della
comunità, ma che era comunque sufficiente a rendere avvertito il “popolo massonico” dei pericoli cui la
“famiglia” poteva andare incontro per il peso che in essa aveva acquistato il Venerabile Maestro della Loggia
P2.
NOTE:
1. Lettera dell’11 agosto 1966.
2. Circolare in data 11 dicembre 1972.
La seconda fase della Loggia P2: dal 1974 al 1981
Gli anni che corrono dal 1975 al 1981 segnano il periodo cruciale nella storia della Loggia P2 per le vicende
che essa attraversa sia all’interno della massoneria che al di fuori di essa. Per la comprensione di tali
avvenimenti vanno premesse alcune considerazioni di ordine generale senza le quali risulta difficile la lettura
dell’ampia documentazione in possesso della Commissione.
Si deve in primo luogo ricordare che è proprio in questi anni che va posto il culmine di espansione della
loggia; sono questi anni nei quali, sia in termini quantitativi che in termini qualitativi, l’attività di proselitismo
del Gelli perviene a dimensioni che trascendono di gran lunga la portata ridotta della antica Loggia
Propaganda, tradizionalmente conosciuta dal Grande Oriente. Salvo quanto in seguito si dirà sulla reale
consistenza della associazione, il numero degli affiliati arriva a rappresentare comunque una quota oscillante
tra il 10 e il 20 per cento dell’intero organico degli iscritti attivi al Grande Oriente. Ben si intende quindi come
questo fenomeno trascenda ampiamente la ristretta cerchia di “casi di coscienza” che, secondo
l’espressione del Gamberini, giustificava la creazione di una loggia riservata. Ancor più rilevanti sono i
risultati ai quali si perviene sotto il profilo qualitativo delle adesioni, tra le quali si annoverano figure eminenti
in campo nazionale nei settori della pubblica amministrazione, sia civile che militare, dell’economia,
dell’editoria ed infine del mondo politico.
Altra considerazione, dalla quale non si può prescindere, è quella relativa al graduale venire a conoscenza
presso l’opinione pubblica dell’esistenza del personaggio Gelli e della sua organizzazione, che vengono posti
all’attenzione, con connotati non rassicuranti, da parte di organi di stampa qualificati, i quali, pur nella
approssimatività delle informazioni, sottolineano la pericolosità del fenomeno ed il suo collegamento con
attività illecite, di criminalità sia comune che politica.
Non va infine scordato che sono questi gli anni contrassegnati da una fase politica di estremo interesse che
segue ai risultati elettorali del 1976 e dal nuovo ruolo che, in conseguenza di essi, assume il partito
comunista nel quadro politico nazionale: è quindi entro queste coordinate di riferimento, sia interne che
esterne alla massoneria, che vanno studiati lo sviluppo e l’assetto della Loggia P2 e le vicende di Licio Gelli.
Il punto di partenza è costituito dalla Gran Loggia di Napoli del dicembre 1974 quando i Maestri Venerabili
del Grande Oriente votano quasi all’unanimità la “demolizione” della Loggia Propaganda. In esecuzione di
tale deliberato il Gran Maestro Salvini decreta (30 dicembre 1974) la abrogazione dei “regolamenti particolari
governanti attualmente la Risp. Loggia P2 e le deleghe e norme organizzative ed amministrative da essi
derivanti”. Il Salvini chiedeva altresì ai fratelli coperti se intendessero mantenere tale posizione, rivelando in
tal modo che la vera finalità dell’operazione era quella di mantenere in vita la Loggia P2, espellendone
peraltro Licio Gelli.
Interviene in tale momento la vicenda della Gran Loggia all’Hotel Hilton, sopra ricordata, con gli attacchi
portati al Salvini e poi ritirati e il nuovo accordo Gelli-Salvini, garantito dal Gamberini; sta di fatto che subito
dopo tali eventi, in data 12 maggio 1975, il Salvini decreta la ricostituzione della Loggia P2, stabilendo, tra
l’altro, che essa “non apparterrà per il momento, a nessun Collegio Circoscrizionale dei Maestri Venerabili e
sarà ispezionata dal Gran Maestro o da un suo Delegato”. La nuova Loggia P2 ha un piè di lista ufficiale dal
quale si rileva che di esso fanno parte sette fratelli: pochi giorni dopo il Salvini, con procedura del tutto
anomala, eleva il Gelli alla carica di Maestro Venerabile della ricostituita loggia. Le minute, sia del decreto di
ricostituzione, sia della lettera di nomina, come già accennato, firmati dal Salvini, sono di pugno del sempre
presente Gamberini, nume tutelare della vita massonica di Licio Gelli.
Al tirar delle somme si constata quindi che questa prima fase si apre con la presa di posizione di Maestri
Venerabili che votano la eliminazione dal corpo massonico della Loggia Propaganda per chiudersi con una
sua ristrutturazione il cui effetto sostanziale è quello di rendere ancora più riservata l’organizzazione che ha
adesso un pièdi lista ufficiale, mentre come precisa il Gelli scrivendo al Gran Maestro “rimane inteso che
detta loggia avrà giurisdizione nazionale ed i fratelli, per la loro personale situazione, non dovranno essere
immessi nella anagrafe del Grande Oriente”.
A questa prima ristrutturazione doveva seguirne nel giro di un anno una ancor più radicale.
Accadeva infatti nel frattempo che il Gelli e la Loggia Propaganda venivano a trovarsi al centro di campagne
di stampa di ampia risonanza che mettevano gli ambienti della loggia in contatto con eventi di malavita, quali
i sequestri di persona, e con ambienti dichiaratamente di destra. Si vedano al proposito sia le disavventure
giudiziarie dell’avvocato Minghelli, compreso nel citato piè di lista ufficiale, arrestato per riciclaggio di denaro
proveniente dai sequestri, sia gli articoli apparsi su l’Unità e su altri quotidiani che ponevano in relazione
Gelli e Saccucci e la lettera di smentita che Gelli invia al quotidiano nel maggio del 1976, dopo essersi fatto
rilasciare da Italo Carobbi un terzo certificato di benemerenza partigiana. Gelli e la sua loggia costituiscono
sempre più un peso non facilmente tollerabile per una organizzazione come il Grande Oriente, mentre nel
contempo possono ormai dirsi ben lontani i tempi dell’assoluta ignoranza e disattenzione presso l’opinione
pubblica nei confronti della massoneria e nelle sue vicende organizzative interne. E’ lo stesso Gelli a
chiedere allora l’inusitato provvedimento, non contemplato dagli statuti e dalla pratica massonica, della
sospensione dei lavori della Loggia P2: la domanda viene accolta (26 luglio 1976) con la concessione della
“sospensione dei lavori a tempo indeterminato”. Ma la cautela della Gran Maestranza del Grande Oriente va
oltre provvedendo ad una più radicale, sterilizzazione amministrativa della ingombrante figura del Gelli al
quale viene comminata la sospensione dall’attività massonica per tre anni.
Nell’autunno del 1976 viene infatti incardinato un procedimento massonico a carico di Gelli e di vari altri
personaggi per i fatti relativi alla Gran Loggia di Roma tenuta un anno e mezzo prima.
Questa vicenda giudiziaria massonica merita una attenzione particolare, infatti è doveroso ricordare che i
processi massonici a carico di Gelli erano due: oltre a quello già citato, era stato instaurato presso il
Tribunale del Collegio Circoscrizionale Lazio-Abruzzo un processo massonico per le ormai pubblicamente
note e sospettate collusioni tra Loggia P2, eversione nera e anonima sequestri. L’azione del Grande Oriente
in tale congiuntura fu quella di avocare presso la Corte centrale – superando le vive resistenze dell’organo
periferico che gli atti ampiamente documentano – questo processo di ben più grave contenuto e di unificarlo
a quello relativo alle offese al Gran Maestro; a questo contesto procedimentale vennero altresì annessi i
processi relativi ai cosiddetti “massoni democratici”, anche in questo caso espropriandone il Collegio
Circoscrizionale, dopo una contrastata ulteriore procedura di avocazione.
Il risultato finale di questa complessa operazione fu il seguente:
a. il primo processo a carico di Gelli, relativo a sole vicende massoniche, si concluse con la censura
solenne per le offese al Gran Maestro;
b. l’altro processo, relativo a situazioni di grave rilievo esterno, scomparve, perché di esso non vi è
traccia nella sentenza;
c. il processo a carico del gruppo dei “massoni democratici”, anch’esso avocato, si concluse con
l’espulsione dall’Ordine di Siniscalchi, Bricchi, eccetera
Il senso dell’operazione appare chiaro quando si consideri che il processo che portò alla censura di Gelli fu
incardinato dopo più di un anno dall’episodio che ne costituiva il presupposto – concludendosi poi nel giro di
due soli mesi – evidentemente all’esclusivo scopo di creare in sede centrale il presupposto processuale per
le avocazioni del grave e più compromettente processo a carico di Gelli, instaurato in sede circoscrizionale,
e del processo, sempre in tale sede avviato, a carico dei cosiddetti “massoni democratici”.
L’esito della sentenza conferma l’interpretazione proposta, quando si consideri che Gelli venne subito dopo
graziato dal Salvini, con un provvedimento interno al quale non venne peraltro data pubblicità alcuna.
Non si può non sottolineare a tale proposito che questa sottile strategia giudiziaria è imputabile in modo
esclusivo alla sede centrale del Grande Oriente e che fu attuata solo superando le vivaci resistenze della
sede circoscrizionale, con palesi violazioni degli statuti massonici. Ma il risultato ancor più rilevante è che la
sospensione del Gelli comportava, come abbiamo detto, la sospensione per tre anni, poneva cioè una certa
distanza di sicurezza tra il Venerabile ed il Grande Oriente, ma solo nell’apparenza delle cose perché noi
sappiamo che nella sostanza l’intreccio Salvini-Gelli-Gamberini continuava come sempre ad operare, pur tra
i noti contrasti, nella stessa immutata direzione di sostegno e di incentivazione dell’operazione piduista. A
stretto rigore di ortodossia statutaria si dovrebbe comunque fermare la storia massonica della Loggia P2 al
termine del 1976.
E’ a tale artificiosa situazione procedurale che evidentemente si fa riferimento quando si afferma che la
Loggia Propaganda 2 altro non è che un gruppo privato del Gelli da questi organizzato all’insaputa del
Grande Oriente, attivata valendosi abusivamente delle insegne di questo: tale assunto sarebbe comunque
valido limitatamente al periodo di sospensione citato, che decorre dal luglio 1976, ma in realtà anche in tale
più circoscritta accezione questa tesi non può essere accettata.
Ostano infatti a tale interpretazione alcune circostanze che risultano provate da atti in possesso della
Commissione.
1. In primo luogo il 20 marzo 1979 il Gelli scrive al nuovo Gran Maestro, Ennio Battelli, quanto segue:
“In relazione a quanto concordato in data 14 febbraio 1975 con il Tuo illustre predecessore, mi
pregio confermare che i nominativi al VERTICE del R.S.A.A.(1) non appariranno “nel piè di lista” del
R.L. Propaganda 2 (P2) all’ORIENTE di ROMA.
Resta ben inteso che della R.L. continuerà ad avere giurisdizione nazionale ed i Fratelli non
potranno essere immessi nell’anagrafe del G.O., mentre le capitazioni saranno da me pagate”.
Si noti in tale documento il richiamo alla lettera del 14 febbraio 1975 sopra citata, che denota una
continuità mai interrotta di rapporti tra il Grande Oriente e la Loggia P2 e denuncia in maniera
inequivocabile la natura fittizia e strumentale del piè di lista ufficiale.
2. Altrettanto esplicito è il significato della seguente lettera inviata da Lino Salvini a Licio Gelli in data 15
aprile 1977: “Ti delego ai rapporti con i FFr. inaffiliati, ossia a quei FFr. che non risultano iscritti ai
ruoli, né delle Logge come membri attivi né del Grande Oriente come membri non affiliati.
Sono dunque i FFr., nella tradizione massonica italiana chiamati Massoni a memoria, quelli di cui
dovrai curare i contatti, ai fini di perfezionarne la vocazione e la preparazione massonica.
Per effetto dì tale delega, risponderai soltanto a me per quanto farai a tale scopo, promuovendo e
sollecitando quelle realtà che Tu stesso reputerai di interesse e di utilità per la Massoneria.
Sono sicuro che Tu svolgerai questo importante ruolo con l’animo intrepido che hai rivelato di fronte
ai proditori attacchi dei traditori della Istituzione”.
3. In terzo luogo è provato che sia il Salvini che il Battelli non cessarono di consegnare al Gelli tessere
in bianco per procedere ad iniziazioni in assoluta autonomia.
4. Queste iniziazioni erano per lo più celebrate dal Gamberini nella sua qualità di passato Gran
Maestro, la quale, d’altronde, lo abilitava a partecipare ai lavori della giunta direttiva del Grande
Oriente.
5. Nel 1980 il Gelli invia al Grande Oriente la somma di lire 4 milioni quale versamento delle quote degli
iscritti per il triennio precedente.
6. Si aggiunga infine a tali elementi, la normativa predisposta nell’autunno del 1981, con la quale si
fissavano da parte del Grande Oriente le modalità per il reinserimento degli iscritti alla Loggia P2 nel
circuito ordinario della vita massonica.
Ma al di là dei riferimenti testuali e documentali, pur inequivocabili, da inquadrare peraltro nella assoluta
disinvoltura con la quale il Grande Oriente gestiva le procedure, quello che va realisticamente considerato è
che non appare assolutamente credibile sostenere che l’attività massiccia di proselitismo portata avanti in
questi anni dal Gelli – che coinvolgeva alcune centinaia di persone, per lo più di rango e cultura di livello
superiore – sia potuta avvenire frodando allo stesso tempo ed in pari misura il Grande Oriente e gli iniziandi.
Né appare dignitosamente sostenibile che tutto ciò si sia verificato senza che il primo venisse mai a
conoscenza del fenomeno ed i secondi non venissero mai a sospettare della supposta frode perpetrata a
loro danno, consistente nell’affiliazione abusiva ad un ente totalmente all’oscuro di tale procedura.
Sembra invece più ragionevole ritenere che la sospensione decretata nel 1976 rappresentò una più
sofisticata forma di copertura, alla quale fu giocoforza ricorrere perché Gelli e la sua loggia costituivano un
ingombro non più tollerabile per l’istituzione. Si pervenne così al duplice risultato di salvaguardare nella
forma la posizione del Grande Oriente, consentendo nel contempo al Gelli di continuare ad operare in una
posizione di segretezza che lo poneva al di fuori di ogni controllo proveniente non solo dall’esterno
dell’organizzazione ma altresì da elementi interni. A tal proposito si ricordi che non ultimo vantaggio acquisito
era quello di avere eliminato dall’organizzazione il gruppo dei cosiddetti “massoni democratici”, avversari di
lunga data del Gelli e dei suoi protettori.
La situazione che si delinea al termine del lungo processo sin qui ricostruito è pertanto contrassegnata da
due connotati fondamentali:
1. Gelli ha acquisito nella seconda metà degli anni settanta il controllo completo ed incontrastato della
Loggia Propaganda Due, espropriandone il naturale titolare e cioè il Gran Maestro;
2. la Loggia Propaganda Due non può nemmeno eufemisticamente definirsi riservata e coperta: si
tratta ormai di una associazione segreta, tale segretezza sussistendo non solo nei confronti
dell’ordinamento generale e della società civile ma altresì rispetto alla organizzazione che ad essa
aveva dato vita.
Rileviamo inoltre che le due ristrutturazioni seguite alla “demolizione”, votata dalla Gran Loggia nel 1974,
furono strettamente interdipendenti alle vicende personali di Licio Gelli tanto nella loro genesi, quanto nel
loro risultato finale, secondo quella logica di identificazione tra la Loggia Propaganda e Licio Gelli che, sin
dall’ingresso di questi in massoneria, fu dai massimi dirigenti di Giustiniani programmata e perseguita
secondo una non smentita linea di comportamenti. Furono infatti i responsabili della comunione che,
manovrando statuti e procedure interne, crearono una situazione nella quale le insegne della massoneria
venivano a fungere da schermo o, se si preferisce, da pretesto ad un organismo avente natura e finalità
affatto peculiari. Ma sia ben chiaro che tali anomalie altro non furono se non il frutto di processi interni alla
istituzione che a questa organizzazione aveva dato origine, che aveva consentito si evolvesse verso
l’assetto finale, guidandone con accorta regia lo sviluppo, che ne aveva infine tutelata la forma particolare di
organizzazione raggiunta.
Concludendo la ricostruzione di queste vicende la Commissione può pertanto affermare che la Loggia P2
può a buon diritto essere definita una loggia massonica, secondo la terminologia adottata dalla legge di
scioglimento votata dal Parlamento, per la primaria considerazione che la sua forma degenerativa rispetto
alla comunione di appartenenza fu dalla stessa, nella espressione dei suoi vertici elettivi, consapevolmente
voluta e realizzata.
NOTE:
1. Rito Scozzese Antico ed Accettato.
LICIO GELLI, LA LOGGIA PROPAGANDA DUE E LA MASSONERIA.
CONCLUSIONI
Volendo capire le ragioni che sottostanno all’abnorme situazione che abbiamo delineato – anche al fine di
evitare l’espressione di sommari giudizi che finirebbero per coinvolgere, con suo ingiusto danno, chi per tali
vicende non porta responsabilità alcuna o comunque ha una responsabilità estremamente limitata – è
necessario formulare alcune considerazioni finali di ordine generale.
Va in primo luogo dichiarato che il ruolo e le attività di Licio Gelli erano conosciuti, anche se in modo parziale
e frammentario, nell’ambito dell’intera comunità massonica, presso la quale il fenomeno Gelli e le sue
possibili implicazioni erano in qualche modo note e non pacificamente accettate, poiché è certo che esse
costituirono punto di dissenso e di scontro all’interno della famiglia massonica: ne fanno fede la mai sopita
lotta condotta dai cosiddetti “massoni democratici”, nonché il voto dei Maestri Venerabili che decretarono la
demolizione della Loggia P2 nel corso della Gran Loggia di Napoli.
Se dunque si pervenne alla situazione dianzi delineata fu in sostanza soprattutto, come si è dimostrato,
grazie all’influenza che Gelli riuscì ad esercitare sui vertici del Grande Oriente. I rapporti non chiari di
reciproca dipendenza, se non di ricatto, che egli instaurò con i Gran Maestri e con i loro collaboratori diretti,
ampiamente documentati presso la Commissione, offrono un quadro di compromissione degli organi centrali
di governo della famiglia massonica giustinianea che ampiamente giustifica e spiega le tormentate vicende
ripercorse nelle pagine precedenti.
Sono vicende queste che richiedono un approfondito esame del rapporto tra Licio Gelli e la massoneria, per
il quale dobbiamo, come punto di partenza, muovere dalla affermazione, prima ribadita, che la Loggia
Propaganda è una loggia massonica inserita a pieno titolo nella comunione massonica di più antica
tradizione e di più vasta affiliazione di aderenti. La realtà dei fatti è incontestabilmente quella di un organismo
presente nella comunione di appartenenza come entità integrata secondo peculiari prerogative che ad essa
venivano riconosciute dagli statuti e dalla pratica stessa di vita dell’associazione: la connotazione della
Loggia P2, secondo l’ordinamento massonico, era quella di essere una loggia coperta. Come poi questa
copertura sia stata gestita dai dirigenti responsabili, anche in violazione degli statuti dell’associazione,
evolvendo verso forme di vera e propria segretezza, questo è argomento che nulla inferisce nel nostro
discorso, poiché è palese che quanto viene stabilito nello specifico ordinamento massonico e quanto in esso
viene operato, anche in sua violazione, nessuna influenza esplica nell’ambito dell’ordinamento giuridico
generale, alle cui sole previsioni normative ci si deve riportare in sede di analisi giuridica e di valutazione
politica del problema. A tal fine possiamo affermare che l’adozione di forme di copertura dirette verso
l’esterno come verso l’interno della comunione di appartenenza costituisce indubbia connotazione di
segretezza ed è soltanto a fini di mera confusione che si può spostare il tema del discorso sulla presunta
segretezza o meno della massoneria, poiché se è certo, secondo la pregevole notazione di un autore, che la
massoneria non è una associazione segreta, è per altro certo che essa è una associazione con segreti, e
uno di questi era la Loggia Propaganda Due.
Appare alla Commissione incontrovertibile secondo l’analisi sinora condotta, che la Loggia P2 era
a. una loggia massonica,
b. dotata di segretezza,
ma la posizione di queste due affermazioni non esaurisce il problema ed anzi potrebbe, se ci si arrestasse a
questa prima soglia interpretativa, condurre ad una rappresentazione dei fatti monca se non del tutto
inesatta.
Bisogna infatti riconoscere che una spiegazione della Loggia P2, risolta tutta in chiave massonica, non
spiega il fenomeno nella sua genesi più profonda e nel suo sorprendente sviluppo successivo.
Per rendere esplicita questa affermazione non si può non riconoscere come Licio Gelli appaia, sotto ogni
punto di vista, un massone del tutto atipico: egli non si presenta cioè come il naturale ed emblematico
esponente di una organizzazione la cui causa ha sposato con convinta adesione, informando le sue azioni,
sia pur distorte e censurabili, al fine ultimo della maggior gloria della famiglia; Licio Gelli, in altri termini, non
sembra sotto nessun profilo, nella sua contrastata vita massonica, un nuovo Adriano Lemmi, quanto
piuttosto un corpo estraneo alla comunione, come iniettato dall’esterno, che con essa stabilisce un rapporto
di continua, sorvegliata strumentalizzazione.
Ci soccorre a tal fine il rilievo cui dianzi si accennava, quando notavamo come il procedimento di
cooptazione, proprio della massoneria, ebbe a funzionare per Licio Gelli con inaspettata e sorprendente
celerità, secondo quanto ci dimostrano due dati a noi provenienti dalla documentazione in nostro possesso.
Il primo è che Licio Gelli ha dovuto subire un periodo di attesa, al suo ingresso in massoneria avvenuto nel
1965, di oltre un anno; il secondo è che una volta entrato nell’istituzione i tempi per l’apprendista Gelli si
abbreviano singolarmente, poiché nel 1969 egli ci appare nelle vesti, secondo un documento già citato, di
tessitore di una delicata operazione di riunificazione delle varie famiglie massoniche: una operazione di
vertice che coinvolge tutta la massoneria italiana. Tra queste due date, sappiamo, corre l’operazione di
ascesa nella comunione pilotata dall’Ascarelli e dal Gamberini in favore di un personaggio che, come il primo
non manca di sottolineare al secondo in una lettera agli atti, ha a disposizione un folto gruppo di domande di
iniziazione “di gente estremamente qualificata”.
Ponendo questi dati in parallelo – e coordinandoli con le osservazioni svolte in ordine all’inserimento di Licio
Gelli nella Loggia Propaganda, operato subito dopo dal Salvini – non si può non vedere come l’ingresso e
l’ascesa di Licio Gelli, massone di fresca data, si svolgano sotto l’egida di una accorta regia che, dopo aver
superato le resistenze frapposte all’acquisto di questo nuovo fratello, ne pilota la carriera massonica con
tempestivo e felice esito di risultati. E non è chi non veda come il nome che compare come centrale in
questa operazione sia quello del Gran Maestro che sarà il vero nume tutelare della vita massonica di Licio
Gelli, quel Giordano Gamberini che, come abbiamo ampiamente dimostrato, ritroviamo nella veste di accorto
consigliere e di fine stratega in tutte le vicende che vedono il Gelli al centro delle contrastate decisioni della
comunione che lo interessano.
Possiamo quindi affermare che tutti gli elementi a nostra disposizione inducono a ritenere come la presenza
di Gelli nella comunione di Palazzo Giustiniani appaia come quella di elemento in essa inserito secondo una
precisa strategia di infiltrazione, che sembra aver sollevato nel suo momento iniziale non poche perplessità e
resistenze nell’organismo ricevente, e che esse vennero superate probabilmente solo grazie
all’interessamento dei vertici dell’istituzione i quali, questo è certo, da quel momento in poi appaiono in
intrinseco e non usuale rapporto di solidarietà con il nuovo adepto. Questa infiltrazione inoltre fu preordinata
e realizzata secondo il fine specifico di portare Licio Gelli direttamente entro la Loggia Propaganda,
instaurando un singolare rapporto di identificazione tra il personaggio e l’organismo, il quale ultimo finì per
trasformarsi gradualmente in una entità morfologicamente e funzionalmente affatto diversa e nuova,
secondo la ricostruzione, degli eventi proposta.
Quanto detto appare suffragare l’enunciazione dalla quale eravamo partiti, perché il rapporto tra Licio Gelli e
la massoneria viene a rovesciarsi in una prospettiva secondo la quale il Venerabile aretino, lungi dal porsi
rispetto ad esso in un rapporto di causa ed effetto, come ultimo prodotto di un processo generativo interno di
autonomo impulso, assume piuttosto le vesti di elemento indotto, di programmato utilizzatore delle strutture e
della immagine pubblicamente conosciuta della comunione, per condurre tramite esse ed al loro riparo
quelle operazioni che costituirono l’autentico nucleo di interessi e di attività che la Loggia P2 venne a
rappresentare.
Ci troviamo in altri termini di fronte ad un complesso rapporto che non può semplicisticamente ridursi in
sommarie attribuzioni di responsabilità, in forme di addebitamento più o meno generalizzate che come tali
non rientrano nell’ambito degli interessi di questa Commissione, il cui primo compito è quello di studiare la
genesi dei fenomeni e la loro ragione di essere e di svilupparsi, affinché il Parlamento possa su tali basi
pronunciare il proprio giudizio ed assumere le eventuali deliberazioni conseguenti. Quello che per la
Commissione è di primario interesse sottolineare è che la massoneria di Palazzo Giustiniani è venuta a
trovarsi, nel seguito della vicenda gelliana, nella duplice veste di complice e vittima, essendone
inconsapevole la base e conniventi i vertici.
Non v’ha dubbio infatti che la comunione di Palazzo Giustiniani in senso specifico e la massoneria in senso
lato abbiano negativamente risentito dell’attenzione, tutta di segno contrario, che su di esse si è venuta a
concentrare, ma altrettanto indubbio risulta che l’operazione Gelli, sommatoriamente considerata, abbia in
quegli ambienti trovato una sostanziale copertura – per non dire oggettiva complicità – senza la quale essa
non avrebbe mai potuto essere, non che realizzata, nemmeno progettata. Quando parliamo di complicità –
pur sostanziale che sia – non si vuole peraltro fare riferimento soltanto a quella esplicita dei vertici
dell’associazione, peraltro espressione elettiva della base degli associati, ma altresì a quella più generale
situazione risolventesi in una pratica di riservatezza, sancita dagli statuti, ma ancor più da una concreta
tradizione di radicato costume massonico degli affiliati tutti, che ha costituito l’imprescindibile terreno di
coltura per l’innesto dell’operazione. Perché certo è che Licio Gelli non ha inventato la Loggia P2, né per
primo ha contrassegnato l’organismo con la caratteristica della segretezza, ed altrettanto certo è che non è
stato Gelli ad escogitare la tecnica della copertura, ma l’una e l’altra ha trovato funzionanti e vitali nell’ambito
massonico: che poi se ne sia impossessato e ne abbia fatto suo strumento in senso peggiorativo, questo è
particolare che ci interessa per comprendere meglio Licio Gelli e non la massoneria.
Il discorso sui rapporti tra Gelli e la massoneria è approdato a conclusioni che si ritengono sufficientemente
stabilite e tali da consentire, a chi ne abbia interesse, di trarre le proprie conclusioni.
Sia ciò consentito anche al relatore perché l’argomento e l’occasione sono tali da meritare una qualche
considerazione di più ampia portata su un tema che vanta di certo una pubblicistica di non trascurabile
impegno e valore, e che ha interessato sinora non solo il nostro ordinamento.
La storia della Loggia P2 ha il pregio, a tal fine, di svelare l’equivoco sul quale stanche polemiche si
trascinano intorno alla distinzione tra segretezza e riservatezza. La certa segretezza della loggia, al di là di
sofismi cartolari e notarili, trova infatti radice ed al tempo stesso costante e vitale alimento nella riservatezza
della comunione intera. Sollevandoci ad un più generale livello di considerazioni che prescinda dalla
soluzione normativa concreta che gli ordinamenti vogliano dare a tale situazione, ci è consentito rilevare, in
via di principio, che i due concetti si pongono, pur in teoria ed in pratica diversi, in rapporto di reciproca
interazione e funzionalità tali che la segretezza senza riservatezza non ha modo di esistere e la riservatezza,
non posta a tutela di una intima più ristretta segretezza, non ha ragione di essere.
Sono questi argomenti che ci conducono al cuore del problema e che allargano il tema sulla riservatezza
massonica ad un più ampio contesto di considerazioni in ordine al ruolo che questa associazione può
svolgere legittimamente nell’ambito dell’ordinamento democratico. Chi infatti guardi al contenuto dottrinale
proprio di questa forma associativa, il suo conclamato richiamarsi al trinomio di princìpi Libertà – Fratellanza
– Uguaglianza (art. 2 delle Costituzioni massoniche), non può non constatare come questo sia verbo al quale
mal si appongono forme di culto riservato e quanto piuttosto chieda di essere con orgoglio portato nella
società degli uomini, nella quale è messaggio che non può porsi che come fonte di benefiche influenze.
E’ avviso di questa Commissione parlamentare che una terza soluzione non sia data tra i due corni di questo
dilemma: o infatti questo, o altro lecito, è il cemento morale della comunione ed allora non v’ha luogo a
riservatezza alcuna nel godimento dei diritti garantiti dalla Costituzione repubblicana a tutti i cittadini; o
piuttosto la ragione d’essere dell’associazione è di diversa natura e va allora revocata in dubbio la sua
legittimità in questo ordinamento.
Passando, poi, dal piano generale della logica corrente a quello più specifico della logica giuridica, e con
riferimento alla normativa sulle associazioni segrete, il dilemma deve porsi in questi diversi termini: o la
comunione esclude ogni possibile interferenza con la vita pubblica dalla sua sfera di interessi (come
dovrebbe essere in base alle regole originarie), ed allora indulga quanto crede al rito esoterico del segreto, o
vuol piuttosto partecipare in toto al divenire della nostra società. Se è vera la seconda alternativa sarà
giocoforza che essa rinunci alle coperture, alle iniziazioni sul filo della spada, alle posizioni “all’orecchio”. Riti
tutti che hanno il fascino dei costumi misteriosi di tempi lontani, ma che l’esperienza ha purtroppo dimostrato
essere fertile terreno di cultura per illeciti di tempi recenti.
IL SEQUESTRO DI CASTIGLION FIBOCCHI
L’esame dell’operazione di sequestro effettuata presso gli uffici e la residenza di Licio Gelli dalla Guardia di
Finanza su ordine dei giudici Turone e Colombo, nell’ambito dell’inchiesta loro affidata sull’affare Sindona,
precede logicamente l’analisi del problema relativo alla veridicità delle liste, poiché elementi di sicuro
interesse ai nostri fini possono essere tratti dall’esame degli eventi che precedettero ed accompagnarono il
loro ritrovamento.
Ricordiamo in primo luogo che il generale Orazio Giannini, all’epoca comandante generale della Guardia di
Finanza, telefonò al colonnello Vincenzo Bianchi che stava effettuando la perquisizione e lo invitò a prestare
attenzione a quello che faceva poiché nella lista dei nomi vi erano “tutti i vertici” e che l’operazione avrebbe
potuto essere di estremo pregiudizio per il Corpo.
Interrogato poi dalla Commissione, il generale Giannini non ha saputo fornire persuasive spiegazioni circa la
sua conoscenza di un’attività di polizia giudiziaria che sappiamo gli organi procedenti avevano cautelato con
la massima cura e che il loro operato e la loro integrità ci garantiscono coperta dal più assoluto segreto
istruttorio. Il generale Giannini non è stato in grado di spiegare le ragioni che lo indussero a comportarsi nel
modo descritto né, particolare ancora più significativo, di rivelare la fonte della sua effettiva conoscenza del
contenuto degli elenchi.
Numerose e concordanti risultanze generano poi legittime perplessità sugli antefatti dell’operazione di
sequestro degli elenchi di cui si discute e, quindi, sulla sorpresa, in via generale, che essa abbia potuto
costituire per Licio Gelli. Testimonianze in questo senso sono state rese da vari personaggi al corrente delle
vicende inerenti alla Loggia P2: tali infatti le dichiarazioni del colonnello Massimo Pugliese al giudice
istruttore di Trento, da Placido Magrì, la cui fonte dichiarata fu in proposito Francesco Pazienza, ed infine
dall’ingegner Francesco Siniscalchi.
Questi accenni e queste indiscrezioni trovano conferma in un esame analitico dell’operazione e dell’epoca in
cui intervenne. Le operazioni di sequestro ordinate dai giudici di Milano si pongono come conclusivo
episodio di una vicenda di contorni non chiari, ma di significato generale abbastanza definito.
Il sistema gelliano di potere sembra infatti entrare in crisi alla fine degli anni Settanta, secondo quanto
denunciano alcuni avvenimenti che intervengono in quel periodo. Così il processo che Salvini subisce negli
Stati Uniti da parte della massoneria americana, motivato proprio in ragione delle sue compromissioni con
Gelli; processo, questo, del tutto anomalo, ma che non può non colpire significativamente perché è
comunque un dato di fatto che Salvini pone termine anticipatamente al suo mandato, presentando le
dimissioni da Gran Maestro, con un gesto invero inusuale per un personaggio che si era dimostrato quanto
mai restio a simili passi. Così ancora è nel 1979 che i Servizi segreti consegnano a Pecorelli l’informativa
COMINFORM perché questi ne faccia uso: senza anticipare le conclusioni che su questo punto verranno
tratte nel capitolo apposito, è questo un atto che non sì può non interpretare come indubbio segno di
incrinamento nel rapporto tra Gelli e questo apparato.
Così ancora infine è nel 1979, secondo le testimonianze, che compare presente in Italia Francesco
Pazienza, uomo legato ai Servizi segreti in ambienti internazionali, di non ben certa origine; il Pazienza è
elemento comunque sicuramente legato ai Servizi segreti italiani, ed in particolare al generale Santovito, e
ricopre un ruolo che non si riesce ad interpretare chiaramente se si ponga in termini di vicarietà o
successione, consensuale o meno, rispetto a Licio Gelli. In questa prospettiva il Commissario Crucianelli ha
sottolineato l’autonomia acquisita dalla Loggia P2, come struttura obiettiva che ha messo in moto
meccanismi che prescindevano anche dagli stessi protagonisti soggettivi: tale appunto Francesco Pazienza
che vediamo subentrare a Gelli, quasi automaticamente, nei rapporti con Roberto Calvi e con il generale
Santovito.
L’elemento connotativo di questa situazione, nella quale il potere del Venerabile sembra patire elementi di
disturbo, se non di cedimento, è certamente l’intervista che Licio Gelli rilascia al Corriere della Sera nel 1980,
una iniziativa invero sorprendente per un uomo che si era sempre mosso nella riservatezza più assoluta e
che in essa aveva trovato una delle armi più efficaci.
L’intervista di Gelli, letta attraverso l’ostentata sicurezza delle dichiarazioni, sembra in realtà un messaggio
che il capo della Loggia P2 invia all’esterno come all’interno dell’organizzazione; di quell’organizzazione che
aveva cautelato con gli stratagemmi che abbiamo studiato nel precedente capitolo, è ora egli stesso a
svelare l’esistenza ed i contenuti, quasi a voler avvertire che il riserbo di cui tutti si erano sino ad allora
giovati poteva un giorno, in parte od in tutto, cadere ad opera del suo stesso artefice.
Il quadro dì eventi che abbiamo disegnato fa da cornice alla perquisizione di Castiglion Fibocchi ordinata dai
giudici di Milano, titolari dell’inchiesta su Michele Sindona, ai quali l’avviso della pista Gelli, inserito in un
ampio contesto istruttorio testimoniale e documentale, era stato fornito da un personaggio notoriamente
legato al finanziere siciliano per il quale aveva gestito in Sicilia l’operazione di finto rapimento. Quale segno
sia da attribuire a questa iniziativa nei confronti di Gelli non può essere chiarito, ma certo essa si iscrive nel
complesso rapporto Gelli-Sindona, mostrando che la collaborazione tra i due si era seriamente incrinata:
l’interrogatorio reso da Miceli Crimi, in data 26 febbraio, ai giudici milanesi, mostra, al termine di una lunga,
ostinata reticenza, la chiara volontà di denunciare il Gelli.
Prendendo adesso in esame il materiale sequestrato proveniente alla Commissione come frutto
dell’operazione eseguita a Castiglion Fibocchi, un dato sopra ogni altro colpisce l’attenzione dell’osservatore:
la constatazione che il nucleo della documentazione avente valore fondamentale ai fini dell’indagine non era
contenuto nella cassaforte dell’ufficio, suo naturale luogo di deposito, ma in una valigia. Questa valigia
conteneva, oltre ad una lista degli iscritti alla Loggia P2, tutta una serie di documenti che denunciavano in
quali attività e di quale rilievo la Loggia era implicata; si noti che qualora infatti la Guardia di Finanza avesse
provveduto al sequestro del solo materiale contenuto nella cassaforte – nella quale erano altre copie dei soli
elenchi – il dato conosciuto agli investigatori sarebbe stato soltanto quello relativo all’appartenenza ad una
Loggia massonica di un certo gruppo di eminenti personalità.
Il materiale contenuto nella valigia ha invece la natura di denunciare al contempo l’esistenza della Loggia,
poiché contiene una ulteriore serie di elenchi, nonché la sua valenza politica, per la natura dei documenti a
quegli elenchi annessi. Rimane pertanto dimostrato che il blocco di documentazione a noi pervenuta ha una
intrinseca reciproca funzionalità, perché la valigia che li conteneva, oggetto invero strano per collocare
materiale di tal fatta, aveva un suo autonomo valore di eccezionale significato.
Avendo riguardo a queste considerazioni, l’importanza intrinseca dei documenti contenuti nella valigia,
esaminati nella loro reciproca correlazione, porta a ritenere che questo materiale era verosimilmente inserito
in un processo di trasferimenti dell’archivio di Licio Gelli, che l’incerta e contrastata ultima fase della vicenda
del Venerabile, prima tratteggiata, rende attendibile ed al quale siamo indotti a pensare sia per la
costituzione, da far risalire a questo periodo., della cosiddetta Loggia di Montecarlo, intesa da Gelli come
alternativa alla localizzazione italiana del centro delle sue attività, sia dall’esistenza di una duplicazione
dell’archivio in questione nella residenza uruguayana del Venerabile.
Questa ricostruzione, che non possiamo collocare nell’ambito delle certezze acquisite per l’incompletezza di
informazioni su tale ultimo periodo, peraltro riveste certamente connotati di estrema attendibilità. Quel che è
fuori dubbio è che comunque essa ci consente di affermare che la documentazione in possesso della
Commissione non può che essere presa in attenta e seria considerazione per la primaria constatazione che
essa si trovava al centro di un complesso gioco nel quale i protagonisti le attribuivano altissimo valore, e tra
essi va ricordato il Comandante generale della Guardia di Finanza, autore del maldestro tentativo di
insabbiamento già ricordato.
Le considerazioni esposte sono riferite naturalmente agli attori espliciti di questa vicenda ed ai suoi
retroscena, ed in nulla attengono alla integrità ed attendibilità dell’inchiesta giudiziaria e della operazione di
sequestro in sé considerata, come si evince se non altro dalle modalità di esecuzione predisposte
dall’organo inquirente ed attuate da quello procedente, delle quali è testimonianza eloquente la denuncia che
il colonnello Bianchi effettuò dell’indebita ingerenza tentata nei suoi confronti dal superiore gerarchico.
AUTENTICITÀ ED ATTENDIBILITÀ DELLE LISTE
La risposta al quesito circa la veridicità e completezza delle liste precede logicamente ogni altro problema ed
esso sarà da verificarsi, tenendo ben presenti l’oggetto e le finalità della legge istitutiva che all’articolo 1
demanda alla Commissione di accertare, tra l’altro, “la consistenza dell’associazione massonica denominata
Loggia P2”.
Questo compito postula non già l’esigenza di analitici riscontri individuali sulla effettiva appartenenza alla
loggia dei singoli iscritti, riscontri che invece sono propri dell’inchiesta giudiziaria finalizzata all’accertamento
di responsabilità individuali, ma richiede, per contro, un giudizio complessivo inerente al numero e alla
qualità degli affiliati che consenta di delineare “la consistenza” della loggia, al fine di poterne poi valutare i
contenuti.
Quando si passino in rassegna le risultanze acquisite sul punto, pare corretto distinguere quelle emergenti
da accertamenti riferibili all’autorità giudiziaria o ad altre autorità, da quelle desumibili da indagini disposte
dalla Commissione o da documenti acquisiti.
Quanto alle prime, si ricorda che la sentenza emessa dalla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della
magistratura nei confronti dei magistrati iscritti nella lista ha dichiarato la “complessiva attendibilità” degli
elenchi e della documentazione; nella requisitoria del procuratore della Repubblica di Roma, l’estensore
mostra invece di non credere “alla veridicità delle liste degli iscritti”; a sua volta il Comitato amministrativo di
inchiesta costituito a suo tempo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri esprime il dubbio che la lista
non sia un “puntuale elenco di coloro che avevano effettivamente aderito alla P2”; infine, nell’appello
proposto avverso la sentenza del giudice istruttore di Roma, il procuratore generale presso la corte d’appello
muove dal presupposto della “attendibilità complessiva di elenchi e documentazione sequestrati salvo
riscontri negativi”.
Vi è poi da considerare che la “Relazione informativa sulla Loggia P2”, effettuata dal SISDE, per la parte
relativa all’analisi strutturale dell’elenco dei novecentosessantadue (962) presunti affiliati, si sofferma sulla
eterogenea e contraddittoria compresenza di alcuni componenti, postulando la esigenza di integrare le
risultanze con il dato relativo alle domande di ammissione, ma esclude l’ipotesi di una falsificazione
dell’elenco medesimo.
Con riferimento alle indagini disposte dalla Commissione, si premette che un primo accertamento riguarda
l’epoca in cui presumibilmente sono stati formati gli elenchi in questione: tale arco di tempo può collocarsi
con sufficiente approssimazione dal 1979 al 1981 in base alle risultanze desumibili:
a. dalla corrispondenza intercorsa tra Gelli e i capigruppo della loggia, da cui emerge che intorno al
1979 vi fu una generale revisione degli elenchi degli iscritti, una ripartizione degli effettivi tra i
capigruppo e quindi l’aggiornamento e la riscrittura degli elenchi medesimi;
b. dagli esiti della perizia tecnica disposta dalla Commissione sul nastro della macchina da scrivere
sequestrata a Castiglion Fibocchi. Di tale perizia, consistente nella decifrazione dei caratteri impressi
sul nastro rimasto inserito nella macchina da scrivere della segretaria del Gelli, inequivocabilmente si
evince che gli elenchi furono redatti con la macchina in questione
e che furono ultimati in data precedente l’8 marzo 1981, con la inclusione degli ultimi 18 iscritti per i
quali la data di iniziazione era stata programmata per il successivo 26 marzo 1981.
Tenendo conto di questo riscontro temporale, il primo problema da affrontare in ordine logico è quello
relativo alla individuazione della natura del documento in esame, secondo una rilevazione esterna che
attenga ai connotati funzionali del reperto studiato al fine di verificare se possa essere considerata autentica
quella che appare essere ictu oculi la sua natura di elenco di iscritti ad una associazione data: nella specie la
Loggia massonica P2.
A tal fine è primaria argomentazione rilevare che le liste di Castiglion Fibocchi trovano riscontro in ulteriori
reperti, antecedenti o contemporanei, che accompagnano, con significative concordanze, i dati relativi.
Elementi di riscontro in ordine ai dati contenuti nelle liste sono stati infatti successivamente acquisiti dai
documenti dell’archivio uruguaiano di Gelli, pervenuti alla Commissione nel corso dei lavori, comprendenti
anche un duplicato (con annotazioni in lingua spagnola) della lista generale, nonché 109 fascicoli personali
di altrettanti iscritti, contenenti sicure conferme documentali sull’appartenenza alla loggia. L’esistenza di un
secondo archivio dell’organizzazione gelliana denuncia la non episodicità dei reperti sequestrati a Castiglion
Fibocchì, e comunque denota una significativa e non improvvisata sistematicità di archiviazione.
Inoltre l’autenticità dell’elenco è comprovata dal riscontro con altri analoghi documenti ad esso anteriori. In
particolare la lista con cinquecentoundici (511) nominativi di cui si compone l’elenco degli iscritti alla disciolta
loggia P2 consegnato al giudice Vigna di Firenze da Gelli e Lino Salvini separatamente e con il libro
matricola, che consta di cinquecentosettantatre (573) effettivi, sequestrato dalla Commissione presso la
comunione di piazza del Gesù, che porta a nostra conoscenza la composizione della loggia P2 durante
l’arco di tempo che corre dall’anno 1952 fino al 1970. Questi elenchi rappresentano un secondo elemento di
indubbio significato perché dimostrano che la lista di Castiglion Fibocchi non costituisce un unicum, ma si
pone invece come il
prodotto ultimativo di una stratificazione di documenti la cui redazione si è protratta lungo un arco di tempo
più che decennale: considerazione che indebolisce significativamente la ipotesi di una artata
prefabbricazione delle liste o della loro natura di documento informale e conduce anch’essa, come la
precedente osservazione, ad una rassicurante valutazione in ordine alla sistematicità dell’archiviazione dei
dati al nostro studio.
Argomento, poi, che si ritiene di estremo rilievo in ordine alla natura degli elenchi, secondo quanto osservato
dal Commissario Mattarella, è quello che si ricava dalle conclusioni della seconda perizia ordinata sulle liste
stesse dalla Commissione, non preceduta in questi suoi riscontri da alcuna consimile attività da parte di altri
organi inquirenti.
I periti, rispondendo ai quesiti loro posti, hanno specificato che le liste non sono state compilate in un unico
contesto, ma risultano il frutto di successive, diverse operazioni di battitura; in particolare l’analisi peritale
condotta partitamente su ogni pagina del documento dimostra che molte delle annotazioni apposte in
margine ad ogni singolo nome non furono battute contestualmente al nome relativo. Questa conclusione
dimostra, al di là di ogni verosimile dubbio, che le liste sequestrate erano in sostanza quello che ad un primo
esame denunciano di essere: un documento nel quale veniva registrata la gestione amministrativa e
contabile della loggia. Si vuole infine osservare che tali argomentazioni collimano con i risultati della prima
perizia, dianzi citata, dai quali emerge che gli ultimi nominativi (di affiliati per i quali era da perfezionare
l’iniziazione) vennero inseriti nelle liste poco prima della effettuazione della perquisizione, essendo i loro
nominativi impressi nel nastro ancora inserito nella macchina da scrivere in uso nell’ufficio di Gelli. Si
osserva da ultimo che la constatazione dei periti che alcune delle annotazioni furono riportate invece
contestualmente al nome relativo, vale a indicare che gli elenchi sequestrati non costituivano l’unico
documento anagrafico in uso presso la segreteria di Gelli, ponendosi piuttosto come una copia od un estratto
del documento di segreteria per il quale vi era correntezza di uso da parte del personale addetto.
Le conclusioni desumibili dalle perizie sono suffragate dalla testimonianza della segretaria di Gelli, la quale,
pur rendendo la non verosimile dichiarazione di ignorare il significato delle sigle contenute nel documento,
ha peraltro affermato che tali annotazioni venivano da essa effettuate meccanicamente, sotto diretta
dettatura del Gelli. Tale affermazione contiene dunque l’indiretta ammissione che l’elenco veniva usato per
apporvi le indicazioni del caso, al momento nel quale se ne manifestava la necessità, ed è suffragata dalle
annotazioni riportate in un foglio tra le quali il Gelli, sotto la voce “Memoria x Carla” ricordava tra l’altro alla
segretaria di “finire gli elenchi per settori con aggiornamento”.
Ultimo riscontro relativo alla rilevazione esterna del documento è quello relativo alla coincidenza tra le sigle
apposte in margine ad ogni nome e le ricevute contenute negli appositi bollettari, le annotazioni del registro
di contabilità, nonché i versamenti sul conto intestato a Licio Gelli presso la Banca Popolare dell’Etruria, nel
senso che ogni registrazione consegnata in uno di questi
documenti risulta generalmente apposta, con la sigla relativa, sulle liste in esame, che pertanto, anche sotto
questo profilo, risultano frutto di puntuali aggiornamenti contabili.
Conclusivamente i dati peritali e documentali e quello testimoniale convergono nel denunciare la rilevata
natura funzionale e non meramente dimostrativa del reperto e – considerati unitamente alle argomentazioni
che verranno esposte successivamente – consentono alla Commissione di affermare che le liste sequestrate
a Castiglion Fibocchi sono il documento, o uno dei documenti, in uso presso la segreteria della loggia che
conteneva, con adeguati aggiornamenti, la rappresentazione, nel suo dato oggettivo e personale, della
organizzazione massonica denominata Loggia Propaganda 2.
Questa conclusione, relativa alla funzione del reperto sequestrato, viene dalla Commissione ritenuta di
decisivo rilievo al fine della valutazione inerente alla autenticità dell’elenco considerato nella sua natura di
documento che rappresentava, secondo l’espressione del Commissario Mattarella, “la vita della loggia”.
Secondo la distinzione, sempre da tale Commissario argomentata, il discorso sulla autenticità delle liste
precede logicamente quello relativo alla loro attendibilità, in quanto concettualmente distinguibile da esso.
Una volta infatti posto l’assunto che le liste di Castiglion Fibocchi sono, come documento, direttamente
riferibili in modo certo alla Loggia P2, in quanto contenenti la rappresentazione del dato personale ed
anagrafico di tale organismo, il problema della attendibilità delle liste viene di conseguenza a porsi, in modo
più circoscritto, nei termini seguenti: se esse siano la puntuale ed esatta configurazione della Loggia P2 o se
piuttosto possano essere ritenute inesatte per eccesso o per difetto. A tal fine è necessario premettere che il
discorso inerente alla attendibilità non può comunque mai essere trasformato in una argomentazione sulla
esistenza o meno della Loggia P2. L’esistenza della Loggia P2 come organismo operante nei più svariati e
qualificati settori della vita nazionale è infatti ampiamente documentata, oltre ogni invocabile dubbio, dal
complesso della documentazione in possesso della Commissione che dimostra l’esistenza di legami tra
gruppi di individui, inseriti in rilevanti posizioni, che hanno operato in sintonia di intenti e di azioni durante un
ragguardevole arco temporale. Sarebbe dunque procedimento logicamente capzioso voler scindere i due
dati, quello documentale e quello sostanziale, per procedere ad una analisi separata, argomentando infine
da una supposta non attendibilità delle liste la non esistenza della loggia o, per contro, da una non ritenuta
credibile esistenza, la falsità degli elenchi. Vero è piuttosto che procedimento logico corretto appare alla
Commissione quello di considerare e valutare il dato formale e quello sostanziale congiuntamente, poiché
essi concorrono entrambi, pur se partitamente analizzati per comodità espositiva, a formare base delle
conclusioni alle quali pervenire. Le argomentazioni in questa sede vanno pertanto lette e considerate
unitamente alla complessiva analisi delle attività della loggia e del progetto che essa si poneva, diffusamente
esaminati nei due capitoli successivi.
Partendo dalla premessa esposta, e riportandosi alle conclusioni dianzi argomentate, è dato quindi ribadire
che il problema dell’attendibilità degli elenchi si risolve nel più ridotto problema della loro puntuale
attendibilità, e a tal fine possiamo in primo luogo sottolineare che esistono non pochi elementi o indizi di
prova che militano a favore della ipotesi di un’incompletezza delle liste che, pertanto, non comprenderebbero
nomi di altre persone, oltre quelle elencate, pur ugualmente affiliate alla Loggia. Gli argomenti in proposito
possono essere elencati secondo l’ordine seguente:
1. l’intervista rilasciata da Gelli al settimanale L’Espresso del 10 luglio 1976, secondo la quale
l’organico della Loggia ammontava all’epoca a ben duemilaquattrocento (2.400) unità(1);
2. l’audizione del dignitario massonico Vincenzo Valenza (27 settembre 1983), il quale, sulla
base di dati desunti dalla numerazione degli iscritti, afferma recisamente che la lista è
veritiera, ma incompleta;
3. le risultanze, testimoniali e non, riferentesi a persone formalmente non iscritte negli elenchi,
ma indicate come appartenenti alla P2: è il caso del generale Mino, defunto comandante
generale dell’Arma dei carabinieri;
4. la lettera del 20 marzo 1979, già citata, indirizzata da Gelli al Gran Maestro Ennio Battelli che,
confermando precedenti intese intercorse con il predecessore Lino Salvini, dichiara che i nominativi
di otto persone “al VERTICE del RSAA” (Cicutto, De Megni, Gamberini, Motti, Salvini, Sciubbà,
Stievano, Tomaseo) non sarebbero apparsi nel piè di lista della P2 pur facendovi parte: tali
nominativi non risultano invece nell’elenco di Castiglion Fibocchi;
5. la raccomandata inviata dal generale Battelli alla scadenza del suo mandato nella quale alcune
centinaia di fratelli alla memoria venivano invitati a decidere sulla loro destinazione (due dei
nominativi in questione risultano essere iscritti alla Loggia P2);
6. la lettera inviata da Licio Gelli al capogruppo Bruno Mosconi con la quale, alla richiesta di istruzioni
in ordine alla nuova Gran Maestranza del generale Battelli, il Venerabile della Loggia così si
esprimeva: “Per quanto riguarda il Gruppo, come ti accennai ad Incisa, l’esame dello schedario
centrale non è ancora terminato e, inoltre, se non trovi alcuni degli elementi da te segnalati, è per
motivi che ti spiegherò al nostro prossimo incontro durante il quale ti indicherò anche le ragioni per
cui ti sono stati affidati alcuni elementi che non erano stati segnalati da te. Con l’elezione del Gran
Maestro Ennio Battelli nulla è cambiato nei confronti del Grande Oriente perché nulla poteva
cambiare. Perciò tutto procede come procedeva con le precorse Grandi Maestranze, anzi, meglio,
perché devo dirti che l’attuale Gran Maestro ha dimostrato maggior intuito ed intelligenza degli altri,
dandoci una maggior valorizzazione. Mi chiedi se abbiamo molti candidati: ti rispondo che il
proselitismo che abbiamo avuto in questi ultimi tre anni è stato veramente massiccio: nel 1979 siamo
arrivati ad oltre quaranta iniziazioni al mese”.
I due documenti da ultimo citati pongono il problema se in via generale – e comunque in particolare nella
seconda fase della Loggia P2, caratterizzata dalla totale acquisizione all’orbita di influenza gelliana – le due
categorie degli affiliati alla Loggia Propaganda e degli affiliati alla memoria del Gran Maestro fossero in tutto
coincidenti o meno. Il quesito, riportato al contesto dei rapporti tra Licio Gelli ed i Gran Maestri, si, risolve
nell’accertare se il Grande Oriente fosse riuscito a preservare una propria quota di fratelli coperti, di fronte al
potere acquisito dal Venerabile Maestro della Loggia P2. Si tratta di quesito al quale non è consentito, allo
stato degli atti, dare una risposta definitiva in un senso o nell’altro, attesa la gestione tortuosa ed inaffidabile
delle norme statutarie e delle procedure proprie del Grande Oriente: rimane pertanto aperta la possibilità che
alcuni o tutti i nominativi ricompresi nella raccomandata del Gran Maestro Battelli fossero altresì membri
della Loggia P2.
Possiamo adesso prendere in esame il secondo aspetto del problema denunciato: se cioè le liste siano da
considerare non attendibili per eccesso ovvero se in esse possano considerarsi inclusi nominativi che nulla
avevano a che vedere con la Loggia Propaganda.
A questo fine la Commissione ha proceduto ad un censimento di riferimenti relativi ad ogni nominativo
presente nelle liste in esame, preordinato, sempre secondo l’assunto metodologico premesso, alla
valutazione generale del documento complessivamente considerato.
Prendendo in primo luogo in esame i documenti contabili, la Guardia di Finanza ha effettuato uno studio
analitico del conto intestato a Licio Gelli presso la Banca Popolare dell’Etruria (conto “Primavera”) ed ha
riscontrato che sia le ricevute che le annotazioni contenute nel libro contabilità, sequestrati in Castiglion
Fibocchi, trovavano puntuale riscontro in versamenti che venivano contestualmente effettuati nel conto
“Primavera”, secondo una continuità temporale che va dal maggio 1977 al febbraio 1981. Questo dato
consente di escludere l’ipotesi di una artata prefabbricazione della documentazione contabile (come tale
eccessivamente macchinosa e non verosimile) e consente alla Commissione di rilevare che da tale contesto
documentale emerge che per duecentosettantasei nominativi (276) esiste il triplice riscontro del rilascio della
ricevuta, della notazione nel registro di contabilità e del versamento, alla stessa data o il giorno successivo,
degli importi relativi sull’apposito conto bancario.
Il valore di questo dato deve essere posto in adeguata evidenza, poiché, se pur esso non si riferisce a tutti i
nominativi compresi nell’elenco generale, per quasi un terzo di essi possiamo affermare che esiste una
prova documentale inconfutabile sulla loro iscrizione alla loggia, suffragata paradossalmente dalle versioni
fantasiose e palesemente non credibili che gli interessati hanno fornito alla Commissione in sede di
audizione a giustificazione di tali versamenti.
Altro riscontro di estremo rilievo è quello relativo alle prove di appartenenza provenienti dai diretti interessati,
ed in specie dall’esistenza di una firma apposta in calce ad una domanda di iscrizione, anche come
presentatore, ad un giuramento o ad un assegno incassato dal Gelli: tale prova è riscontrabile in
duecentosessantadue (262) casi, secondo la documentazione attualmente in possesso della Commissione.
Altro dato che si vuole sottolineare è quello relativo a trecentodieci (310) nominativi che, compresi nelle liste
in esame, sono altresì presenti nelle altre liste sopraindicate (libro matricola ed elenchi consegnati ai giudici
Vigna e Pappalardo): viene così suffragato il rilevante argomento della stratificazione dei documenti
anagrafici della loggia, che corrisponde fedelmente alla sua accertata operatività lungo un arco di tempo più
che decennale.
Si vuole infine ricordare che dei seicentosettantuno (671) affiliati ascoltati dal magistrato,
duecentotrentacinque (235) soltanto hanno negato di appartenere alla Loggia P2. La Commissione peraltro
è in possesso di prove documentali (ad esempio, firme su assegni) che inducono a ritenere questa
dichiarazione non vera per centosedici (116) delle situazioni indicate, ovvero per circa la metà dei casi.
I riscontri statistici accennati, che prescindono da ulteriori riscontri di tipo sostanziale, relativi ad alcune
centinaia di nominativi, alcuni dei quali rientrano in più di uno dei riscontri proposti (che pertanto non sono da
sommare tra loro) dimostrano che le liste si inseriscono in un corpus documentale più ampio nell’ambito del
quale trovano puntuale riscontro e che sottostante ad esse è pertanto rinvenibile una griglia di riferimenti
incrociati che suffragano l’attendibilità generale del documento.
Tutti i dati enunciati devono naturalmente essere poi interpretati, secondo l’assunto metodologico dianzi
premesso, alla stregua del presuntivo, ma qualificante, argomento di prova costituito dal potere acquisito da
Gelli nei più delicati settori ed ai più alti livelli della vita nazionale: tale acquisita influenza è indirettamente,
ma univocamente, dimostrativa dell’esistenza di un esteso, autorevole e capillare apparato di persone del
quale il Gelli, appunto nella sua qualità di Maestro Venerabile della loggia, poteva disporre e quindi
rappresenta una obiettiva conferma della attendibilità della consistenza della Loggia P2 emergente dai
documenti fin qui esaminati.
Non è azzardato, anzi, ritenere – proprio sulla base delle riferite circostanze, concomitanti all’esecuzione del
sequestro, nonché di quant’altro attinente all’incompletezza della lista – che la forza e la capacità operativa
della loggia, acquisite mediante la penetrazione nei più importanti settori delle istituzioni dello Stato e nei
centri economici, fossero maggiori di quanto documentano
gli elenchi, i quali sarebbero quindi approssimativi per difetto rispetto all’effettiva consistenza della Loggia P2
anche per queste più generali considerazioni di merito, che si aggiungono ai riscontri obiettivi dianzi citati.
Né deve essere trascurato il rilievo che a tali conclusioni la Commissione è potuta giungere pur senza aver
consultato la maggior parte dell’archivio uruguaiano di Gelli, che avrebbe fornito esaurienti riscontri e
puntuali verifiche sugli organici della loggia, come è dimostrato dall’importanza e dall’affidabilità dei
contenuto di quei pochi documenti dell’archivio medesimo pervenuti alla Commissione.
Si ricorda infine che lo stesso Licio Gelli ha, in un suo scritto di recente inviato alla Commissione, ribadito
l’affermazione che le liste rappresentano un elenco di iscritti, di simpatizzanti e di amici. Volendo così
sminuire il dato formale dell’iscrizione, affermazione alla quale peraltro la Commissione, secondo quanto
sinora detto, presta credito relativo(2), il Venerabile della loggia ha confermato indirettamente la connessione
di tutti coloro che appaiono nelle liste con le proprie attività. D’altro canto si può rilevare che la detta
tripartizione, giudicata in tale contesto ininfluente dai Commissari Battaglia e Petruccioli, potrebbe tutt’al più
condurre, secondo l’osservazione del secondo Commissario, alla conclusione di una maggiore censurabilità,
dal punto di vista sostanziale, del comportamento del simpatizzante, il quale in quanto tale non potrebbe
dedurre a giustificazione del proprio comportamento il motivo della errata conoscenza del fenomeno.
Il discorso sinora svolto conduce all’univoca conclusione che le liste sequestrate a Castiglion Fibocchi sono
da considerare:
a. autentiche: in quanto documento rappresentativo della organizzazione massonica denominata
Loggia P2 considerata nel suo aspetto soggettivo;
b. attendibili: in quanto, sotto il profilo dei contenuti, è dato rinvenire numerosi e concordanti riscontri
relativi ai dati contenuti nel reperto.
Conclusivamente la risposta all’iniziale quesito circa la veridicità del piè di lista, di cui la Commissione
doveva farsi non può che essere ampiamente affermativa, in conformità molteplici e persuasive ragioni fin
qui illustrate, con la conseguenza che “la consistenza dell’associazione massonica denominata P2” – cui si
riferisce la legge istitutiva – si identifica meno con il dato numerico e qualitativo del complesso iscritti.
Si deve naturalmente ribadire, a tal punto, riprendendo il discorso già accennato in apertura di capitolo,
come esuli dai compiti della Commissione ogni e qualsiasi analisi di responsabilità a livello individuale,
restando confinate le funzioni di una Commissione di inchiesta parlamentare all’accertamento di situazioni e
responsabilità, trascendenti i singoli accertamenti di innocenza o di colpevolezza.
Avuto riguardo infine alle competenze proprie della Commissione che la legge istitutiva finalizzata
all’accertamento della consistenza della Loggia P2 ed alla valutazione del suo rilievo politico, rimane
irrilevante la eventuale abusiva menzione di qualcuno che con Gelli abbia simpatizzato e non sia stato
ritualmente affiliato alla loggia.
Il complesso contesto di documenti, nell’ambito del quale le liste abbiamo visto si inseriscono con puntuale
riscontro, consente di affermare come il margine di dubbio è da circoscrivere a coloro che risultano
menzionati nella lista e per i quali non si rinvengono ulteriori riscontri dell’appartenenza alla loggia né di
attività in qualche modo riconducibili alla stessa: rilievo questo che, a prescindere dalla estrema esiguità dei
casi, alla luce delle considerazioni fin qui svolte, appare sicuramente insufficiente a smentire l’attendibilità
generale dell’intero compendio documentale sequestrato al Gelli, dal quale ha preso le mosse l’inchiesta
parlamentare.
Dovere di questa Commissione era esprimere, in termini di ragionevole convincimento basato su prove, su
concordanti elementi indiziari e sulle argomentazioni logiche che da tale quadro si possono trarre un giudizio
complessivo di attendibilità, al quale la Commissione ritiene doveroso aggiungere che l’ipotesi che singoli
casi possano sfuggire in via di eccezione alla affermazione di principio non può certo essere esclusa, poiché
la sfortunata coincidenza di un accumularsi di indizi fuorvianti è evento astrattamente ben ipotizzabile anche
se statisticamente improbabile.
Il problema della veridicità degli elenchi va tenuto distinto dal problema dell’appartenenza alla massoneria
degli iscritti alla Loggia P2, e proprio equivocando sui termini di tale discorso la generalizzata linea difensiva
sostenuta in sede di procedimenti disciplinari e giudiziari da parte degli affiliati è stata quello o di negare in
toto ogni forma di iscrizione o di affermare che essi ritenevano di affiliarsi alla massoneria e non ad una sua
loggia retta da regime particolare, in essa ricompresa.
Bisogna permettere in proposito il rilievo proposto dal Commissario Gabbuggiani relativo alla provenienza
degli affiliati alla Loggia P2, che la documentazione in nostro possesso ci mostra reclutati anche presso
comunioni massoniche diverse da quella di Palazzo Giustiniani. L’esistenza comprovata di logge coperte
presso le famiglie di minor rilievo e la contemporanea iscrizione di alcuni soggetti presso più organizzazioni
ci mostra un aspetto peculiare della Loggia P2, che veniva in un certo senso a porsi come la struttura più
qualificata di questo variegato mondo sommerso. L’individuazione di questa complessa realtà complica
peraltro l’analisi delle posizioni singole. Per fare chiarezza in questo discorso la Commissione ha effettuato
due operazioni di sequestro di documenti, acquisendo le schede di tutti gli iscritti alle comunioni di Palazzo
Giustiniani e di Piazza del Gesù. La conoscenza dei dati, sia globali, sia analitici che ne è seguita non
consente peraltro di risolvere in via definitiva il complesso problema, i cui termini vanno chiariti
adeguatamente sulla scorta della ricostruzione effettuata nel capitolo precedente. Si è dovuto infatti
constatare che in entrambe le organizzazioni non esiste una forma di tenuta dei registri degli iscritti tale da
consentire di affermare con certezza se una persona data sia o meno appartenente a quelle comunioni.
Centrando il discorso sulla famiglia di Palazzo Giustiniani (ma in termini del tutto analoghi esso vale per la
famiglia di Piazza del Gesù) si è riscontrato che gli iscritti venivano nominativamente classificati in appositi
schedari con schede mobili non numerate in ordine progressivo, né secondo altro criterio che garantisse la
non alterabilità del metodo adottato. Ad un successivo livello di analisi – e sulla scorta di informazioni
pervenute in possesso della Commissione – si è appurato che agli affiliati viene attribuito al momento
dell’iscrizione un numero progressivo che distingue il brevetto massonico consegnato singolarmente ad ogni
iscritto. E’ questo l’unico documento, al di là anche della tessera di appartenenza, che attribuisce la qualifica
di massone e che come tale viene internazionalmente riconosciuto. La Commissione avendo avuto notizia
dell’esistenza di registri contenenti le varie progressioni dei numeri di brevetto, la cui esistenza è anche
logicamente deducibile, ha provveduto ad una seconda ispezione che ha dato risultati non apprezzabili
perché, non solo dei registri in parola è stata negata l’esistenza, ma in loro sostituzione sono stati esibiti dei
bollettari relativi ad alcuni anni recenti, in serie non completa perché alcuni risultavano mancanti ed in loro
vece era inserita la notazione: “consegnati alla Loggia P2”.
Dalla narrativa di questi fatti emerge l’impossibilità concreta di stabilire con certezza, ai fini della nostra
indagine, la consistenza della comunione massonica di Palazzo Giustiniani, nonché di avere dati certi sulle
affiliazioni massoniche di molti iscritti alla Loggia P2, perché non è stata trovata in possesso di tali
organizzazioni nessuna forma di documentazione certa, sulla tipologia del registro
dei soci nelle società commerciali.
Al fine di mettere ordine nella materia, la Commissione ritiene di osservare quanto segue.
Premesso che comunque i fratelli coperti affiliati “sul filo della spada” non venivano inseriti nei registri
ordinari degli affiliati si può comunque identificare un primo consistente gruppo di iscritti (175) alla Loggia P2
per i quali siamo in possesso di dati che confermano l’iscrizione alla massoneria, al di là delle dichiarazioni
degli interessati. Per i restanti nominativi non si è in grado di confermare se l’affiliazione alla Loggia P2
avvenne direttamente presso Gelli, con eventuale successiva trasmissione dei dati al Grande Oriente, o in
alternativa si trattò di affiliazioni alla comunione trasmesse poi alla Loggia P2.
Il problema non è nel suo significato reale una questione di ordine meramente anagrafico, poiché si inserisce
nel contrasto che, come sappiamo, ha contrassegnato i rapporti tra Licio Gelli ed i Gran Maestri sino al
definitivo impossessamento della Loggia P2 da parte del suo Venerabile Maestro ed alla sua attività di
affiliazione diretta, materialmente officiata dal Gamberini, che aveva come punto di riferimento i recapiti
romani della sede di Via Condotti e dell’Hotel Excelsior; questa attività era resa possibile dalla consegna di
tessere in bianco da parte dei Gran Maestri, che rappresentava una forma di delega incontrollata, segno
della loro resa al potere gelliano. Questa situazione, di indubbio riscontro nella nostra ricostruzione, ribalta i
termini del problema perché è certo che, nella seconda fase della Loggia P2, coloro che si accostavano a
Gelli erano mossi dall’intento di aderire ad una organizzazione la cui presenza era certo meno ignorata in
ambienti qualificati, di quanto lo fosse presso il grosso pubblico; un’organizzazione che – per l’indipendenza
che si era acquistata nell’ambito di una comunione che le prestava ormai solo formale copertura – esentava
l’affiliato dall’osservanza di rituali ed adempimenti di indubbio impaccio per l’iniziando mosso da più terrestri
motivazioni. Appare di palese evidenza infatti che la pratica inesistenza di attività massonica di ordine rituale
nell’ambito della Loggia P2, non poteva che chiarire agli affiliati oltre ogni dubbio che l’iscrizione veniva
effettuata presso un organismo di natura affatto particolare quale la loggia P2. Vero è quindi che la eventuale
non formalizzazione dell’iscrizione avvenuta presso la segreteria del Grande Oriente era, dal punto di vista
degli affiliati ininfluente, attenendo essa ai rapporti interni tra la loggia e l’organismo di cui essa era
emanazione.
Rimane da ultimo da ricordare che alcuni iscritti alla Loggia P2, per i quali sono state rinvenute le schede di
appartenenza alla massoneria, recano poi l’indicazione anagrafica di essere usciti dall’organizzazione per
passare ad altra loggia. La Commissione in proposito rileva che sono stati rinvenuti pie’ di lista di logge
coperte (Emulation, Zamboni De Rolandis) alle quali appartenevano “fratelli” affiliati peraltro
contemporaneamente alla Loggia P2; e del resto il principio della doppia appartenenza appare sanzionato
dalle Costituzioni massoniche (art.15). Queste considerazioni, unitamente alle perplessità più volte espresse
sulla regolarità della tenuta dei registri e della gestione delle procedure, non consente pertanto di dare pieno
e definitivo affidamento a queste registrazioni e non esclude che elementi che appaiono in transito nella
Loggia P2 fossero in realtà rimasti nell’ambito dell’organizzazione realizzando, attraverso l’exeat ad altra
loggia, una forma ulteriore di copertura della loro appartenenza.
La Commissione ritiene in proposito di rilevare che la disinvoltura con la quale la massoneria di Palazzo
Giustiniani ha gestito la propria segreteria ha finito per risolversi in un sostanziale danno per gli affiliati,
concretando in tal modo un lampante esempio di come la salvaguardia della sfera dei diritti dei singoli vada
ricercata, con primaria considerazione, nella trasparenza di ogni forma di vita associativa.
NOTE:
1. L’affermazione non manca di provocare richieste di delucidazione in sede di Giunta esecutiva del
Grande Oriente. Dal verbale, acquisito dalla Commissione, risulta che il Salvini ed il Mennini
affermarono che il testo da loro visionato era diverso da quello pubblicato; assicurarono inoltre che il
“fratello” Gelli, per l’inesattezza del testo pubblicato, aveva sporto querela contro il settimanale. Da
riscontri effettuati presso il Tribunale risulta per contro che tale querela non venne mai presentata.
2. Vedi le pagine sui rapporti tra il Grande Oriente e la loggia.
LA STRUTTURA ASSOCIATIVA DELLA LOGGIA P2
Il complesso di documentazione pervenuto alla Commissione consente di formare un quadro
sufficientemente preciso in ordine alle strutture organizzative della Loggia P2.
Il primo dato che emerge a tal fine dai documenti è l’assenza di quel fondamentale momento di vita
associativa costituito dall’assemblea degli aderenti all’organizzazione, dalla riunione cioè nella quale i soci
dibattono i problemi dell’associazione, tirano i consuntivi dell’attività svolta, programmano la vita futura ed
infine procedono alla elezione delle cariche sociali. In una associazione regolarmente costituita e
fisiologicamente funzionante, questa complessa attività interviene secondo scadenze prefissate in astratto,
sulle quali il vertice non può influire ad arbitrio, ed è sottratta altresì ad un eventuale potere derogatorio dei
soci, promanando dallo statuto sociale.
Nulla di tutto questo è dato riscontrare nella Loggia P2. I documenti al nostro studio, non abbondanti ma
esaurienti ai nostri fini, e le testimonianze raccolte consentono di affermare che non solo una consimile
attività collegiale non ha mai avuto luogo, sia pure in modo episodico, ma che di essa non si è nemmeno mai
prospettata l’esigenza o quanto meno contestata la mancanza.
Questa incontrovertibile constatazione può condurre a due diverse soluzioni: ritenere non qualificabile la
Loggia P2 come associazione o per converso riconoscerle natura associativa, tale peraltro da essere
confinata nella patologia di tale forma di vita di relazione.
La Commissione considera che questa sia la soluzione da accogliere, per una serie di ragioni che possiamo
elencare secondo l’ordine seguente.
E’ in primo luogo accertato che la Loggia P2 conosceva momenti assembleari di parziale portata. Sono infatti
in possesso della Commissione documenti che testimoniano di riunioni di gruppi di affiliati che per altro non
avvenivano secondo una calendarizzazione prefissata, caratteristica tra l’altro di tutte le logge massoniche,
quanto piuttosto per impulso episodico del vertice dell’organismo. In secondo luogo è dato di sicuro riscontro
la presenza di strutture stabili che garantivano la funzionalità dell’organizzazione in quanto tale, assicurando
i contatti tra settori di soci variamente identificati: sono questi i diciassette gruppi costituiti nella seconda
fase, ai quali si aggiungeva il gruppo centrale guidato da Gelli. Sotto il profilo strutturale è altresì da rilevare
che l’organizzazione aveva un vertice, ovvero un capo riconosciuto come tale dagli affiliati e che questo
vertice, modellato secondo una tipologia strettamente personalizzata andava individuato nella figura di Licio
Gelli, poiché i riferimenti ad un vertice più allargato, che viene indicato come direttorio, non trovano pratica
attuazione secondo i documenti in nostro possesso. Terzo rilievo è che appare acclarato come una
conoscenza interpersonale tra i soci, in quanto tali, fosse certamente garantita dalle riunioni di gruppo: è
pacifico cioè che gli affiliati entravano in contatto con altri affiliati, riconoscendosi reciprocamente tale
qualifica. Il quarto argomento è relativo all’esistenza di un indubbio momento qualificato, particolarmente
solennizzato nella iniziazione, attraverso il quale l’affiliato riconosceva di aderire alla associazione
accettandola in quanto tale. Va da ultimo sottolineato, con riferimento alla sede, come dato certo, che la
loggia in quanto tale ha usufruito sempre di un punto di riferimento stabile in modo continuativo (Via Lucullo,
Via Cosenza, Via Condotti, Via Vico, Via Romagnosi). Per altro a tale sede può farsi riferimento nell’ultima
fase, solo per la sessantina di iscritti che figurano nel pie’ di lista ufficiale. E’ certo infatti che durante questo
periodo, quello di maggior significato e di più grande sviluppo, la gestione amministrativa e contabile venne a
trovare il suo punto di riferimento presso la segreteria personale del Gelli, negli uffici personali di Castiglion
Fibocchi, mentre il vero centro di attività del Venerabile e della loggia andava localizzato nella suite da questi
occupata presso l’Hotel Excelsior, meta assidua di pellegrinaggi di affiliati (e non) secondo le concordi
testimonianze. Questa duplice localizzazione della reale sede della loggia ben rappresenta il rapporto di
totale predominio che Gelli aveva infine raggiunto nella Loggia Propaganda, anche nei confronti della
comunione di Palazzo Giustiniani.
Gli argomenti che abbiamo esposti ci consentono di affermare non solo che la Loggia P2 era oggettivamente
costituita come struttura associativa ma che, in quanto tale, essa era soggettivamente considerata dagli
aderenti.
Il successivo passaggio è pertanto quello di stabilire secondo quali modalità questa associazione si
organizzava relativamente alle peculiarità del tutto singolari del suo concreto operare e delle sue finalità,
quali ci vengono mostrate dai documenti.
Riprendendo gli argomenti sopra esposti ci è dato osservare che una connotazione ad essi comune è la
settorializzazione dei rapporti tra gli affiliati: non è tanto cioè che manchino del tutto strutture e modelli propri
di una associazione normalmente funzionante ad assumere rilievo, quanto piuttosto che essi sono presenti
in forme che tendono ad escludere la circolarità delle relazioni intersociali. Così manca l’assemblea
generale, ma esistono assemblee di gruppo; così pure è assicurata la conoscenza personale tra gli affiliati,
ma è negato al socio il possesso del dato conoscitivo relativo alla totalità degli altri associati: altro elemento
questo, si noti, assolutamente caratterizzante una associazione di tipo regolare. Questi rilievi ci consentono
di osservare come la prima manifestazione della patologia associativa della Loggia P2 risieda nella sua
struttura, modellata al fine di realizzare una sostanziale parcellizzazione della vita sociale e dei rapporti tra i
soci(1).
Tale assunto ci consente di pervenire all’acquisizione di un ulteriore risultato interpretativo di estremo
interesse. Non è chi non veda che una struttura parametrata al modello descritto può avere possibilità di
concreto funzionamento solo postulando una direzione di vertici che, superando la parzialità delle relazioni
sociali ed in sé assumendole, consenta all’organizzazione di estrinsecare i propri contenuti. L’assenza infatti
di un fondamentale momento di vita associativa quale l’assemblea, comporta di necessità l’esistenza di un
modello funzionale nel quale il vertice provveda a quanto non realizzato dalla base: determinare, cioè, le
linee generali di azione della organizzazione.
Tale modello era per l’appunto quello della Loggia P2 nella quale il Venerabile Maestro assumeva
configurazione di dominus assoluto dell’associazione, non trovando di fronte a sé alcuna forma dì
espressione consorziata della volontà degli affiliati. Come tale Licio Gelli non ripeteva la sua posizione da
procedimenti elettivi, dei quali non si ha traccia alcuna, mentre per converso ci è noto che il Salvini ne
decretò, su impulso del Gamberini, l’elevazione al rango di Maestro Venerabile rigidamente elettiva secondo
gli statuti massonici.
Lo schema di funzionamento sociale, che abbiamo individuato ci consente di affermare che la Loggia P2 si
pone come una associazione di assetto piramidale caratterizzato dall’assenza o dall’estrema labilità dei
rapporti orizzontali tra i soci. Ad essa corrisponde l’individuazione, estremamente significativa, di una serie di
rapporti verticali instaurati tra la base ed il vertice, tra gli affiliati ed il Gran Maestro, ampiamente
documentati, in univoco senso, alla documentazione epistolare e dai riscontri testimoniali.
Questo modello funzionale era del resto esplicitamente portato a conoscenza degli affiliati, secondo quanto
si ricava da una lettera circolare dal Gelli inviata ai nuovi iscritti, nella quale è dato leggere: “Colgo
l’occasione per ricordarti che per qualsiasi tua necessità dovrai metterti sempre in contatto diretto con me e
che nessuno che non sia stato da me esplicitamente autorizzato – della qualcosa ti darò preventiva
comunicazione – potrà venire ad importunarti: qualora si dovesse verificare la deprecabile ipotesi che del
resto è assai remota, per non dire impossibile – di un tentativo di avvicinamento da parte di persona che si
presenti a te facendo il mio nome, sarei grato se tu respingessi decisamente il visitatore e mi dessi
immediata notizia dell’accaduto”.
Il testo citato offre alla nostra attenzione un duplice dato conoscitivo, perché, oltre alla puntuale descrizione
della situazione di verticalizzazione dei rapporti sociali individuata come caratteristica strutturale della Loggia
P2, ci conduce alla prospettazione in termini conclusivi del problema della segretezza dell’organizzazione.
La ricostruzione proposta della storia della loggia nell’ambito del Grande Oriente ci ha consentito di
affermare che, attraverso il processo di ristrutturazione che intervenne a partire dalla Gran Loggia di Napoli
del 1974, la Loggia P2 venne a porsi in una condizione di segretezza non più assimilabile alla riservatezza
propria della tradizione massonica e tale da consentirci di definire l’organizzazione come contrassegnata da
una connotazione oggettiva, ovvero strutturale, di segretezza. Quando adesso si considerino le
raccomandazioni agli iscritti contenute nella circolare riportata ci si avvede che in seconda analisi esse altro
non sono che una modalità attuativa della segretezza della loggia, riportata all’estrinsecarsi delle relazioni
sociali. La segretezza della loggia vale cioè non solo nei confronti dell’esterno, ma permea essa stessa la
vita dell’associazione, trovando nella figura del Maestro Venerabile l’elemento esclusivo di contatto tra gli
affiliati ovvero l’arbitro ultimo delle relazioni sociali e della loro stessa riconoscibilità nell’ambito della
organizzazione.
Quanto all’esterno dell’organizzazione, nei confronti del mondo “profano”, la segretezza veniva sanzionata
da un documento che fissava le regole di comportamento dei soci. In questo singolare testo, intitolato
“Sintesi delle norme”, è dato leggere che l’affiliato deve evitare di cadere in situazioni che possano condurlo
ad “infrangere – anche se involontariamente – la dura regola del silenzio”. Una regola, questa, che l’affiliato
accettava sin dal momento del suo ingresso nella loggia, quando, prestando giuramento, si impegnava a non
rivelare i segreti dell’iniziazione muratoria.
I riferimenti documentali riportati, richiamati dal Commissario Bellocchio, ci consentono pertanto di affermare
conclusivamente, completando il discorso impostato nel primo capitolo, che non solo la Loggia P2 era
organizzazione oggettivamente strutturata come segreta, ma che essa, come tale, era soggettivamente
riconosciuta ed accettata dagli iscritti.
Dopo aver studiato la struttura dell’associazione, vediamo adesso come essa si ponesse in relazione al
perseguimento dei fini associativi, nonché quali fossero la compartecipazione programmatica e la
conoscenza reale dei soci in ordine agli scopi ultimi dell’organizzazione alla quale avevano scelto di aderire.
Anticipando qui argomenti e conclusioni che costituiscono lo sviluppo successivo del presente lavoro,
possiamo affermare che la Loggia P2 si delinea nettamente alla nostra attenzione come una complessa
struttura dedita ad attività di indebita, se non illecita, pressione ed ingerenza sui più delicati ed importanti
settori, ai fini sia di arricchimento personale, sia di incremento di potere, tanto personale quanto della
loggia(2).
Questa ramificata azione, perturbatrice dell’ordinato svolgimento delle istituzioni e degli apparati, interessava
i campi più svariati della vita nazionale: dalla politica all’economia, dall’editoria ai ministeri.
Questa enunciazione consente alla Commissione di affermare, con riferimento alla finalità immediata della
Loggia P2, che essa era come tale non solo conosciuta dagli aderenti, ma si poneva come motivo primo
della loro adesione alla associazione. Entrare a farvi parte, infatti, altro non denunciava se non la dichiarata
e consapevole volontà di concorrere a tale azione perturbatrice per la parte di rispettiva competenza, ad
essa apportando il patrimonio personale della propria capacità professionale, delle proprie relazioni e delle
influenze esercitabili. In questa prospettiva possiamo affermare che la finalità immediata della Loggia P2 era,
come tale, in pari modo conosciuta da tutti i membri dell’associazione e da tutti, con pari impegno,
perseguita, le differenze riscontrabili, rispetto a tale fine concreto, avendo ragione di essere solo per il
diverso ruolo da essi membri ricoperto nella società civile.
Possiamo osservare da ultimo che l’identificazione della ragione associativa con questa finalità immediata
altro non costituisce se non lo sviluppo del tradizionale concetto di solidarietà massonica, che il Gelli, dando
notizia agli iscritti della costituzione dei gruppi, così efficacemente individuava: “…solidarietà che, come sai,
rappresenta il trave maestro della nostra Istituzione…”.
Notiamo allora che lo specifico apporto gelliano, nel consolidato quadro di vita massonica, risiede nello
sviluppo, sino alle estreme conseguenze, di fenomeni prima di lui esistenti: come dalla riservatezza si passa
per gradi alla definitiva segretezza, con un compiuto salto di qualità, così dalla tradizionale solidarietà,
funzionale ad operazioni di piccolo cabotaggio, si arriva alla dimensione affatto nuova di una operazione
generalizzata di interferenza nella vita del Paese. E’ facile allora osservare come i due fenomeni, secondo
quanto ci mostra lo studio della vicenda della loggia, corrano in parallelo secondo un legame di intrinseca
reciprocità, il primo essendo funzionale alla ambizione di propositi del secondo.
Accanto, o meglio oltre, questo fine immediato la Loggia P2 si poneva un fine mediato o ultimo al quale il
primo era subordinato, e che verrà analizzato e studiato nel capitolo concernente il progetto politico della
Loggia Propaganda: possiamo già dire, in tale sede, che il fine ultimo della organizzazione risiedeva nel
condizionamento politico del sistema.
Il problema che ci poniamo è quello di rilevare quale reale conoscenza vi fosse presso gli affiliati in ordine a
tale ultimo fine della Loggia P2, se e con quale grado di intensità fosse in loro presente la percezione che il
concorso complessivo delle loro azioni, unificate dal vincolo associativo della loggia, tendeva al
perseguimento del fine politico indicato: se cioè essi fossero avvertiti della subordinazione del fine
immediato, da tutti condiviso, al fine ultimo della Loggia P2.
Dall’esame degli atti e della documentazione in nostro possesso non risulta che il concorso della solidarietà
tra affiliati pervenisse al riconoscimento esplicito di questo collegamento; questa finalità ultima, peraltro,
secondo l’ampia analisi che svolgeremo in seguito, costituisce la connotazione generale del fenomeno
piduista, più che come professata dichiarazione intenzionale, in termini di implicita, sottesa direzione delle
azioni della loggia e dei suoi aderenti. A riprova di quanto affermato notiamo che il piano di rinascita
democratica, del quale si farà analisi particolareggiata, delinea lucidamente tale strategia, ma ad essa non fa
mai esplicito riferimento, come del resto è lecito attendersi attesa la gravità dell’obiettivo.
Tale premessa ci consente di affermare in via induttiva, ma con verosimiglianza di risultato, che la
consapevolezza del fine ultimo della loggia non poteva che essere graduata a seconda del ruolo rivestito
dagli affiliati e – trattandosi di finalità squisitamente “profana”, per restare nella terminologia – non poteva che
assumere a metro di paragone il loro ruolo “profano”, ovvero gli incarichi e le funzioni da essi ricoperti nella
società. In via esemplificativa ci sembra di poter evidenziare che, rispetto a tale ultimo fine, il coinvolgimento
del direttore dei Servizi segreti fosse ben diverso da quello di un ufficiale subalterno.
Di pari evidenza risulta che, per quanto invece attiene al fine immediato dell’organizzazione, diversa era la
conoscenza delle attività della loggia a seconda dei settori di appartenenza; talché, tenendo anche conto del
grado di espansione delle attività, quanto avveniva nel settore editoria coinvolgeva certamente gli
appartenenti del gruppo Rizzoli, ma non in pari misura, ad esempio, gli esponenti di vertice del mondo
militare i quali, pur essendo a conoscenza della penetrazione nel settore, ricorrevano alla intermediazione
del Gelli per i contatti reciproci, secondo quanto dimostrano vari episodi di ingerenza nel Corriere della Sera,
gestiti, verosimilmente, dal Trecca.
Possiamo allora concludere che a livello di fini dell’associazione, immediati o ultimi che siano, si riscontra lo
stesso fenomeno di parcellizzazione tra i soci rilevato a livello strutturale; conclusione questa che, per la
convergenza dei risultati interpretativi, non solo arricchisce il nostro patrimonio conoscitivo, ma attribuisce
connotazioni di verosimile attendibilità alla ricostruzione proposta.
Rimane da ultimo da precisare che il modello organizzativo studiato, anche a livello di finalità
dell’associazione, presupponeva che il possesso completo della loro conoscenza risalisse soprattutto alla
figura che vi fa capo e quindi al Venerabile Maestro, la cui infaticabile attività è testimoniata da tutte le fonti e
che risulta ben spiegabile in un contesto associativo così organizzato. La Loggia P2 ci appare allora, in tutta
la sua funzionale essenzialità, patologica, certo, rispetto ai modelli normali di associazione, ma
assolutamente idonea quale strumento destinato alla gestione di una generale operazione di inserimento nel
sistema a fini di condizionamento e controllo. Il modello assunto è stato definito “per cerchi concentrici”
dall’onorevole Rognoni e tale espressione ben rappresenta la settorialità di strutture e di relazioni sociali
proprie dell’organizzazione.
Non è infine chi non veda come questa tipologia associativa, pur patologica, non sia peraltro del tutto nuova.
Il Procuratore generale della Repubblica, nei motivi di appello avverso la sentenza del Giudice istruttore del
tribunale di Roma, ha infatti affermato, con riferimento al problema di segretezza, che “sembra quasi di
vedere enunciate, per tabulas, le regole del silenzio, omertà e sicurezza a cui si dovevano attenere gli
appartenenti ad organizzazioni terroristiche o mafiose o camorristiche”.
Analogo riferimento è proposto dalla sentenza del Consiglio Superiore della magistratura. Questi rilievi
possono essere allargati ad un più generale contesto interpretativo, poiché ci è dato osservare che da tali
organizzazioni, che si muovono nell’illegalitàin forma organizzata, la Loggia P2 mutua quella
frammentazione dei rapporti sociali e quella non conoscibilità, nei gradi intermedi, dei fini ultimi
dell’organizzazione, che la stessa non liceità di tali fini rende indispensabili connotati strutturali.
NOTE:
1. “Sintesi delle norme”: “Per una maggiore e più assoluta sicurezza non sarà mai indicato il numero
degli iscritti che prestino servizio nello stesso ente, organismo o amministrazione… tutt’al più
l’elemento preposto a quel determinato ente dovrà venire a conoscere i nominativi di circa un cinque
per cento degli iscritti a lui sottoposti”.
2. v. “Sintesi delle norme”: “…tra i compiti principali dell’ente vi sono sia quello di adoperarsi per far
acquisire agli amici un grado sempre maggiore di autorevolezza e di potere perché, quanta più forza
ognuno di essi potrà avere, tanto maggior potenza ne verrà all’organizzazione stessa, intesa nella
sua interezza, sia quello di elargire ai componenti la massima assistenza possibile”.
LA POSIZIONE PERSONALE DEGLI ISCRITTI
L’analisi della struttura associativa che abbiamo sviluppato ci consente di affrontare il problema delle
responsabilità degli affiliati in termini corretti, evitando di dare adito a controproducenti polemiche. Partendo
infatti dalla distinzione tra fine immediato e fine ultimo della loggia ci sembra naturale concludere che tutti gli
affiliati erano responsabili di appartenere ad una associazione che aveva il fine evidente di interagire nella
vita del paese in modo surrettizio.
Rispetto al fine ultimo invece, cui tale inquinamento era diretto, si può affermare che la media degli affiliati ne
era sostanzialmente non avvertita, per lo meno quanto alla sua concreta effettiva natura di pericolo grave per
la società civile. Questa generale esenzione non va peraltro estesa a tutti coloro per i quali è lecito
presumere che l’elevato incarico ricoperto (pubblico o privato che fosse), ovvero la natura delicata delle
funzioni svolte non consentono errori di valutazione così macroscopici o compromissioni di sorta
nell’adempimento del proprio dovere.
Proseguendo nell’analisi del problema va ricordato che, in sede di procedimento disciplinare, alcuni ufficiali
hanno addotto a giustificazione della loro adesione l’invito loro rivolto da ufficiali gerarchicamente
sopraordinati, i quali avrebbero fatto intendere, più o meno velatamente, che l’ingresso nell’organizzazione
costituiva passaggio obbligato per lo sviluppo della carriera. Se è di palese evidenza che un simile
comportamento costituisce una aggravante per coloro che hanno esercitato simili forme di pressione, lo
spunto in esame si offre ad alcune considerazioni di più ampio respiro.
Il modulo di domanda per l’affiliazione alla Loggia P2 conteneva, oltre alle richieste di informazione che è
dato attendersi in consimili occasioni, un’illuminante postilla: “…eventuali ingiustizie subite nel corso della
carriera: …; …danno conseguente: … ; … persone, istituzioni od ambienti a cui si ritiene possano essere
attribuiti: …”.
Questi dati ci pongono di fronte all’esemplificazione palese del viziato rapporto associativo che sottostava a
questo organismo, al malsano intreccio di interessi che sin dal primo momento il Venerabile Licio Gelli
proponeva e gli affiliati accettavano, quale base della mutua collaborazione futura. La sottoscrizione di
questa domanda suona a disdoro per tutti coloro che vi hanno apposto la loro firma, perché essi hanno così
denunciato la loro sfiducia nell’ordinamento quale fonte di tutela e garanzia dell’individuo, affidandosi a tal
fine ad una organizzazione parallela e clandestina.
Soccorre qui naturale il richiamo alle organizzazioni mafiose, già proposto, e alla loro collaudata tecnica di
porsi allo stesso tempo come fonte di illegalità e di protezione contro l’illegalità da esse stesse creata, che
costituisce il cardine di una sostanziale operazione tentata di avocazione di poteri statuali, nella quale va
individuata la maggior ragione di pericolo di tali forme associative
per la collettività. Analogamente la Loggia P2 sperimentava nei confronti di coloro che venivano individuati
come elementi utili per l’organizzazione, quando recalcitranti, forme di pressione delle quali sono
testimonianza, ad esempio, l’esperienza dell’onorevole Cicchitto, che ha denunciato di essersi iscritto dopo
una persistente opera di pressione intimidatoria e le denunce degli ufficiali subalterni, sopra ricordate.
La valutazione della responsabilità degli iscritti va poi riportata, secondo quanto ha osservato il Commissario
Battaglia, al momento di appartenenza alla Loggia P2, distinguendo tra coloro che ad essa appartenevano
prima dell’ingresso di Licio Gelli nell’organizzazione e coloro che ad essa hanno aderito durante il periodo
della gestione gelliana, con particolare riferimento alla seconda fase caratterizzata dalla sostanziale
emancipazione dalle strutture massoniche che funzionavano oramai da semplice copertura formale.
Contrariamente a quanto sostenuto dagli iscritti in sede di esami testimoniali, lo studio delle vicende del
rapporto tra la loggia e le istituzioni massoniche che ad essa avevano dato vita, consente di affermare che
chi si affiliava alla Loggia P2 intendeva, soprattutto nel secondo periodo di sviluppo, accedere piuttosto che
alla massoneria, per l’appunto all’organizzazione guidata da Licio Gelli.
In questo senso, come abbiamo affermato che Gelli era un massone atipico, così è dato osservare che gli
affiliati alla Loggia P2 sono anch’essi massoni atipici tra i quali è dato distinguere una varia articolazione di
individui che va da veri e propri massoni ovvero da coloro che accedevano alla massoneria, accettandone
per altro le peculiarità organizzative della copertura – ed erano questi coloro che appartengono alla loggia
prima dell’arrivo di Licio Gelli – a coloro che entrano nella Loggia P2 sotto l’egida della gestione gelliana e
che hanno un rapporto con l’istituzione massonica via via più labile, secondo la rilevata progressiva
emancipazione della loggia.
Questa valutazione, che ci si ritiene in dovere di fornire sul comportamento degli iscritti, attiene alla
valutazione politica, propria come tale della Commissione ed alla quale la Commissione è doverosamente
tenuta, ed in nulla interferisce sulle deliberazioni che verranno prese in proposito dai tribunali civili e militari, i
quali sono tenuti, nella loro sovrana prerogativa giudiziaria, ad assumere criteri di giudizio di diversa natura e
di diverse conseguenze.
La Commissione, giunta al termine dei suoi lavori, ritiene per altro doveroso affermare, con riferimento
all’elemento della posizione personale degli iscritti, che non ci si può sottrarre all’impressione, ricavabile
soprattutto dal contesto delle audizioni effettuate, che l’elemento della scarsa affidabilità e la approssimativa
deontologia di comportamento di molti affiliati abbiano giocato un ruolo determinante nella creazione del
sistema di potere gelliano. In questo senso la storia della Loggia P2 è una storia di uomini sbagliati – una
categoria del costume l’ha definita il Commissario Mora – di uomini che non hanno risposto alla fiducia che
in loro veniva riposta dalla società. Durante le audizioni la Commissione ha riscontrato atteggiamenti
negatori che contestavano emergenze istruttorie suffragate prima ancora che da innegabili riscontri
documentali, dalla logica stessa dei fatti ed ha potuto constatare che tale atteggiamento accomunava, con
sorprendente identità di tecniche e di forme, uomini che avrebbero dovuto apparire del tutto diversi tra loro
per rango occupato nella società. Questo comune porsi di fronte alla Commissione in posizioni di palese
reticenza è del resto, vada detto in loro danno, ulteriore conferma dell’ampiezza del fenomeno e della sua
eccezionale gravità.
Una precisazione finale è d’obbligo: la peculiarità della struttura associativa e organizzativa della Loggia P2
e la distinzione sulla consapevolezza dei fini – immediati e ultimi – enunciata, comportano la ricostruzione di
un modello funzionale che non consente di ritenere ciascun componente partecipe e responsabile di tutte le
attività della loggia. Se è vero, infatti, da un lato, che la compromissione degli affiliati con un organismo di
accertata illecita natura è complessivamente certa, vero è anche, dall’altro, che tale compromissione varia
tra il minimo della consapevolezza del fine immediato (propria della media di base) ed il massimo della
programmazione del fine ultimo eversivo, propria dei vertici.
Di più: il tipo di organizzazione per settori verticali, operanti il più delle volte con il sistema dei compartimenti
stagni propri della Loggia P2, fa sì che l’attribuzione alla loggia di determinate attività debba intendersi riferita
non già all’intera associazione, sibbene solo al settore competente nella relativa materia (così come, ad
esempio, editoria, magistratura, commercio con l’estero, forze armate, eccetera).
In definitiva e per concludere, ogniqualvolta si voglia risalire a responsabilità personali per attività imputabili
alla loggia, occorrerà procedere innanzitutto alla individuazione del “settore” dell’organizzazione competente
per materia e quindi all’individuazione dei singoli affiliati che di quel settore facevano parte.
GLI APPARATI MILITARI E I SERVIZI SEGRETI
LA DOCUMENTAZIONE ANTERIORE ALL’INFORMATIVA COMINFORM
Per una corretta interpretazione del problema del rapporto instaurato tra Licio Gelli ed i Servizi segreti è
imprescindibile prendere le mosse da un analitico e dettagliato esame dei documenti pervenuti ed in
particolare dal fascicolo intestato a Licio Gelli, conservato negli archivi dei Servizi di informazione, ed inviato
dal SISMI alla Commissione. Questo fascicolo verrà analiticamente studiato al fine di interpretare, nei suoi
termini reali, il ruolo svolto dai Servizi segreti nella vicenda della Loggia P2.
Dalla documentazione inviata apprendiamo che i Servizi si sono interessati per la prima volta di Licio Gelli
nel 1945, nell’ambito di indagini relative a due agenti nemici che avevano lasciato Pistoia al seguito dei
tedeschi. Da questa prima nota informativa apprendiamo che nel corso delle indagini era infatti emerso che
nel novembre 1944 un certo Gelli si era presentato alla famiglia di uno dei due, cercando di scoprire se
questa sapesse dove il congiunto fosse riparato. I Servizi raccolsero a questo punto notizie sul Gelli in
questione e lo identificarono in Gelli Licio di Ettore e fu Gori Maria, nato il 21-4-1919 a Pistoia. Gelli, che si
trovava all’epoca e La Maddalena, fu sottoposto ad interrogatorio presso il Centro di Cagliari.
Nell’occasione raccontò che il 9 settembre 1943 si trovava a Viterbo come tenente dei paracadutisti; venne
rastrellato da un reparto tedesco e, posto di fronte all’alternativa di aderire alla Repubblica di Salò o di
essere deportato in Germania, optò per la prima soluzione, rientrando a Pistoia come ufficiale di
collegamento con le SS presso la Federazione dei Fasci. Stando sempre a quanto
dichiarato da Gelli, egli avrebbe quindi preso contatti con il CLN pistoiese e reso utili servizi ai partigiani. I
comandi nazifascisti, venuti a conoscenza di questa sua collaborazione, gli diedero la caccia, istituendo una
taglia di lire centomila (100.000) a favore di chi lo avesse catturato. Con l’aiuto del CLN Gelli e la sua
famiglia ripararono allora in montagna per rientrare in città soltanto dopo la liberazione, avvenuta nel
settembre 1944.
Nell’ottobre del 1944, sempre secondo le sue dichiarazioni, Gelli fu chiamato a collaborare con il Counter
Intelligence Corps al seguito della V Armata, vale a dire con il servizio di controspionaggio militare
americano, su indicazione del quale si sarebbe recato nell’abitazione dell’agente nemico. I servizi resi gli
consentirono nel dicembre del 1944 di recarsi a La Maddalena, munito di un lasciapassare rilasciatogli in
data 12 gennaio 1945 dal Presidente del CNL di Pistoia, Italo Carobbi: una specie di “lettera di
raccomandazione” per il CLN di Napoli affinché Gelli fosse aiutato “nel limite delle possibilità,
nell’espletamento della concessione del permesso per recarsi in detta località” (La Maddalena).
Già nell’ottobre del 1944 Italo Carobbi, a nome del CLN pistoiese, aveva rilasciato a Gelli una sorta di “carta
di libera circolazione”. Il rilascio di questo attestato doveva aver suscitato critiche nell’ambito dello stesso
CLN pistoiese, tanto che La Voce del Popolo (organo del CLN di Pistoia) dovette uscire il 4 febbraio 1945
con un articolo di chiarimento sulla vicenda. In questo attestato, che Gelli esibì nel corso dell’interrogatorio
cui fu sottoposto a Cagliari, si rileva che Gelli, pur essendo stato al servizio dei fascisti e dei tedeschi, si era
reso utile in vari modi alla causa dei patrioti pistoiesi.
Egli aveva infatti:
1. avvisato partigiani che dovevano essere arrestati;
2. messo a disposizione e guidato personalmente il furgone della Federazione fascista per portare
sei volte consecutive rifornimenti di viveri ed armi alla formazione di Silvano e alle formazioni
di Pippo, dislocate in Val di Lima;
3. partecipato e reso possibile la liberazione dei prigionieri politici detenuti alla Villa Sbertoli.
La dichiarazione di Carobbi termina con questa frase: “Resta salva la facoltà di esaminare con maggiore
cura le attività svolte dal Gelli Licio, onde stabilire definitivamente la sua posizione”.
Questo dunque il tenore della prima informativa su Licio Gelli agli atti nei fascicoli dei Servizi.
Gelli fornì in occasione dell’interrogatorio cagliaritano la versione dei fatti a lui più congeniale, ma ammise
comunque la sua attività di doppiogiochista e di delatore, e fornì in quell’occasione i nominativi di quelle 56
persone che avevano attivamente collaborato con i tedeschi; la lista che Pecorelli prometteva di rivelare nel
successivo numero di O.P., quello che non sarebbe mai uscito.
Le due informative successive (luglio 1945 e gennaio 1946) contengono molte notizie sui trascorsi del
Venerabile. Lette in parallelo con le informative contenute nel fascicolo inviato dalla questura di Pistoia,
relative agli stessi anni, e con il fascicolo inviato dal Tribunale di Pistoia, ci consentono la seguente
ricostruzione.
1936: Gelli si arruola volontario nell’ex M.V.S.N. proveniente dalla G.I.L. Partecipa alla guerra di Spagna.
1940: Si iscrive al Partito nazionale fascista, proveniente dai G.U.F.
1942: E’ chiamato a Cattaro (Jugoslavia) da Alzona, ex federale di Pistoia. Qui diviene uomo di fiducia di
Parini, segretario dei fasci italiani all’estero. Resta a Cattaro fino al 25 luglio 1943.
1943: Aderisce alla Repubblica sociale italiana. E’ uno dei primi a costituire a Pistoia il fascio repubblicano.
Diviene ufficiale di collegamento con le SS. E’ attivo nel rastrellamento dei prigionieri inglesi e degli
antifascisti. Fa arrestare il parroco di San Biagio in Cascheri che a suo dire avrebbe favorito alcuni di essi.
Capeggia le squadre per il rastrellamento dei renitenti alla leva; è complice dell’arresto di quattro di essi, poi
fucilati nella fortezza di Pistoia.
1944 – 26 giugno: Partecipa, con la formazione partigiana di Silvano Fedi, all’attacco alle carceri giudiziarie di
Pistoia, Villa Sbertoli, che consenti la liberazione di 57 detenuti politici e di due ebrei.
1944 – 28 agosto: E’ ucciso il commissario capo di PS presso la questura di Pistoia, Giuseppe Scripilliti, che
collaborava con i partigiani. Gli fu teso un agguato proprio mentre stava portando al capo partigiano Silvestro
Dolfi un elenco di fascisti repubblicani e di collaboratori dei tedeschi. Gelli fu coinvolto in questo delitto dalle
deposizioni rese nel 1947 da Dolfi, al quale il nominativo di Gelli come sicario di Scripilliti era stato fatto da
un altro partigiano, Michele Simoni. Il Simoni però, in seguito alle indagini personalmente compiute, modificò
in un secondo tempo i suoi convincimenti e ritenne Gelli estraneo al delitto.
1944 – settembre: Dopo la liberazione di Pistoia, Gelli è oggetto di rappresaglie: l’11 novembre è aggredito
in piazza San Bartolomeo.
1944 – 2 ottobre: Primo attestato di Carobbi (carta di libertà di circolazione).
1945 – 12 gennaio: Secondo attestato di Carobbi.
1945 – 4 febbraio: Sul settimanale La Voce del Popolo appare un articolo intitolato: “Un chiarimento del
CPLN “. Si giustifica il rilascio dell’attestato del 2 ottobre 1944.
1945 – febbraio: ritornando clandestinamente dalla Sardegna è arrestato nei pressi di Lucca dalla polizia
militare alleata.
1945 – 22 marzo: La procura del Re di Pistoia emette nei suoi confronti mandato di cattura per i delitti
commessi durante il regime fascista (sequestro di Giuliano Bargiacchi, figlio di un collaboratore dei
partigiani).
1945 – 21 aprile: E’ condannato in contumacia dal tribunale di Pistoia a due anni e sei mesi di reclusione per
sequestro di persona e furto.
1945 – 11 settembre: in relazione al sequestro Bargiacchi è arrestato a La Maddalena.
1946 – 20 marzo: Sempre per lo stesso episodio ottiene la libertà provvisoria ed è rinviato da La Maddalena
a Pistoia.
1946 – 25 marzo: Il procedimento penale presso la corte d’assise straordinaria, provocato da una denuncia
del colonnello dell’aeronautica Ferranti Vittorio (a suo dire Gelli avrebbe organizzato rastrellamenti di
prigionieri inglesi), è trasmesso, con la richiesta di proscioglimento per insufficienza di prove, alla corte
d’appello di Firenze che dispone invece l’istruttoria formale.
1946 – 1° ottobre: In relazione al sequestro Bargiacchi è assolto dalla corte d’appello di Firenze perché il
fatto non costituisce reato.
1946 – 30 novembre: Nella cartella biografica intestata a Licio Gelli presso la prefettura di Pistoia leggiamo,
nel riquadro riservato alla situazione economica: “Nullatenente. E’ aiutato dai parenti, mentre egli si industria
con il piccolo commercio”.
1947 – 7 gennaio: E’ iscritto nel Casellario politico centrale del Ministero dell’interno e sottoposto ad “attenta
vigilanza”.
1947 – 27 gennaio: Il processo penale iniziato a seguito della denuncia di Ferranti si conclude con sentenza
assolutoria per amnistia della sezione istruttoria della corte d’appello di Firenze.
1947 – 11 settembre: ottiene il passaporto per la Francia, Spagna, Svizzera, Belgio ed Olanda.
1948 – 9 luglio. Per quanto concerne la posizione del CPC, la vigilanza è ridotta da “attenta” a “discreta”.
1949 – 12 aprile: Il tribunale di Pistoia lo condanna all’ammenda di lire 1.400 per contrabbando e frode
dell’IGE. La pena è sospesa.
1950 – 24 marzo: E’ radiato dal CPC.
Questo è dunque il quadro che emerge dalle informative precedenti il settembre 1950.
L’INFORMATIVA COMINFORM ED I SUOI SVILUPPI
Il 20 gennaio di quell’anno perviene ad un Centro SIFAR periferico una nota proveniente dall’Ufficio
romano(1). L’Ufficio scrive al Centro periferico che “Organo collaterale ha segnalato quale sospetto agente
del Kominform tale Gelli, non meglio indicato, da Pistoia” e chiede di svolgere accertamenti. Nel febbraio (il
24) il Centro risponde all’Ufficio che il Gelli segnalato deve identificarsi in Gelli Corrado, né peraltro l’organo
rispondente fornisce alcuna spiegazione circa l’identificazione proposta, per quali motivi cioè la notizia in
possesso della sede centrale possa essere riferita ad un nominativo (Gelli Corrado) con esclusione di un
altro (Gelli Licio).
Nel settembre successivo il Centro periferico invia all’Ufficio il documento noto come informativa
COMINFORM, smentendo così la sua precedente segnalazione. Anche in questa seconda occasione il
Centro non fornisce alcuna spiegazione di tale invero strano modo di procedere, poiché non rende ragione
né di questa sua seconda definitiva identificazione, né delle ragioni dell’errore nel quale era incorso
precedentemente, quando tale identificazione aveva negato.
Risalta in altri termini, dalla corrispondenza che accompagna l’informativa, un quadro invero singolare di
rapporti tra una sezione periferica subalterna ed il centro che mal si concilia con la subordinazione
gerarchica esistente tra i due organi corrispondenti; la corrispondenza che accompagna il documento appare
in tale contesto più il pretesto formale, burocraticamente indispensabile, per l’incardinamento dell’informativa
nel fascicolo, che la reale rappresentazione cartolare di una procedura di acquisizione di notizie tra organi
posti in posizione di subordinazione gerarchica e funzionale. Nel rapporto si sostiene che Gelli, legato al
partito comunista fin dal 1944, è per lo meno dal 1947 un agente dei servizi segreti dell’Est (Kominform).
Avrebbe mascherato questa sua attività dietro quella di industriale e commerciante prima (trafilati di ferro e di
rame), e di libraio in un secondo momento. Nella necessità di ottenere a tutti i costi un passaporto, il Gelli si
sarebbe iscritto prima alla democrazia cristiana, quindi al partito monarchico e infine al Movimento sociale
italiano. Vanterebbe relazioni con eminenti personalità politiche ed è in grado di spendere quantità di denaro
esagerate rispetto alle sue probabili entrate.
L’informativa descritta dà luogo ad un unico accertamento successivo in ordine ai gravi elementi informativi
in essa contenuti.
Il solito Centro periferico comunica all’Ufficio centrale il risultato dell’unico riscontro che era stato effettuato in
ordine alle notizie contenute nell’informativa: la libreria di Gelli era stata sottoposta ad attenta sorveglianza e
l’attività in essa svolta dal Gelli non aveva dato luogo a nessun sospetto.
Non era inoltre risultato che al Gelli fosse stata perquisita l’abitazione perché sospettato di traffico d’armi e di
spionaggio a favore dei paesi dell’Est, né tanto meno risultava che egli fosse stato segnalato dalla questura
di Livorno quale elemento in relazione con una banda di contrabbandieri di armi e di esplosivo (queste ultime
affermazioni erano anch’esse contenute nel rapporto).
Dopo una nota in data 1953, che riepiloga in termini molto blandi il tenore dell’informativa, segue nel 1960 un
ultimo documento nel quale il Gelli viene sostanzialmente presentato come un uomo di affari che non si
occupa più di politica. A partire da questa data cade il silenzio su Gelli per ben 13 anni, per arrivare al 1973,
quando con una nota si chiede se è possibile identificare Gelli con tale Luigi Gerla, segnalato nel 1964 per
avere reso servizi ai Servizi segreti ungheresi (A.V.H.). Nella stessa nota si sostiene che “il soggetto afferma
di avere avuto connessioni con il SIFAR e sembra avere connessioni con i circoli ungheresi”.
NOTE:
1. Nei documenti dei Servizi inviati alla Commissione, le indicazioni dei mittenti e dei destinatari sono
sempre
cancellate e non è quindi possibile stabilire con certezza la provenienza e la destinazione delle note.
LA DOCUMENTAZIONE SUCCESSIVA ALL’INFORMATIVA COMINFORM
Nel fascicolo proveniente dal SISMI quindi sono contenute due note scritte, nel 1972 e nel 1974, da ufficiali
del Centro di Firenze su incarico dell’allora comandante del Raggruppamento Centri; dal loro testo emerge
che Gelli avrebbe affermato, in data precedente il giugno 1971, di essere un agente del SID. La confidenza
fu fatta a più persone, alle quali Gelli forni anche una serie di elementi di riscontro, risultati poi attendibili; tra
questi il suo nome di copertura nel Servizio, che era quello di Filippo. Nell’occasione le note aggiornavano il
quadro delle conoscenze politiche del Gelli e gettavano luce sull’ultimo periodo frusinate. Gelli si era infatti
trasferito nel 1962 a Frosinone come uomo di fiducia del commendator Pofferi, proprietario della Permaflex,
che lo aveva nominato direttore dello stabilimento locale. Risale a questo periodo l’episodio delle commesse
di materassi per le forze armate NATO, ottenute dal Pofferi grazie alla intermediazione di Gelli, ma qualcosa
d’altro avvenne poi a Frosinone perché Gelli è accusato nella nota del 1974 di essersi appropriato di trecento
milioni della Permaflex. Comunque alla fine del 1967 Licio Gelli lasciò Frosinone per Arezzo, passando ai
materassi della società Dormire, dove comincia il suo rapporto con i fratelli Lebole. Per la prima volta nella
nota si parla dell’appartenenza di Gelli a logge massoniche.
Come è ammesso nella lettera di trasmissione (l° settembre 1981) le due note non partirono mai per Roma
ed il perché possiamo capirlo leggendone un brano significativo: “Dopo qualche giorno lo stesso
Comandante del… mise al corrente il Comandante di questo Centro che l’allora Comandante del Reparto D
era andato su tutte le furie per le indagini svolte sul conto di Gelli. Infatti qualche tempo dopo lo stesso
Comandante del Reparto D rimproverò personalmente il Comandante di questo Centro di aver ubbidito al
Comandante del… nello svolgere indagini su Gelli, persona, secondo lo stesso, influente e utile al Servizio,
minacciandolo, per altro, di restituirlo all’Arma territoriale”.
L’interesse della vicenda sta nella a dir poco singolare disparità di trattamento che i Servizi di informazione
riservano a Gelli in sede periferica ed in sede centrale; ma questa incrinatura che si intravede
nell’atteggiamento dei Servizi nei confronti di Gelli va letta unitamente ai dati che analizzeremo relativamente
al 1974, l’anno che il Commissario Crucianelli ha definito il momento di difficoltà di Licio Gelli.
Il 1974 è infatti anche l’anno della prima relazione sul “gruppo Gelli” inviata alla magistratura dall’allora
direttore dell’Ispettorato per l’azione contro il terrorismo, Emilio Santillo; ad essa, trasmessa nel dicembre del
1974 al giudice Tamburino, titolare dell’inchiesta sulla Rosa dei venti, ne seguiranno altre due
rispettivamente nel dicembre del 1975 e nell’ottobre del 1976. La seconda fu trasmessa al giudice Zincani
che indagava su Ordine Nero, la terza ai giudici Pappalardo e Vigna, impegnati nell’inchiesta sull’omicidio del
giudice Occorsio.
Queste tre relazioni sono di fondamentale importanza nell’ambito della nostra storia poiché dalla loro lettura
si evince che Santillo aveva lavorato isolatamente e non aveva potuto accedere, nello svolgere le sue
indagini, al fascicolo, o ai fascicoli su Gelli in possesso dei Servizi. L’Ispettorato infatti per ricollegarsi ai
trascorsi fascisti del Venerabile ricorre come fonte soltanto alla citazione di alcuni brani di documenti redatti
dai massoni democratici. Santillo sostanzialmente centra, nelle tre relazioni, i collegamenti tra Gelli e gli
ambienti massonici legati al generale Ghinazzi (comunione di Piazza del Gesù) con l’eversione nera,
disegnando una aggiornata mappa della “massoneria nera”, e parla per la prima volta di finanziamenti
massonici a gruppi dell’estrema destra (golpe Borghese).
L’ispettore Santillo denota, nella sua attività investigativa, un crescente interesse per Licio Gelli, per il quale
sin dalla prima nota (1974) afferma “… la cui Loggia definita anche “Raggruppamento Gelli” potrebbe
significare che il gruppo aveva una destinazione di attività diversa da quella specifica della massoneria”.
Di notevole interesse è infine la terza nota (1976)) che verte completamente, con notizie sufficientemente
precise e puntuali, su Gelli e sulla Loggia P2 e nella quale è dato tra l’altro leggere: “In occasione della
recente campagna elettorale, egli avrebbe inviato ad alcuni “Fratelli”, suoi intimi, un documento
propagandistico, decisamente antimarxista, con cui si invita la Democrazia Cristiana ad uscire dalla grave
crisi in cui versa il Paese, attuando un vasto piano di riforme: controllo radio-televisivo, revisione della
Costituzione, soppressione dell’immunità parlamentare, riforma dell’ordinamento giudiziario, revisione delle
competenze delle Forze dell’Ordine, sospensione, per due anni, dell’azione dei Sindacati e il bloccaggio dei
contratti di lavoro”.
Non è difficile rinvenire in questa informazione gli estremi del piano di rinascita democratica, con elementi
che ci orientano a ritenere che il riferimento sia da riportarsi a tale documento o ad un suo estratto o
riassunto.
Nelle informative dei Servizi su Gelli, redatte in quegli stessi anni e negli anni successivi, non vi è peraltro
traccia delle relazioni Santillo e dovremo attendere il 1979 per sentire nuovamente parlare, in un appunto
redatto dalla questura di Arezzo, di finanziamenti massonici all’eversione.
Nel 1974 anche l’Ufficio I della Guardia di Finanza si interessò a Licio Gelli, predisponendo nella primavera
tre relazioni, alle quali non fu riservata una sorte migliore di quella toccata alle due note del Centro SID di
Firenze prima ricordate.
Le indagini sembra che furono avviate su richiesta dell’Ispettorato antiterrorismo di Santillo – in relazione a
quelle svolte su Lenzi Luigi di Quarrata (P2), sospetto di traffico di armi – e furono affidate dal comandante
dell’Ufficio I, colonnello Florio, al tenente colonnello Giuseppe Serrentino, al maggiore Antonino De Salvo ed
al capitano Luciano Rossi. Il più completo dei tre rapporti è senza dubbio quello del maggiore De Salvo che
riferisce delle nuove attività economiche di Gelli e degli incarichi ricoperti in due società del gruppo Lebole
nel settore dell’abbigliamento: la GIOLE e la SOCAM. Circa la posizione politica di Gelli, la qualifica
“spiccatamente destrorsa”, dopo aver peraltro riferito che il Gelli “in Pistoia sino al 1956 era di orientamento
comunista”; il rapporto si dilunga sulle amicizie e sui rapporti politici e con le autorità civili e militari di colui
che indica come “un alto esponente della massoneria internazionale” ed afferma che proprio attraverso la
massoneria passerebbero i suoi rapporti con Peron e Campora (nel 1973 ha ricevuto la nomina a console
onorario d’Argentina). Il maggiore dà anche notizia dei rapporti di Gelli con i paesi arabi ed avanza l’ipotesi
che egli svolga funzioni di public relationman per i rapporti non palesi e non ufficiali intrattenuti dall’Italia con
Stati arabi, chiedendosi se ciò non sia in relazione al traffico di armi. Questo filone di indagine non fu più
ripreso da nessun apparato informativo, nonostante nel rapporto si documenti in modo certo il contatto tra
Licio Gelli e Luigi Lenzi. Il rapporto accennava anche al sicuro possesso, da parte del Centro di Firenze, di
un fascicolo personale intestato a Licio Gelli, del quale non gli fu possibile prendere visione. Le indagini
svolte su Licio Gelli non sembra giovarono agli ufficiali che se ne erano occupati. Il maggiore De Salvo
appare iscritto alla Loggia P2; Luciano Rossi fini suicida dopo essere stato, come sembra, minacciato da
Gelli; Serrentino abbandonò il Servizio per infermità; quanto al colonnello Florio, dopo aver subito una vera e
propria persecuzione nell’Arma con l’arrivo di Giudice e Trisolini (su Giudice, a dire della vedova, aveva
raccolto uno scottante dossier), mori in un incidente d’auto.
Ai fini dell’analisi successiva quello che preme qui rilevare è che il 1974 è l’anno in cui certi settori dei Servizi
(Centro SID di Firenze, Ispettorato antiterrorismo, Ufficio I della Guardia di Finanza) si sono attentamente
interessati di questo “personaggio emergente”. Il quadro complessivo che viene fuori da una lettura
combinata dei rapporti è ancora oggi pienamente valido e significativo, e tanto più ci colpisce in quanto
compilato nel 1974, l’anno che segna, come vedremo, l’apice del fenomeno terroristico, di connotazione nera
in Italia.
Continuando la lettura del fascicolo del SISMI, troviamo una nota datata 1977, quando in seguito ad un
articolo apparso su l’Unità il Servizio, solleccitato dal ministro della difesa, risponde di non avere “sinora
sviluppato specifiche attività di ricerca sulla massoneria” e con riferimento a Licio Gelli afferma che “è
risaputo che il noto Licio Gelli ha intrattenuto ed intrattiene rapporti con varie personalità di rango elevato, sia
in campo nazionale che in quello internazionale”. Il Servizio è soltanto a conoscenza che “il PCI ha
recentemente deciso di ridimensionare la forza e l’influenza delle logge massoniche italiane, ritenute “centri
di potere” capaci di intralciare le attività politiche ed economiche del partito”.
A tal fine avrebbe intrapreso una campagna di stampa che, accusando la massoneria di “inquinamento
fascista”, tende solo a screditarla. Per concludere su questa nota, vale la pena di soffermarsi su quanto il
Servizio scrive in materia di sua stretta competenza e sull’ineffabile rinvio all’ortodossia massonica per
escludere la consistenza del reclutamento massonico di quattrocento ufficiali dell’esercito(1).
Nel 1978, infine, sotto la gestione del generale Santovito, il Servizio redige una relazione sull’argomento, che
verte peraltro non sulla Loggia P2 e su Licio Gelli, ma sulla massoneria in generale. Il documento viene
approntato per consentire al ministro della Difesa di documentarsi in seguito alla presentazione di una
interrogazione dell’onorevole Natta alla Camera dei deputati.
Dopo un lungo excursus storico, il documento afferma che è “opinione diffusa” ritenere che la massoneria
italiana, spinta da quella americana, si sia intromessa in note vicende politiche (si citano la scissione di
Palazzo Barberini, l’estromissione del PCI dal governo De Gasperi, l’introduzione del PSI nell’area di
governo, il divorzio, la scuola laica), ma bisogna riconoscere che il suo peso in tali vicende è indiretto, ed è
soltanto dovuto alla presenza di “fratelli” in Parlamento, negli enti locali, nella dirigenza statale, nell’industria,
nella finanza e così via. Su istigazione del comunismo internazionale, leggiamo nella pagina successiva, si
tende a disgregare la massoneria, ma per fortuna Gamberini, a partire dal 1974 (lapsus freudiano?) ha
cominciato ad espellere falsi fratelli antimassonici, affaristi e intrallazzatori.
Si sostiene quindi che di fronte all’alternativa del compromesso storico si è scatenata in seno al Grande
Oriente un’aspra lotta tra gruppi sostenuti da forze interne ed internazionali. I gruppi che fanno capo a Salvini
e a Gelli (recentemente giunti ad un accordo), in contrasto con il gruppo degli ex di Piazza del Gesù,
sostengono la linea dell’attuale governo Andreotti di coinvolgimento del Pci, che porterà inevitabilmente o al
compromesso storico o al totale rigetto del comunismo. Si rileva quindi che l’azione mondiale della
massoneria è ispirata dalla direttiva economico-politica che viene dagli USA e dall’Inghilterra; si chiariscono i
termini di questo collegamento USA-massoneriaitaliana. L’intera azione sarebbe sostenuta dalla “Trilateral
Commission”, organismo creato da David Rockfeller nel 1973, che potrebbe a sua volta essere una
emanazione della massoneria internazionale. Farebbero parte della Trilateral circa 180 uomini politici e
militari americani e una trentina di europei occidentali e giapponesi.
Si legge inoltre che “sui presunti collegamenti della massoneria con attività criminose contingenti è noto
soltanto che da tempo stanno indagando, in particolare, la magistratura fiorentina e quella romana e che in
genere le persone chiamate in causa hanno risposto alle denunce con l’inoltro di querele”.
Quanto alla diffamatoria campagna del PCI promossa contro la massoneria, questa è anche sostenuta dalle
giovani leve socialiste, interessate a screditare il gruppo dei vecchi notabili del partito, in genere ritenuti
massoni. Infine, il documento conclude che “la massoneria, nell’ambito delle Forze Armate, ha un’influenza
modesta e non certo tale, nonostante la propaganda in contrario, da riuscire a distorcere le leggi che
regolano la progressione delle carriere e l’assegnazione degli incarichi”.
Il documento esaminato costituisce un esempio probante di disinformazione mirata, in quanto è
sostanzialmente centrato su una serie di valutazioni politiche, concernenti il ruolo del partito comunista, ma
anche di altri partiti, mentre difetta in modo esemplare di informazioni e notizie precise. Nulla si dice infatti di
concreto sulla massoneria, per la quale ci si riporta ad informazioni tanto più puntuali quanto più lontano nel
tempo è il periodo al quale sono riferite; ma soprattutto notiamo che esso è del tutto carente di notizie
concernenti Licio Gelli e la Loggia massonica P2.
Non meno singolare uno degli ultimi prodotti della gestione del generale Santovito agli atti nel fascicolo del
SISMI; la data della declassificazione è quella del 3 aprile 1981 ed il documento va letto attentamente,
ponendolo in relazione a quello appena illustrato, poiché assai istruttivo è il combinato disposto dei due testi,
che ci mostra un indubbio tentativo di continuità nella linea tenuta dai Servizi di informazione, pur di fronte al
precipitare degli eventi.
In questo secondo documento, che può essere compreso nel suo valore reale solo ponendo attenzione alla
circostanza che esso viene redatto dopo il sequestro di Castiglion Fibocchi, è dato leggere che dopo i
trascorsi contatti con la resistenza, “richiede molta attenzione l’ipotesi che il Gelli sia stato posto “a dormire”
(e non in senso massonico), abbia assunto una nuova veste, sia stato favorito per penetrare i più delicati
ambienti politici, economici, industriali, militari, della magistratura, del giornalismo e professionali”. Sempre
sul Gelli il Servizio afferma che “solo l’esplosione del caso poteva richiamare l’attenzione su un personaggio
liberatosi da oltre un trentennio da un passato ambiguo e trasformatosi, da abile attore, in un manager di
interesse per le questioni economiche e politiche del Paese”. Queste conclusioni vengono dal Servizio
ricondotte all’esame dei documenti in possesso, e da noi analizzati sinora, ed in particolare dall’esame
dell’informativa COMINFORM e dai trascorsi legami del Gelli con il partito comunista, in ragione dei quali
“sembra possibile ritenere verosimile quanto sostenuto in rapporti dell’epoca, e cioè che il Gelli aveva avuto
salva la vita in cambio di future prestazioni per le quali fu sottoposto successivamente a verifiche”.
Tutto quanto sinora detto si riporta all’assunto che “i documenti citati hanno esclusivo valore informativo e
non di prove”.
Ma ai nostri occhi ciò che veramente ha valore di prova è che il Servizio per la prima volta denuncia
l’esistenza dell’informativa COMINFORM e delle notizie in essa contenute, elementi questi sinora
accuratamente celati e dei quali ci si era ben guardati dal fare menzione nei rapporti precedenti, quale che
fosse l’autorità richiedente. L’informativa consente così al Servizio di non escludere “Che il Gelli possa
essere divenuto un agente dell’Est nell’immediato dopoguerra in cambio della salvezza, sia stato
successivamente “congelato” secondo la metodologia più classica propria dei Servizi segreti, sia stato fatto
gradualmente penetrare in settori sensibili e tenuto alla mano per lo sfruttamento delle occasioni più
propizie”. Sono tutte queste notizie e valutazioni certo verosimili, ma alla base delle quali sta il difetto di
origine di venire formulate solo dopo il sequestro di Castiglion Fibocchi, in un documento che letto – in
parallelo a quello precedentemente analizzato denuncia la sua inequivocabile natura di uscita di sicurezza
da una situazione che vedeva il Servizio ben più pesantemente coinvolto nel fenomeno oggetto del rapporto,
secondo l’analisi e le conclusioni alle quali si perverrà nel paragrafo successivo.
NOTE:
1. “Al riguardo è da rilevare, oltretutto, che detta procedura sarebbe stata assolutamente non aderente
ai metodi propri
del proselitismo massonico, che prevede la presentazione individuale degli elementi da iniziare, da
parte di garanti, già
appartenenti all’organizzazione”.
ANALISI DEI DOCUMENTI
Si è ritenuto di fornire una illustrazione analitica dei documenti in possesso della Commissione su questa
materia, in primo luogo perché questo è argomento assolutamente centrale per la comprensione del
personaggio Gelli e della sua invero resistibile ascesa e per la spiegazione dell’accumulazione di potere che
ha finito per confluire in capo ad un personaggio che molti affiliati, in sede di audizione, si sono trovati
concordi a definire modesto e di mediocre cultura, non avvertendo forse come una simile affermazione
finisse, in ultima analisi, per tornare a loro personale disdoro.
Una esposizione sistematica e dettagliata dei documenti si è inoltre resa necessaria perché essi sono
suscettibili di analisi e possono fornire elementi conoscitivi non solo e non tanto per quello che ci dicono
esplicitamente ma altresì per quanto in essi non viene detto, ovvero per quanto è implicitamente contenuto:
per le omissioni come, se non forse più, per le azioni informative; poiché questa è, quant’altra mai, materia
nella quale la rappresentazione documentaria e cartolare degli eventi e dei fenomeni risponde a sue proprie
peculiari modalità e prerogative.
Partendo da questo assunto metodologico possiamo in prima approssimazione distinguere le fonti
informative su Licio Gelli in due gruppi: quelle provenienti dai Servizi di informazione propriamente detti – e
quindi nell’ordine SIFAR, SID e infine SISMI e SISDE – e quelle provenienti da organi informativi pubblici di
diversa natura: Guardia di Finanza e Ispettorato generale antiterrorismo.
Dedicando la nostra attenzione al primo gruppo – premessa la considerazione che il materiale pervenuto alla
Commissione offre garanzia di riflettere con genuinità quanto esistente sul conto di Gelli negli archivi dei
Servizi, essendo l’invio stato operato sotto la nuova gestione immune da influenze piduiste – conviene
innanzitutto farne un rilievo in termini quantitativi constatando come da esso risulti una consistente attività
informativa dedicata al personaggio sino al 1950, alla quale si contrappone una carenza di produzione
documentale nella fase successiva, tale da consentire di affermare tranquillamente che dopo il 1950 il
fascicolo Gelli diventa praticamente inesistente, salvo poche eccezioni.
La cesura tra questi due così diversi atteggiamenti dei Servizi nei confronti di Licio Gelli è segnata
dall’informativa COMINFORM che cade per l’appunto nel 1950 e che segna praticamente l’inizio della fine, si
consenta il bisticcio, del fascicolo Gelli, dato questo che non può che colpire l’attenzione dell’osservatore in
quanto non solo l’informativa costituisce il documento di gran lunga più esauriente sul personaggio, acquisito
agli archivi del Servizio, ma perché proprio in ragione della gravità delle informazioni e valutazioni in essa
contenute, lungi dal segnare la cessazione delle segnalazioni e delle note dedicate all’interessato, avrebbe
dovuto inaugurare, a rigor di logica, una stagione di più ampia documentazione.
Rileviamo quindi una prima contraddizione, che caratterizza l’atteggiamento dei Servizi nei confronti di Licio
Gelli, che possiamo indicare nella circostanza che essi cessano praticamente di occuparsi di lui proprio
quando dovrebbero iniziare, avendolo schedato negli archivi quale “pericolosissimo” elemento sovversivo,
probabile agente dei paesi dell’Est. E’ questa una contraddizione che nasce dall’interno stesso della
documentazione fornita dai Servizi, alla quale corrisponde la contraddizione rilevabile altresì da un approccio
esterno al problema, prescindendo cioè dal fascicolo in esame, quando si rilevi che la mancata attività
informativa sul Gelli da parte dei Servizi contrasta altresì con il peso che il personaggio viene via via
acquistando, nel frattempo, sino a giungere a livello di pubblica notorietà, per argomenti e motivi tali da non
poter non interessare un apparato informativo primariamente indirizzato, per ragioni di istituto, alla tutela
della sicurezza dello Stato. La contraddittorietà di questo atteggiamento viene denunciata in fatto dalla
circostanza che altri organismi informativi quali la Guardia di Finanza e l’Ispettorato per l’antiterrorismo,
palesemente non collegati con i Servizi di informazione, pervengono autonomamente a valutare, nel 1974, il
Gelli elemento degno di essere preso sotto osservazione per le sue molteplici attività – prima fra tutte, quella
di possibile contatto con ambienti eversivi di destra – sul rilievo delle quali attorno al 1974-1975 ormai anche
la stampa è in grado di fornire notizie e valutazioni.
La giustapposizione, sempre in soli termini quantitativi, tra l’assenza di produzione di documenti da parte dei
Servizi segreti e l’attività investigativa degli altri organismi informativi ci fornisce quindi un secondo punto di
riferimento degno di attenta considerazione.
Passando adesso ad una analisi che, abbandonando l’approccio quantitativo, entri nel merito dei documenti
al nostro studio, estremamente significativo è il confronto tra la nota dei Servizi del 1977 e la relazione
Santovito del 1978 da un canto e le informative Santillo, in particolare quella del 1976, dall’altro.
Si impone infatti all’attenzione come dato di tutta evidenza come i primi due documenti – che nascono per
impulso esterno, la richiesta cioè del Ministero della difesa – sottovalutino, minimizzandola (nota del 1977), la
Loggia P2 per incentrare l’analisi sulla massoneria in generale, secondo un’ottica che consente di sviluppare
su tale generico argomento un ampio discorso a metà tra l’analisi sociologica e l’interpretazione politica; ci
troviamo insomma di fronte ad un documento invero singolare quando si consideri che, per la sua
provenienza da un servizio informativo, ci si dovrebbero in esso attendere informazioni (che mancano)
piuttosto che valutazioni (che abbondano), proprie come tali più dell’autorità politica ricevente che dell’organo
tecnico mittente.
Ben altro discorso invece per le note dell’Ispettorato antiterrorismo; il questore Santillo – confermando le doti
di investigatore che tutti gli riconoscevano, ma che non gli valsero la nomina al SISDE, naturale successore
dell’IGAT, alla cui guida fu preferito il generale Grassini, iscritto alla Loggia P2 – centrando il cuore del
problema fornisce una serie di documenti che, in luogo di fumose considerazioni sulla massoneria rilevabili
anche da pubblicazioni in commercio, danno precise informazioni su Licio Gelli e sulla Loggia Propaganda 2.
Colpisce in particolare la nota del 1976 (ultima della serie) nella quale è dato riscontrare, accanto ad
inesattezze anche vistose sulla massoneria (si confonde l’Ordine con il Rito scozzese), notizie precise e
dettagliate sulla Loggia P2, che segnano una mirata attenzione investigativa in netto e stridente contrasto
con la invero singolare disattenzione dei Servizi nei confronti di Licio Gelli e della sua organizzazione.
Riepilogando le argomentazioni svolte, possiamo quindi affermare come dato di tutta evidenza l’esistenza di
una sorta di cordone sanitario informativo posto dai Servizi a tutela ed a salvaguardia del Gelli e di quanto lo
riguarda secondo una linea non smentita di continuità, che non interessa soltanto il periodo dell’apogeo della
carriera gelliana – epoca nella quale sarebbe spiegabile facendo ricorso all’argomento dell’influenza da lui
acquisita nel Servizio e fuori di esso – ma che rimonta al 1950, quando il Gelli è personaggio di ben minore
caratura, tale comunque da non potergli certamente addebitare azioni di pressione deviante sui Servizi. Una
continuità di atteggiamento dunque che accompagna il Gelli durante lo sviluppo della sua carriera, senza
apprezzabili scarti che ne contrassegnino i progressi invero sorprendenti.
Tra le varie spiegazioni possibili di tale costante atteggiamento scartata quella della Inefficienza dei Servizi
perché palesemente non proponibile – non rimane altra conclusione che quella di riconoscere che il Gelli è
egli stesso persona di appartenenza ai Servizi, poiché solo ricorrendo a tale ipotesi trova logica spiegazione
la copertura di questi assicurata al Gelli in modo sia passivo, non assumendo informazioni sull’individuo, sia
attivo, non fornendone all’autorità politica che ne fa richiesta.
L’assunto al quale si è pervenuti fornisce spiegazione ad alcuni dei problemi in esame, ma non ancora alla
natura dell’informativa COMINFORM, inserita nel fascicolo Gelli nel 1950. La presenza di questo singolare
documento mentre infatti ci fornisce una indicazione orientata in una direzione – marcando vistosamente la
successiva carenza di attività informativa, secondo la contraddizione dianzi sottolineata – per altro verso
sembra porsi in contrasto con la stessa conclusione alla quale essa pur avvia, poiché fornisce comunque un
segno di attenzione investigativa da parte dei Servizi nei confronti del Gelli ed è da essi inserita nel suo
fascicolo. D’altro canto non è difficile riconoscere che il documento per la quantità e la qualità delle notizie
raccolte non può non suscitare l’interesse anche polemico di chi si accinga allo studio del fenomeno Gelli.
Non è mancato ad esempio nella Commissione chi, riportandosi all’informativa, ha elaborato una chiave di
lettura del personaggio Gelli in termini antitetici a quelli della pubblicistica corrente: non si può infatti non
riconoscere che le notizie sul Gelli fornite dal redattore del documento sono in stridente contrasto con il
passato dell’uomo come con le successive, dichiarate e mai smentite professioni di fede anticomunista.
Per una soluzione del problema è necessario, anche in tal caso, fissare quali siano i punti di sicuro
affidamento: a tal fine dobbiamo rilevare che dato certo e non controvertibile è che il Gelli, sul finire della
seconda guerra mondiale, non si peritò di stabilire contatti di collaborazione e di intesa con la parte che si
andava delineando come inevitabilmente vincitrice. Mentre ancora indossava la divisa tedesca, o meglio
proprio valendosi di essa, Licio Gelli si metteva a disposizione del CLN ed in particolare della componente
comunista di esso, conducendo una difficile partita in costante equivoco equilibrio tra le due parti che ci
consente di valutare appieno la sottigliezza del personaggio e che ci offre il dato di inequivocabile certezza
che Licio Gelli operò in modo tale da contrarre presso i comunisti pistoiesi un credito di sicura portata e di
non piccolo momento, se ancora nel 1976 Italo Carobbi, richiestone, si riteneva in dovere di rinnovare
l’attestato di benemerenza partigiana.
La posizione di questo dato ci consente di affermare con buona certezza che alla base dell’ínformativa
risiede un nucleo di verità non controvertibile; in altri termini l’informativa, riportata al momento nel quale fu
redatta, è indubbiamente un documento attendibile.
Il Gelli, infatti, negli anni politicamente turbinosi del dopoguerra, proseguì nella sua attività di doppio gioco
che gli consentiva di mantenere i piedi in due o più staffe in attesa che si delineasse la soluzione vincente; fu
probabilmente dopo le elezioni del 1948 che egli comprese come fosse intervenuto il momento di una scelta
di campo, se non definitiva, per lo meno meno equivoca.
L’informativa, fermando sulla carta una volta per tutte la sua attività di collaboratore con la parte perdente
avversaria e non segnando per converso alcuna conseguente attività da parte di chi è in possesso di tale
conoscenza, denuncia al di là di ogni equivocabile dubbio il momento nel quale il Gelli entra nell’orbita dei
Servizi segreti italiani. L’informativa come tale poteva infatti avere, secondo logica, due esiti soltanto: o
accertamenti che ne dimostrassero l’infondatezza, con la conseguente chiusura del fascicolo, o riscontri
sulla sua attendibilità con i relativi esiti di giustizia per una spia al servizio di un paese straniero. Vediamo
invece che da essa scaturisce una terza, inaspettata soluzione, essa viene cioè semplicemente accantonata,
il che, nel caso di specie, vuol dire tesaurizzata perché l’organo che ne è in possesso ha deciso di gestire in
proprio il personaggio.
Seguendo tale assunto vengono infatti a dipanarsi anche le residue contraddizioni che dianzi
sottolineavamo, poiché si perviene ad una linea ricostruttiva che consente di dare logica spiegazione a tutti
gli aspetti dei problema riconducendo ad una visione unitaria dati e documenti che sembrano porsi in
contrasto reciproco.
Appare infatti chiaro perché l’informativa, pur vera nella sostanza, non ha alcun esito: i Servizi segreti al
momento dell’acquisizione del Gelli, ben conoscendo l’individuo, accludono agli atti un documento che
rappresenta per loro una sorta di polizza di assicurazione per il futuro; (lo inchiodano in altri termini in una
posizione che, per la sua radicale opposizione al ruolo che gli viene assegnato in pubblico, costituisce l’unica
efficace garanzia di controllo di un personaggio la cui abilità essi sono i primi a valutare adeguatamente, ed i
cui precedenti non rassicurano sulla fedeltà alle scelte di campo adottate.
Quello che accade nel 1950 è dunque la scissione dei due aspetti del personaggio Gelli: il Gelli nero, di solidi
trascorsi fascisti, rimane quello pubblicamente noto e, a quei trascorsi viene riallacciata senza soluzione di
continuità l’iconografia ufficiale del personaggio; da questa, viene estratto il secondo volto del Gelli, il Gelli
rosso, fermato in un documento custodito negli archivi, e di esso viene fatta sparire accuratamente ogni
traccia. Il collegamento tra i due è patrimonio conoscitivo detenuto da chi è in possesso dell’informativa ed
assicura il controllo del personaggio.
La soluzione prospettata è l’unica tra quelle in astratto ipotizzabili che fornisca adeguata spiegazione alle
contraddizioni che abbiamo messo in evidenza nel corso dell’analisi sui documenti sinora condotta. Secondo
la linea interpretativa proposta appare chiaro perché i Servizi organizzino quello che abbiamo definito un
cordone sanitario informativo attorno alla figura di Licio Gelli ed al contempo trova adeguata spiegazione la
presenza di un documento, in questo contesto, quale l’informativa: un documento che ad un primo livello di
analisi sembra al tempo stesso denunciare e smentire l’inerzia del Servizio nei confronti di Gelli. Per
superare tale ambivalenza è necessario infatti porsi in un’ottica che centri l’attenzione, prima ancora che sul
suo oggetto, al quale essa capziosamente ci avvia, sulla sua funzione; un’ottica che non si lasci fuorviare,
privilegiando quanto nell’informativa viene detto in termini espliciti, per tralasciare così quanto essa
implicitamente rappresenta per la sua presenza nel fascicolo di Licio Gelli.
Diversamente operando si finisce inevitabilmente sul terreno della polemica, di evidente significato politico
immediato, se Gelli sia o meno attribuibile a Servizi segreti di paesi dell’Est – tema questo da non
considerare certamente risolto – per ignorare che prima ancora Gelli è comunque sotto il controllo diretto dei
Servizi che dovrebbero operare tale verifica.
Nell’ambito di queste argomentazioni viene allora a chiarirsi secondo una luce significativa il disguido che
interviene tra periferia e vertice dei Servizi quando il comandante di un centro ebbe a vedersi minacciato
l’esonero dal servizio per le incaute iniziative prese sul Gelli, che ormai – d’altronde siamo negli anni settanta
– è personaggio di ben altra levatura rispetto agli esordi.
L’ignoranza della sede periferica sulla qualità di Gelli come elemento del Servizio dimostra che la sua
posizione, e la pratica relativa, non è mai stata quella di un qualsiasi agente ma quella di persona che sin
dall’ingresso nell’orbita del Servizio ha interessato il vertice della gerarchia, per la qualità delle operazioni
alle quali applicarlo.
Per usare le parole della reprimenda del capo del reparto D al comandante del centro periferico, il Gelli era
insomma “persona influente e utile al Servizio”.
Viene da ultimo a trovare spiegazione, secondo l’analisi proposta, la difformità di atteggiamento che
contrassegna l’attività investigativa della Guardia di Finanza e dell’ispettore Santillo da un canto e quella dei
Servizi, sottolineata in precedenza; ed è a tal fine facile adesso osservare come il risveglio di interesse nei
confronti di Licio Gelli cada nello stesso torno di tempo, il 1974, sia al di fuori che all’interno di alcuni
ambienti dei Servizi, e come in entrambi i casi scatti il meccanismo di copertura e di disinformazione posto a
protezione del Gelli; così pure è palese la diversità di posizione di Gelli davanti a questi e a quelli, dato che
verso Santillo e la Guardia di Finanza egli può attuare, in presenza di iniziative investigative a lui sgradite,
interventi repressivi dall’esterno (l’insabbiamento avocazione dei rapporti e la punizione dei loro autori) propri
di chi controlla quegli apparati senza esserne condizionato, mentre rispetto ai Servizi nei quali in qualche
modo è incardinato non vi è necessità di pervenire ad analoghi risultati di censura e persecuzione.
Abbiamo visto il destino riservato agli ufficiali della Finanza che intrapresero indagini su Gelli; quanto
all’ispettore Santillo, che non poteva essere liquidato con una reprimenda in via gerarchica come il
comandante capocentro dei Servizi sopra ricordato, suscita a questo punto più di un motivo di seria
riflessione la sua mancata ascesa alla guida del SISDE, cui si accennava innanzi.
Vediamo adesso di sottoporre la tesi esposta a verifica, muovendo alla ricerca di ulteriori elementi in un
contesto di documentazione che non può dirsi abbondante, come del resto è logico attendersi in, materia
così riservata.
Dopo le considerazioni svolte sulla protezione accordata a Gelli dai Servizi non può non destare meraviglia
che questo comportamento venga rovesciato radicalmente quando non solo il silenzio su Gelli viene rotto ma
addirittura l’informativa COMINFORM finisce in mano al giornalista Pecorelli che, data la sua professione,
inizia a fame un sapiente uso con il dosaggio delle notizie in essa contenute; dosaggio parziale che non
viene portato a compimento perché il Pecorelli viene, come noto, assassinato pochi giorni prima della
preannunciata pubblicazione integrale del contenuto del documento. Documento che invero non poteva non
avere effetti devastanti per il capo riconosciuto di una organizzazione a carattere segreto con accentuata
colorazione politica anticomunista, perché essa in sostanza conteneva due informazioni che certo non
avrebbero fatto piacere ai sodali di un capo che si veniva a sapere era
a. un delatore,
b. un ex agente dei Servizi dei paesi dell’Est.
E’ certo che il giornalista Pecorelli aveva accumulato nel corso della sua carriera più di un motivo per temere
della propria incolumità, ma questa è valutazione che spetta comunque al magistrato responsabile
dell’inchiesta ancora in corso. Quanto compete alla Commissione osservare è che l’informativa
COMINFORM appare presente in questa situazione con connotati tali che non consentono di svilirne oltre un
certo limite il contenuto. Il punto centrale è infatti non tanto quello di stabilire se essa si ponga in rapporto di
causa ed effetto con la morte del divulgatore finale del documento, quanto piuttosto – e soprattutto – quello di
sottolineare che di essa viene fatto concretamente uso. Noti infatti come sono i legami tra l’agenzia OP ed
ambienti dei Servizi segreti che il Pecorelli stesso denunciava, dichiarando nei Servizi la fonte del
documento – al fine di suffragarne l’autenticità, attesa l’importanza dell’argomento – il suo apparire tra le carte
del Pecorelli denuncia in primo luogo come nella carriera di Licio Gelli sia intervenuto un momento nel quale
l’informativa viene in fatto utilizzata, viene cioè chiamata ad adempiere alla funzione per la quale era stata
inserita nel fascicolo che i Servizi avevano sull’uomo e che noi abbiamo definito come quella di una polizza
di assicurazione.
La vicenda Pecorelli, quale che sia l’esito istruttorio che essa avrà, ha, ai nostri fini, il valore di riconfermare
l’informativa nella sua funzione, sulla quale si era in precedenza insistito in via di ipotesi; ma se questo è
vero è allora giocoforza ammettere che essa viene confermata altresì nel suo contenuto, nella sua
attendibilità, poiché è di palese evidenza che la funzione non avrebbe potuto essere adempiuta al momento
dell’utilizzo se il contenuto fosse stato destituito di ogni fondamento. Ed è altresì provato che chi aveva
conservato per quasi trenta anni l’informativa negli archivi poteva gestire il documento, poiché essa era lo
strumento attraverso il quale gestire la persona, come durante quei trenta anni era accaduto.
Si vuole infine ricordare, nel quadro di riferimento che siamo venuti tracciando, un altro episodio che sembra
inquadrarsi in modo univoco nell’esposizione sinora condotta. Citiamo, in proposito la risposta che il direttore
del SID, ammiraglio Casardi, firmò in data 4 luglio 1977, rispondendo ai giudici di Bologna che indagavano
sulla strage dell’Italicus. Essa va trascritta per esteso: “Il SID non dispone di notizie particolari sulla loggia P2
di Palazzo Giustiniani… non si dispone di notizie sul conto di Licio Gelli per quanto concerne la sua
appartenenza alla Loggia P2 oltre quanto diffusamente riportato dalla stampa”.
Non può non risaltare agli occhi, se non altro per questioni di stile, l’incredibile rinvio che un capo dei Servizi
segreti fa alle notizie apparse sulla stampa, alla quale egli non ha vergogna di riportare il proprio patrimonio
di conoscenze. Per valutare del resto il tasso di segretezza di queste notizie si pensi che siamo, a parte ogni
considerazione, a due anni di distanza dalla delibera di demolizione della Loggia P2, decisa dalla Gran
Loggia di Napoli, quando i Maestri Venerabili delle logge di Palazzo Giustiniani avevano ritenuto Licio Gelli e
la sua loggia un peso troppo compromettente per la comunione. Come già detto, l’ipotesi della inefficienza
sarebbe troppo macroscopica per venire nemmeno presa in considerazione.
Ma il vero punto di interesse è che nel rispondere in tal modo il direttore dei Servizi negava al giudice
inquirente la conoscenza delle notizie contenute nell’informativa, che, come sappiamo, era agli atti. Ciò
avveniva non solo e non tanto per proteggere il Gelli, ma per la più sottile ragione che il patrimonio di
conoscenze contenuto dal documento veniva considerato dai Servizi come lo strumento in loro mano per
controllare l’individuo: in quanto tale essi non potevano che essere gli unici arbitri sul come e sul quando
farne uso, cosa che, per l’appunto, si sarebbe verificata dopo poco più di un anno.
I riscontri forniti e la linea di argomentazione che su di essi abbiamo incentrato, testimoniano in modo chiaro
l’esistenza di una barriera protettiva posta dei Servizi a tutela di Gelli e della loggia P2 che scatta puntuale di
fronte a qualsiasi autorità politica e giudiziaria, che chieda, nell’esercizio delle sue funzioni, ragguagli e
delucidazioni su questi argomenti. Abbiamo individuato la ragione profonda di questo comportamento
nell’appartenenza di Licio Gelli all’ambiente dei Servizi segreti, ed abbiamo datato questa milizia al 1950,
anno di compilazione dell’informativa COMINFORM. Le conseguenze di tale affermazione sono che la
ragione vera dei cordone sanitario informativo va cercata non nel presunto controllo che Gelli eserciterebbe
nei Servizi segreti, ma nell’opposta ragione del controllo che essi hanno del personaggio.
Le conclusioni che abbiamo esposto sono di tenore tale che l’estensore di queste note avverte per primo
l’esigenza di procedere con la massima cautela possibile in questa materia, per la quale peraltro, si deve
riconosce, è del tutto illusorio sperare di raggiungere dimostrazioni che poggino su prove inconfutabili. Si è
così argomentato sulla base dei documenti proponendo una linea interpretativa che si riconduca a logica e
coerenza, pronti a verificare tale assunto con altre possibili ricostruzioni posto che, secondo l’assunto
metodologico seguito, consentano di fornire altra spiegazione coerente ed unitaria dei fenomeni.
La soluzione proposta ci consente di risalire un anello della catena, rispondendo ad una serie di quesiti, per
aprirne nel contempo altri di forse maggiore portata.
Affermare che Licio Gelli è uomo dei Servizi segreti sin dagli esordi della sua carriera significa chiederci se
questa sua situazione sia rapportabile all’organizzazione in quanto tale o a suoi settori, perché è certo che in
questi ambienti l’apparato ha una sua variegata realtà interna che l’apparenza monolitica rilevabile
dall’esterno non farebbe sospettare. Significa altresì chiedersi se ed in qual modo il personaggio Gelli si
muova nel contesto dei rapporti internazionali che i Servizi segreti intrecciano, secondo una logica naturale,
nell’ambito di alleanze omogenee se non anche, sostengono alcuni, talora in via trasversale rispetto agli
stessi contesti politici di appartenenza.
Vogliamo qui dire che l’ambiguità dell’operazione gelliana non può dirsi risolta dal dato conclusivo al quale si
è pervenuti, il quale, ponendo la figura di Gelli sotto nuova luce, nel contempo ne arricchisse il chiaroscuro,
aprendo interrogativi ai quali non si ritiene si possa dare risposta in senso univoco, per lo meno allo stato
degli atti. Poiché è evidente che il cordone sanitario informativo di cui si è discusso opera adesso in nostro
danno e non ci consente di acclarare a quali ultimi mandanti, e di quale parte, si possa risalire.
Quello che con tutta onestà si può dire è che in materia di così difficile trattazione e di fronte ad un
personaggio di così sfuggente profilo ogni ipotesi è in astratto formulabile e nessuna conclusione può
palesemente dichiararsi assurda. Questo è anche quanto può essere affermato, sulla scorta degli atti in
nostro possesso, sulla vexata quaestio della veridicità o meno delle notizie che l’informativa COMINFORM ci
consegna su Licio Gelli, anche per il periodo successivo alla sua redazione, pur se tale problema va adesso
studiato nel quadro delle gravi conclusioni alle quali siamo pervenuti.
GLI APPARATI MILITARI. CONCLUSIONI
Negli elenchi rinvenuti a Castiglion Fibocchi gli iscritti sono ripartiti anche per settori di appartenenza: uno di
questi settori è quello delle Forze Armate, nel quale figurano cinquantadue ufficiali dei carabinieri, nove
dell’Aeronautica, ventinove della Marina, cinquanta dell’Esercito, trentasette della Guardia di Finanza e sei
della Pubblica Sicurezza.
Dall’elenco generale degli iscritti sequestrato, peraltro, il numero complessivo degli ufficiali risulta anche
superiore (centonovantacinque) e gli iscritti negli elenchi trovano riscontro, anche se non completo, nelle
informative inviate alla Commissione
dal SISMI e dal SISDE.
Il primo dato che occorre mettere in rilievo in proposito è l’elevato grado ricoperto dagli affiliati.
Così, ad esempio, dei cinquantasei ufficiali dei carabinieri, in servizio o a riposo, che figurano negli elenchi,
dodici ricoprono il grado di generale ed otto quello di colonnello; così ancora troviamo otto ammiragli,
ventidue generali dell’Esercito, cinque generali della Guardia di Finanza nonché quattro generali
dell’Aeronautica. Il dato totale, di per sé eloquente, ci dice che su centonovantacinque esponenti del mondo
militare, ben novantadue ricoprono il grado di generale o colonnello.
Ancor più significativo, per quanto in seguito si dirà, è soffermarsi sulle funzioni assegnate a molti dei
nominativi citati: così l’ammiraglio Torrisi che fu capo di Stato Maggiore della Marina negli anni 1977-1980 e
poi della Difesa negli anni 1980-1981, il generale Grassini che diresse il SISDE dal novembre 1977 al luglio
1981, il generale Santovito che diresse il SISMI dal gennaio 1978 all’agosto 1981 e il generale Picchiotti che
fu negli anni 1974-1975 vicecomandante generale dell’Arma dei carabinieri e in precedenza comandante la
divisione carabinieri di Roma, il generale Palumbo comandante la divisione carabinieri “Pastrengo” di Milano
e poi anch’egli vicecomandante generale dell’Arma, il generale Miceli che diresse il SID dal 1970 al 1974, il
generale Musumeci che fu segretario generale del SISMI con il generale Santovito, i generali Giudice e
Giannini che furono comandanti generali della Guardia di Finanza, rispettivamente negli anni 1974-78 e negli
anni 1980-1981.
Come è facile rilevare a prima vista, si delinea una mappa del potere militare più qualificato, con personaggi
che hanno spesso assunto un ruolo centrale in vicende di particolare significato nella storia recente del
nostro paese, anche in relazione ad avvenimenti di carattere eversivo.
La maggior parte degli ufficiali che figurano negli elenchi sono stati sottoposti ad inchieste disciplinari che
hanno portato a delle vere e proprie conclusioni solo per quelli che erano tuttora in servizio, per i quali la
sanzione è stata generalmente quella del rimprovero, applicata in poco più di un terzo dei casi. Le pronunce
di proscioglimento sono state invece emesse perché non risultava pienamente provata l’appartenenza
dell’ufficiale alla Loggia P2, facendo a tal fine soprattutto fondamento sul diniego di appartenenza alla loggia
dell’ufficiale interessato. Per un certo numero di ufficiali che non erano più in servizio, pur non applicandosi
alcuna sanzione, è stata ritenuta provata l’appartenenza alla loggia. Vi è da rilevare infine che per alcuni
ufficiali, anche di grado elevato e che hanno avuto compiti di rilievo nelle Forze Armate, non sono pervenuti
alla Commissione i fascicoli relativi.
Per un esame del problema vanno in primo luogo ricordate le dichiarazioni rese da esponenti della
massoneria (Siniscalchi, Brilli) circa i massicci reclutamenti di militari operati sulla fine del mandato di
Gamberini: secondo le voci ricorrenti in ambito massonico il Gran Maestro aveva proceduto ad iniziare sul
filo della spada circa quattrocento militari, all’uopo presentati dal Gelli.
Il dato è probabilmente esagerato, ma è peraltro certo che la prima fase della gestione gelliana della Loggia
P2 è contrassegnata da una forte e qualificata presenza di militari: dato questo che non dovrebbe in sé
essere considerato particolarmente significativo poiché è ampiamente documentata una tradizionale
propensione degli ambienti militari verso istituzioni di tipo massonico.
L’elemento invece al quale va prestata adeguata considerazione e che contraddistingue con carattere di
specificità la Loggia P2 ed il suo intervento in questi ambienti è, per contro, quello della spiccata
connotazione politica che al complesso di tali affiliazioni veniva attribuita da Licio Gelli, al quale faceva
riscontro, secondo gli atti in nostro possesso, l’accettazione da parte degli iscritti di tale impostazione. Ne è
esempio la riunione dei generali tenuta a Villa Wanda nel 1973; ed è in proposito da rilevare che i discorsi
che in tale occasione si tennero non erano del tutto nuovi, ma anzi possono ritenersi in certa misura abituali
se di essi abbiamo almeno un altro significativo esempio documentabile, quale la lettera che, nel 1972, il
Gelli inviò agli elementi militari iscritti alla sua loggia – missiva che non sappiamo se diretta a tutta la
categoria o solo agli elementi di maggior spicco – nella quale dai discorsi di condanna generalizzata del
sistema, che già abbiamo segnalato, si traeva la conclusione che solo una presa di posizione molto precisa
poteva porre fine al generale stato di disfacimento e che tale iniziativa poteva essere assunta soltanto dai
militari. Siamo, come si vede, di fronte ad una impostazione politica ben definita che si pone al margine della
legalità repubblicana e che non solo non viene dissimulata, ma è oggetto di valutazione e di esame presso
alte gerarchie militari. Essa segna certamente un salto di qualità rispetto al tradizionale interessamento
massonico per le gerarchie militari, testimoniato tra l’altro, presso la Commissione, dai documenti relativi alla
camera tecnico-professionale coperta dei militari, costituita presso la comunione di Piazza del Gesù, dai
quali si evince un interessamento a questioni di più ristretto profilo, quali la gestione delle carriere o degli
incarichi.
I due riferimenti documentati citati assumono poi piena credibilità quando si consideri come le ventilate
ipotesi di soluzioni di tipo autoritario trovano un adeguato e conforme retroterra politico nella ideologia
spiccatamente conservatrice – calata in una prospettiva di avversione al sistema nel suo complesso, e come
tale sostanzialmente eversiva – consegnata al nostro esame dalla documentazione in possesso della
Commissione, più volte citata.
Se indubbia appare quindi la valenza politica che l’intreccio tra ambienti militari e Loggia P2 assumeva nelle
prospettive e nei piani di Licio Gelli, un ulteriore approfondimento analitico ci dimostra che tale connotazione
politica non rimaneva astretta ad un piano di generica e velleitaria progettazione, ma trovava concreti
sbocchi di pratica attuazione. Tale è l’esempio che ci viene fornito dalle vicende relative alla divisione
Carabinieri “Pastrengo” di Milano, in ordine alla quale il tenente colonnello Bozzo, che in essa ha prestato
servizio, ha testimoniato sulla “presenza di un vero e proprio gruppo di potere al di fuori della gerarchia… che
aveva una matrice comune nella provenienza di servizio dalla Toscana”.
Il gruppo comprendeva il generale Palumbo, comandante della divisione, il maggiore Antonio Calabrese e il
generale Franco Picchiotti, la cui presenza ai vertici dell’Arma ne contraddistinse il “periodo di maggior
splendore”. Succeduto al Palumbo, il generale Palombi, estraneo al gruppo citato, la gestione di questi
venne contrastata con il trasferimento a Milano di due ufficiali, il tenente colonnello Panella ed il tenente
colonnello Mazzei, che risultano iscritti alla Loggia P2, e con il distacco (un’iniziativa dello Stato Maggiore
dell’Arma) del Servizio speciale anticrimine, che si era segnalato per i brillanti risultati ottenuti specie nella
lotta al terrorismo, dal comando di divisione alla legione di Milano e quindi alle dipendenze del Mazzei e del
Penella.
Il Mazzei ebbe in seguito a subire procedimento disciplinare per la protezione offerta al professore Piero Del
Giudice, imputato di reati connessi con fatti di terrorismo; prima della chiusura di tale procedimento il Mazzei
diede le dimissioni dall’Arma, assumendo presso il Banco Ambrosiano un incarico per lui appositamente
creato e che al suo decesso non venne ulteriormente ripristinato.
La situazione sommariamente delineata si presta a due osservazioni: la prima è relativa al riscontro che
essa trova nell’appartenenza di tutti i nominativi del gruppo citato alla Loggia P2, e in particolare alla
circostanza che tre di essi (Picchiotti, Palumbo, Calabrese) sono altresì presenti alla riunione in Villa Wanda
del 1973.
La seconda concerne il rilievo strategico e politico che il comando della divisione “Pastrengo” venne ad
assumere nella seconda metà degli anni Settanta nella lotta contro il terrorismo, che faceva di quell’incarico
un punto nevralgico sia per l’importanza della piazza di Milano, sia perché la divisione ha competenza
territoriale estesa a tutta l’Italia settentrionale.
Il generale Dalla Chiesa ha deposto in proposito, denunciando l’impressione ricevuta, durante il suo
comando alla brigata di Torino, di una scarsa collaborazione da parte degli elementi della divisione di Milano.
Il progredire e lo svilupparsi della Loggia P2 denota un sempre più marcato interessamento di Licio Gelli per
gli ambienti militari, soprattutto con riferimento alle alte gerarchie; per le nomine relative, secondo quanto ha
testimoniato il generale Fulberto Lauro, il capo della Loggia P2 era comunque sempre estremamente
informato in anticipo, con riferimento sia all’Esercito che ai Carabinieri ed alla Guardia di Finanza.
Iniziando dalla Guardia di Finanza si succedono al comando generale: Raffaele Giudice dal 1974 al 1978,
Marcello Floriani dal 1978 al 1980, Orazio Giannini dal 1980 al 29 luglio 1981.
Gelli si interessa alla nomina di Giudice, che figura tra gli iscritti alla loggia, unitamente a Palmiotti, iscritto
anch’egli alla Loggia P2 e segretario dell’onorevole Mario Tanassi, all’epoca ministro delle Finanze, titolare
della competenza per la sua nomina: gli stretti legami tra Gelli e Giudice sono del resto ampiamente
documentati dal fascicolo M.FO.BIALI.
Gelli propone al generale Floriani di iscriversi alla massoneria e probabilmente alla Loggia P2 e si vanta poi
di averlo fatto nominare al comando generale della Guardia di Finanza. Quanto al generale Giannini questi
ammette di essere iscritto alla massoneria e figura tra gli iscritti alla loggia: Gelli lo indica come futuro
comandante della Guardia di Finanza (risultano infatti interventi di Gelli, per la sua nomina), mentre
l’interessamento di Giannini, al momento del sequestro operato a Castiglion Fibocchi, è ampiamente
rivelatore dei suoi legami con Gelli.
Per quanto riguarda i Carabinieri il generale Enrico Mino, che ne è comandante generale dal 1973 al 1977,
non figura tra gli iscritti alla Loggia P2, ma ad essa lo indicano come appartenente l’onorevole Pannella,
nella sua audizione in Commissione, e il senatore Giovanni Leone. Il maggiore Umberto Nobili ha dichiarato
che Gelli affermò di essere riuscito a determinarne la nomina a comandante generale dell’Arma; ed è
comunque provato che il generale Mino conosceva bene Gelli ed era con lui in stretti rapporti.
E’ altresì documentato in atti che Licio Gelli si interessò alla nomina del successore del generale Mino prima
ancora della sua naturale scadenza. Le intercettazioni telefoniche del fascicolo M.FO.BIALI ci mostrano che
la successione in esame fu oggetto di attivo interessamento da parte di Gelli, Giudice, Trisolini e dei
consigliere Ugo Niutta, che discutono del problema con sicurezza
di toni e con padronanza dell’argomento: dalle conversazioni emerge una preferenza di Licio Gelli per il
generale Santovito. Successore del generale Mino risultò alla fine il generale Pietro Corsini.
Per quanto riguarda i comandi dei Servizi segreti Gelli, nella deposizione resa al giudice Vigna, ammise di
essersi interessato per la nomina del generale Miceli a capo del SID: questa deposizione è suffragata da
testimonianze del generale Rosseti e del giornalista Coppetti.
Anche dopo la riforma dei Servizi segreti nel 1978, i capi dei Servizi risultano tutti negli elenchi della P2: il
generale Grassini capo del SISDE, il generale Santovito capo del SISMI ed il prefetto Pelosi capo del
CESIS, che doveva coordinare i due servizi precedenti.
Il generale Musumeci assume l’incarico di capo dell’ufficio controllo e sicurezza e la segreteria generale del
SISMI all’epoca di Santovito. Di particolare interesse ai nostri fini la figura di questo ufficiale, che non solo
troviamo accanto al generale Santovito, ma che, secondo attendibile testimonianza, mentre dipendeva dal
comando della XI brigata in Roma era in stretta frequentazione con il generale Palumbo – presso la I
divisione in Milano – dal quale non dipendeva gerarchicamente.
Il contatto tra il Palumbo ed il Musumeci, al di fuori dei rapporti gerarchici e delle strette esigenze di servizio,
denota una consuetudine di legami e di interessi comuni che, considerato unitamente al dato relativo alla
circostanza che gli stessi nominativi di iscritti alla loggia si trovano sempre assegnati a destinazioni comuni,
segnala alla nostra attenzione una rete di interessi e di legami che corre parallela ai normali vincoli
gerarchici.
Per il generale Santovito vi è anche da osservare che egli continua, pure dopo il 17 marzo 1981, a tenere
stretti rapporti con ambienti massonici e con ambienti che possono configurarsi come continuatori dell’opera
della Loggia P2: significativo a tale riguardo è il suo rapporto con Francesco Pazienza e il potere da costui
assunto all’interno del SISMI, a documentare il quale esistono precise ed inequivocabili testimonianze.
Va, rilevato, come osservazione generale, che i legami che gli esponenti delle Forze Armate assumevano
con l’iscrizione alla Loggia P2 e la “dipendenza” nella quale si ponevano nei riguardi di Licio Gelli venivano a
costituire una situazione per la quale esponenti di primo piano del potere militare si inserivano attivamente
nel programma e nelle finalità politiche di Gelli e della Loggia P2, finalità difficilmente riportabili al servizio
delle istituzioni democratiche, quanto piuttosto alle direttive di centri di potere estranei, se non ostili, ad esse.
In definitiva, attraverso loro Gelli e la Loggia P2 erano in grado di condizionare scelte importanti di alcuni
settori delle Forze Armate, con riferimento ai loro obiettivi politici. Indubbiamente almeno alcuni militari
agirono, a volte, anche per interessi personali o parteciparono a traffici illeciti, cui erano interessati
direttamente e che riguardavano anche uomini politici ad essi collegati, secondo quanto può desumersi dal
coinvolgimento di Giudice, Lo Prete e Trisolini in vicende come quelle attinenti al traffico dei petroli, per le
quali pendono vari procedimenti avanti l’autorità giudiziaria. Non si può escludere che anche tali traffici non
si esaurissero solo nell’ambito dell’interesse economico di coloro che ne sono stati coinvolti; ma il dato che
più interessa, ai fini della nostra analisi, è quello politico e a tal fine un episodio meglio di ogni altro illumina
questo aspetto della problematica allo studio: la riunione dei generali tenuta ad Arezzo nel 1973. In proposito
un dato analitico di estremo interesse è la brevità del preavviso della convocazione che denuncia
chiaramente come quella riunione non fu un evento eccezionale, ma si inseriva in una consuetudine
collaudata di rapporti e di frequentazioni.
Non è comunque senza disagio che può essere rievocata la convocazione nella sua villa di alcuni generali
della Repubblica da parte di un personaggio ampiamente al margine dell’ortodossia e della legalità come
Licio Gelli; e veramente inaudito appare che essi ascoltassero da questi, alla stregua di un capo di Stato
maggiore ombra, condizioni sullo svolgimento delle loro delicate mansioni, facendosi destinatari dell’ordine di
trasmetterle ai propri quadri subalterni.
La lettura dell’audizione del generale Palumbo, delle reticenze, delle scuse e delle mezze ammissioni in
ordine all’episodio citato non possono non suonare offesa a quanti, e sono la maggioranza, indossano la
divisa con dignità e senso dell’onore.
La propensione degli ambienti militari verso istituzioni di tipo massonico e la forte compenetrazione tra vertici
militari e Loggia P2 sono peraltro argomenti che richiedono una qualche considerazione di ordine più
generale.
Una conclusione politicamente significativa su tali vicende non può infatti prescindere dalla considerazione
che il delicato tema del rapporto tra esercito e società civile va forse, rimeditato alla luce dei gravi episodi
illustrati, evitando di cadere nelle opposte ed egualmente perniciose tentazioni di una neutralizzazione che si
ammanti di ipocrita tecnicismo da una parte e di una appropriazione partitica, mascherata da pretestuosi
ideali di motivazione politica dall’altra.
Si pone in primo luogo il problema della responsabilità politica del controllo e della direzione di questi
apparati, tema che per sua natura non può che essere rinviato e proposto dalla Commissione al dibattito del
Parlamento. In questa sede, alla luce delle conoscenze acquisite, è peraltro dato rilevare che l’attuazione di
forme associative parallele alla struttura gerarchica ufficiale va, prima che stigmatizzata, compresa nelle sue
radici e nelle sue motivazioni.
Per valutare appieno questo fenomeno è d’uopo riportarsi alla posizione che i militari sono venuti a rivestire
nella società italiana a partire dal dopoguerra, sottolineando la particolare sterilizzazione politica che nei loro
confronti si era venuta ad operare, nella classe politica come nella società civile, per una serie di ragioni, che
qui non è il caso di analizzare a fondo, sulle quali comunque influirono in modo determinante sia l’esito del
conflitto, sia il cambiamento istituzionale.
Basti qui riportarsi ai discorsi che gli elementi più accreditati dei nostri vertici militari propongono attualmente
sulla esigenza di un accordo permanente e fecondo tra esercito e società civile, per non ritenere azzardato
l’affermare in questa sede che l’elemento di novità della Loggia P2 sta nella scoperta, o meglio riscoperta, a
partire dalla metà degli anni Sessanta, del ruolo e – in termini di presenza politica – dell’importanza che i
militari possono assumere ed in fatto assumono nella vita del Paese. Trattasi di una conclusione che, se
accettata, fornisce ampia materia di riflessione non solo ai fini di una valutazione della Loggia P2 nel suo
complesso, ma di una interpretazione del personaggio Gelli, del suo peso specifico, dei suoi eventuali punti
di riferimento politico e strategico: poiché è di palese evidenza che simile intuizione politica trascende il
personaggio Gelli.
L’inserimento prepotente della Loggia P2 negli ambienti militari (spesso non a caso definiti (“casta”) è stato
certamente effetto di una disattenzione della società civile e politica nei confronti di un ambiente che trova il
suo momento di coesione in motivazioni a torto spesso ritenute superate dalla moderna società, fortemente
laicizzata e contrassegnata da una cultura, soprattutto di ordine superiore, al tempo problematica e
dissacrante. Un non corretto od incompleto circuito di motivazioni e di ideali tra società civile e società
militare può certo generare quelle situazioni di frustrazione morale e materiale che hanno costituito il fertile
terreno di coltura dell’interessato proselitismo di Gelli e della Loggia Propaganda, facendo balenare la
possibilità di una presenza nella vita del paese che finiva per trascendere, pervertendolo, il ruolo che in un
moderno Stato costituzionale i cittadini in divisa devono, in quanto tali, legittimamente ricoprire, nel quadro
delle leggi e degli ordinamenti generali.
E’ dato qui individuare uno dei punti di possibile debolezza del sistema, nel quale trova spazio per inserirsi
un operazione di segno sostanzialmente eversivo quale quella al nostro esame. Un dato interpretativo di
estremo interesse ai nostri fini sta nella considerazione che il piano di rinascita democratica, pur contenendo
un’analisi dettagliata, corredata da proposte di riforma, praticamente di tutti gli apparati esecutivi, ignora
completamente il settore delle Forze Armate. E’ questa una disattenzione che non può non destare
meraviglia, attesa la pignoleria argomentativa del documento, e che non può non essere interpretata se non
nel senso che questi problemi costituivano per il Venerabile e per i suoi tutori una sorta di riserva personale
da non porre in alcun modo in discussione con terzi.
Questa osservazione è suffragata dall’esame dei vari documenti citati sinora, dai quali emerge la
constatazione che essi, contenendo argomentazioni critiche intorno ai più vari problemi della società, non
toccano mai i problemi del mondo militare, pur essendo in sostanza tali ambienti tra i destinatari più
qualificati di questi discorsi. L’enucleazione della tematica militare da questo contesto argomentato, non può
non colpire in modo significativo e va, a questo punto del discorso, interpretata alla luce dell’analisi svolta nel
precedente paragrafo sulla appartenenza di Licio Gelli all’ambiente dei Servizi, ovvero al settore che del
mondo militare costituisce uno dei centri nevralgici di maggiore interesse politico.
Ricordiamo a tal proposito che il Gelli ebbe a testimoniare di aver influito sulla nomina di Miceli a capo del
SID, e di averlo introdotto negli ambienti della massoneria facendolo iniziare da Salvini. Questa notizia,
presa con la dovuta cautela che la fonte merita, quando fosse da considerarsi vera non potrebbe che
indicare come il Gelli nell’ambito dei Servizi aveva conquistato un proprio potere contrattuale, che non lo
sottraeva al loro potere di controllo ultimativo, come dimostra l’episodio Pecorelli, ma gli attribuiva di certo un
margine di spazio autonomo. Tale spazio può essere spiegato sia con il peso che il Gelli aveva nel frattempo
conquistato come capo della Loggia P2, sia ipotizzando altri possibili punti di riferimento per l’operazione
piduista, nell’ambito dei quali i Servizi trovavano collocazione non esclusiva. In altri termini, la carriera di
Gelli, volendo prestare fede a questa sua testimonianza, lungi dal contestare la tesi espressa sulla sua
appartenenza ai Servizi, verrebbe ad indicare che la parabola percorsa in quell’ambiente segna un percorso
in parte analogo a quello seguito nella massoneria, dove da delegato del Gran Maestro egli era al fine
pervenuto ad impadronirsi della Loggia P2 ed a condizionare la vita dell’intera comunione. In tale ottica il
Commissario Gabbuggiani ha rilevato come il rapporto tra Gelli ed i Servizi si qualifica come un rapporto non
a senso unico.
In questo senso può essere estesa in via generale l’osservazione formulata con riferimento ai Servizi segreti
dai Commissari Mattarella e Rizzo, ipotizzando che la compenetrazione tra la Loggia P2 e gli ambienti del
vertice della gerarchia militare aveva finito per creare una situazione nella quale l’accesso alla loggia
costituiva una sorta di passaggio obbligato per accedere a superiori livelli di responsabilità. Del resto,
testimonianze in tal senso, già ricordate, denunciano la pressione di ufficiali superiori nei confronti dei
subalterni con la indicazione dell’ingresso nell’organizzazione per accedere ai gradi superiori della gerarchia
ed a certe destinazioni particolarmente qualificate. Una concordante indicazione può essere colta nella
testimonianza del generale Dalla Chiesa il quale, pur in modo sfumato, inquadra in tale contesto la proposta
di iscrizione alla Loggia P2 rivoltagli dal generale Picchiotti.
Il tema dei Servizi segreti è stato dal Commissario Ruffilli inquadrato in un più ampio contesto di
argomentazione politica, partendo dal rilievo che un ragionato esame di questo problema non può
prescindere dalla considerazione della collocazione internazionale del nostro Paese, quale punto di
raccordo, di particolare rilievo, per la sua collocazione tra mondo occidentale e mondo orientale, nei conflitti
che tra tali aree politiche si instaurano all’interno di una zona cruciale quale il bacino del Mediterraneo.
Queste considerazioni spiegano come l’Italia sia diventata, secondo tale Commissario, una base di
operazione per i servizi segreti dì diverse appartenenze; e in relazione a tale divenire storico trova allora
comprensibile riscontro quella che il Commissario Andò ha definito l’ambivalenza ideologica dei nostri
Servizi, nei quali, a partire da un certo momento, si sono identificati per lo meno due partiti: quello filo-arabo
che faceva capo al generale Miceli e quello filo-israeliano che si riportava al generale Maletti, entrambi,
come noto, iscritti alla loggia pur se dichiaratamente nemici.
Nell’ambito di questa dialettica di rapporti, si comprende come la Loggia P2 abbia potuto acquisire un ruolo
determinante quale stanza di compensazione per l’assorbimento di tensioni e di contrasti che per loro natura
non potevano che essere mediati in sede riservata. Che poi tale sede fosse, per così dire, affidata a persona
riconducibile all’ambiente, ovvero controllata, ma ad esso non appartenente in forma ufficiale, come
precedentemente abbiamo cercato di dimostrare, questa appare conclusione non solo logica, ma addirittura
imprescindibile.
L’ordine di discorsi al quale siamo pervenuti solleva una serie di problemi fondamentali per il corretto
funzionamento dell’ordinamento democratico che richiedono di essere conclusivamente inquadrati per
consentire un approfondito dibattito del Parlamento su questa complessa materia.
A tal fine il Commissario Crucianelli ha rilevato come una corretta determinazione del quadro, entro il quale
svolgere l’analisi, richieda di evitare da un canto la prospettazione dei Servizi come variabile impazzita del
sistema, dotata di autonoma soggettività politica, dall’altro il pericolo di ipotizzare meccanici rapporti di
dipendenza, rispetto al potere politico per apparati che, per definizione, si muovono nell’indistinto e
conservano, sotto ogni latitudine, una rete articolata di legami orientati in più direzioni. La complessa
dialettica di questi rapporti è argomentata nel discorso di tale Commissario con la interpretazione fornita agli
eventi del 1974, punto culminante della strategia della tensione, e dalla successiva emarginazione
dall’apparato del Miceli e del Maletti, massimi responsabili dei Servizi, che segue, in quel tragico anno, alla
denuncia che il ministro della difesa, onorevole Andreotti, fa dell’esistenza di altri due tentativi di colpo di
Stato (oltre quello Borghese) previsti per il gennaio e l’agosto del 1974.
Riservandoci di soffermarci più approfonditamente su tale periodo cruciale della storia del nostro paese, in
tema di analisi dei collegamenti con l’eversione, si vuole qui sottolineare, in via conclusiva, il rilievo,
ampiamente condiviso dalla maggioranza dei Commissari, che l’intreccio tra Loggia P2, Servizi segreti ed
ambienti militari assume nell’interpretazione del fenomeno oggetto
dell’inchiesta parlamentare un rilievo centrale e che come tale pone l’imprescindibile esigenza che su tale
delicato argomento si possa svolgere un discorso che rifugga da schematizzazioni preconcette, che ad altro
risultato non conducono se non a quello di impedire la comprensione dei fenomeni nella loro reale portata.
Non è chi non veda peraltro che le conclusioni alle quali si è pervenuti hanno comunque un rilievo politico
generale di straordinario rilievo, perché conducono ad una interpretazione di Gelli e della sua attività,
attraverso lo strumento della Loggia P2, che amplia il tema dei rapporti tra Gelli, gli ambienti militari ed i
Servizi segreti ben oltre la primitiva portata, di riferimento al dato di immediata percezione della presenza
nella Loggia P2 dei vertici militari e dei Servizi. Prendere le mosse dall’assunto che Licio Gelli è pertinenza
dei Servizi sin da antica data rovescia il discorso sulla materia da un taglio in ultima analisi riduttivo,
sull’inquinamento dei servizi segreti, alla prospettiva, di valenza politica diametralmente opposta, di una
attività di inquinamento che i Servizi possono aver progettato di svolgere ed in fatto svolto, attraverso questo
abile e fortunato personaggio. Volendo sintetizzare in una formula, corre tra le due ipotesi tutta la differenza
che c’è tra Servizi segreti inquinati e Servizi segreti inquinanti, tra strumento corrotto ed agente
corruttore, tra oggetto e soggetto di attività eversive del sistema democratico.
E’, questo, argomento che per la sua portata di ampio respiro politico coinvolge sedi ed autorità cui spetta, in
via istituzionale, la competenza su questa delicata materia. Essi peraltro hanno già dovuto prendere atto
nella storia della Repubblica di fenomeni di segno eversivo, che hanno sollecitato più di un intervento
correttivo. Il contributo che la Commissione può portare è quello di offrire a tali sedi ed al dibattito
democratico tra le forze politiche il dato istruttorio che siamo venuti cercando di enucleare dai documenti e
dagli atti in nostro possesso.
I COLLEGAMENTI CON L’EVERSIONE
CONTATTI CON L’EVERSIONE NERA
Il periodo che corre tra il 1970 e il 1974 registra la proliferazione di movimenti extraparlamentari, la nascita di
sempre nuove organizzazioni eversive paramilitari o terroristiche, la moltiplicazione di gravi delitti politici –
secondo forme affatto nuove per il Paese – la rinnovata virulenza della malavita comune e delle sue
organizzazioni criminali.
Sono questi gli avvenimenti che formano il quadro entro cui si sviluppa quella che venne definita la “strategia
della tensione”, favorita dalla crisi economica e dalla crescente instabilità del quadro politico.
Quegli anni, oltre ad essere caratterizzati, come abbiamo già visto, dall’intensa opera di politicizzazione della
loggia svolta da Licio Gelli, si contraddistinguono anche per i collegamenti che ci è consentito di identificare
tra Licio Gelli, la Loggia P2, suoi qualificati esponenti ed il complesso mondo dell’eversione nera.
Dal materiale in possesso della Commissione si trae infatti la ragionata convinzione, condivisa peraltro da
organi giudiziari, che la Loggia P2 attraverso il suo capo o suoi esponenti (le cui iniziative non possono
considerarsi sempre soltanto a titolo personale) si collega più volte con gruppi ed organizzazioni eversive,
incitandoli e favorendoli nei loro propositi criminosi con una azione che mirava ad inserirsi in quelle aree
secondo un disegno politico proprio, da non identificare con le finalità, più o meno esplicite, che quelle forze
e quei gruppi ponevano al loro operato.
Al fine di procedere ad una lettura politica di queste relazioni e di questi collegamenti è d’uopo individuare
entro la vasta mole di materiale documentale – peraltro ampiamente incompleto: né altrimenti poteva essere,
in considerazione della vastità dell’argomento – che alla Commissione è pervenuto, alcuni episodi che si
ritengono più significativi ai fini della nostra indagine, secondo il metodo di analisi espresso nell’introduzione
al presente lavoro.
Prima tra tali situazioni nelle quali appare sicuramente documentato un coinvolgimento significativo di Licio
Gelli e di uomini della loggia, è il cosiddetto golpe Borghese, attuato nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970,
sotto la spinta degli esponenti oltranzisti del Fronte Nazionale, i quali avevano da ultimo prevalso all’interno
dell’organizzazione.
La vicenda ha registrato un lungo e non facile iter processuale, concluso con sentenza passata in giudicato,
sul cui esito non è qui il caso di entrare, perché ai fini che a noi interessano quel che più preme è porre
l’accento su alcuni aspetti sicuramente documentati che suffragano l’ipotesi prospettata della collusione
esistente tra esponenti della loggia con questa situazione eversiva, tale da consentire una valutazione
attendibile del rilievo concreto che tali contatti ebbero a rivestire.
E’ così dato rilevare prima di tutto come molti dei personaggi che nel golpe ebbero un ruolo non secondario
appartengano alla Loggia P2 o alla massoneria: così infatti troviamo tra gli attori di quella vicenda Vito Miceli,
Duilio Fanali, Sandro Saccucci (da più fonti indicato come appartenente alla massoneria) assieme ad altri
imputati del golpe quali Lo Vecchio, Casero, De Jorio, che tutti figurano nelle liste di Castiglion Fibocchi.
Altre fonti poi riconducono alla massoneria sia Salvatore Drago, accusato di aver disegnato la pianta del
Ministero dell’interno, sia il costruttore Remo Orlandini, che l’ispettore Santillo, nella sua terza nota
informativa, indica più specificamente come appartenente alla Loggia P2.
Questo primo dato di palese riscontro è suffragato da ulteriori testimonianze, anche documentali, dalle quali
si evince come ambienti massonici si fossero posti in posizione di collateralità o fiancheggiamento con i
gruppi che al Borghese facevano capo. Esplicita in questo senso la lettera di Gavino Matta (comunione di
Piazza del Gesù) al principe Borghese: “Caro Comandante, debbo comunicarle che la Loggia non intende
assecondare la sua iniziativa, essendo per principio fondamentalmente contraria ai metodi violenti. Con la
presente, pertanto, vengo autorizzato ad annullare ogni precedente intesa…”.
Questi elementi di indubbio riscontro fanno da cornice a situazioni di più puntuale incisività in ordine al ruolo
che due personaggi quali Licio Gelli ed il Direttore del SID, Vito Miceli, ebbero a ricoprire durante e dopo il
golpe. Come noto, punto cruciale di quella vicenda fu l’inopinato, per gli esecutori, arresto delle operazioni
già avviate: Orlandini, stretto collaboratore del Borghese, dirà che non poca fatica gli costò correre ai ripari
per fermare quei gruppi che già erano entrati in azione. Lo sconcerto provocato tra i congiurati da quella
improvvisa inversione di marcia è del resto ben testimoniato dalla reazione di Sandro Saccucci, che poche
settimane dopo ebbe ad esprimere l’auspicio che il responsabile venisse “preso”, distinguendo nella vicenda
la posizione dei golpisti da quella di “altre piccole manichette, più o meno in divisa”. Numerose comunque
sono le testimonianze dalle quali si evince la convinzione diffusa tra quanti avevano a vario titolo preso parte
all’operazione “che qualcosa non aveva funzionato”, o, come affermò Mario Rosa, stretto collaboratore di
Borghese “…è la valvola di testa che non ha concorso a quello che doveva concorrere…”.
Recentemente alcune deposizioni di appartenenti agli ambienti dell’eversione nera consentono di indirizzare
l’attenzione direttamente su Licio Gelli in relazione al contrordine operativo che paralizzò l’azione
insurrezionale. Si hanno infatti testimonianze secondo le quali il Venerabile era ritenuto elemento
determinante nel contrordine: tale il convincimento di Fabio De Felice, il quale ne fece parte ad un giovane
adepto, Paolo Aleandri, che poi provvide a mettere in contatto con Licio Gelli. L’incarico era quello di tenere i
contatti tra questi e l’avvocato De Jorio, allora latitante a Montecarlo; e in tale veste l’Aleandri ebbe numerosi
incontri con Licio Gelli, che si sarebbe prodigato per “alleggerire” la posizione processuale degli imputati. Le
deposizioni dell’Aleandri – che trovano conferma in quelle di altri elementi quali Calore, Sordi, Primicino –
hanno il pregio di fornire la prova del contatto diretto tra Licio Gelli e quegli ambienti, aggiungendo un
riscontro preciso alle considerazioni generali già espresse.
E’ stato altresì testimoniato che Licio Gelli teneva il contatto con ufficiali dei carabinieri, e certo è che tra i
congiurati era diffusa l’opinione che ambienti militari sostenevano o quanto meno tolleravano l’operazione.
Certo, il Borghese si esprimeva nel suo proclama con decisione: “Le Forze Armate sono con noi”.
A loro volta questi elementi ben si inquadrano nel contesto di una serie di deposizioni dalle quali emerge
come la generazione immediatamente successiva a quella direttamente coinvolta nel golpe Borghese
vedeva nel Gelli l’espressione di ambienti “che in forma più o meno palese venivano contattati, però non con
l’esplicita richiesta di aderire ad un golpe, quanto per avvicinarli a posizioni che implicassero un loro
consenso per una svolta autoritaria o comunque per una democrazia forte”. Tale almeno l’interpretazione di
Fabio De Felice.
Sta di fatto che nell’analisi che questa generazione forniva di quegli eventi si assumeva che un’opera di
strumentalizzazione fosse poi stata messa in atto proprio dal Gelli e da coloro che gli erano vicino. Per tali
considerazioni venne prospettata persino l’eventualità di eliminare fisicamente il Venerabile della Loggia P2,
segno questo che la presenza di Gelli in quegli ambienti aveva assunto un rilievo non secondario, incidendo
sulla loro operatività con conseguenze che venivano valutate come deleterie per l’organizzazione.
Accanto alla figura di Licio Gelli, un altro elemento di spicco nell’analisi di questa vicenda è costituito dal
generale Vito Miceli, direttore del SID dal 1970 al 1974. In proposito quello che a noi interessa è rilevare
come sia accertata l’esistenza di contatti tra il generale Miceli, allora nella sua veste di capo del SIOS,
Orlandini e Borghese, contatti da far risalire al 1969, epoca nella quale il generale entra nella Loggia P2. Tali
eventi si accompagnano significativamente alla sua nomina al vertice dei Servizi, che il Gelli si vantò, come
sappiamo, di aver favorito e che precede di poco il tentativo insurrezionale guidato dal principe nero.
Contatti aveva altresì il generale Miceli con Lino Salvini, al quale aveva consentito di mettersi in contatto con
lui sotto lo pseudonimo di “dottor Firenze”.
Questi dati, unitariamente considerati, vanno letti in parallelo con la successiva inerzia del generale nei
confronti delle indagini sul Fronte Nazionale, condotte dal reparto D guidato dal generale Maletti. Con questi
il Miceli entrò poi in contrasto, avendo richiesto lo scioglimento del nucleo operativo facente capo al capitano
La Bruna; e va a tal proposito sottolineata la svalutazione che il direttore del SID faceva dei risultati
investigativi raggiunti sul golpe, come non mancò di esternare all’onorevole Andreotti e all’ammiraglio Henke.
Gli elementi conoscitivi indicati, che non esauriscono di certo una situazione oggetto di una contrastata
vicenda giudiziaria, debbono essere a questo punto del discorso inquadrati nell’ambito delle considerazioni
alle quali siamo pervenuti analizzando il rapporto tra Gelli ed i Servizi segreti.
Il dato relativo all’appartenenza di Licio Gelli a quegli ambienti va considerato alla luce delle successive
attività che vedono il Venerabile impegnato a venire in soccorso degli imputati, svolgendo un’azione che si
muove significativamente in perfetta sintonia con la documentata inerzia del Direttore del SID. Il minimo che
si possa dire è che questi non sembra aver seguito con particolare accanimento le indagini sul Fronte
Nazionale, pur avendo avuto contatti diretti con i suoi massimi dirigenti.
Contatti che peraltro egli aveva giustificato proprio con la necessità di acquisire informazioni, nella sua veste
di dirigente di apparati informativi. E’ del pari in tale prospettiva che vanno valutate sia le diffuse convinzioni
maturate nell’ambiente golpista sul ruolo di Licio Gellí, quale cerniera di raccordo con gli ambienti militari,
che il risentimento maturato per il fallimento dell’operazione.
Come si vede, anche muovendo da questa situazione l’analisi ci conduce alla figura di Licio Gelli, al suo
ruolo di elemento intrinseco ai Servizi, come del resto riteneva il De Felice, ma soprattutto alla individuazione
della Loggia P2 come struttura nella quale ed attraverso la quale si intrecciano rapporti e si stabiliscono
collegamenti la cui ortodossia lascia ampi margini di dubbio, anche accedendo alla più benevola delle
valutazioni.
Elementi di estremo interesse ai nostri fini emergono poi dalla inchiesta condotta dal giudice Tamburino di
Padova sul movimento denominato Rosa dei Venti, nel quale troviamo la presenza di uomini iscritti al
“Raggruppamento Gelli”, secondo quanto affermato dall’ispettore Santillo nelle sue note informative.
Venivano in tali documenti considerati come appartenenti all’organizzazione gelliana il generale Ricci,
Alberto Ambesi e Francesco Donini. L’inchiesta sulla “Rosa dei Venti” si segnala peraltro alla nostra
attenzione per due testimonianze raccolte dal giudice patavino che rivestono per noi un sicuro interesse se
poste in relazione ad altri elementi conoscitivi emersi nel corso del nostro lavoro.
Va ricordato in primo luogo che il giornalista Giorgio Zicari ha testimoniato di aver collaborato con l’Arma dei
carabinieri e con i Servizi segreti, entrando in contatto nel 1970 con Carlo Fumagalli e Gaetano Orlando,
elementi di spicco del gruppo dei MAR, ed ottenendo da costoro informazioni per i detti apparati investigativi.
Quando nel 1974 lo Zicari venne riservatamente convocato dal giudice Tamburino, gli accadde di ricevere
nel giro di poche ore l’invito ad un colloquio con il generale Palumbo nel corso del quale l’alto ufficiale ebbe
ad esprimersi nei seguenti termini: “…il tema centrale fu che io non dovevo parlare, che poteva succedermi
qualcosa, dei fastidi, che io avevo tutto da perdere dalla vicenda, che i magistrati stavano tentando di
sostituirsi allo Stato, riempiendo un vuoto di potere, che non si sapeva che cosa il giudice Tamburino volesse
cercare, che non ero obbligato a testimoniare…”.
Questa iniziativa del generale Palumbo viene a collocarsi in modo preciso a sostegno della già ricordata
osservazione del generale Dalla Chiesa sulla collaborazione non particolarmente motivata degli ambienti
della divisione Pastrengo nell’azione che il generale conduceva contro il terrorismo. Va altresì rilevato che
l’atteggiamento del generale Palumbo riporta alla nostra attenzione il tipo di risposta che l’ammiraglio
Casardi, direttore del SID, forniva ai giudici che indagavano sulla strage dell’Italicus quando si rivolsero al
Servizio per ottenere notizie su Licio Gelli, ottenendo un rinvio alle notizie apparse sulla stampa.
Sempre nel corso del 1974 il giudice Tamburino raccolse alcuni riferimenti testimoniali sul cosiddetto SID
parallelo, il cui procedimento si chiuse infine con la richiesta di archiviazione formulata dal Procuratore della
Repubblica di Roma, accolta dal giudice istruttore in data 22 febbraio 1980.
E’ di particolare interesse, nel contesto di tali deposizioni, quanto ebbe a dichiarare il generale Siro Rossetti,
uscito nel 1974 dalla Loggia P2 in posizione polemica nei confronti di Licio Gelli.
L’alto ufficiale in ordine al problema dell’esistenza di un’organizzazione parallela ai Servizi affermò: “…la mia
esperienza mi consente di affermare che sarebbe assurdo che tutto ciò non esistesse…” ed ancora “…a mio
avviso l’organizzazione è tale e talmente vasta da avere capacità operative nel campo politico, militare, della
finanza, dell’alta delinquenza organizzata…”.
Questa descrizione letta oggi sulla base delle conoscenze acquisite in ordine alla Loggia P2, non può non
porsi per noi quale motivo di seria riflessione, soprattutto quando si ponga mente alla sua provenienza da
parte di un elemento che conosceva la loggia direttamente dall’interno e che professionalmente si occupava
di servizi di informazione.
Passando ad altro argomento di ben più impegnativo rilievo, ricordiamo che i gruppi estremistici toscani
compirono parecchi degli attentati (specialmente ai treni) che funestarono l’Italia tra il 1969 e il 1975. Il
generale Bittoni (P2), comandante la brigata dei Carabinieri di Firenze, iniziò a svolgere indagini, cercando di
dare impulso all’inchiesta e di coordinare le ricerche dei comandi di Perugia e di Arezzo. L’impegno degli
ufficiali aretini si rivelò, peraltro, del tutto insufficiente, come ebbe a lamentare lo stesso Bittoni e come risulta
dalle deposizioni dei sottufficiali.
Rilevato come ben due degli ufficiali superiori del comando di Arezzo incaricati delle indagini facessero parte
della Loggia P2 (uno di essi parlò della relativa iscrizione come di una “necessità”) e che Gelli rivolse al
generale Bittoni discorsi sufficientemente equivoci da provocarne una accesa reazione, non sembra
azzardato mettere in rapporto di causa ed effetto l’infiltrazione della Loggia nell’Arma e l’insufficienza
dell’indagine. A questo si aggiunga che analoga situazione si verificava per la questura della stessa città,
essendosi potuta accertare l’iscrizione alla Loggia non solo di due dei suoi funzionari, ma addirittura del
questore pro tempore.
Anche in tal caso appare legittimo mettere in rapporto di causa ed effetto il fenomeno di infiltrazione piduista
con disfunzioni “mirate”: così, ad esempio, nel caso della informativa su Gelli e Marsili e sui rapporti del
primo con il gruppo Sogno e Carmelo Spagnuolo, richiesta dal giudice istruttore di Torino alla questura di
Arezzo e mai ottenuta. Fu rinvenuta, però, tra le carte di Castiglion Fibocchi copia dello scritto anonimo che
aveva sollecitato alla richiesta i giudici torinesi: il Venerabile era stato quindi tempestivamente informato ed
aveva potuto predisporre le sue difese. In definitiva, sembra potersi concludere sul punto che le infiltrazioni
piduistiche ad Arezzo nella Polizia e nei Carabinieri (ed il sospetto di infiltrazione anche nella magistratura,
come si vedrà in seguito) servirono in quegli anni a conferire al Gelli un’aura di intangibilità, lasciandogli
mano libera per tutte le proprie – non certo lecite – attività.
Un discorso a parte merita, poi, la strage perpetrata con la collocazione di un ordigno esplosivo sul treno
Italicus, ordigno esploso nella notte fra il 3 ed il 4 agosto 1974.
I fatti relativi sono stati già giudicati in primo grado dalla corte d’assise di Bologna con sentenza assolutoria
dubitativa che, pur se non passata in cosa giudicata, costituisce per la Commissione doveroso – anche se
non esclusivo – punto dì riferimento.
Le istruttorie di una Commissione di inchiesta e quelle dell’autorità giudiziaria penale hanno infatti la comune
caratteristica di utilizzare prove storiche e prove critiche per giungere, attraverso un processo logico
esternato di libero convincimento, a determinate conclusioni. Gli elementi differenziali riguardano invece
l’oggetto e lo scopo dell’indagine. Quanto al primo occorre rilevare
che la giustizia penale ha come limite di accertamento realtà oggettivate od oggettivabili, mentre la
Commissione parlamentare può (e deve) tener conto anche di più soggettive emergenze come modi di
pensare, opinioni e convincimenti diffusi(1).
Quanto al secondo appare evidente che, mentre la giustizia penale ha un compito di accertamento
strumentale rispetto ad affermazioni di responsabilità personali, la Commissione ha invece quello di un
accertamento funzionalizzato ad un più puntuale futuro esercizio dell’attività legislativa, e in esso vi è dunque
spazio per affermazioni di responsabilità che siano di tipo morale o politico, secondo la natura propria
dell’istituto.
Tanto doverosamente premesso ed anticipando le conclusioni dell’analisi che ci si appresta a svolgere, si
può affermare che gli accertamenti compiuti dai giudici bolognesi, così come sono stati base per una
sentenza assolutoria per non sufficientemente provate responsabilità personali degli imputati, costituiscono
altresì base quanto mai solida, quando vengano integrati con ulteriori
elementi in possesso della Commissione, per affermare:
1. che la strage dell’Italicus è ascrivibile ad una organizzazione terroristica di ispirazione neofascista o
neonazista operante in Toscana;
2. che la Loggia P2 svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi
della destra extraparlamentare toscana;
3. che la Loggia P2 è quindi gravemente coinvolta nella strage dell’Italicus e può ritenersene anzi
addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra
economico, organizzativo e morale.
Gioverà a tal fine riportarsi direttamente agli accertamenti giudiziari. Già nella sentenza ordinanza bolognese
di rinvio a giudizio (14. 4. 1980) si leggeva: “Dati, fatti e circostanze autorizzano l’interprete a fondatamente
ritenere essere quella istituzione (la Loggia P2 n.d.r.), all’epoca degli eventi considerati, il più dotato arsenale
di pericolosi e validi strumenti di eversione politica e morale: e ciò in incontestabile contrasto con le
proclamate finalità statutarie dell’istituzione”.
Più puntualmente nella sentenza assolutoria d’Assise 20.7.1983-19.3.1984 si legge (i numeri tra parentesi
indicano le pagine del testo dattiloscritto della sentenza):
“(182) A giudizio delle parti civili, gli attuali imputati, membri dell’Ordine Nero, avrebbero eseguito la strage in
quanto ispirati, armati e finanziati dalla massoneria, che dell’eversione e del terrorismo di destra si sarebbe
avvalsa, nell’ambito della cosiddetta “strategia della tensione” del paese creando anche i presupposti per un
eventuale colpo di Stato. La tesi di cui sopra ha invero trovato nel processo, soprattutto con riferimento alla
ben nota Loggia massonica P2, gravi e sconcertanti riscontri, pur dovendosi riconoscere una sostanziale
insufficienza degli elementi di prova acquisiti sia in ordine all’addebitalità della strage a Tuti Mario e
compagni, sia circa la loro appartenenza ad Ordine Nero e sia quanto alla ricorrenza di un vero e proprio
concorso di elementi massonici nel delitto per cui è processato”.
Significativamente, poi, si precisa in proposito: ” (183-184) Peraltro risulta adeguatamente dimostrato:
a. come la Loggia P2, e per essa il suo capo Gelli Licio (dapprima “delegato” dal Gran Maestro della
famiglia massonica di Palazzo Giustiniani, poi – dal dicembre 1971 – segretario organizzativo della
Loggia, quindi – dal maggio 1975 – Maestro Venerabile della stessa), nutrissero evidenti propensioni
al golpismo;
b. come tale formazione aiutasse e finanziasse non solo esponenti della destra parlamentare
(all’udienza in data 27.10.1982 il generale Rosseti Siro, già tesoriere della Loggia, ha ricordato come
quest’ultima avesse, tra l’altro, sovvenzionato la campagna elettorale del “fratello” ammiraglio
Birindelli), ma anche giovani della destra extraparlamentare, quanto meno di Arezzo (ove risiedeva
appunto il Gelli);
c. come esponenti non identificati della massoneria avessero offerto alla dirigenza di Ordine Nuovo la
cospicua cifra di L. 50 milioni al dichiarato scopo di finanziare il giornale del movimento (vedansi sul
punto le deposizioni di Marco Affatigato, il quale ha specificato essere stata tale offerta declinata da
Clemente Graziani);
d. come nel periodo ottobre-novembre 1972 un sedicente massone della “Loggia del Gesù” (si ricordi
che a Roma, in Piazza del Gesù, aveva sede un’importante “famiglia massonica” poi fusasi con
quella di Palazzo Giustiniani), alla guida di un’auto azzurra targata Arezzo, avesse cercato di
spingere gli ordinovisti di Lucca a compiere atti di terrorismo, promettendo a Tomei e ad Affatigato
armi, esplosivi ed una sovvenzione di L. 500.000″.
Aggiunge significativamente il magistrato: “appare quanto meno estremamente probabile” – si legge a pag.
193 – che anche tale “fantomatico massone appartenesse alla Loggia P2”.
La conclusione, su questo punto corre – significativamente – come segue: “(194) Peraltro tali importanti dati
storici non sembrano ulteriormente elaborabili ai fini della costruzione di una indiscutibile prova di
colpevolezza dei prevenuti circa la strage del treno Italicus”.
La statuizione – che non spetta alla Commissione valutare – appare ispirata al principio di personalità della
responsabilità penale ed a quello di presunzione di innocenza: letta in controluce e con riferimento alla
responsabilità storico-politica delle organizzazioni che stanno dietro agli esecutori essa suona ad
indiscutibile condanna della Loggia P2. Una condanna rafforzata dalle enunciazioni contenute nella prima
parte della sentenza ove si esterna il convincimento del giudice sulla matrice ideologica ed organizzativa
dell’attentato, una matrice ovviamente irrilevante in sede penale finché non si individuino mandanti,
organizzatori od esecutori ma preziosa in questa sede.
Scrivono ancora, infatti, i giudici bolognesi: “(13-14) Premesso doversi ritenere manifesta la natura politica
dell’orrendo crimine di che trattasi (anche in assenza di inequivoche rivendicazioni), data la natura
dell’obiettivo colpito e la gravità delle prevedibili conseguenze della strage sul piano della pacifica
convivenza civile (fortunatamente poi risultate assai modeste per la “tenuta” della collettività) e dato
l’inserimento dell’attentato in un contesto di analoghi crimini politici verificatisi in Italia negli anni 1974-1975
(si pensi alla strage di Piazza della Loggia ed alle bombe di Ordine Nero)”; ed ancora: “(15) è pacifica
l’immediata ascrivibilità del fatto ad un’organizzazione terroristica che intendeva creare insicurezza generale,
lacerazioni sociali, disordini violenti e comunque (nell’ottica della cosiddetta strategia della tensione)
predisporre il terreno adatto per interventi traumatici, interruttivi della normale, fisiologica e
pacifica evoluzione della vita politica del Paese.
Ebbene, non è dubbio che, nel variegato quadro delle organizzazioni terroristiche operanti in Italia negli anni
in cui fu eseguito il crimine al nostro esame, l’impiego delle bombe e la loro collocazione preferenziale su
obiettivi “ferroviari” caratterizzasse, usualmente, gruppi di ispirazione neofascista e neonazista (si ricordino
gli attentati sulla linea ferroviaria Roma-Reggio Calabria in occasione dei disordini di Reggio Calabria e dei
successivi raduni, il mancato attentato in cui venne ferito Nico Azzi, l’attentato di Vaíano, rivendicato dalle
Brigate Popolari Ordine Nuovo, gli attentati dicembre 1974-gennaio 1975, per cui furono condannati dalla
corte di assise di Arezzo proprio Tuti e Franci) e che fra tali gruppi debba annoverarsi come già vivo e vitale,
nell’agosto 1974, quello ricomprendente Tuti e Franci”.
Concludono peraltro malinconicamente i giudici bolognesi con la constatazione di un limite invalicabile alla
loro indagine, costituito dal fatto che “l’imputazione riguarda solo esecutori materiali e non, ahimè, lontani
mandanti”.
Già tanto potrebbe bastare per legittimare le conclusioni sopra anticipate. A ciò si aggiunga che sospetti di
protezione dell’ultra-destra eversiva gravano su ben individuati uffici della magistratura aretina. Persino la
sentenza di Bologna (pag. 191) ne riferisce, confermando il convincimento degli eversori neri di poter
contare sull’importante protezione di un magistrato affiliato ad una potentissima loggia massonica, e
risultano agli atti dichiarazioni assai gravi relative ad autorizzazioni di intercettazioni telefoniche non
concesse ed ordini di cattura non emessi(2). Il dato – al di là di responsabilità individuali su cui non è questa
la sede per disquisire – è dimostrativo di una di quelle “opinioni” o “stati d’animo” significativi – fondati o
meno che siano – che legittimamente una commissione d’inchiesta accerta e da cui altrettanto
legittimamente trae motivi di convincimento.
Le affermazioni dei giudici competenti vanno adesso riportate alle conoscenze proprie della Commissione ed
in particolare a due dati di conoscenza emersi con particolare significato in questa relazione.
Il primo è che la pista della Loggia P2 e di Licio Gelli fu seguita in fase istruttoria dai magistrati bolognesi che
indagavano sulla strage dell’Italicus e che chiesero notizie in proposito al SID: il Servizio, che, come ben
messo in risalto in altra parte della relazione, era assai più che documentato in proposito, altra risposta non
forni se non quella, già ricordata, di nulla sapere riportandosi a quanto diffuso dalla stampa.
Secondo elemento di estremo interesse è quello riguardante i rapporti fra l’Ispettorato antiterrorismo ed i già
ricordati ambienti della magistratura aretina. Il commissario De Francesco che, per incarico di Santillo,
seguiva la pista piduistica di Arezzo, in stretta collaborazione con i magistrati bolognesi, ebbe uno scontro
violentissimo con un magistrato aretino che lo accusò – convocandolo in questura nel cuore della notte – di
violare il segreto istruttorio(3). L’incidente, che comprometteva in loco i rapporti tra magistratura e polizia,
condusse al richiamo a Roma del commissario De Francesco da parte di Santillo per ordine superiore (cfr.
deposizione del De Francesco al dott. Persico 9-6-1981), con conseguente accantonamento di una “pista”
pur così sagacemente fiutata dal capo dell’antiterrorismo.
Non è difficile vedere sulla base degli elementi sinora riportati come le considerazioni svolte dai giudici
bolognesi si pongano in piena armonia con le conclusioni alle quali il presente lavoro è pervenuto in altra
sezione. Non è chi non veda infatti che, ricondotte ad un singolo episodio concreto quale quello in esame, le
affermazioni prima argomentate trovano puntuale conferma.
Emerge infatti che in primo luogo venne dai Servizi negata ai giudici bolognesi la conoscenza delle notizie su
Licio Gelli che essi detenevano e che nei loro confronti venne attivato quel cordone sanitario informativo le
cui ragioni abbiamo prima individuato, e che adesso vediamo operante nei confronti del giudice inquirente
che indagava sul caso dell’Italicus. Appare in secondo luogo che il filone investigativo Gelli-Loggia P2 venne
anche in questo caso specifico individuato dall’unico apparato investigativo – l’ispettore Santillo – che
autonomamente arrivò ad intuire il valore di questa organizzazione e del suo capo perseguendola con
costanza nel tempo.
Quanto sopra esposto ci mostra che, alla certezza raggiunta dai giudici bolognesi sul coinvolgimento piduista
nella strage dell’Italicus attraverso prove storiche, si aggiungono i risultati ai quali la Commissione è
pervenuta attraverso prove critiche tutte gravi, precise, concordanti e che quella certezza già acquisita,
quindi, corroborano ed arricchiscono di particolari.
Nel periodo compreso tra la fine del 1973 ed il marzo del 1974 viene ad evidenziarsi un’altra iniziativa nella
quale si trovano coinvolti uomini risultati iscritti alla P2 o indicati, nella più volte ricordata relazione Santillo
del 1976, come aderenti alla stessa quali Edgardo Sogno, Remo Orlandini, Salvatore Drago e Ugo Ricci.
Dai documenti in nostro possesso si può avanzare l’ipotesi che il gruppo facente capo a Sogno, pur non
ignorando le iniziative più tipicamente eversive, abbia sviluppato sin dalla fine degli anni Sessanta, per
proseguire nella prima metà degli anni settanta, una linea più legalitaria, che però muove sempre dalle
premesse di un grave pericolo delle istituzioni provocato dagli opposti estremismi e dalla incapacità delle
forze politiche di farvi fronte. Tale linea quindi si pone gli obiettivi di realizzare riforme anche costituzionali e
mutamenti degli equilibri – politici al fine di dare vita ad un governo forte e capace di resistere alle minacce
incombenti sul, paese. Possono citarsi in questo contesto la costituzione dei Comitati di resistenza
democratica sorti nel 1971 per iniziativa di Edgardo Sogno e le proposte avanzate nei periodici Resistenza
democratica e Progetto 80.
Quello che più interessa ai fini della nostra indagine è che la complessa tematica legata al gruppo Sogno, le
proposte di riforme costituzionali avanzate, come pure, in parte, la strategia adottata, rivelano punti di
contatto con il Piano di rinascita democratica e la strategia di Gelli dopo il 1974.
Ricordiamo infine che nella busta “Riservata personale” che Gelli custodiva a Castiglion Fibocchi era
custodita copia di un anonimo, per il quale ci fu richiesta di informativa su Gelli inviata alla questura di
Arezzo nel marzo del 1975 dal giudice Violante che indagava sulla eversione di destra. Nell’anonimo
leggiamo tra l’altro:
“Il Gelli sembra inoltre collegato al gruppo Sogno e ad altri ambienti che fanno capo all’ex procuratore
Spagnuolo oltre che ad ambienti finanziari internazionali”.
Un’ultima notazione sul delitto del giudice Occorsio, il quale avrebbe iniziato ad investigare sui possibili
collegamenti tra l’Anonima sequestri ed ambienti massonici ed ambienti dell’eversione.
Tale almeno fu la confidenza che Occorsio fece ad un giornalista il giorno prima di essere, ucciso.
Per quanto a nostra conoscenza il questore Cioppa, iscritto alla Loggia P2, ha dichiarato alla Commissione
di aver incontrato Licio Gelli nell’anticamera del giudice Occorsio, due giorni prima dell’omicidio del
magistrato. L’esito dell’istruttoria relativa esclude collegamenti tra la Loggia P2 ed il delitto; rimane peraltro
da spiegare per quale motivo il giudice avesse convocato il Gelli,
secondo il dato in nostro possesso.
NOTE:
1. Corte costituzionale, sentenza 231/75
2. Deposizioni Cherubini e Carlucci. Vedasi anche deposizione Filastò 3 luglio 1981 resa al dott.
Cappelli della Procura
della Repubblica di Arezzo
3. Vedansi la deposizione Zanda 23 novembre 1982 al sostituto procuratore della Repubblica di
Bologna e Carlucci 10 febbraio 1982 alla Assise di Bologna, per non citarne che due
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
Abbiamo elencato i punti di contatto che si possono fissare, sulla scorta dei nostri atti, tra Licio Gelli, la
Loggia P2 e gli ambienti della destra eversiva: quelle fasce al margine, o meglio al di fuori del sistema
politico legale, raggruppate sotto una variegata quantità di formule, la cui azione caratterizza la prima metà
degli anni Settanta, con iniziative di portata traumatica in ordine alle quali dobbiamo purtroppo constatare
come ben poche siano le certezze acquisite. I processi che su questi eventi si sono celebrati, o non sono
ancora conclusi, pure a distanza di tempo, o hanno portato a sentenze che non consentono di arricchire
sostanzialmente il quadro conoscitivo di dati certi dai quali muovere. Il nostro compito è quindi quello di
portare al dibattito su questi fenomeni il contributo delle nostre conoscenze specifiche, cercando il possibile
collegamento con quanto risulta noto, al fine di verificare la validità delle nostre tesi.
La prima constatazione riguarda la coincidenza riscontrabile tra il periodo politico così contraddistinto e la
prima fase politica e organizzativa della Loggia P2. Risalta alla nostra attenzione, con evidente parallelismo,
che il tono dei discorsi che si tengono nella loggia è in armonia, per quanto ci viene dai documenti, con
questo contesto politico esterno di propositi ed azioni. Ancor più rilevante, ai nostri fini, è poi constatare, che
quando nella seconda metà degli anni settanta il pericolo dell’eversione nera si avvia a scemare d’intensità,
muta in parallelo il livello organizzativo e la composizione personale della loggia, considerata sotto il profilo
qualitativo delle adesioni.
La loggia in doppio petto degli Ortolani e dei Calvi, caratteristica della seconda fase, ben si accompagna da
un lato con la sostanziale attenuazione del pericolo nero e dall’altro con la fase politica che interviene in Italia
dopo il 1976, secondo la ricostruzione che proporremo nel capitolo seguente. Riportandoci all’analisi della
storia organizzativa della Loggia P2 ci è dato riscontrare che quelle che abbiamo delineato come due fasi
organizzative di spiccata caratterizzazione, coincidono sostanzialmente con due periodi della vita nazionale
da un punto di vista politico sufficientemente individuati ed il cui discrimine si pone a cavallo della metà degli
anni Settanta: nel 1974 viene raggiunto infatti l’apice della strategia della tensione, nel 1976 si registra il
risultato elettorale che inaugura le stagioni politiche della solidarietà nazionale. Ponendo mente a queste
coordinate di riferimento dobbiamo allora sottolineare che il 1974 è un anno fondamentale non solo nella vita
del Paese, ma anche nella vicenda organizzativa della Loggia Propaganda, poiché è questo l’anno che si
chiude con il voto della Gran Loggia di Napoli, nella quale viene sancita la demolizione della Loggia P2. Il
punto che in proposito deve sollecitare l’attenzione dell’interprete è che tale deliberazione non segue ad
alcuna particolare attività nota all’interno della famiglia massonica; al contrario la relazione annuale del
Grande Oratore Ermenegildo Benedetti, appartenente al gruppo dei cosiddetti “massoni democratici”) svolta
nel 1973, nel corso della quale erano state pesantemente denunciate le deviazioni politiche della Loggia P2,
era praticamente caduta nel vuoto non provocando alcuna reazione nella comunione giustinianea.
Non è dunque ad essa che dobbiamo riportarci per trovare la causa scatenante delle decisioni assunte nella
Gran Loggia di Napoli che interviene invece, non preceduta direttamente da alcun evento interno, l’anno
successivo, ovvero l’anno che registra nel maggio la strage di Piazza della Loggia e nell’agosto la strage
dell’Italicus.
Quell’anno Licío Gelli aveva inviato ai suoi affiliati una lettera su carta intestata “Centro Studi di Storia
Contemporanea”, nella quale, secondo la ben nota tecnica gelliana più volte documentata, è dato
individuare, calato nelle abituali banalità, un messaggio politico ben preciso, accompagnato da una
affermazione che non può non destare l’attenzione dell’osservatore: “Con il nostro buon senso, con la nostra
vocazione alla libertà, dobbiamo sperare che le opposte tendenze, tutte per altro incluse nell’arco
democratico-costituzionale, trovino finalmente un terreno di intesa e di incontro al fine di dare l’avvio alla
esecuzione e alla programmazione di una azione intesa a conseguire una vera pace sociale, ad un autentico
atto di pacificazione politica”.
“Non è allarmisticamente che si prevede una estate veramente calda, direi scottante per una notevole
quantità di problemi estremamente impegnativi”.
Questa affermazione letta alla luce delle conoscenze in nostro possesso, ovvero alla riscontrata specularità
tra vicende politiche e fasi organizzative della Loggia P2, al ricordato risveglio di interesse di apparati
investigativi nei confronti di Licio Gelli che cade proprio nel 19741, alla citata “demolizione” votata dalla Gran
Loggia di Napoli, viene ad acquisire un significato ben diverso da quello di innocue lamentazioni sulle
disfunzioni del sistema come a prima vista potrebbe apparire. Ci troviamo, infatti, di fronte ad un concordante
quadro di elementi conoscitivi che tutti si armonizzano tra loro in univoco senso: quello di denunciare un
legame tra quelle attività eversive e Licio Gelli, poiché se una coincidenza è non solo possibile ma probabile,
una serie dì coincidenze, come quella denunciata, è piuttosto indicativa di un rapporto di connessione e di
causalità. Ed è di conforto alla nostra ipotesi constatare che tale collegamento venne individuato o
comunque presentito sia all’interno che all’esterno della comunione massonica e che la sua individuazione
non fu poi senza conseguenze, poiché all’interno della massoneria si avviò da quel momento quel processo
di ristrutturazione che valse a rendere definitivamente ancor più segreta la Loggia e ad espellere dalla
comunione i cosiddetti “massoni democratici”.
Quanto agli ambienti esterni abbiamo ricordato il destino non favorevole nel quale incorsero gli ufficiali della
Guardia di Finanza che avevano lavorato alle informative, ed abbiamo anche alzato un velo di dubbio sugli
esiti della carriera dell’ispettore Santillo che, adesso sappiamo, era responsabile agli occhi di Gelli non solo
delle tre note già commentate, ma dell’accanimento con il quale aveva seguito la pista individuata, tramite
l’ispettore De Francesco. Notiamo che terza autorità costituita ad individuare un collegamento Gellieversione
nera, sarebbe stato il giudice Occorsio che comunque andò incontro ad un tragico destino: una
coincidenza questa, e non certo la prima nella nostra storia, che riteniamo comunque doveroso, con piena
autonomia di giudizio, sottolineare.
Quello che ci chiediamo allora è se Licio Gelli e la sua loggia siano in tutto identificabili con situazioni che si
ponevano decisamente al di fuori del sistema democratico e comunque quale tipo di rapporto avessero
stabilito con tali realtà. Certo è che la connotazione nera di Gelli e della sua loggia è quella consegnata
all’iconografia ufficiale, per la quale non si è mai mancato di insistere sui trascorsi fascisti e repubblichini del
Venerabile: questa almeno era l’immagine che di lui ampiamente pubblicizzava la stampa durante quegli
anni, prima che Gelli e la sua organizzazione provvedessero a costituirsi quella radicale mimetizzazione che
abbiamo studiato nel primo capitolo.
Ma che questa non sia la vera o per lo meno l’unica chiave di lettura del fenomeno ci viene offerto
dall’osservare la trasformazione intervenuta nella seconda fase della Loggia P2, che alla luce di un attento
studio del fenomeno verrà a dimostrarsi in realtà come una accorta operazione di adeguamento, all’insegna
della continuità, alla situazione politica mutata.
Vedremo infatti come Licio Gelli non abbia difficoltà a dismettere i panni del fascista quando di essi non
avverte più la necessità in ragione del cambiamento dei tempi e del succeddersi delle fasi politiche. Il Gelli
che si muove all’insegna del piano di rinascita democratica e che in quel contesto controlla il Corriere della
Sera – non interferendo con la linea d’appoggio alla politica di solidarietà nazionale – è pur sempre lo stesso
Gelli che nel verbale di riunione di loggia del 1971 identificava il nemico da battere in un’area di forze definite
“clerico-comunismo”. In quella riunione nella quale era stata “messa al bando la filosofia”, si erano tenuti
discorsi che, se per molti versi anticipano nel contenuto il piano di rinascita democratica, peraltro si situano
in un contesto politico marcatamente diverso da quello nel quale il piano verrà a collocarsi. Ma per
comprendere allora se e quale interpretazione unitaria si possa dare a questi dati è forse opportuno entrare,
sia pure per un istante, nella logica del sistema di potere gelliano e, “messa al bando la filosofia”, cercare di
vedere i fatti e gli avvenimenti, al di là del loro primo apparente significato.
A tal fine riprendiamo lo spunto relativo al golpe Borghese per notare come il colpo di Stato al quale il
principe nero tramava, non manca di presentare alcuni aspetti di sorprendente anacronismo.
Vogliamo cioè fare riferimento a quel che di vagamente ottocentesco che il piano nel suo insieme lascia
trasparire nella sua ideazione, fondata come è su un’analisi politica a dir poco approssimativa, come quando
ignora il peso che nel sistema hanno partiti e sindacati e trascura la loro capacità di mobilitazione in tempo
reale di vaste masse di cittadini. Pensare di fronteggiare una situazione quale di certo sarebbe ipotizzabile in
una simile deprecata evenienza con un proclama letto alla radio, sembra a dir poco superficiale. Come
altresì si mostra superficiale il piano nei suoi risvolti attuativi, tra i quali gioca un ruolo decisivo il famoso
contrordine, sulla cui paternità sappiamo quali dubbi esistano e quali possibili riferimenti ci conducano a Licio
Gelli o a persone a lui vicine. Questo contrordine rappresenta per noi molto più che un banale disguido
attuativo, quale sembra a prima vista, perché in realtà si cela in esso la chiave di lettura politica di tutta
l’operazione. Una operazione che nella mente di chi stava dietro le quinte mirava più all’effetto politico che il
golpe tentato poteva provocare in termini di reazione presso l’opinione pubblica e la classe politica, che non
al reale conseguimento di una conquista del potere, che il piano poteva garantire solo ai pochi e non molto
provveduti congiurati che si esposero in prima persona. Per contro, quando si pensi al giustificato clamore
che l’evento suscitò all’epoca – e che solo adesso, nella prospettiva storica, è possibile ridimensionare – non
sembra un forzare l’interpretazione affermare che il colpo di Stato tentato e non consumato, esperì
comunque i suoi sperati effetti politici alternativi: in altri termini se il piano operativamente fallì, politicamente
per qualcuno fu un successo perché pose sul tappeto come possibile realtà l’ipotesi che in Italia esistevano
forze ed ambienti pronti ad un simile passo.
Ponendoci allora ad un livello di analisi meno approssimativo, non possiamo non rilevare che la consistenza
concreta, in termini politici, del golpe Borghese appare di poco maggiore, secondo una evidente analogia, di
quella del governo sostenuto dai militari e presieduto da Carmelo Spagnuolo, del quale si discusse nella
riunione a Villa Wanda del 1973.
Le considerazioni sulle quali ci siamo dilungati ci pongono il problema se dai rilievi proposti emergano
elementi tali che consentano di suffragare un’interpretazione dei fenomeni allo studio che rivesta connotati di
verosimiglianza politica. E’ chiaro per altro, che il problema viene adesso a centrarsi, prendendo le mosse
dai due episodi citati, sulla cosiddetta strategia della tensione e sul suo reale significato, ed è problema che
correttamente si pone nei termini di accertare quale sia stato il disegno politico sotteso agli eventi.
Si tratta, come si vede, di argomento di vasta portata che trascende l’indagine specifica assegnata alla
Commissione, la quale peraltro è in grado di contribuire al relativo dibattito in sede politica e storica, ad esso
prestando il patrimonio di dati e di conoscenze che le è proprio.
Possiamo allora rilevare che gli elementi conoscitivi in nostro possesso inducono a ritenere improbabile che
Licio Gelli e gli uomini e gli ambienti dei quali egli era espressione si ponessero realisticamente l’obiettivo
politico del ribaltamento del sistema, mentre assai più verosimile appare attribuire loro il progetto politico di
un orientamento verso forme conservatrici di più spiccata tendenza.
Comprova questa interpretazione non solo l’esame delle testimonianze e dei documenti, sinora ampiamente
citati e che si pongono in una non interrotta linea di continuità, ma soprattutto, ed è questo patrimonio
conoscitivo proprio della Commissione, lo studio di come gli stessi uomini si muovono in fasi politiche
successive, di segno totalmente diverso: di come cioè adeguino tattiche e forme di intervento al mutare degli
eventi. E’ la stessa diversità tra le due fasi della Loggia P2 che, correndo in parallelo, secondo la
ricostruzione che la Commissione è in grado di fornire, alla diversità di periodo storico, ci testimonia la
identità del fenomeno e la sua sostanziale continuità.
Se tutto ciò è vero – tutto infatti ci conduce a questa analisi – non è azzardato allineare, accanto
all’interpretazione più evidente dei fatti, un’altra ipotesi ricostruttiva di pari possibile accoglimento, che la
prima non esclude: quella cioè che la politica di destabilizzazione – nella quale il Gelli ed i suoi accoliti si
inserivano – mirava piuttosto, con paradossale ma coerente lucidità, alla stabilizzazione del sistema, su
situazioni naturalmente di segno politico ben determinato.
Di fatto la realtà politica che si delinea alla nostra attenzione è che se certamente vi furono in quel periodo
forze e gruppi che in modo autonomo si prefiggevano il ribaltamento del sistema democratico attraverso
l’impiego di mezzi violenti, questa situazione di indubbia autonoma matrice da non sottovalutare, come ha
sottolineato il Commissario Covatta, venne utilizzata da altre forze, secondo un più sottile disegno politico.
Partendo dalla premessa del Commissario Battaglia che vi furono cioè certamente in quel periodo forze che
aspiravano a destabilizzare per destabilizzare, la dialettica di rapporti che ci è dato individuare all’interno di
questa articolata situazione consente la posizione di due affermazioni: la prima è che la Loggia P2 non è
identificabile toto modo con gli ambienti eversivi, la seconda è che, proprio in ragione di tale distinzione, la
diversa autonomia politica di questi ambienti ci consente di individuare un rapporto di strumentalizzazione
che intercorre tra chi il sistema voleva soltanto condizionare e chi invece aspirava a rovesciare.
In questa prospettiva il Commissario Covatta ha sottolineato come costituisca un paradosso della politica
clandestina la possibilità di essere, più o meno consapevolmente utilizzata da altre strutture clandestine. Un
collegamento questo tra quello che fu chiamato il “partito armato” e quello che l’onorevole Rodotà ha definito
il “partito occulto” che sembra saldarsi all’insegna della necessità, secondo il pensiero del filosofo Norberto
Bobbio (citato nel corso del dibattito) quando afferma: “dove c’è il potere segreto, c’è quasi come suo
prodotto naturale, l’antipotere altrettanto segreto sotto forma di congiure e complotti, di cospirazioni. Accanto
alla storia degli arcana dominationis si potrebbe scrivere con la stessa abbondanza di particolari, la storia
degli arcana seditionis”.
Si comprende anche in questa linea come tracce di gellismo siano rintracciabili in eventi ben più drammatici
che non il golpe Borghese: la strage dell’Italicus; anche in questo caso la cronologia ci viene in aiuto perché
ci consente di constatare come le bombe della cellula eversiva toscana (è il 1974) segnino un sostanziale
passaggio alle maniere forti. Un mutamento di tattica e di mezzi che possiamo comprendere quando si valuti
come il paese e la classe politica avevano dimostrato, al di là di ogni residua illusione, di non cedere ai facili
isterismi: chi voleva farli approdare verso lidi di più sicura conservazione doveva evidentemente rassegnarsi
a ricorrere non a qualche spinta di orientamento, ma a ben più robuste spallate.
Seguendo allora il solco della traccia argomentativa proposta sinora e dando come dato acquisito la
compenetrazione ma non l’identificazione tra Loggia P2 ed ambienti eversivi, riusciamo a far combaciare con
esatta simmetria le due facce della Loggia P2, perché la seconda trova origine nella prima e ad essa si
collega con tutta coerenza. E’ una constatazione questa che appare politicamente accettabile quando si
tenga conto che il quadro di riferimento generale, nel quale la logica della strategia della tensione si era
inserita, aveva segnato uno sviluppo dal quale era uscita una risposta politica del tutto inaspettata: quella
delle elezioni del 1975-1976. Si era così registrata una spinta a sinistra del quadro politico ed era maturata
una situazione affatto nuova, tale da obbligare gli ambienti che gravitavano intorno alla loggia ad elaborare
nuove e più sofisticate strategie.
Il Commissario Crucianelli ha sottolineato con dovizia di argomentazioni il valore politico cruciale degli eventi
del 1974, già indicato precedentemente, rilevando che è proprio questo l’anno nel quale, oltre agli eventi
citati, si registra lo scioglimento presso il ministero dell’Interno dell’Ufficio affari riservati, diretto dal prefetto
D’Amato, presente negli elenchi della Loggia, l’avvio delle inchieste giudiziarie su Ordine Nuovo e su
Avanguardia Nazionale, nonché il declino delle posizioni dei generali Miceli e Maletti. Non è dato sapere con
certezza se questo succedersi di eventi contrassegnò un momento di disgrazia delle sorti di Licio Gelli, ma
se anche così fosse, certo è che, come abbiamo visto studiando la ristrutturazione della Loggia P2, a partire
dal 1976 il Venerabile aretino appare saldamente sulla cresta dell’onda alla guida di una rinnovata
organizzazione, strumento idoneo al formidabile sviluppo della seconda fase.
L’AFFARE MORO
La Commissione, analogamente a quanto rilevato dalla Commissione di inchiesta sulla strage di Via Fani e
sull’uccisione dell’onorevole Moro, non ha potuto non prospettarsi il problema del significato della presenza
di numerosi elementi iscritti alla Loggia P2 che rivestivano in quel periodo ed in ordine a quella vicenda
posizioni di elevata responsabilità.
Sono questi interrogativi che emergono dalla testimonianza, ad esempio, del sottosegretario Lettieri, che di
fronte a quella Commissione ha rilevato come le riunioni al Viminale del Comitato di coordinamento tra le
forze dell’ordine vedevano presente intorno allo stesso tavolo una maggioranza di iscritti alla Loggia P2, tra
gli organi tecnici di ausilio ai responsabili politici. Dagli appunti del sottosegretario Lettieri risultano infatti
presenti a queste riunioni, oltre ai ministri interessati e ai vertici della Polizia e dei Carabinieri, i seguenti
affiliati alla Loggia P2: i generali Giudice, Torrisi, Santovito, Grassini, Lo Prete, nonché, ad una di esse, il
colonnello Siracusano.
Questa constatazione pone il quesito se l’inadeguatezza degli apparati informativi e di polizia dello Stato,
sulla quale si è registrato un ampio consenso tra le forze politiche, abbia avuto a suo fondamento,
motivazioni di ordine esclusivamente tecnico, o sia invece da riportare ad altro ordine di considerazioni.
Questa problematica non ha trovato nel corso dell’indagine ulteriori riscontri, fatta eccezione per la
deposizione del commissario di Pubblica Sicurezza Elio Cioppa, vice del generale Grassini al SISDE, il quale
ha confermato la testimonianza resa di fronte al magistrato di aver successivamente ricevuto dal suo
superiore, all’epoca del suo arrivo al Servizio, l’incarico di effettuare ricerche nell’ambito dell’ambiente della
sinistra, sulla base di informazioni e valutazioni, e tra queste anche valutazioni relative alla vicenda Moro,
che il suo superiore aveva recepito direttamente da Licio Gelli con il quale si incontrava saltuariamente,
nell’interesse esclusivo del Servizio.
La testimonianza non viene smentita dal generale Grassini il quale, dichiarando di non ricordare l’episodio
riferito dal Cioppa, afferma peraltro che, se lo aveva riferito Cioppa – funzionario serio e competente –
doveva essere senz’altro vero. Aggiunge che, se aveva ricevuto informazioni da Gelli, ciò era avvenuto non
in occasione di una riunione alla quale Gelli era presente, ma in un incontro fra lui e lo stesso Gelli.
Il problema, sul quale si è soffermato a lungo il Commissario Flamigni, si pone, al di là dei supporti
documentali e testimoniali in nostro possesso, nei termini di accertare se un episodio di così tragico e
rilevante momento possa essere inquadrato nel contesto dei rapporti che Licio Gelli intratteneva con i suoi
affiliati.
Su tale ordine di problemi quello che la Commissione è in grado di affermare, facendo riferimento al
patrimonio conoscitivo che le è proprio, è che, mentre si pone come dato sicuro l’interesse attivo e
politicamente determinato delle relazioni che Gelli intratteneva con gli ambienti militari della Loggia, come è
ampiamente documentato nel corso della presente relazione, per eventi e situazioni di ben minore portata
rispetto a questo tragico evento, per contro, allo stato degli atti, non si hanno sicuri riscontri sul collegamento
tra questo livello qualificato di rapporti e la vicenda specifica in esame.
Queste considerazioni relative alla precisa valenza politica che Licio Gelli attribuiva ai rapporti instaurati con
quegli ambienti vanno pertanto a porsi in aggiunta alle osservazioni ricordate sulla insufficienza dimostrata
dagli apparati e lasciano aperti, in un più ampio contesto, gli interrogativi da più parti sollevati. Interrogativi in
ordine ai quali la Commissione non è in grado di fornire risposte certe ma che peraltro, attesa la delicatezza
della materia e il suo preminente rilievo politico, non ritiene, alla luce soprattutto dell’ambiguo rapporto
identificato tra Licio Gelli ed i Servizi segreti, di poter sottacere.
LA LOGGIA P2, LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E LA
MAGISTRATURA
I RAPPORTI CON LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
Una trattazione sull’argomento – svolta nel più ampio contesto della disamina dei mezzi di penetrazione
impiegati dalla Loggia P2 per l’attuazione dei suoi fini – richiede una preliminare chiarificazione relativa alla
mancanza di un piano operativo elaborato dalla loggia medesima con riferimento alla pubblica
amministrazione nel suo complesso: si vuol cioè dire che nei documenti programmatici acquisiti e
segnatamente nel piano di rinascita democratica non si rinvengono enunciazioni di principio o proposte di
riforma circa il ruolo che avrebbe dovuto ricoprire l’amministrazione dello Stato. Vi è al riguardo soltanto un
accenno quando si auspica, con un riferimento poco chiaro, una riforma di quel settore dello Stato “fondata
sulla teoria dell’atto pubblico non amministrativo”; ed inoltre si formulano generiche indicazioni sulla
necessità di tener separata la responsabilità politica da quella amministrativa e di sostituire il sistema del
silenzio-rifiuto con quello del silenzio-consenso.
Queste due ultime prospettazioni possono verosimilmente interpretarsi la prima come esigenza di
affermazione di una classe di tecnocrati in contrapposizione alla categoria degli esponenti politici – secondo
un’idea ricorrente nei documenti della loggia – e la seconda come potenziamento dei diritti e delle facoltà dei
privati in confronto alle prerogative della pubblica amministrazione.
Trattasi dunque di formulazioni programmatiche generiche e di segno non univoco, talché è lecito
desumerne che ai fini della attuazione del disegno politico della Loggia P2 – e della definizione della sua
strategia di intervento – alla pubblica amministrazione non viene sostanzialmente riconosciuto un ruolo
particolare, né si delineano ipotetici cambiamenti della struttura, della funzione e dei meccanismi operativi
della medesima, contrariamente a quanto risulta documentato per il Parlamento, il Governo, la magistratura
e altre istituzioni dello Stato. Vedremo in seguito il valore da attribuire alla proposta di reintrodurre l’ufficio dei
segretari generali dei ministeri.
Risulta quindi più interessante e significativo cercare la risposta al quesito che i due termini (Loggia P2 e
pubblica amministrazione) sottendono, con l’analisi degli elenchi, per meglio approfondire il collegamento
con le singole persone degli iscritti alla loggia appartenenti alla pubblica amministrazione e le ragioni della
loro affiliazione, verificando, se ed in che modo, le attività di costoro e gli uffici ricoperti, siano rilevanti ai fini
dell’indagine che l’articolo 1 della legge istitutiva ha devoluto a questa Commissione.
Per meglio delimitare il campo dell’analisi strutturale dell’elenco, deve poi chiarirsi che la locuzione “pubblica
amministrazione” viene qui intesa nel suo più estensivo significato fino a ricomprendere non solo le
amministrazioni centrali e periferiche dello Stato e gli enti pubblici, ma anche le società gli istituti e le aziende
a partecipazione statale e le banche, con la sola esclusione dei ministri e sottosegretari per i quali si valuta
come prevalente la qualificazione politica e dei quali si fa perciò menzione in altro luogo della relazione.
Considerando i ministeri, si rileva che quello dell’interno ha un organico di diciannove iscritti tra i quali quattro
questori (Palermo, Cagliari, Salerno, Treviso), tre prefetti (Brescia, Pavia, Commissario governativo per la
regione veneta), tre vice questori (Trapani, Genova, Arezzo), un ispettore di Pubblica Sicurezza (per il
Piemonte e la Valle d’Aosta), un direttore dei servizi di polizia di frontiera, un direttore della squadra mobile
di Palermo, tre commissari di Pubblica Sicurezza (Roma, Arezzo, Montevarchi).
Per il Ministero degli Affari Esteri si contano quattro affiliati di cui un ambasciatore a capo della segreteria
generale e un direttore della ragioneria centrale; per il Ministero dei Lavori Pubblici e per quello della
pubblica istruzione, rispettivamente, quattro e trentaquattro elementi; per il ministero delle Partecipazioni
Statali ventuno iscritti così divisi: diciassette dipendenti IRI e quattro dipendenti ENI; il ministero del Tesoro,
ivi comprese le banche, può contare un organico di sessantasette unità; del ministero della Sanità si
rinvengono tre iscritti, tra cui i primi dirigenti della divisione I (affari generali) e della divisione VI (professioni
sanitarie); per il ministero dell’Industria e Commercio risultano affiliati tredici elementi, di cui il vice presidente
del CNEN, un direttore generale, l’amministratore delegato dell’INA e il primo dirigente del ruolo di personale
dell’energia nucleare NATO a Bruxelles; nel ministero delle Finanze si contano cinquantadue affiliati, mentre
per quello di Grazia e Giustizia ve ne sono ventuno (compresi i magistrati).
Seguono poi i ministeri con scarsa rappresentatività di iscritti tra i loro dipendenti, quali quello dell’Agricoltura
con uno, quello dei Trasporti con due, quello del Lavoro con uno, quello del Commercio con l’Estero con due
(tra cui il direttore della SACE), quello dei Beni Culturali con quattro, quello per il coordinamento della
Ricerca Scientifica e Tecnologica con tre (tra cui il direttore del CNR), quello per gli Interventi Straordinari nel
Mezzogiorno con uno, quello della Marina Mercantile con due, quello per gli Affari Regionali con uno.
Con riferimento agli altri enti o istituti diversi dai ministeri, si rilevano i seguenti dati: l’INPS conta tre iscritti,
come pure la Corte dei Conti, mentre l’Avvocatura generale dello Stato e il Consiglio di Stato vantano un
iscritto ciascuno. Per la Presidenza della Repubblica si annoverano tre affiliati.
Riepilogando, l’organigramma complessivo della infiltrazione dalla loggia negli apparati pubblici ammonta a
ben quattrocentoventidue effettivi, divisi nelle varie amministrazioni e situati ai diversi livelli gerarchici, onde
poter garantire la riuscita degli interventi di Galli o di altri affiliati nei settori di rispettiva competenza.
Dagli elementi sopra menzionati emerge dunque una presenza penetrante e capillare di uomini della Loggia
P2 in praticamente tutti i settori della pubblica amministrazione, diretta ed indiretta, compresi gli enti a
partecipazione statale. Si osserva però come Gelli e la Loggia P2 curassero in modo particolare la
penetrazione in alcuni settori maggiormente determinanti per la vita e la politica dello Stato.
Già in altra parte della relazione si è descritta la penetrazione nelle forze armate e nei Servizi segreti e di
conseguenza nei ministeri che avevano competenza in questi settori. Così pure va ricordato che nel settore
di competenza del ministero delle Finanze, oltre a numerosi e importanti militari, compresi i comandanti della
Guardia di Finanza, dei quali si è parlato pure in altra parte della relazione, risultano appartenere alla loggia
un numero non irrilevante di funzionari civili.
Restando sempre nel campo dei ministeri che governano l’attività economica e finanziaria dello Stato, un
cenno particolare merita la penetrazione nei ministeri del Tesoro e del Commercio con l’Estero.
Emerge che nelle liste della Loggia P2 sono inclusi sia alti dirigenti del ministero del Tesoro, sia importanti
personaggi posti in istituti come la SACE e come la Banca d’Italia, che hanno funzioni decisive anche in
tema di rapporti finanziari con l’estero, nonché esponenti di numerosa banche pubbliche e private.
Per completare il quadro può essere opportuno ricordare quanto riferiscono Angelo Rizzoli e Bruno Tassan
Din e cioè che, quando Gaetano Stammati si presentò candidato ad un seggio senatoriale, Gelli ed Ortolani
davano per certa la sua nomina a ministro del Tesoro, cosa che puntualmente avvenne. Inoltre Gelli ed
Ortolani gli indicarono quale persona che si occupasse della sua campagna elettorale Giuseppe Battista che
era – a dire di Rizzoli – un loro factotum, al quale essi affidarono diversi incarichi importanti. Battista, anch’egli
iscritto alla Loggia P2, divenne poi segretario particolare di Stammati, il quale affidò inoltre l’incarico di suo
addetto stampa a Luigi Bisignani, anch’egli affiliato alla loggia. Quando poi Stammati – dopo una parentesi al
ministero dei Lavori Pubblici – passò al ministero del Commercio con l’Estero, Battista e Bisignani lo
seguirono e Stammati aggiunse a loro, con l’incarico per la segreteria tecnica, Lorenzo Davoli, pure figurante
nelle elenchi. Davoli – sempre a dire di Rizzoli – fu fatto assumere da Gelli e Ortolani alla società Rizzoli per
poi essere distaccato presso Stammati.
Va aggiunto ancora che al Commercio con l’Estero operava anche Ruggero Firrao, allora direttore generale
delle valute, che Ortolani e Gelli indicavano – sempre a dire di Rizzoli – come un loro uomo.
Il Firrao figura anche come dirigente della SACE (Società di Assicurazione per i Crediti nell’Esportazione) ed
è compreso negli elenchi della Loggia P2.
Non sembra inutile sottolineare come in tal modo Gelli ed Ortolani possano aver conseguito un controllo in
un settore chiave dell’amministrazione statale dalla quale passano tutte le operazioni di natura valutaria.
Si ricordi infine che presso il ministero del Commercio con l’Estero funziona pure un Comitato
interministeriale composto dai rappresentanti dei ministeri degli Esteri, dell’Industria, della Difesa, delle
Finanze e del Commercio con l’Estero, nonché del SISMI (in precedenza del SID) che esercita il controllo
sulla vendita delle armi a paesi terzi.
Ad ulteriore conferma dell’interesse che un qualche potere non istituzionale aveva per il ministero del
Commercio con l’Estero si può ricordare quanto riferito nella sua audizione in Commissione il 24 gennaio
1984 dall’onorevole Zanone. Nel 1979, in occasione della formazione del primo Governo dell’VIII legislatura,
il ministero del Commercio con l’Estero, anziché essere affidato, come sembrava in base agli accordi di
Governo, all’onorevole Altissimo, fu assegnato di nuovo a Stammati: Zanone afferma che egli ebbe
l’impressione che forti pressioni fossero state esercitate perché si addivenisse ad una soluzione del genere.
Riscontriamo tra l’altro che successivamente venne attribuito all’onorevole Enrico Manca, elenchi della
Loggia P2.
Le interferenze sul ministero del Commercio con l’Estero da parte di Gelli trovano ulteriore illuminazione dal
fatto che copia dei documenti più rilevanti dell’affare ENI-Petromin, ivi compresa la copia di una memoria in
proposito redatta personalmente da Stammati, furono rinvenute presso Gelli nella perquisizione del 17
marzo 1981.
L’accenno ai rapporti internazionali induce ad esaminare la penetrante azione della loggia in un altro
ministero-chiave, come quello degli Affari Esteri Francesco Malfatti, da lunghi anni segretario generale di
quel ministero e quindi in posizione di rilievo centrale e determinante, risulta anch’egli negli elenchi della
Loggia P2.
Al di là però di tale iscrizione non possono ignorarsi gli intensi rapporti di Gelli con paesi esteri, in particolare
con quelli dell’America latina, rapporti che non potevano non ricevere appoggi e facilitazioni da parte del
ministero suindicato, in considerazione della posizione che Gelli raggiunse in tali paesi e delle sue relazioni
con alte personalità di Governo e della pubblica amministrazione civile e militare dei paesi stessi: si ricordino
in proposito i suoi rapporti con il generale Peron, il generale Massera ed altri per menzionare solo un paese
come l’Argentina, di cui Gelli era anche consigliere economico presso l’ambasciata a Roma.
A questo proposito dagli atti della Commissione sembra potersi derivare come da parte degli organi centrali
e periferici del ministero degli Esteri sia stata stesa quasi una cortina protettiva nei confronti di Gelli e delle
sue attività all’estero. Tra l’altro, allorché il ministero degli Esteri richiese il 6 marzo 1982 alle nostre
rappresentanze diplomatiche, su sollecitazione di questa Commissione, di trasmettere documenti e notizie
relativi alla Loggia P2 a Licio Gelli, a Umberto Ortolani e a Francesco Pazienza, l’ambasciata di Buenos
Aires, cioè della capitale di un paese dove la presenza di Gelli non poteva essere passata inosservata,
rispose in maniera del tutto negativa. Per contro, a parte ogni altra considerazione, da una informativa del
SISDE in data 17 febbraio 1982 risulta che Gelli svolgeva attività economiche e finanziarie in Argentina, oltre
che in Brasile, in Uruguay e in Paraguay.
Altro ministero importante nel quale va segnalata una penetrante presenza della Loggia P2 è quello
dell’interno. Già si è ricordato come molti questori e commissari di Pubblica Sicurezza, oltre ad ufficiali di
Polizia, figuravano iscritti alla loggia. Dagli atti e in particolare dall’audizione del dottor Luongo in
Commissione si deriva come Gelli ricevesse una particolare protezione da parte della questura di Arezzo:
Luongo parla in proposito di una “combutta” all’interno della questura; era quella evidentemente una sede
particolarmente importante perché vi si trovavano la residenza di Gelli e uno dei centri della sua attività.
Una particolare menzione richiede, ai fini della penetrazione di cui si parla, la figura di Federico Umberto
D’Amato, iscritto alla Loggia P2, la cui presenza emerge in tante vicende della vita italiana in questi anni e
che figura in rapporti stretti e costanti con molti degli uomini in qualche modo coinvolti nella storia e
nell’attività della loggia, da Roberto Calvi a Francesco Pazienza, da Angelo Rizzoli a Mino Pecorelli, oltre
che con Licio Gelli.
Informazioni su D’Amato o raccolte dal D’Amato si rinvengono anche presso l’archivio di Gelli di provenienza
uruguaiana. Sugli stretti rapporti tra D’Amato e Calvi, fino agli ultimi giorni di vita di quest’ultimo, riferiscono
ampiamente i familiari di Calvi.
Gli elementi forniti vanno letti unitamente alla raccomandazione rivolta dal Venerabile Maestro agli affiliati
nella già citata “Sintesi delle norme” che delucida sufficientemente il rilievo del proselitismo gelliano: “Al fine
di poter conservare la continuità della copertura dei punti di interesse previsti dall’organigramma per i vari
settori delle attività pubbliche e private, è necessario che ogni iscritto – prima di un suo eventuale
avvicendamento, da qualsiasi causa determinato, nella sfera delle sue competenze – segnali la persona che
ritenga più idonea e capace a sostituirlo”.
Emerge così dal quadro delineato una attenzione rivolta agli apparati amministrativi che supera
qualitativamente la tradizionale infiltrazione massonica, di tipo erratico e non programmata, nella burocrazia
statale. Analogamente a quanto riscontrato con riferimento agli apparati militari, ci troviamo di fronte ad un
reclutamento che si qualifica, oltre che per il livello al quale si pone, per la mirata individuazione di alcuni
settori chiave, come ad esempio i dicasteri economici.
Estremamente rivelatrice in proposito è l’affermazione esplicita dell’esistenza di un organigramma che
prevedeva precisi “punti di interesse”, denotando un reclutamento ragionato che mira prima ancora che
all’acquisizione di individui all’occupazione di centri di potere amministrativo determinati.
Esempio di questa logica è la penetrazione nel ministero del Commercio con l’Estero, nel ministero del
Tesoro e nel ministero degli Affari Esteri, che poneva la Loggia P2 in posizione di assoluto privilegio nella
gestione degli affari, molti dei quali comportavano rilevanti manovre finanziarie con l’Estero, secondo l’analisi
che verrà svolta nella sezione successiva. Concludendo su questo argomento, la Commissione rileva che,
non tanto e non solo deve costituire motivo di riflessione il dato quantitativo delle affiliazioni, comunque già di
per sé allarmante, quanto piuttosto la logica consequenziale che attraverso di esso si lascia intravedere.
I RAPPORTI CON LA MAGISTRATURA
Risultano presenti negli elenchi della Loggia P2 sedici magistrati in servizio più tre collocati a riposo. I detti
magistrati sono stati sottoposti a procedimento disciplinare dal Consiglio Superiore della magistratura, che
con sentenza emessa in data 9 febbraio 1983 ha deciso di assolvere quattro degli affiliati, pronunciando per
gli altri sentenze varie di condanna, ivi compresa la rimozione.
Con riferimento alla questione dei rapporti tra la Loggia P2 e la magistratura (intesa nella sua interezza,
come ordine giudiziario), gli accenni più significativi si rinvengono nel piano di rinascita democratica in cui si
delinea il ruolo della magistratura nel complessivo disegno politico descritto nel documento e si evidenzia la
necessità – a tal fine – di stabilire un raccordo “morale e programmatico” con la corrente di Magistratura
Indipendente dell’ANM “che raggruppa oltre il 40 per cento dei magistrati italiani su posizioni moderate per
poter contare su un prezioso strumento già operativo nell’interno del corpo, anche ai fini di taluni rapidi
aggiustamenti legislativi che riconducano la giustizia alla sua tradizionale funzione di elemento di equilibrio
della società e non già di eversione”.
Lo stesso documento indica poi quali debbano essere, nel quadro della riforma dello Stato delineata, le
modifiche da apportarsi al vigente ordinamento giudiziario, sia nel breve che nel lungo periodo.
Le indicazioni sono le seguenti: a breve termine in tema di ordinamento giudiziario: ” – responsabilità civile
(per colpa) del magistrato; – divieto di nominare sulla stampa i magistrati comunque investiti di procedimenti
giudiziari; – la normativa per l’accesso in carriera (esami psicoattitudinali preliminari); – la modifica delle
norme in tema di facoltà di libertà provvisoria in presenza di reati di eversione – anche tentata – nei confronti
dello Stato e della Costituzione, nonché di violazione delle norme sull’ordine pubblico, di rapina a mano
armata, di sequestro di persona e di violenza in generale”.
A medio e lungo termine: “- unità del Pubblico Ministero (a norma della Costituzione – articoli 107 e 112 ove il
Pubblico Ministero è distinto dai giudici); – responsabilità del Guardasigilli verso il Parlamento sull’operato del
Pubblico Ministero (modifica costituzionale); – istruzione pubblica dei processi nella dialettica fra pubblica
accusa e difesa di fronte ai giudici giudicanti, con abolizione di ogni segreto istruttorio con i relativi e
connessi pericoli ed eliminando le attuali due fasi d’istruzione; – riforma del Consiglio Superiore della
magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento (modifica costituzionale); – riforma
dall’ordinamento giudiziario per ristabilire criteri di selezione per merito delle promozioni dei magistrati,
imporre limiti di età per funzioni di accusa, separare le carriere requirente e giudicante, ridurre a giudicante la
funzione pretorile; – esperimento di elezione di magistrati (Cost. art.106) fra avvocati con 25 anni di funzioni
in possesso di particolari requisiti morali”.
La richiamata sentenza disciplinare del Consiglio Superiore ha rilevato in proposito che, per lo meno con
riferimento alla magistratura, il piano ha superato lo stadio di mera elaborazione programmatica per
diventare effettivamente operativo mediante iniziative di finanziamento della stampa del gruppo di
Magistratura Indipendente e di versamento di somme in favore del segretario generale dello stesso.
Anche in tema di magistratura è dato constatare che il piano si pone in linea di continuità con altri documenti
nei quali si era constatata e lamentata l’influenza sulla magistratura dell’azione dei politici, “i quali cercano di
strumentalizzarla conculcandone la libertà dispositiva”, nonché la perdita delle prerogative dell’autonomia e
dell’Indipendenza conseguente all’espandersi, nel suo ambito, “delle varie intendenze e fazioni politiche che
compromettono e sfaldano la compattezza dall’Istituto”.
L’interesse che la Loggia P2 riservava alla magistratura e la completezza e vastità delle informazioni di cui
disponeva al riguardo, emergono poi dall’elenco di magistrati, anch’esso sequestrato a Maria Grazia Gelli e
contenente una vera e propria schedatura degli stessi, con la indicazione della corrente dell’ANM di
rispettiva appartenenza e con la ulteriore specificazione della loro qualità di “opportunisti” o “attivisti”: occorre
pertanto rilevare che del documento medesimo sono ignoti sia l’autore che il destinatario.
Inoltre il collegamento esistente con la magistratura, e segnatamente con la corrente di Magistratura
Indipendente di cui si è sopra detto, si sarebbe manifestato anche con la corresponsione di somma di
denaro: il condizionale è d’obbligo perché del documento che riferisce di un finanziamento di lire 26 milioni a
favore di magistrati dirigenti di quel gruppo per le elezioni del Consiglio dell’ANM, non sono state accertate
né l’autenticità, né la provenienza, né la destinazione.
Al riguardo si ricorda, per inciso, che la lettera in oggetto risulta inserita nel fascicolo intestato al magistrato
Antonio Buono di cui innanzi si è scritto, fascicolo che contiene altri documenti comprovanti la frequenza ed
intensità di rapporti tra il medesimo e Gelli, rapporti che avevano per oggetto anche segnalazioni o
raccomandazioni richieste a Buono a favore di persone coinvolte in procedimenti giurisdizionali. Con
riferimento a tal documento è il caso di ricordare – per completezza espositiva – che il Consiglio Superiore
della magistratura, con provvedimento del 5 aprile 1984, ha deciso l’archiviazione dell’indagine iniziata nei
confronti dei magistrati nominati dalla suddetta lettera, proprio per l’assenza di riscontri probatori in ordine ai
fatti riportati.
A proposito di finanziamenti alla corrente associativa di Magistratura Indipendente, la sentenza disciplinare
del Consiglio Superiore ha accertato che in favore del magistrato dottor Pone, e per la stampa della rivista di
corrente denominata Critica giudiziaria, l’editore Rizzoli si assunse un consistente onere economico, per
decisione del direttore generale Tassan Din, “certamente richiesto di intervenire dal Gelli”.
Per completare il quadro dei rapporti tra la Loggia P2 e la magistratura vanno ricordate una serie di altre
risultanze attinenti le posizioni del banchiere Roberto Calvi e di Francesco Pazienza, i quali assumono
posizioni di rilievo nella fase finale della vicenda della Loggia P2 e nella fase successiva al sequestro di
Castiglion Fibocchi. A tal fine numerosi elementi testimoniali e documentali, denunciano una frenetica attività
di Roberto Calvi indirizzata nei confronti di ambienti giudiziari al fine di sistemare le proprie pendenze penali .
Presso la procura della Repubblica di Brescia fu instaurato un procedimento penale, poi trasmesso
all’ufficio istruzione della stessa città, nei confronti di Roberto Calvi, Licio Gelli, Marco Cerruti (noto
esponente della Loggia P2), Mauro Gresti, Luca Mucci e Ugo Zilletti per fatti connessi al sequestro e alla
restituzione del passaporto a Roberto Calvi a seguito del processo promosso a suo carico a Milano per reati
valutari e societari. Il procedimento penale a Brescia veniva poi riunificato con gli altri procedimenti pendenti
avanti agli uffici giudiziari di Roma, concernenti la vicenda della Loggia P2.
Nell’ambito dei procedimento suindicato venne assunta la testimonianza del dottor Carlo Marini, all’epoca
procuratore generale della Repubblica presso la corte d’appello di Milano, il quale riferì di aver appreso dal
procuratore della Repubblica Mauro Gresti che quest’ultimo era stato sollecitato a restituire il passaporto a
Roberto Calvi da Ugo Zilletti, all’epoca vicepresidente del Consiglio Superiore, e dal magistrato Domenico
Pone.
Ha aggiunto inoltre il Marini che, dopo l’avocazione del processo al suo ufficio, ricevette una telefonata dal
medesimo Zilletti che lo pregò di adottare la massima cautela nel trattare il procedimento a carico di Calvi,
procedimento nell’ambito del quale era avvenuto il ritiro del passaporto, e che lo stesso Zilletti gli mandò,
sempre per lo stesso motivo, come suo messaggero, il dottor Giacomo Caliendo, componente del Consiglio.
Dopo l’istruttoria compiuta, prima a Brescia e poi a Roma, il consigliere istruttore di Roma, Ernesto Cudillo,
proscioglieva, con la sentenza-ordínanza emessa in data 17 marzo 1983, tutti gli imputati con ampia formula,
non ravvisando nella attività di nessuno di essi comportamenti penali rilevanti; la procurra generale presso la
corte d appello di Roma rinunciava all’appello in precedenza interposto sul punto avverso la sentenzaordinanza
istruttoria suindicata.
Clara Canetti, vedova Calvi, interrogata presso la procura della Repubblica di Milano in data 19 ottobre
1982, ha riferito che, nella primavera dello stesso anno e anche in precedenza, essa e il marito avevano
ricevuto diverse visite da parte di un magistrato di Como, il dottor Ciraolo, che spesso veniva in compagnia
dell’avvocato Taroni di Como, officiato dal Calvi per la sua difesa nel processo a suo carico pendente innanzi
all’autorità giudiziaria di Milano; la Calvi ha riferito che il marito aveva dato al Ciraolo il numero di una sua
riservatissima utenza telefonica che serviva la casa di Drezzo e a tale numero spesso riceveva telefonate dal
suddetto magistrato.
La vedova di Roberto Calvi in data 24 novembre 1983 ha altresì dichiarato ai giudici istruttori di Milano che
suo marito aveva instaurato con il magistrato dottor Gino Alma, procuratore aggiunto presso la procura della
Repubblica di Milano, del quale si parla anche nel procedimento attinente la restituzione del passaporto cui
sopra si è fatto riferimento, un rapporto in base al quale il suddetto magistrato percepiva dal Presidente
dell’Ambrosiano un emolumento mensile fisso e si impegnava di comunicare a Calvi tutte le notizie che lo
riguardavano raccolte negli uffici giudiziari milanesi.
Emilio Pellicani, nella sua audizione in Commissione il 24 febbraio 1983, riferisce poi che Flavio Carboni e
Armando Corona, eletto Gran Maestro della massoneria di Palazzo Giustiniani in successione al generale
Battelli, avevano rapporti con due magistrati milanesi Pasquale Carcasio e Francesco Consoli, rapporti
relativi alla ricerca di appoggi per la nomina del Consoli a procuratore generale di Milano. A tal fine vi fu una
riunione conviviale in Roma alla quale parteciparono l’onorevole Roich e Graziano Moro, nella quale si parlò
anche del processo a carico di Calvi e degli interessamenti in atto per farlo concludere con l’assoluzione
dell’imputato.
Va sottolineato che questi episodi s’inquadrano nell’azione svolta nei confronti della magistratura da parte di
Roberto Calvi per sistemare le pendenze giudiziarie scaturite dalla vicenda P2, nelle quali erano coinvolti lo
stesso Calvi, Licio Gelli, Umberto Ortolani, Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din.
Secondo quanto dichiara in più occasioni Emilio Pellicani, Calvi stava cercando di mettere insieme somme di
denaro, che dovevano raggiungere la cospicua somma di 25 miliardi, sollecitando a tal fine la collaborazione
di Rizzoli e Tassan Din, somme che dovevano essere consegnate all’avvocato Wilfredo Vitalone.
Anche Rizzoli e Tassan Din riferiscono che Calvi, tramite Francesco Pazienza, li sollecitò a versare somme
cospicue per ottenere una soluzione favorevole alle pendenze giudiziarie suindicate.
Rizzoli fa esplicito riferimento ai “giudici di Roma” e al conflitto di competenza poi risolto dalla Corte di
cassazione con la riunificazione dei diversi procedimenti presso la magistratura romana.
Sempre secondo quanto riferisce Rizzoli anche Gelli ed Ortolani avevano versato somme di denaro e Calvi
aveva precisato minacciosamente che, se non avessero pagato, Rizzoli e Tassan Din non se la sarebbero
cavata.
Conclusivamente, volendo tentare una sommaria analisi sulla scorta delle risultanze degli elenchi di
Castiglion Fibocchi circa la composizione del gruppo dei magistrati iscritti in base all’ufficio di rispettiva
appartenenza, si rileva che la Loggia P2 aveva conseguito significative adesioni a livello di presidenti di
tribunali, seppur in modo sporadico. L’infiltrazione della loggia si presentava invece più debole con
riferimento sia agli uffici di procura della Repubblica, sia alla Suprema Corte di cassazione, pur non
potendosi escludere una certa influenza, in considerazione delle vicende processuali che coinvolgevano
esponenti della loggia. Gli episodi citati peraltro testimoniano di una tentata penetrazione deviante nei
confronti della procura di Milano, che prescinde dal dato meramente formale dell’iscrizione.
Notevole, concentrata e capillare era invece la penetrazione realizzata all’interno del Consiglio Superiore sia
a livello di componenti dell’organo di autogoverno (Buono, Pone), sia con riferimento agli uffici di segreteria
(Pastore, Croce, Palaia).
L’attenzione e i propositi della Loggia P2, nonché le sue penetrazioni a livello della magistratura, appaiono
comunque pericolose sotto più di un profilo.
In primo luogo vi è da osservare che le connotazioni di segretezza e di accentuata solidarietà, in termini di
concorso mutualistico tra gli iscritti nelle attività professionali, assumevano maggiore gravità con riferimento
all’attività dei magistrati ed alle guarentigie fissate dall’ordinamento a tutela della loro indipendenza.
Questi rilievi vengono in considerazione non solo per quanto attiene gli sviluppi di carriera per il singolo
magistrato – già di per sé fatto sospetto – ma per quanto riguarda possibili condizionamenti che il magistrato
potrebbe subire a livello della sua attività giurisdizionale, soprattutto allorché tale attività abbia ad oggetto
procedimenti importanti, con implicazioni anche di natura politica.
Infatti la solidarietà intesa in aggiunta alla segretezza dei rapporti potrebbe influire sulle scelte del magistrato
e sulla sua attività giurisdizionale, ponendo in dubbio la sua imparzialità o almeno la sua serenità di giudizio.
L’elemento che viene peraltro in maggiore considerazione è che le proposte in materia di ordinamento
giudiziario – alcune delle quali implicanti anche modifiche di natura costituzionale – sono tese a ridare una
struttura gerarchica alla magistratura, con particolare riferimento agli uffici del Pubblico Ministero e ad
intaccare il principio della separazione dei poteri (vedasi in merito la riforma del Consiglio Superiore). Tutto
ciò acquista rilievo particolare con riferimento al piano politico generale, più volte espresso da Gelli ad
esponenti della Loggia P2, di accentuare il momento autoritario nella vita dello Stato.
La ricerca di contatti con magistrati anche non iscritti alla P2 (alcuni nomi di magistrati ricorrono in altri atti in
possesso della Commissione) – induce a sospettare che si siano almeno tentate iniziative rivolte ad influire
sull’andamento dì alcuni procedimenti che o riguardavano uomini della istituzione o comunque avevano ad
oggetto fatti nei quali la istituzione era coinvolta direttamente o indirettamente o ai quali era in qualche modo
attenta.
A tale proposito non può passarsi sotto silenzio come la riunificazione disposta dalla Corte di cassazione di
tutti i procedimenti giurisdizionali attinenti la Loggia P2 presso gli uffici giudiziari di Roma – anche se poteva
trovare giustificazione in norme processuali e in motivi di opportunità – non abbia giovato alla speditezza
dell’istruttoria e al raggiungimento di un risultato concreto (a tale proposito una rogatoria rivolta all’autorità
giudiziaria svizzera relativa al cosiddetto Conto Protezione, già trasmessa dalla magistratura di Brescia
prima della riunificazione dei procedimenti a Roma, attende ancora la sua evasione a distanza di quasi tre
anni).
Non può ancora passarsi sotto silenzio come la requisitoria del procuratore della Repubblica di Roma, dottor
Gallucci (in data 29 maggio 1982) e la successiva sentenza istruttoria del dottor Cudillo (in data 17 marzo
1983) tendono a rappresentare la Loggia P2 come un fenomeno associativo di scarsa pericolosità,
attribuendo al solo Gelli e a pochi altri i reati più gravi, scolorendo il loro significato politico complessivo e
svalutando la genuinità della documentazione proveniente dalla perquisizione del 17 marzo 1981. Questa
conclusione degli organi inquirenti romani si è posta, come ha rilevato il Commissario Trabacchi, in palese
contraddittorietà con la richiesta di avocazione del procedimento, motivata dal procuratore della Repubblica
di Roma con la definizione della Loggia P2 quale “nucleo ad altissimo potenziale criminogeno, versatilmente
impegnato nella consumazione di eteroformi attività delittuose”.
Come è noto, la sentenza istruttoria è stata impugnata dal Procuratore generale presso la corte di appello di
Roma; e si attende la decisione della sezione istruttoria della Corte.
Si ha anche l’impressione che i magistrati che hanno adottato le decisioni suindicate non abbiano
completamente e tempestivamente preso visione di una serie di atti che, almeno indirettamente, avrebbero
potuto contribuire a fornire ulteriormente elementi ai fini di una valutazione del fenomeno P2 e della condotta
degli imputati. Così documenti relativi alle indagini su Gelli svolte
nel 1974 dalla Guardia di Finanza, al loro rinvenimento presso l’archivio di Gelli e alle vicende connesse a
tali indagini – inviati dalla procura della Repubblica di Milano a quella di Roma – per lungo tempo non sono
stati reperibili presso gli uffici romani. Tra l’altro numerosi degli iscritti alla Loggia P2 – anche personaggi di
rilievo – non risultano mai interrogati: si è omesso anche di procedere contro due capigruppo della Loggia P2
e cioè De Santis Luigi e Niro Domenico. Infine – per ciò che vale – non può tacersi che già nel gennaio 1982
Gelli, in una telefonata all’avvocato Federico Federici, si diceva convinto dell’esito più che favorevole
dell’istruttoria in corso a suo carico presso gli uffici giudiziari romani.
IL MONDO DEGLI AFFARI
IL MONDO DEGLI AFFARI E DELL’EDITORIA
Un primo approccio per una disamina dei collegamenti e della influenza della P2 nel mondo degli affari va
effettuato, tenendo presente, al momento del ritrovamento delle “liste”, la elevata consistenza numerica,
sessantasette, degli iscritti appartenenti al ministero del Tesoro, a banche e ad ambienti finanziari in senso
stretto.
In particolare, per quanto riguarda il ministero del Tesoro (dodici iscritti), l’esame delle funzioni espletate
dalle persone che compaiono negli elenchi rinvenuti a Castiglion Fibocchi permette di identificare la natura e
l’importanza dei collegamenti instaurati, finalizzati ad assicurare contatti con dirigenti situati in punti chiave
della amministrazione, sì da far conseguire al gruppo stabili agganci con ambienti di rilevante influenza sia
nell’ambito nazionale sia, soprattutto, in quello internazionale. Sotto quest’ultimo profilo, in effetti, assume
estrema rilevanza l’inclusione nelle liste dì alti dirigenti del ministero del Tesoro e di altri personaggi situati in
delicati istituti come la SACE (organismo che dà sostanzialmente sostegno finanziario nell’assicurazione
degli interventi commerciali) e come la, Banca d’Italia, aventi funzioni decisive in tema di rapporti finanziari
con l’estero.
A completare il quadro concorrevano, inoltre, i contatti emergenti con esponenti di numerose banche
pubbliche e private per alcune delle quali le presenze erano particolarmente significative per qualità e
rappresentatività, come per la Banca nazionale del lavoro (quattro membri del Consiglio di amministrazione,
il direttore generale, tre direttori centrali di cui uno segretario del Consiglio), il Monte dei Paschi di Siena (il
Provveditore), la Banca Toscana (il direttore centrale), l’Istituto centrale delle casse rurali ed artigiane (il
presidente ed il direttore generale), l’Interbanca (il presidente e due membri del Consiglio), il Banco di Roma
(due amministratori delegati e due membri del Consiglio di amministrazione) ed il Banco Ambrosiano (il
presidente ed un consigliere di amministrazione).
Le indagini effettuate solo da alcuni degli istituti citati si sono in genere limitate al mero riscontro
dell’appartenenza o meno alla Loggia massonica P2 e non hanno consentito di acquisire elementi di rilievo
in ordine all’attività svolta da ciascuno dei cennati esponenti ed al segno di interferenza che la loro
appartenenza alla loggia può aver rappresentato nella ordinata gestione degli affari.
Solo il Collegio sindacale del Monte dei Paschi di Siena risulta aver condotto una inchiesta attenta e
dettagliata per valutare gli effetti dei collegamenti piduisti sull’operatività aziendale. L’inchiesta si è conclusa
ponendo in evidenza “casi di possibile trattamento di favore, casi di perdite avute o temute dall’Istituto
(frequenti i casi di trasferimento di posizioni a contenzioso con perdite già previste e/o definite)”.
L’attività della Commissione appena si è delineato il quadro operativo della Loggia P2 si è quindi concentrata
sull’esame del disegno complessivo e sull’azione svolta da alcuni gruppi, non solo finanziari, fin dagli inizi
degli anni settanta, collegandosi con le risultanze della Commissione d’inchiesta sul caso, Sindona che ha
messo chiaramente in evidenza come gli interventi operati a favore del banchiere siciliano si erano sviluppati
nell’ambito di solidarietà ed accordi, che esistevano nel mondo finanziario e bancario tra alcuni esponenti di
primo piano e che contribuivano ad agevolare l’attuazione di operazioni speculative, finalizzate ad estendere
il potere di determinati gruppi economici.
Quali fossero la matrice, il metodo, l’obiettivo di tali gruppi non appare sempre con chiarezza, ma
indubbiamente la loro azione non può essere ristretta ad un fenomeno di mera criminalità economica o ad
accordi diretti ad accrescere la ricchezza dei singoli. In effetti “intorno alla mobilitazione in difesa di Sindona
accade qualcosa di più di una semplice accanita gestione di interessi da
proteggere magari con l’omertà e l’uso della forza: si rafforza e si espande il potere del sistema P2 che
collega ed unifica tanti personaggi operanti in diverse collocazioni”(1).
Il momento più significativo a livello documentale di tali azioni è collegato alla presentazione di affidavit a
favore di Sìndona (rilasciati negli ultimi mesi del 1976), quando Gelli ed altri personaggi (Francesco
Bellantonio, Carmelo Spagnuolo, Edgardo Sogno, Flavio Orlandi, John Mc Caffery, Stefano Gullo, Philip
Guarino, Anna Bonomi) si espongono in modo chiaro e scoperto per effettuare uno sforzo ritenuto decisivo
per il salvataggio di Michele Sìndona.
Alcuni dei firmatari, oltre al Bellantonio, sono in termini di intrinseca dimestichezza con Licio Gelli; ciò vale
sia per Carmelo Spagnuolo, sia per Philip Guarino che, secondo una corrispondenza in possesso della
Commissione, ha con Gelli un rapporto di mutua ed operante amicizia. Appare dagli atti il ruolo centrale
assunto da Licio Gelli che è il regista attivo di questa operazione, segno concreto di un non effimero legame
tra i due personaggi, che prosegue sino al sequestro di Castiglion Fibocchi nel quale Michele Sindona, come
abbiamo visto nel capitolo secondo, gioca un ruolo non secondario.
I contatti ed i legami tra questi ambienti si intrecciano in un contesto che assume, a motivazione delle
malversazioni e delle attività economiche fraudolente poste in essere, finalità politiche di ordine più elevato.
Così ad esempio le dichiarazioni di John Me Caffery senior (già capo del controspionaggio inglese in Italia e
membro dei Consiglio di amministrazione della Banca privata italiana) quando dichiara che esisteva un più
nobile collegamento tra i gruppi che “condividevano le sane idee occidentali nel tentativo di opporsi alla
diffusione del comunismo in Europa” e di conseguenza erano orientati a favorire l’ascesa di personaggi
aventi la medesima ideologia, da situare nei punti chiave dei settori economici per influenzare, per questa
via, l’andamento politico generale.
Quando si pensi ai corposi collegamenti tra tali settori ed ambienti di malavita comune a livello
internazionale, non si può non rilevare che l’identificazione delle “sane idee occidentali” con questi ambienti
risulta quanto meno problematica e che il sistema capitalista occidentale, quando fisiologicamente
funzionante, dispone di ben altri strumenti per garantire la propria autonomia.
E’ comunque avendo riguardo a questi ambienti che deve essere vista e spiegata l’ascesa di Sindona e
l’azione da questi esplicata per acquisire sia la finanziaria La Centrale sia, unitamente al generale Sory
Smith – già capo del gruppo consultivo di assistenza militare USA in Italia – la proprietà del Roine Daily
American.
Nella stessa prospettiva va quindi collocato il mutamento operativo che si determinò allor quando il fallimento
dell’offerta pubblica di acquisto per il controllo della Bastogi (13.9.1971/8.11.1971) fece emergere una
resistenza a queste operazioni di infiltrazione più estesa di quanto fosse stato possibile immaginare e rese
necessaria una loro più accurata preparazione. Quando Sindona, in
conseguenza di tali eventi trasferisce la sua attività nei paesi al di là dell’Atlantico, in Italia cresce e si
afferma Roberto Calvi, nominato direttore generale del Banco Ambrosiano nel 1971, che ne acquisisce
l’eredità, oltre che la tutela condizionante di Gelli e Ortolani.
La nuova strategia prende il via con il trasferimento (1972) della quota di controllo de La Centrale alla
Compendium S.A. Holding, finanziaria del Banco Ambrosiano, che nel 1976 muterà nome in Banco
Ambrosiano Holding – Lussemburgo. Si viene così a realizzare tra Calvi e Sindona un modulo operativo che,
all’estero, era gestito unitamente a Sindona e che in Italia era articolato in
diversi comparti (bancari, assicurativi, finanziari) sempre più complessi ed intrecciati man mano che si
accresceva la fiducia in Calvi dei più importanti gruppi economici.
Per quest’ultimo aspetto un ruolo di rilevante importanza è stato svolto da Umberto Ortolani il cui ingresso
nella Loggia P2 rappresentò l’acquisizione all’organizzazione di un elemento dotato di una vasta rete di
relazioni personali di grande prestigio, sia nel mondo politico che negli ambienti della curia vaticana e di
quella competenza nel campo finanziario che si rivelerà necessaria nella seconda fase di sviluppo delle
attività gelliane e della Loggia Propaganda.
In effetti proprio mentre Sindona viene estromesso definitivamente dall’Italia, e poi arrestato, si estende e si
rafforza la rete P2 nel settore degli affari e Calvi diventa il principale braccio operativo nel settore finanziario
per tutte le necessità previste dai programmi della loggia. Il gruppo Ambrosiano assume così una struttura
particolarmente funzionale per far da tramite ad ogni tipo di transazione, articolandosi in Italia ed all’estero in
una serie di società bancarie e finanziarie i cui principali affari erano ordinati e seguiti da un univoco centro,
ma parcellizzati in diversi segmenti operativi in modo da impedire spesso agli stessi esecutori materiali la
percezione del quadro complessivo.
Non è ancora disponibile (e forse non lo sarà mai) una visione completa delle operazioni poste in essere da
tale struttura ma possono comunque essere identificate due grandi linee direttrici di intervento che
attengono, da un lato, alla necessità di conservare saldamente il controllo dello strumento così predisposto
e, dall’altro, all’utilizzo, per ben precisi fini, dello strumento stesso.
Per quanto riguarda il primo aspetto, il dissesto del Banco Ambrosiano ha messo chiaramente in evidenza le
coperture, gli accordi, gli interventi effettuati per mantenere e rafforzare le posizioni di comando in questa
banca. La rilevante quantità di azioni Ambrosiano risultate in Italia ed all’estero di pertinenza del Banco
stesso, è la testimonianza di un’attenta acquisizione che consentiva di spostare dall’Italia all’estero, e
viceversa, ingenti disponibilità, mascherando tali movimenti come operazioni di compravendita di titoli per le
quali ignoti intermediari fruivano di consistenti provvigioni. L’azione così sviluppata permetteva anche di
conseguire l’effetto non secondario di coinvolgere in traffici illeciti numerosi operatori che, una volta
intervenuti a fare da schermo a tali irregolari transazioni, si ponevano nelle condizioni idonee per essere
ricattati ed utilizzati.
L’esempio tipico di intrecci di transazioni improntate a tali finalità è costituito dagli interventi effettuati per
l’acquisizione della maggioranza delle azioni del Credito Varesino, un istituto di credito che il gruppo Bonomi
aveva ceduto parte in Italia a La Centrale e parte all’estero alla CIMAFIN (società appartenente al gruppo
Sindona) che a sua volta le avrebbe poi cedute a finanziarie gestite dalla Banca del Gottardo, controllata
dall’Ambrosiano.
Tutte queste operazioni vengono seguite da vicino dalla Loggia P2, poiché presso Gelli viene poi rinvenuta
copia dell’accordo stipulato all’estero tra il gruppo Bonomi e la CIMAFIN con la descrizione di tutti i passaggi
effettuati tramite apposite società strumento (Zitropo e la Pacchetti), nonché dei collegamenti esistenti fra
Calvi e Sindona e dei movimenti finanziari verificatisi nella circostanza.
In questo contesto i massimi esponenti della loggia, come si evince dalla documentazione rinvenuta a
Castiglion Fibocchi, potevano svolgere un ruolo di mediazione tra i diversi interessi e di composizione degli
eventuali contrasti (esemplari appaiono i documenti concernenti i patti stipulati tra Calvi, il gruppo Bonomi ed
il gruppo Pesenti), indirizzando nel contempo gli interventi finanziari degli operatori che dovevano fornire i
mezzi per “permettere ad uomini di buona fede e ben selezionati di conquistare della Rizzoli le posizioni
chiave necessarie”(2) per il controllo delle formazioni politiche in cui ognuno militava.
L’azione di Gelli ed Ortolani, quindi, di pari passo con il potenziamento della struttura strumentale
rappresentata dal gruppo Ambrosiano, acquista connotazioni più precise e, all’estero, favorisce l’espansione
di istituzioni finanziarie collegate alla loggia nei paesi del Sudamerica caratterizzati da regimi a spiccato
orientamento conservatore, mentre in Italia viene pilotato, con Gelli in posizione centrale, il tentativo di
salvataggio di Sindona, evitando peraltro il coinvolgimento in questa operazione della struttura Ambrosiano.
Scelta questa che costituisce il segno più evidente di come gli ambienti che gravitano intorno alla loggia, già
collegati con il finanziere siciliano, ritenessero la struttura costituita intorno all’Ambrosiano destinata ad altre
finalità. In effetti era in pieno sviluppo l’operazione più importante, sia per valenza politica, sia per
coinvolgimento di vari gruppi, che la Loggia P2 avesse posto in essere: l’acquisizione e la gestione del
gruppo Rizzoli, di cui viene effettuata un’analisi a parte. Il ruolo di Calvi, in tale vicenda, appare infatti
fondamentale poiché, a fronte del deteriorarsi della situazione generale e del progressivo ridimensionamento
del sostegno creditizio fornito a quel gruppo da altre banche, il gruppo Ambrosiano risulta infine assumere il
ruolo di unico ed insostituibile appoggio.
Non vanno peraltro trascurati anche altri interventi con identici fini, anche se di portata minore, che la Loggia
P2 pone in essere sia tramite il Banco Ambrosiano, sia tramite altre banche ove alcuni operatori (Genghini,
Fabbri, Berlusconi, ecc.), trovano appoggi e finanziamenti al di là di ogni merito creditizio. Molti degli istituti
bancari, ai cui vertici risultavano essere personaggi inclusi nelle liste P2, non hanno effettuato in merito
opportune indagini, ma l’esistenza di una vasta rete di sostegno creditizio per le operazioni interessanti la
loggia risulta provata dalla già citata inchiesta portata a termine dal Collegio sindacale dei Monte dei Paschi
di Siena. Ovviamente i cointeressati a questa rete di collegamenti e complicità al momento opportuno
dovranno offrire adeguato aiuto, come risulta evidente dai movimenti finanziari che l’ENI (dove alcuni iscritti
avevano posizioni di assoluto dominio operativo) effettua a partire dal 1978 tramite la sua struttura estera
(Tradinvest, Hidrocarbons, ecc.), per evitare che gli accertamenti ispettivi presso il Banco Ambrosiano
rivelassero gli oscuri e significativi travasi di fondi avvenuti dall’Italia verso l’estero.
Sono dello stesso segno, del resto, i misteriosi passaggi concernenti una parte dei titoli Credito Varesino, a
cui abbiamo già accennato, per evidenziare accordi che hanno visto una partecipazione corale di alcuni
protagonisti P2. Si fa qui riferimento all’intervento della Bafisud Corporation S.A. di Panama (finanziaria
legata al Banco Financeiro Sudamericano di Montevideo, facente capo alla famiglia Ortolani), che acquista,
con un finanziamento dell’Ambrosiano Group Commercial, n. 4.500.000 azioni del Credito Varesino di
proprietà de La Centrale, consentendole di realizzare 26,6 miliardi di lire ed un’utile di oltre 10 miliardi
rispetto all’esborso a suo tempo sostenuto per l’acquisto.
Tutta l’operazione viene effettuata tramite il Banco Ambrosiano in Italia – dove i titoli rimangono in deposito –
e quando gli stessi verranno rivenduti (1982) procureranno a misteriosi beneficiari utili all’estero per circa 45
miliardi.
La sostanziale strumentalità del gruppo Ambrosiano risulta infine evidente allorquando Gelli ed Ortolani sono
costretti ad abbandonare le scene della finanza italiana: Calvi, eccessivamente compromesso, viene
abbandonato dai suoi protettori ed il gruppo è avviato al tracollo.
Nel contesto della nuova tattica adottata dalla Loggia P2 a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, un
posto di rilievo occupa l’operazione di infiltrazione e di controllo del gruppo Rizzoli, emblematica delle
modalità operative della loggia. In presenza di una impresa che il presidente della Montedison, Eugenio
Cefis, aveva coinvolto nell’acquisizione della società editoriale del Corriere della Sera – nel quadro delle lotte
di potere sviluppatesi in quegli anni tra diversi gruppi politici ed economici – la Loggia P2 intravede la
possibilità di mettere in atto una operazione che la nuova situazione politica rendeva opportuna e che
s’inquadra nelle previsioni del piano di rinascita democratica a proposito della stampa. E’ infatti disponibile
una struttura da utilizzare per il “coordinamento di tutta la stampa provinciale e locale” … “in modo da
controllare la pubblica opinione media nel vivo del paese”; e le condizioni sono ideali in quanto il gruppo
Rizzoli:
a. è gestito come azienda a carattere familiare, con esponenti non sempre all’altezza del loro ruolo
imprenditoriale;
b. risulta proprietario di un quotidiano di grandi tradizioni ma appesantito da una difficile situazione
finanziaria;
c. si trova sotto la morsa dei finanziamenti – tra i quali, di particolare rilievo alcuni concessi dalla Banca
Commerciale Italiana alla cui guida era Gaetano Stammati (iscritto alla Loggia P2) – che erano stati
necessari per l’acquisto dell’editoriale del Corriere della Sera; acquisto che risultava per certi versi
ancora, solo formale in quanto erano saldamente nelle mani dei finanziatori i
pacchetti di controllo delle società figuranti proprietarie della testata.
La P2, quindi, verso la fine del 1975 si serve di Calvi per coinvolgere il gruppo Rizzoli anche in operazioni di
sostegno dell’assetto proprietario del Banco Ambrosiano e da quel momento utilizza per le proprie finalità il
gruppo editoriale indirizzandone le scelte operative e le iniziative imprenditoriali mediante una manovra di
condizionamento finanziario destinata a diventare sempre più soffocante e senza uscita in relazione al
crescere dei debiti e dei costi.
Si sviluppano così le operazioni Savoia, Globo Assicurazioni, Rizzoli Finanziaria, Banca Mercantile, Finrex e
molte transazioni finanziarie dai risvolti oscuri, in merito alle quali sono in corso indagini, a cura dell’autorità
giudiziaria, per accertare i definitivi beneficiari di “premi” e “tangenti” distribuiti, attraverso il gruppo Rizzoli,
sotto la regia Gelli ed Ortolani.
Nello stesso tempo vengono effettuati interventi di sostegno o di acquisizione di numerose testate a
carattere locale (Il Mattino, Sport Sud, Il Piccolo, L’Eco di Padova, Il Giornale di Sicilia, Alto Adige, L’Adige, Il
Lavoro) nell’ambito di un processo di collegamento con il Corriere della Sera, teso a costituire un compatto
mezzo di pressione, destinato a raggiungere il maggior numero di lettori ed influenzare così, in senso
moderato e centrista, l’opinione pubblica.
Nel progetto della loggia le imprese Rizzoli assolvono quindi una duplice funzione: da un lato sono utilizzate
quali strumenti operativi per fare da sponda ad operazioni finanziarie condotte nell’interesse di affiliati
unitamente ad esborsi corruttivi; dall’altro rappresentano il polo aggregativo di un sempre maggior numero di
testate che, facendo perno sul Corriere della Sera, si sviluppa con interventi partecipativi in imprese editrici
di quotidiani a carattere locale.
I mezzi finanziari per entrambi tali funzioni non mancano, in quanto la rilevante presenza nel mondo delle
banche consente di non lesinare gli appoggi per superare ogni problema contingente e per consolidare la
posizione di comando all’interno del gruppo Rizzoli.
Un passaggio significativo a tale riguardo è costituito dall’intervento operato nel 1977 per far fronte
all’impegno assunto nei confronti del gruppo Agnelli all’atto dell’acquisto del Corriere della Sera, nonché per
rimborsare alla Montedison e alla Banca Commerciale Italiana (alla cui guida non erano più rispettivamente
Eugenio Cefis e Gaetano Stammati) gran parte dei fondi che a suo tempo erano stati messi a disposizione
per la stessa finalità.
La Commissione ha in proposito effettuato una approfondita operazione di polizia giudiziaria, condotta con la
collaborazione del nucleo operativo della Guardia di Finanza di Milano, volta ad accertare la reale situazione
proprietaria della Rizzoli e la natura della presenza in essa della Loggia P2. E’ stata così accertata una
convergenza di interventi che, sotto la regia di Gelli e di Ortolani, coinvolgono il banchiere Calvi, le banche
dei gruppo Pesenti ed altre istituzioni, per la realizzazione di un meccanismo teso a stabilizzare il completo
controllo del gruppo, mantenendo fermo lo schermo costituito dagli esponenti della famiglia Rizzoli.
La struttura estera del Banco Ambrosiano fornisce infatti gli ingenti capitali (11,8 milioni di dollari) necessari
per rimborsare una parte dei finanziamenti concessi dalla Banca Commerciale Italiana, mentre in Italia si
realizza quel collegamento Banco Ambrosiano-IOR, destinato a fornire alla Rizzoli Editore i fondi per
completare l’operazione Corriere della Sera.
Le banche del gruppo Ambrosiano concedono infatti un finanziamento per 22,5 miliardi di lire alla Rizzoli
Editore che utilizza i fondi ricevuti per estinguere il predetto debito nei confronti del gruppo Agnelli. Le
banche finanziatrici, a fronte del loro intervento, acquisiscono in pegno sia il 51 per cento del capitale della
“Rizzoli”, sia l’intero pacchetto azionario della società (Viburnum S.p.A.) proprietaria di un terzo della
“Editoriale del Corriere della Sera S.a.s.”.
Nello stesso tempo si realizza l’aumento di capitale della Rizzoli editore S.p.A. con il quale vengono resi
disponibili fondi per 20,4 miliardi di lire, utilizzati per rimborsare in gran parte i finanziamenti erogati dal
gruppo Ambrosiano.
Giusta la ricostruzione effettuata, a seguito degli accertamenti posti in atto dalla Commissione, tutta
l’operazione di aumento di capitale si concretizza:
a. con fondi provenienti dall’Istituto Opere di Religione (IOR) che utilizza a tal fine disponibilità esistenti
a suo nome presso diverse banche;
b. con l’intestazione meramente formale ad Andrea Rizzoli di tali nuove azioni nel libro soci della Rizzoli
Editore S.p.A.; in realtà le azioni stesse erano state già girate a favore dello IOR ed al momento
della seconda operazione di ricapitalizzazione della Rizzoli (1981) una delle condizioni previste sarà
proprio la lacerazione dei titoli che riportavano le tracce di questo passaggio di proprietà;
c. con il deposito di tali azioni presso una commissionaria di borsa (Giammei & C. S.p.A. di Roma)
avente palesemente funzioni fiduciarie;
d. con un impegno – formalmente assunto da una banca (Credito Commerciale S.p.A.) appartenente
all’epoca al gruppo Pesenti – di trasferire ad appartenenti alla famiglia Rizzoli le, dette azioni al
realizzarsi di determinate condizioni. Tra queste le più significative risultavano essere l’impossibilità
di procedere a tale trasferimento prima del luglio 1980 e la variabilità del prezzo da corrispondere
per il riscatto.
Dalla disamina della complessa articolazione degli accordi viene così in evidenza la funzione meramente di
facciata della famiglia Rizzoli che, da un punto di vista regolamentare, viene sancita con la previsione, per
ogni decisione assunta nell’ambito del Consiglio di amministrazione della Rizzoli, di un diritto di veto a favore
dei consiglieri entrati dopo l’attuazione dell’aumento di capitale. Utilizzando Calvi come supporto bancario e
sfruttando bene l’influenza esercitata su Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din, Gelli ed Ortolani (quest’ultimo
entra nel 1978 nel consiglio di amministrazione della Rizzoli) cominciano quindi dal 1977 a gestire il
gruppo editoriale.
Per quanto riguarda più specificamente il Corriere della Sera, diventa più stretto il controllo con la nomina a
direttore del dottor Di Bella, voluta esplicitamente da Gelli ed Ortolani in sostituzione del dimissionario
Ottone. Si sviluppa da questo momento un sottile e continuo condizionamento della linea seguita dal
quotidiano come posto in evidenza dal Comitato di redazione e di fabbrica che, attraverso una esamina degli
articoli pubblicati in quegli anni, ha sottolineato come possa essere difficilmente contestabile un’influenza
esplicata con l’emarginazione di giornalisti scomodi, con servizi agiografici ben mirati e con l’attribuzione di
scelti incarichi a persone appartenenti alla loggia.
L’ampia analisi effettuata in proposito dal comitato evidenzia una linea di tendenza che si sviluppa con una
pressione continua la quale, pur contrastata sempre dalla professionalità dei giornalisti, riesce spesso ad
orientare alcuni servizi per dare spazio a persone di “area” o per lanciare oscuri messaggi o per evitare
inchieste approfondite su alcune vicende, come risulterà evidente per i servizi concernenti i paesi
sudamericani. In America Latina, del resto, con il sostegno finanziario di Calvi e con l’intervento di Ortolani e
di Gelli (quest’ultimo formalmente rappresentante del gruppo Rizzoli presso le autorità governative dei paesi
esteri) la Loggia P2 stava estendendo la propria rete d’influenza, acquisendo dal gruppo editoriale Avril, e
con l’appoggio dei generali in carica in Argentina, una catena di giornali a larga diffusione.
Per quanto riguarda più specificatamente la linea seguita dal gruppo in ordine alle vicende politiche italiane,
l’attenzione va riportata con particolare rilievo al 1979, allorquando uomini della loggia tentano di utilizzare le
tangenti connesse con il contratto di fornitura di petrolio tra l’ENI e la Petromin per acquisire adeguati mezzi
finanziari destinati a colmare il deficit della gestione del gruppo Rizzoli.
In ordine alla cennata vicenda sono ancora in corso le indagini a cura di una apposita Commissione
parlamentare, ma è indubbio che Gelli ed Ortolani erano perfettamente a conoscenza di tutti i risvolti della
transazione. A Castiglion Fibocchi è stata infatti rinvenuta copia del contratto stipulato tra l’AGIP e la
Petromin, la richiesta avanzata dall’AGIP al ministero del Commercio Estero per ottenere l’autorizzazione a
pagare la tangente alla Sophilau, il diario predisposto dal ministro Stammati per puntualizzare fino al 21
agosto 1979 gli sviluppi della vicenda nonché un appunto su tutte le circostanze rilevate, predisposto sotto
forma di un articolo da pubblicare. Ortolani, del resto, il 14 luglio 1979 aveva prospettato al segretario
amministrativo del PSI, senatore Formica – il quale denunciò il fatto ai ministri competenti – la possibilità di
erogazione di fondi, in connessione degli acquisti di petrolio da parte dell’ENI, per interventi nel settore dei
mass-media. Segno evidente dell’interessamento della loggia alla vicenda fu poi l’attacco a fondo condotto
contro il ministro per le Partecipazioni statali Siro Lombardini, per il quale il Corriere della Sera arrivò a
chiedere le dimissioni, con un fondo in prima pagina che si distingueva per la violenza dei toni, oltre che per
la richiesta in sé, certo non usuale rispetto alla misurata prudenza propria della testata milanese.
L’insuccesso del tentativo, anche per la ferma opposizione di alcuni esponenti socialisti, determina la ricerca
di nuove soluzioni, mentre lo schermo Rizzoli viene utilizzato per patti con altri gruppi (accordo Rizzoli-
Caracciolo) o per tentativi di acquisizione di altre testate (giornali del gruppo Monti) con l’intervento di
Francesco Cosentino.
Questa situazione induce ad un tentativo impostato alla finalità di allentare la dipendenza del gruppo
editoriale da una sola banca che non può fronteggiare, senza pericolosi contraccolpi, oneri così elevati ed
evidenti.
Sin dai primi mesi del 1980 Gelli, Ortolani e Tassan Din cominciano quindi a studiare le varie possibilità per
reperire nuovi fondi sotto forma di partecipazione al capitale, senza comunque far perdere alla loggia il
controllo del gruppo. I vari progetti che vengono via via studiati ruotano sempre, come ampiamente rilevabile
dalla documentazione rinvenuta presso Gelli, intorno a questi principi fondamentali e si concretizzano, nel
giugno del 1980, per essere formalmente esposti in una “convenzione” firmata da Angelo Rizzoli, Bruno
Tassan Din, Roberto Calvi, Umberto Ortolani e Licio Gelli.
E’ questo il documento più rappresentativo dell’intera vicenda che consente la identificazione delle finalità del
progetto e dei diversi ruoli svolti da ciascuno dei protagonisti. Il documento ritrovato tra le carte di Castiglion
Fibocchi consta di otto cartelle, ognuna siglata dai protagonisti dell’operazione. La Commissione, attesa
l’importanza, ha verificato tramite apposita perizia, che ha dato esito positivo, l’autenticità delle sigle,
riconosciute peraltro anche da Rizzoli e Tassan Din.
Alla base di tutta la costruzione finanziaria viene innanzitutto posta la necessità che solo il più vulnerabile dei
rappresentanti di facciata (i componenti della famiglia Rizzoli) partecipi alla fase operativa. Ad Angelo Rizzoli
è quindi fatto carico, con adeguato compenso, di concentrare a suo nome tutti i diritti concernenti la parte di
azioni dell’azienda capo-gruppo (20 per cento del capitale) che, pur soggetta a vincoli e condizionamenti
attuati tramite l’interposizione fittizia di banche estere, figurava ancora di pertinenza della famiglia Rizzoli.
Il successivo passaggio prevede poi la suddivisione del capitale azionario in quattro pacchetti di cui due
assorbenti ciascuno il 40 per cento del totale, mentre il residuo capitale era ripartito in altre due quote
diseguali (10,2 per cento e 9,8 per cento). Per ognuna delle suddette parti erano stabilite diverse modalità di
gestione con l’intervento di Angelo Rizzoli per una di esse (40 per cento) e con l’interposizione di societàschermo
per le altre tre. A questa fase avrebbe forse dovuto far seguito, almeno secondo quanto si può
evincere dalla qualifica di intermediarie attribuita alle società schenno, un ulteriore passaggio di azioni
incentrato sulla successiva cessione di una parte del capitale (49,8 per cento), mentre la quota di
maggioranza (50,2 per cento) rimaneva di pertinenza di una struttura che legava tra loro stabilmente
(almeno per dieci anni) sia la quota intestata ad Angelo Rizzoli che il pacchetto di azioni pari al 10,2 per
cento del capitale: in questa struttura pertanto la quota del 10,2 per cento veniva ad assumere valore
determinante ai fini del controllo della società.
La schematica rappresentazione degli accordi stilati tra gli esponenti della loggia relativamente all’assetto
della proprietà del gruppo Rizzoli – articolato su interventi finanziari comportanti in Italia ed all’estero
complesse trasformazioni di ragioni creditorie in proprietà azionarie e che prevedevano la erogazione di una
“tangente” (in contanti e/o in azioni) pari a lire 180 miliardi – consente comunque di far risaltare la funzione
della loggia, che si pone come elemento centrale e determinante per ogni singolo passaggio della
operazione.
Non risulta infatti tanto rilevante l’azione svolta dai vari protagonisti, ma si afferma ed emerge piuttosto in
tutto il suo ruolo l’Istituzione, così indicata nel documento, in rappresentanza della quale alcuni dei
partecipanti firmano il “pattone”. E’ l’Istituzione la sola arbitra dell’attuazione delle varie fasi operative “tenuto
conto delle alte finalità del progetto”, è l’Istituzione che sceglie le società intermediarie, è l’Istituzione che,
con la interposizione fittizia di apposita società, acquisisce la proprietà della quota cardine, pari al 10,2% del
capitale, che domina anche la parte (40%) figurante a nome di Angelo Rizzoli.
Questa vicenda segna forse il punto più alto toccato dalla loggia che ritiene opportuna una adeguata
pubblicizzazione del ruolo assunto e dell’importanza raggiunta: ed in questa ottica possono essere valutati i
proclami, le valutazioni, agli avvertimenti che Gelli esprime nella intervista rilascia il 5 ottobre 1980 al
Corriere della Sera (“Il fascino discreto del potere nascosto”) che viene adeguatamente divulgata a cura dei
“fratelli” operanti nel settore della carta stampata, suscitando nuove adesioni e qualche preoccupazione.
Da un punto di vista operativo, il progetto delineato procede con l’intervento di Calvi, che dalla struttura
estera del Banco Ambrosiano attinge gli strumenti finanziari necessari per la realizzazione di una prima parte
degli accordi. La conclusione viene per altro affrettata a seguito del sequestro di Castiglion Fìbocchi: risulta
infatti incompiuta l’opera di consolidamento al nome di Angelo Rizzoli di tutta quella parte del capitale (20%)
su cui altri membri della famiglia vantavano ancora qualche diritto. In buona sostanza, però, la esiguità
(3,5%) dei titoli non ancora sotto il pieno ed incontrollato dominio della loggia convince i protagonisti a
passare alla fase successiva, che vede l’affidamento in Italia ad una società del gruppo Ambrosiano (La
Centrale Finanziaria S.p.A.), del ruolo di intestataria di un pacchetto azionario pari al 40% del capitale
azionario, mentre ad un’altra società appositamente creata (Fincoriz S.a.s. di Bruno Tassan Din) risultano
destinate le azioni di spettanza dell’Istituzione (10,2%).
Gli accordi formali resi pubblici nella circostanza prevedevano un onere a carico de La Centrale, correlato
alla quantità di fondi necessari per portare a termine il complesso dell’intera operazione, per la parte di azioni
circolanti in Italia (aumento di capitale, rimborso di precedenti prestiti, spese, ecc.). Alla fine, infatti, La
Centrale si troverà ad aver erogato per l’intera operazione di aumento di capitale la somma di L. 177 miliardi
che per L. 35 miliardi perverranno all’Istituto Opere di Religione a fronte dell’80% del capitale a suo tempo
ceduto (al netto di un fondo spese di L. 4 miliardi) e per la parte residua saranno versati alla Rizzoli, venendo
a coprire le quote di pertinenza de La Centrale stessa (L. 61,2 miliardi per il 40%), di Angelo Rizzoli (L. 61,2
miliardi per il 40%) e della Fincoriz (L. 15,2 miliardi per il 10,2%).
Agli oneri sostenuti in Italia dal gruppo Ambrosiano tramite La Centrale vanno peraltro aggiunti quelli
accollati alle banche estere del gruppo le quali, al momento del dissesto, risulteranno aver erogato, sia in
relazione a ristrutturazione di crediti precedenti, sia per esborsi a favore di Gelli, Ortolani e Tassan Din, fondi
per $ 184 milioni in connessione alle complessive operazioni di aumento di capitale. Quest’ultimo credito –
che risulterà poi formalmente di pertinenza del Banco Ambrosiano Andino nei confronti di una società
(Bellatrix S.a.), assistita da una “lettera di patronage” rilasciata dallo IOR – apparirà garantito da una parte
(3,5%) delle azioni Rizzoli Editore circolanti all’estero.
Il delicato meccanismo così messo in piedi riceve comunque duri colpi con l’arresto di Calvi e con
l’opposizione del ministro del tesoro Andreatta, che ostacola la realizzazione dell’intervento de La Centrale e
ne condiziona l’operato, impedendo la conclusione della terza fase (ingresso di nuovi soci) ed avviando così
tutta la struttura all’inevitabile, successivo dissesto.
L’intreccio di ambienti finanziari (e non) e lo sviluppo di operazioni che abbiamo delineato, sollecitano
riflessioni di più generale portata in ordine ai meccanismi sui quali si innestano operazioni finanziarie sui
capitali di tipo prettamente speculativo e sul loro collegamento a centri di potere non solo economico. Sono
problemi questi la cui analisi approfondita trascende l’ambito di interessi del presente lavoro; quello peraltro
che appare certo è che sarebbe ipocrita chiedersi quali collegamenti e di quale natura esistano tra situazioni
quali la Loggia P2 e vicende finanziarie come quelle studiate, ignorando o fingendo di ignorare che il legame
tra le due tipologie non può restringersi a contatti accidentali ed interessati tra ambienti al margine della
legalità, ma nasce sotto il segno della intrinseca e reciproca necessità.
La seconda osservazione che emerge dalla precedente narrativa è quella che è a metà degli anni settanta
che sembra verificarsi la saldatura concreta ed in termini operativi del gruppo Gelli-Calvi-Ortolani. Gelli che si
è battuto per aiutare Sindona, il cui tramonto è ormai inarrestabile, eredita nella sua orbita di influenza il
Calvi con una scelta, ed una scansione di tempi e di avvenimenti che lascia pensare più ad una successione
programmata che ad una semplice coincidenza. Che tutto questo avvenga contemporaneamente alla
formulazione del piano di rinascita democratica è argomento di riflessione che verrà sviluppato diffusamente
nel capitolo quarto, relativo al progetto politico della Loggia P2, ma che è quanto mai opportuno sottolineare
già in questa sede.
L’esame delle vicende finanziarie e lo studio della loro articolazione ci mostrano inoltre la convergenza
attraverso la Loggia P2, di gruppi ed ambienti disparati, portatori di interessi anche non omogenei.
L’eterogeneità di tali situazioni è del resto ben rappresentata dalla composita articolazione del personale
iscritto alla loggia, della quale le liste di Castiglion Fibocchi sono evidente esempio. E’ dato infatti rilevare
come la Loggia P2 annoveri tra i suoi iscritti persone di varia provenienza, spesso anche collocate su
versanti apparentemente opposti; sono così contemporaneamente nella loggia, come ha notato il
Commissario Covatta, coppie di nemici celebri, come il generale Miceli e il generale Maletti e, per restare nel
campo degli affari, Mazzanti e Di Donna, notoriamente avversari nell’ultimo periodo di presenza all’ENI.
Soccorre a questo proposito il rilievo contenuto nel piano dì rinascita democratica sulla eterogeneità dei
componenti della loggia, prevista come elemento connotativo dell’organizzazione.
Un dato questo che ci mostra la funzione strumentale della loggia presso chi dell’operazione aveva il
controllo generale, e cioè il suo Venerabile Maestro, che appunto dalla eterogeneità dei componenti traeva
uno dei non secondari motivi del suo potere, in quella logica di contatti verticali tra la base ed il vertice che,
come abbiamo visto, è caratteristica strutturale della Loggia P2.
La loggia stessa in questa prospettiva ci appare come una sorta di camera di compensazione, della quale
sono testimonianza eloquente gli accordi finanziari di vario tipo trovati tra le carte di Castiglion Fibocchi; si
comprende allora il valore che poteva assumere nel mondo finanziario un centro di mediazione di interessi
diversi così costituito e così protetto e risalta appieno il ruolo che in tale contesto veniva assegnato al
Venerabile Maestro della loggia.
Emblematica in tale senso è la gestione del gruppo Rizzoli nella quale non solo questo articolato stato di
cose trova significativa ed esemplare applicazione, ma che altresì ci consente di pervenire ad alcune
importanti conclusioni in ordine al rilievo politico assunto dalla loggia ed all’ampiezza di respiro dei suoi
progetti e delle sue ambizioni. L’analisi dell’assetto proprietario del Corriere della Sera ci conduce a risultati
conoscitivi che fugano ogni dubbio residuo sulla proponibilità di tesi di taglio riduttivo, quando si voglia
comprendere e valutare nel suo significato reale un fenomeno quale quello costituito dalla Loggia P2 e dalle
attività che in essa e tramite essa venivano progettate e gestite da gruppi e forze anche disparate, ma
unificate dalla convergenza di interessi su situazioni determinate.
Il dato dell’acquisizione del Corriere della Sera nell’orbita di influenza della Loggia Propaganda denuncia una
inequivocabile connotazione di rilevanza politica e letto in parallelo al dato precedentemente enucleato
sull’ambiguo rapporto che lega Gelli agli ambienti dei Servizi segreti lascia intravedere le linee generali di un
allarmante disegno generale di penetrazione e condizionamento della vita nazionale. Se le ombre e le zone
di ambiguità sono ancora molte, e solo in parte sarà possibile far luce, quello che emerge con nitida
chiarezza all’attenzione dell’osservatore, è che un siffatto fenomeno assurge a questione di rilievo politico
primario, come altrimenti non potrebbe essere, per il coinvolgimento di attività e funzioni non solo pubbliche
in senso stretto, ma altresì rilevanti per l’interesse della collettività, secondo la precisazione contenuta
nell’articolo 1 della legge istitutiva di questa Commissione.
NOTE:
1. Cfr. Relazione della Commissione di inchiesta Sindona
2. Così il piano di rinascita democratica.
I RAPPORTI INTERNAZIONALI
Lo studio dei rapporti internazionali della Loggia P2 e dell’attività di Licio Gelli in tale contesto non può che
essere di circoscritte dimensioni in considerazione della difficoltà, per non dire della impossibilità, per la
Commissione, di indagare su queste situazioni che trovano sviluppo al di fuori delle frontiere nazionali. Né si
può sottacere che la presenza di Licio Gelli in paesi stranieri non ha lasciato praticamente traccia, con
riferimento evidentemente al periodo antecedente al sequestro di Castiglion Fibocchi, presso gli archivi delle
nostre ambasciate, nonostante di essa esistano numerose ed autorevoli testimonianze che tutte convergono
ad indicare l’intrinseca dimestichezza di questo cittadino italiano con personaggi stranieri di altissimo livello
politico.
Muovendo da queste premesse, la Commissione è in grado di affermare, in base ai documenti ed alle
testimonianze in suo possesso, che il rilievo dell’attività internazionale del Maestro Venerabile è di segno
certamente non inferiore a quello della sua presenza italiana, anche se l’analisi di questo versante della sua
personalità non può essere in pari modo approfondito per le oggettive ragioni già indicate.
Si pone in primo luogo, come dato di sicura constatazione, che Licio Gelli pervenne ad inserire
l’organizzazione da lui guidata in più ampio contesto organizzativo di respiro internazionale.
Rilievo questo che si pone del resto in armonia con la natura in certo qual senso internazionale della
massoneria, la quale, come abbiamo già rilevato, aspira a porsi e concretamente si muove come
un’organizzazione che, assumendo a sua base premesse filosofiche di portata generale, tende a stabilire
legami fra gli affiliati che travalicano le frontiere. Nell’ambito di questa dimensione sovranazionale, Licio Gelli
appare interessato a due iniziative la cui esistenza è documentata in modo certo. La prima è la cosiddetta
Loggia di Montecarlo, per la cui esistenza la Commissione è in possesso di scarsi, ma inequivocabili
elementi documentali. E’ agli atti un modulo di iscrizione (le indicazioni sono in tre lingue e cioè nell’ordine:
inglese, francese ed italiano), per un Comitato esecutivo massonico che aveva sede nel Principato di
Monaco e che dal contestuale riepilogo delle finalità associative risulta porsi come una sorta di
organizzazione di livello superiore rispetto alle tradizionali strutture massoniche. La finalità reale
dell’organismo traspare dal documento, pur condito dagli abituali generici richiami a superiori motivazioni, nel
quale è dato leggere: “…scopo è quello di realizzare…una forza di governo universale…” ed ancora: “…La
Massoneria è l’organismo più qualificato a governare, perciò se non governa manca alla sua vera ragion
d’essere…”.
Schede di iscrizione già compilate e corrispondenza agli atti dimostrano che il Comitato di Montecarlo ebbe
pratica attuazione, superando la fase progettuale; ma non ci è dato di sapere quale consistenza esso venne
a raggiungere. In sede interpretativa si può affermare che esso si pose certamente come un momento
qualificante dell’operazione piduista; e particolare interesse suscita la circostanza che ad esso Licio Gelli
pose mano in quel periodo, alla fine degli anni Settanta, che abbiamo indicato come contrassegnato da un
inizio di incrinamento del potere del Venerabile Maestro. In questa prospettiva l’iniziativa di creare una
organizzazione posta a ridosso dei confini nazionali, ma al di fuori della portata delle autorità italiane,
potrebbe inserirsi come elemento di arricchimento e conferma al quadro delineato.
Altra iniziativa di respiro internazionale è quella dell’ONPAM, una istituzione a carattere sovranazionale
rivolta con particolare riferimento ai paesi dell’America latina, la cui esistenza è documentata in modo certo e
il cui significato appare, allo stato degli atti, ancor più difficile da interpretare.
La Commissione è in possesso di una tessera intestata a Roberto Calvi, rilasciata nel 1975 e sottoscritta da
Licio Gelli in qualità di Segretario. Si ha inoltre notizia che al Gamberini era stato affidato il compito di tenere
i contatti tra l’organizzazione ed il Grande Oriente. Risulta che di questa organizzazione esiste ampia
documentazione nel materiale sequestrato presso la villa uruguaiana di Licio Gelli e certo la sua conoscenza
aprirebbe squarci di notevole interesse su tutta la vicenda della Loggia P2, la cui dimensione internazionale,
una volta conosciuta in modo meno sommario, consentirebbe una valutazione più completa del valore
politico di questa organizzazione, che del resto era stato intuito dall’ispettore Santillo nella sua terza nota
informativa.
Appare infine dalla documentazione che il Venerabile della Loggia P2 godeva egli stesso di un prestigio
internazionale proprio nell’ambiente massonico. Non solo egli era infatti tramite dei rapporti tra la massoneria
italiana e quella argentina, ma già nel 1968 appare accreditato presso il Grande Oriente quale garante di
amicizia di una loggia estera, elemento questo che conferma la precocità della carriera massonica di Licio
Gelli, ampiamente analizzata nel capitolo primo.
L’attività personale di Licio Gelli del resto appare sicuramente documentata come ampiamente proiettata
fuori dell’Italia, attraverso una fitta rete di contatti, anche esterni alla massoneria, tutti di alto livello per il
rango delle personalità con le quali il Venerabile intratteneva rapporti. In questo senso l’epistolario rinvenuto
apre uno spaccato, parziale ma efficace, delle relazioni che Licio Gelli
intratteneva con un’opera di continuo contatto e costante aggiornamento; ne emerge il ritratto di un accorto
professionista nell’arte dei rapporti sociali, comunque non certo confinabile all’interpretazione di uno
spregiudicato arrampicatore sociale, come dal tono generale delle lettere si evince in modo non equivoco.
L’ambito di interessi di Licio Gelli appare in questo panorama rivolto eminentemente ai paesi d’oltre Atlantico.
Sicure e documentate sono le relazioni di Gelli con i paesi del Sudamerica ed in particolare l’Argentina,
paese nel quale egli era in relazione con l’ammiraglio Massera, ma soprattutto con Peron e il suo entourage,
nel quale grande rilievo aveva Lopez Rega, interessato anch’egli alla iniziativa dell’ONPAM.
Giancarlo Elia Valori, iscritto alla Loggia P2 e da questa espulso, ha testimoniato di aver ricevuto una
confidenza del Presidente Frondizi, che si domandava quale ruolo un privato cittadino svolgesse per i Servizi
segreti italiani ed argentini. In proposito di estremo interesse è la deposizione del generale Grassini,
Direttore del SISDE, il quale davanti alla Commissione ha dichiarato: “…Non avevamo nessun rapporto con i
Servizi dell’America latina…Sapendo bene che Gelli aveva grandissime possibilità per quanto riguarda
l’Argentina, gli chiesi se mi poteva mettere in contatto con gli argentini. Egli aderì a questa richiesta e
l’indomani mattina puntualmente il Capo del Servizio argentino in Italia, all’Ambasciata argentina in Italia, si
presentò nel mio ufficio, dicendosi pronto a collaborare per qualsiasi cosa. Da quel momento nacque un
contatto perenne e continuo tra il nostro Servizio e il Servizio argentino, che si impegnò anche a fare da
tramite tra noi ed i Servizi degli altri paesi dell’America latina dove erano stati segnalati dei fuoriusciti, fu
impostato quindi un sistema idoneo per la ricerca di questi fuoriusciti”.
Si ricorda al proposito che Gelli ricopriva un incarico ufficiale presso l’Ambasciata argentina in Italia in qualità
di consigliere economico e in tale veste intratteneva rapporti con autorità italiane, in particolare in occasione
di visite di Stato.
Altra importante direttrice degli interessi di Licio Gelli è costituita dagli Stati Uniti, per ì quali appare accertato
un solido legame con Philip Guarino in relazione alla vicenda Sindona. Gelli si mette a disposizione di
Guarino, membro del comitato organizzatore della campagna elettorale del Presidente Reagan, e da questi
viene invitato all’insediamento del nuovo Presidente americano.
Certo è che, come la vicenda degli affidavit raccolti in favore di Sindona ampiamente dimostra, Licio Gelli era
in contatto con gli ambienti politici e finanziari che costituivano il retroterra del finanziere siciliano con una
rete di rapporti di livello altamente qualificato.
La componente affaristica, assolutamente da non sottovalutare nella interpretazione del personaggio Gelli,
non gli impediva peraltro di avere contatti con la Romania, paese con il quale l’azienda di Gelli aveva
instaurato un importante rapporto di collaborazione produttiva.
Gli elementi esposti, pur nella loro sommarietà, consentono alla Commissione di affermare che la
dimensione del personaggio Gelli, sotto il profilo indagato, è certamente di peso non minore rispetto a quello
pure rilevante già documentato con riferimento al nostro Paese. Se l’articolazione dei rapporti e delle
conoscenze è necessariamente conosciuta, allo stato degli atti, in modo sommario, quello che appare sicuro
in questo contesto è non solo il rilievo assunto dal Venerabile della Loggia P2, ma soprattutto, oltre la
dimensione affaristica pur rilevante, il valore politico indubitabile che le relazioni intrattenute denunciano.
LA LOGGIA P2 E IL MONDO POLITICO
Dall’esame delle liste di Castiglion Fibocchi risulta che in esse sono ricompresi 36 membri del Parlamento,
più un certo numero di ex parlamentari e di esponenti politici di rilievo locale, nonché personaggi che, se in
apparenza sembrano porsi in posizione marginale rispetto al mondo politico propriamente detto, potevano in
realtà essere di grande aiuto per i disegni e le attività della loggia, quali appunto segretari personali e capi di
gabinetto di Ministri.
Particolare questo da non trascurare, come ha sottolineato il Commissario Andò, perché dimostra l’esistenza
di un disegno di penetrazione che identificava determinate situazioni da occupare in ogni modo, quale che
fosse il livello al quale si riusciva a pervenire.
L’area degli appartenenti al mondo politico iscritti alla Loggia P2 raggruppa in totale meno di un centinaio di
nominativi, tra i quali è dato trovare anche figure di primo piano che ricoprivano incarichi di rilievo quali
ministro, segretario di partito, capogruppo parlamentare, responsabile di importanti uffici di partito.
La Commissione ha ascoltato membri ed ex membri del Parlamento, registrando una generale forma di
diniego sull’appartenenza alla Loggia P2 – sola eccezione, quella dell’onorevole Cicchitto – sulla quale non si
ritiene in questa sede di esprimere giudizio diverso da quello già formulato in via generale in ordine al
problema della autenticità ed attendibilità degli elenchi. In conformità, infatti, alle premesse generali del
presente lavoro, nessuna disamina particolare dei dati concernenti le varie iscrizioni è stata sin qui operata,
né per singoli, né per categorie unitariamente considerate: analoga scelta viene quindi adottata, anche per
evidenti ragioni di parità di trattamento, per gli appartenenti al mondo politico, per nessuno dei quali si ritiene
di entrare nel dettaglio della specifica posizione e che ai fini della nostra analisi consideriamo come iscritti
alla Loggia P2, o comunque come rientranti nella sua orbita di influenza, secondo le conclusioni alle quali
siamo pervenuti nel capitolo secondo.
Coerentemente al metodo sinora seguito, cercheremo piuttosto di individuare e descrivere il fenomeno dei
rapporti tra Loggia P2 mondo politico propriamente detto, al fine di accertare se essi siano da interpretare
all’insegna di un connotato specifico che ci porti a conclusioni di ordine più generale sulla loggia e sulla
personale attività dì Licio Gelli; a tal fine rileviamo, come dato di prima evidenza, che emergono dagli atti
alcuni episodi che sono accomunati dalla caratteristica di costituire vere e proprie forme di ingerenza e dì
pressione nella vita dei partiti politici, attraverso contatti instaurati con dirigenti anche di primo piano.
In questa direzione emblematica appare la vicenda che vede un iscritto alla Loggia P2, Giampiero Del
Gamba, farsi latore, per conto di Gelli, di un messaggio intimidatorio diretto all’onorevole Piccoli.
L’episodio è verosimilmente da porsi in connessione con la presa di posizione pubblicamente assunta
dall’onorevole Piccoli, il quale alla fine dell’anno 1980 ebbe a denunciare l’esistenza di una congiura
massonica; e testimonia in modo eloquente una determinazione di mezzi e tattiche adottate della quale
possono essere forniti ulteriori esempi, anche di maggior respiro.
E’ accertato infatti che vennero esercitate forti pressioni da parte del Salvini – non distinguibile, come
abbiamo visto, nel suo operato dal Gelli sotto molti profili – nei confronti del partito repubblicano, in occasione
dei congresso tenuto a Genova nel 1975. Il Salvini si fece promotore in quell’occasione di riunioni di massoni
iscritti a tale partito sostenendo la necessità di formulare una linea di attacco all’onorevole La Malfa in sede
congressuale. Le motivazioni dell’operato del Salvini sono verosimilmente da cercare nel ruolo determinante
ricoperto dall’esponente repubblicano nella vicenda sindoniana quando, nella sua qualità di ministro del
Tesoro, si era opposto all’aumento di capitale della FINAMBRO richiesto dal Sindona.
L’episodio genovese costituisce una significativa controprova dei legami tra Gelli e Salvini da un lato, e tra
Gelli e Sindona dall’altro, dimostrando che, alla bisogna, Gelli era in grado di mobilitare a tutela dei suoi
interessi e delle sue operazioni non solo l’organizzazione da lui direttamente guidata, ma altresì i vertici del
Grande Oriente estendendo, loro tramite e grazie la loro connivenza, la propria sfera di influenza ben oltre i
limiti propri della loggia.
Altri due episodi di ingerenza nella vita dei partiti sono quelli della scissione del MSI e del tentativo di
creazione di un secondo partito cattolico.
L’operazione di scissione del MSI, consumata dal gruppo di Democrazia Nazionale, sembra si possa
collocare nell’ambito delle previsioni politiche formulate nel piano di rinascita democratica, nel quale si fa
riferimento ai democratici della Destra Nazionale.
L’operazione fu inizialmente proposta al Presidente dal partito, poi uscito dallo stesso nel 1974, onorevole
Birindelli, che figura assieme ad altri membri del suo partito – rimasti nel MSI dopo la scissione – tra gli iscritti
alla Loggia P2 e che ha ammesso, in sede di testimonianza giudiziaria, di aver non solo conosciuto il Gelli,
ma di aver da questi ascoltato discorsi relativi alla opportunità di
una “contrapposizione alla linea politica della segreteria, per poi arrivare alla scissione ed eventualmente alla
promozione di un ampio gruppo nel quale avrebbero potuto convergere esponenti di altri partiti tra cui liberali
e DC”.
Si deve in proposito sottolineare la coincidenza tra tale assunto e il piano di rinascita democratica, laddove si
afferma: “…usare gli strumenti finanziari stessi per l’immediata nascita di due movimenti l’uno…e l’altro sulla
destra (a cavallo fra DC conservatori, liberali e democratici della Destra Nazionale)”.
Sono queste indicazioni programmatiche che trovano puntuale riscontro, oltre che nella vicenda del MSIDestra
Nazionale, nell’operazione documentata dal fascicolo di intercettazioni, conosciuto sotto la sigla
M.FO.BIALI, dal quale emerge una esauriente ricostruzione del tentativo di dar vita ad un secondo partito
cattolico, di stampo conservatore, finanziato attraverso non chiare operazioni di importazione di greggio dalla
Libia.
L’operazione, attesa anche la qualità delle persone coinvolte, sembra scarsamente credibile nel suo
complesso, ma va valutata nel contesto delle tecniche intimidatorie proprie della Loggia P2 ed interpretata,
pertanto, piuttosto come un segnale di preciso contenuto politico diretto verso quel partito.
Il documento, frutto di una operazione condotta dai Servizi segreti, meriterebbe una trattazione a parte, sia
per la sorte riservatagli – finisce tra l’altro in mano al giornalista Pecorelli – sia per l’allarmante spaccato di
corruzione e di infedeltà alle istituzioni (in esso sono pesantemente coinvolti ufficiali di rango superiore quali
l’ex comandante generale della Guardia di Finanza, generale Giudice) che lascia intravedere. Ai nostri fini
quello che preme rilevare è la documentazione di una operazione di preciso segno politico, puntualmente
inquadrata in quella strategia di medio e lungo termine formulata dal piano di rinascita democratica.
Secondo gli esempi documentali sinora illustrati, appare come, da parte della Loggia P2, si delinei un
approccio nei confronti del sistema dei partiti che non recede dall’uso di mezzi di aggressione sia diretta –
con l’esercizio di attività a carattere intimidatorio – sia indiretta, tentando la via dei condizionamento interno
(ingerenza nella vita degli organi direttivi) ed esterno, attraverso la creazione di poli alternativi concorrenziali.
L’onorevole Craxi ha del resto testimoniato alla Commissione che il Gelli – fattosi ricevere da lui all’inizio
degli anni Ottanta – non si peritò di affermare di essere a capo di un’organizzazione in grado di influire sulla
sorte del capo dello Stato. Questa affermazione si può collegare a quanto dichiarato dal senatore Leone alla
Commissione e cioè di aver avvertito in varie occasioni, nell’esercizio del suo mandato di Presidente della
Repubblica, un’azione di condizionamento sulle cui origini egli non aveva notizie sicure, ma che riteneva di
poter far risalire ad ambienti dei Servizi segreti, rilevando che solo a posteriori ha potuto rendersi conto della
presenza, intorno a lui, di persone non completamente affidabili.
L’individuazione di questa metodologia non esaurisce peraltro l’analisi del fenomeno che vede, accanto ai
mezzi di pressione indicati, modelli di ingerenza e di intromissione più suasivi, seppure di non minore
efficacia.
Così ad esempio è dato trovare tracce di attività di finanziamento a singoli esponenti politici nelle
deposizionidi Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din che inducono a ritenere come la Rizzoli, soprattutto
nell’ultimo tumultuoso periodo del suo intreccio con la Loggia P2, abbia in qualche modo adempiuto la
funzione di centrale per operazioni di pubbliche relazioni nel confronti dell’ambiente politico. Una
rappresentazione questa non priva di verosimiglianza, tenuto conto delle difficoltà nelle quali si dibatteva il
gruppo e della portata dei disegni di espansione progettati ed attuati all’insegna di una operazione che, per i
suoi connotati di immediata valenza politica, non poteva non suscitare l’attenzione della classe dirigente.
Né mancano in atti documenti che ci illustrano attività di sostegno e di intervento in occasione di
competizioni elettorali. Questa forma di esercizio di solidarietà è riferibile in primo luogo alla massoneria in
via generale, come ci dimostrano le lettere rinvenute presso varie famiglie massoniche contenenti l’invito agli
iscritti ad esprimere il loro voto preferenziale per i fratelli candidati.
La generalità del fenomeno è rilevata in particolare dalla lettera con la quale il Gran Maestro di una famiglia
di minore importanza, Vigorito, invita gli iscritti a votare per il Cosentino (indicato come grado 33), pur non
risultando lo stesso agli atti come appartenente a quella famiglia. Può dirsi pertanto in armonia con una
tendenza generalizzata e solidamente radicata nel costume massonico il Gelli quando ci appare come
finanziatore della campagna elettorale di candidati democristiani e socialisti in Toscana.
Va infine ricordato che la stessa opera di reclutamento operata nell’ambito dei partiti, testimoniata dagli
elenchi, costituisce una indubbia forma di ingerenza la cui portata in ordine agli effetti non siamo in grado di
valutare, ma la cui consistenza è dato di evidenza immediata.
LA LOGGIA P2 COME ASSOCIAZIONE POLITICA
Gli elementi di conoscenza in ordine agli episodi citati ci conducono a porre il quesito se l’attività di
pressione, di intervento e di infiltrazione documentata possa essere inquadrata nell’ambito di normali
operazioni di lobbyng, che sarebbe ipocrita non riconoscere ampiamente praticate – anche se nel caso della
Loggia Propaganda si palesa il ricorso a mezzi di pressione di particolare incisività – o se invece esse siano
riconducibili ad un disegno politico di più vasta portata.
Correttamente argomentando, i problemi a cui dare risposta sono:
a. se la Loggia Propaganda 2 sia definibile come associazione politica;
b. in caso di risposta positiva, quali finalità politiche essa poneva al suo operare.
Rispondere a questi interrogativi significa ripercorrere riassuntivamente quanto sinora si è venuto esponendo
nelle varie parti della relazione, per rinvenire un filo conduttore che dia a fenomeni e a situazioni spesso in
apparenza distanti, se non divergenti, una interpretazione che tendenzialmente ci conduca ad una visione
unitaria della Loggia Propaganda 2, delle sue molteplici ramificazioni e della sua multiforme attività.
A tal fine possiamo riprendere la notazioni più volte espresse che emergono dallo studio della vicenda
organizzativa e funzionale della Loggia P2, rilevando come, nell’arco del decennio che segna
approssimativamente il periodo della sua operatività, essa sembri vivere sostanzialmente due stagioni che,
con diverso segno, contraddistinguono la sua struttura, l’ambito dei suoi interessi, le forme di Intervento.
La prima è quella che corre grosso modo dalla fine degli anni Sessanta alla metà degli anni Settanta; nel
corso di questa prima fase, la Loggia Propaganda vive sostanzialmente ancora nell’orbita della massoneria
di Palazzo Giustiniani, che conserva su di essa, attraverso la Gran Maestranza, una sorta di primazia
esercitata in condominio con Licio Gelli. Essa è già certamente qualcosa di diverso dalla tradizionale Loggia
P2, ma comunque sempre secondo una linea di continuità ideale ed organizzativa che unisce le due
organizzazioni, ben rappresentata dal continuo contrasto tra il Gelli ed il Salvini, questi sempre volto al
tentativo di riaffermare il suo ruolo di suprema guida della famiglia massonica e quindi di tutte le strutture in
essa ricomprese.
E’ questa la fase della penetrazione massiccia negli ambienti militari che vede il Gelli, secondo la precedente
ricostruzione, dedicare le sue energie al reclutamento di un gran numero di uomini in divisa. Il tenore dei
discorsi che ad essi tiene è quello del verbale della riunione del 1971: sono discorsi di segno spiccatamente
conservatore che si indirizzano ad una condanna del sistema nel quale le forze politiche da controbilanciare
vengono individuate in un’area che si definisce clericocomunista.
La Loggia si caratterizza così ai nostri occhi per una forte connotazione anti-sistema e di conseguenza per
una sua accentuazione indirettamente eversiva, che si riflette nelle allusioni ad eventuali soluzioni di tipo
autoritario che il Gelli non tralascia di ventilare all’elemento militare, il quale, come abbiamo visto, costituisce
se non l’elemento portante, certo una componente essenziale dell’organizzazione. Una testimonianza diretta
di questo indirizzo politico ci viene offerta dalla riunione dei generali che si tiene a Villa Wanda nel 1973.
Ma al Gelli, uomo d’ordine che chiede o sembra chiedere esiti politici che portino, all’insegna della
conservazione, a situazioni di maggiore stabilità nel Paese, corrisponde in questi anni in modo speculare il
Gelli che trama con gli ambienti dell’eversione nera, secondo la ricostruzione offerta nel capitolo apposito,
con quegli elementi cioè che coltivano progetti ed attuano iniziative che si pongono come non ultimo degli
elementi destabilizzanti di quel periodo.
Sono questi gli anni del golpismo strisciante (golpe Borghese) e degli attentati dinamitardi che da piazza
Fontana in poi accompagnano e segnano una stagione politica contrassegnata dalla ricerca di soluzioni non
effimere, dopo la rottura degli equilibri politici e sociali intervenuta alla fine degli anni Sessanta, quando si
consumava la prima fase dell’esperimento politico di centrosinistra.
Durante questa fase, conviene da ultimo rilevare, Gelli gode del più assoluto anonimato presso l’opinione
pubblica e può agire indisturbato all’ombra dello scudo che gli viene assicurato dalla doppia cintura
protettiva, garantita dalla copertura massonica e dalla motivata disattenzione dei Servizi segreti nei suoi
confronti.
Questa situazione si evolve in ogni senso verso la metà degli anni Settanta, quando non solo il Gelli sale alla
ribalta delle cronache e finisce per essere sottratto definitivamente all’anonimato del quale ha goduto finora,
ma alcuni apparati informativi – non collegati ai Servizi segreti – come la Guardia di Finanza e l’Ispettorato
contro il terrorismo, nonché i giudici di varie procure (Vigna, Pappalardo, Occorsio) iniziano ad occuparsi del
Gelli e della sua Loggia.
Nel 1975 viene verosimilmente redatto, come vedremo, il piano di rinascita democratica che, dal punto di
vista operativo piuttosto che da quello ideologico, registra una radicale conversione di rotta, delineando una
strategia affatto diversa di occupazione articolata del sistema. Intervengono, poco dopo la sua redazione, le
ristrutturazioni della loggia che, attraverso l’operazione di sospensione pilotata dal Gamberini, consentono
una definitiva copertura dell’organizzazione che nel contempo è oramai stabilmente entrata sotto la sfera di
controllo assoluto del Gelli, al quale il Gran Maestro, definitivo perdente dello scontro, non può che limitarsi a
consegnare le tessere di affiliazione in bianco. Di esse, ed in gran numero, il Gelli sembra avere bisogno
perché, secondo quanto il piano richiede, questa è la fase del proselitismo massiccio che segna il salto di
qualità tra la vecchia Loggia P2 (sia pure ampliata e rivitalizzata) e la nuova struttura di impronta
marcatamente gelliana che allinea quell’impressionante schieramento di nomi qualificati che è dato
riscontrare negli elenchi di Castiglion Fibocchi.
Nell’ambito di questo nuovo impulso organizzativo diminuisce l’interesse del Gelli per i militari visti come
categoria, come denuncia la mirata politica di reclutamento verso il settore che privilegia la qualità sulla
quantità degli affiliati in divisa, che vengono presi di mira soprattutto nei massimi vertici.
Per converso questa fase è contrassegnata dal rilievo che assumono le attività di tipo finanziario e dal peso
che in questo mutato contesto rivestono figure come quelle di Umberto Ortolani e di Roberto Calvi,
stabilmente schierati, verso la metà degli anni Settanta, sotto l’insegna del Venerabile aretino: per
concludere, è un periodo questo che vede il declino, nella Loggia P2, dei generali, ai quali subentrano come
elemento portante gli uomini di finanza.
E’ questa infatti la fase che vede espandersi l’intreccio di combinazioni affaristiche, che ruotano attorno alla
figura di Roberto Calvi e prosperano all’ombra dello stretto sodalizio che lega il Presidente del Banco
Ambrosiano alle due figure più eminenti della Loggia P2: Licio Gelli ed Umberto Ortolani. Ma soprattutto è
questa la fase che vede l’ingresso del gruppo Rizzoli nella Loggia P2, con la conseguente acquisizione alla
sua diretta azione di influenza e di indirizzo del Corriere della Sera.
La fase di sviluppo di questi eventi, infine, cade proprio mentre la vita politica nazionale, dopo le elezioni del
1976, registra quei risultati elettorali e quei cambiamenti di linea politica che condurranno alla politica di
solidarietà nazionale.
Non può non colpire in questo breve riepilogo, che deve essere letto riportandosi alla conclusione dei
precedenti capitoli, la constatazione di come la vita della Loggia Propaganda corra in parallelo, secondo un
mutuo rapporto di scambievole influenza, con le vicende politiche del Paese, ad esse parametrando le
stagioni organizzative ed i piani di intervento, con una sintonia tra il dato interno e quello esterno alla Loggia
che il Commissario Covatta ha voluto sintetizzare definendo la Loggia P2 una struttura “plastica rispetto al
potere”.
Non è chi non veda, infatti, come nella storia del suo sviluppo sia dato individuare una prima fase di contatto
con gli ambienti militari da un lato e con le fasce estreme dell’eversione nera dall’altro, che caratterizza
marcatamente la prima metà degli anni Settanta, quando la provvisorietà delle soluzioni politiche e la ricerca
faticosa di più solide maggioranze davano spazio e margine di credibilità politica a quei conati di golpismo
strisciante, che solo in seguito si sarà in grado di collocare nella giusta prospettiva, ma che all’epoca non
mancarono di esercitare il loro effetto di allarme destabilizzante.
Come del pari ad un effetto destabilizzante miravano eventi clamorosi di tragico segno quali gli attentati, che
accreditarono, nella logica della strategia della tensione, la teoria degli opposti estremismi e per alcuni dei
quali sappiamo che la Loggia si poneva come retroterra politico e finanziario.
Come abbiamo già osservato, se è certo che Gelli ed ambienti della Loggia P2 hanno tramato con
l’eversione nera, sarebbe peraltro giudizio politicamente incauto identificarli con essa, risolvendo così, in
modo semplicistico, un più complesso rapporto con fenomeni ed ambienti che appaiono piuttosto
strumentalizzati, secondo una accorta strategia di inserimento che punta ad incentivarli, salvo poi a
disinnescarlì al momento opportuno.
Traspare piuttosto dalla trama degli eventi un disegno che sollecita iniziative di valore eversivo, puntando al
vantaggio politico di eventuali contraccolpi sul sistema, più che ad un reale suo impossessamento nel segno
della restaurazione. Solo la pochezza politica di qualche generale di mal apposte ambizioni poteva farsi
irretire dalla prospettiva di un governo presieduto da Carmelo Spagnuolo, quale il Gelli agitava ai sui ospiti
con le stellette nella riunione di Villa Wanda.
Fino al 1975 Licio Gelli sembra aver giocato con pari impegno sui due tavoli diversi – ma lo furono poi
veramente? o non fu piuttosto una medesima spregiudicata partita che su di essi Gelli, o chi per lui,
condusse ? – dell’eversione violenta al sistema e della politica di ordine e di restaurazione, all’ombra dei
militari. E’ questa la stagione politica nella quale la Loggia P2 si configura dunque, secondo l’espressione del
Commissario Occhetto, come il luogo nel quale passa la convergenza fra le forze dell’eversione ed il “partito
d’ordine”. Ma la non identificazione di Licio Gelli con l’eversione, l’approssimazione cioè di una lettura del
personaggio e del fenomeno che ad esso risale in chiave nera, risalta con netto rilievo quando si consideri
l’evoluzione che ci è dato registrare secondo una lettura non schematica degli eventi successivi, quando la
strategia della tensione si avvia al tramonto.
Il piano di rinascita democratica segna l’ingresso alla seconda fase, quella della penetrazione nel sistema,
che viene aggredito attraverso la ragionata acquisizione di alcuni suoi gangli di funzionamento essenziali. E’
la stagione organizzativa della completa copertura della Loggia e del suo qualificato ampliamento, con le
quali i gruppi che si identificano nella loggia accompagnano l’esperimento politico dell’inserimento del partito
comunista nella maggioranza di governo.
Se vogliamo apprezzare in pieno la flessibilità dell’operazione e la tempestività dei suoi tempi di attuazione,
non possiamo non dare rilievo, a questo punto dell’analisi, al dato emergente dall’istruttoria, ampiamente
esposto precedentemente nelle sue modalità operative, sull’ingresso del Corriere della Sera nell’orbita di
influenza della Loggia P2; dato questo suffragato, con riscontro puntuale, dal documento che il Comitato di
redazione e di fabbrica del giornale ha inviato alla Commissione. In questo lavoro è rinvenibile una ampia e
documentata testimonianza della penetrante azione, a livello anche di gestione di notizie minori, che veniva
esercitata sul quotidiano, il cui direttore, Di Bella, era iscritto alla Loggia P2, completando così
l’organigramma di controllo della testata. Di fronte a questo rilievo non può non essere posto in luce che il
giornale mantenne, durante l’esperimento politico della solidarietà nazionale, un orientamento di sostanziale
appoggio alla soluzione politica, di governo e di maggioranza parlamentare, che si veniva enucleando nelle
sedi istituzionali. Valga per tutte la testimonianza offerta dall’editorialista politico del quotidiano, Gianfranco
Piazzesi, il quale afferma in un suo volume di aver propugnato e difeso nei suoi corsivi tale linea, senza che
la direzione avesse mai ad interferire in senso censorio.
Il sostegno fornito dalla direzione di Di Bella all’operazione guidata dall’onorevole Moro, va peraltro letto alla
luce dei dati in nostro possesso sulla compenetrazione tra gruppo Rizzoli e Loggia Propaganda e sul
controllo che Gelli poteva esercitare, ed in fatto esercitava, nella sua qualità di garante ultimo di quella
situazione proprietaria e gestionale emblematicamente rappresentata dal famoso “pattone”.
I dati conoscitivi sul Corriere della Sera si pongono così alla nostra attenzione con tutta la carica del loro
ambivalente significato, poiché, se da un lato segnalano alla nostra riflessione il rilievo indubitabile degli
interessi politici della Loggia, dall’altro sollecitano un’analisi scevra da ogni schematismo interpretativo, non
dismettendo il quale diventa impossibile cogliere il fenomeno nel suo più recondito significato.
Partendo da questa osservazione di metodo, il dato dal quale bisogna prendere le mosse è la constatazione,
di indubbio riscontro storico, che le elezioni del 1976 avevano provocato nella situazione politica del Paese
un mutamento profondo, costituito dal ruolo inedito che il partito comunista veniva ad assumere, anche per
la condizione, posta dal partito socialista, di non far parte di alcuna maggioranza di governo che non
includesse, in qualche modo, il partito comunista stesso.
Quanto ci è dato riscontrare, riferendoci ai dati sinora acquisiti, è che l’instaurarsi di questa nuova situazione
si accompagna al contemporaneo dispiegarsi di due concorrenti attività:
a. nel 1977 – prima operazione di ricapitalizzazione del gruppo Rizzoli – viene acquisito alla loggia un
primario strumento di formazione dell’opinione pubblica e viene iniziata una vasta operazione di
espansione nel settore della stampa quotidiana;
b. Licio Gelli procede ad una selezionata acquisizione di uomini collocati in ruoli centrali e determinanti
della pubblica amministrazione, dei vertici militari nella loro massima espressione, della dirigenza più
qualificata del mondo bancario e finanziario.
Non sembra, a questo punto del discorso, un voler forzare l’interpretazione il riconoscere che i fenomeni
descritti sono legati da un rapporto di causa ed effetto, e che i dati che abbiamo allineato all’attenzione
dell’osservatore si pongono con un rilievo tale, sia per il numero e il peso delle persone coinvolte, sia per la
quantità di mezzi impiegati, da non consentire di confinare operazioni di così vasto raggio nell’ambito
indefinito della casualità e della coincidenza.
Se vogliamo collegare questi dati al complesso delle considerazioni svolte nel corso di tutto il lavoro,
passando da un apprezzamento puramente esterno degli accadimenti ad una lettura che entri nel merito dei
contenuti, siamo allora in grado di affermare che fatti ed avvenimenti sembrano invece legarsi tra loro
secondo una logica ben precisa.
Posti di fronte alla nuova situazione che si era venuta ad instaurare, Licio Gelli e gli uomini che nella sua
loggia e tramite essa si esprimevano – il gruppo che si riconosceva nel piano di rinascita democratica dove si
stigmatizzava nel partito comunista la sua capacità di mimetizzazione pseudo-liberale in seno alla nuova
società italiana composta di ceti medi – dovette realisticamente prendere atto della situazione ed approntare
le opportune misure di intervento. Nasce così l’operazione di concentrazione di testate che opera
programmaticamente nel senso di allineare, Corriere della Sera in testa, un blocco di quotidiani nel quale si
riconoscesse la maggioranza di quei ceti medi rivelatisi capaci di così imprevisti scarti elettorali. Ed è in
parallelo a questa operazione che si svolge quella di affiliazione, selettivamente mirata, di tutta una serie di
personaggi senza i quali e contro i quali è difficile governare, in ragione del personale peso specifico e della
collocazione strategica degli incarichi loro affidati.
Il controllo di queste situazioni-chiave costituisce il rovescio della medaglia, imprescindibile per la
comprensione del vero significato del prudente appoggio alla politica di graduale inserimento del partito
comunista nell’area di governo, consentito a livello di immagine, ma che gli uomini della Loggia P2 non
potevano accettare senza precostituire, nella sostanza, una sorta di meccanismo di garanzia. Il senso reale
dell’operazione Corriere della Sera ci appare così come quello di un accorto adeguamento tattico che
mimetizza una situazione reale di contenuto affatto diverso, ovvero l’autentico volto della Loggia P2 nella sua
seconda fase: un organismo di garanzia e di controllo, articolato a più livelli di efficacia e di incisività rispetto
ai processi decisionali che accompagnano l’attività politica.
Quale concreta percezione nelle forze politiche si sia avuta della esistenza di questi fenomeni così collegati –
nella loro consistenza e nel loro intrinseco e reciproco significato politico – come essi abbiano interagito con i
concreti processi decisionali, quali ulteriori connivenze ad ogni livello ed in ogni settore abbiano registrato
per esplicare la loro funzione, questi sono argomenti per i quali non si dispone di elementi sufficienti al fine di
più mature conclusioni. Il contributo che si può portare al dibattito delle forze politiche è l’affermazione non
controvertibile dell’esistenza di questa struttura legata, in modo funzionale, ad una situazione politica
determinata e la verifica che non costituì ostacolo al suo approntamento, né fu presidio sufficiente contro il
pericolo che essa rappresentava, la realizzazione dell’accordo di più ampia portata tra le forze democratiche.
Quanto sinora detto costituisce una risposta implicita, ma non equivocabile, al primo dei quesiti dai quali
abbiamo preso le mosse, poiché non sembra possa essere ulteriormente messa in discussione la valenza
politica della Loggia P2. Abbiamo infatti dimostrato in altro luogo che la storia della loggia può essere
ricostruita individuando in essa una coerente logica interna; ora, sulla base delle ultime notazioni, siamo in
grado di affermare che questa logica interna corrisponde a sua volta, correndo in parallelo, ad eventi esterni
alla loggia: nella specie, gli eventi politici; non ne rimane che concludere che la Loggia P2 è associazione
politica nella sua stessa ragione di essere.
Volendo quindi dare risposta al secondo quesito, che nasce di conseguenza, sugli obiettivi politici
dell’organizzazione, non è difficile, tirando le fila dei discorso, definire adesso la Loggia P2 come una
associazione che non si pone il fine politico di pervenire al governo del sistema, bensì quello di esercitarne il
controllo. La ragione politica ed il movente ispiratore della Loggia P2 vanno individuati, alla stregua di questo
criterio, non nella conquista politicamente motivata delle sedi istituzionali dalle quali si esercita il governo
della vita nazionale, ma nel controllo anonimo e surrettizio di tali sedi, attraverso l’inserimento in alcuni dei
processi fondamentali dai quali l’azione dì governo nasce ed attraverso i quali concretamente si dispiega.
Sotto il segno unificante di questo dato interpretativo comprendiamo come Licio Gelli possa ispirare, con pari
lucidità e con identica fermezza, sia le forme di eversione violenta ed esterna al sistema – proprie della prima
fase – sia la più sottile, ma non meno pericolosa, eversione all’ordine democratico che la Loggia P2
rappresenta nel suo secondo stadio di attuazione. Le due fasi identificate altro infatti non rappresentano se
non le diverse tattiche attraverso le quali attuare una medesima strategia di controllo del sistema, aggredito
dall’esterno prima, occupato dall’interno dopo: la prima come la seconda consumando diverse ma non meno
perniciose forme di violenza nei confronti delle istituzioni. Un ordine di concetti, questo, che è stato dal
Commissario Covatta incisivamente riassunto con il definire la Loggia P2 un complotto permanente – tale
infatti esso è, poiché rappresenta un modo sommerso di fare politica – che si sviluppa e si plasma in funzione
dell’evoluzione della situazione politica ufficiale.
Alla luce di queste affermazioni appare allora spiegata l’ambivalenza del dato relativo al Corriere della Sera.
Quale che fosse infatti la linea politica ufficiale mantenuta dal giornale, l’ingerenza della Loggia P2 si
manifestava in un sottile tentativo di riallineamento dell’opinione pubblica, che riporta alla mente le tecniche
note della persuasione occulta. Valga d’esempio la serie di articoli inquadrati nell’occhiello “Le cose che non
vanno” pubblicati non firmati nel periodo precedente la consultazione elettorale del 1979. Scorrendone i titoli
sembra di leggere altrettanti capoversi del piano di rinascita democratica(1), dal quale mutuano l’allarmismo
pessimista proprio di tanti documenti della loggia, così lontano dalla critica costruttiva che al sistema rivolge
chi in esso tuttavia si riconosce.
Il discorso svolto sul Corriere della Sera ci riporta, con evidente analogia all’analisi precedentemente
condotta, sull’informativa COMINFORM, per rilevare come in entrambi i casi abbiamo dovuto esercitare uno
sforzo interpretativo che andasse al di là delle conclusioni di primo approccio che i dati sembrano offrire.
Questo ci sembra uno dei connotati essenziali dell’intera vicenda della Loggia P2, storia quant’altra mai ricca
di ambivalenze e di dati di duplice significato; una storia nella quale apparenza e sostanza dei fenomeni si
svelano legate da uno scambievole rapporto di funzionale interdipendenza, una storia nella quale, come ha
efficacemente sottolineato il Commissario Mora, assieme ad elementi che avvalorano una tesi, emergono
quasi sempre circostanze in grado di giustificare l’antitesi. Il rinvio continuo tra quello che i dati ci sembrano
dire a prima vista e quello che in realtà in essi si cela, nasconde la prima ragione delle fortune di questo
fenomeno, altrimenti non spiegabile e cela l’insidia principale di un meccanismo che, con sapiente regia,
gioca sull’ambiguità, offrendo chiavi di lettura sulle quali innestare, con scontata previsione, inevitabili
polemiche il cui unico esito è quello di perdere il significato profondo degli eventi.
Lo sforzo dell’interprete è quindi di non cedere alla tentazione di affrettate conclusioni: noi sappiamo infatti
come interpretare questa ambiguità, perché sappiamo che essa rimonta alle scaturigini stesse del
personaggio Gelli, a quel suo rapporto con i Servizi segreti che nasce all’inizio degli anni Cinquanta e si
perpetua lungo l’arco di sei lustri, secondo una logica di continua mai smentita compromissione reciproca.
NOTE:
1. Confronta: “La giustizia umiliata”, “Due decreti non cancellano le colpe dello Stato”, “La scuola
rotta”, “Bisogno di
pulizia”, “Le piaghe della sanità”, “La polizia liquefatta”
IL PIANO DI RINASCITA DEMOCRATICA ED IL PRINCIPIO DEL
CONTROLLO
L’analisi sviluppata nel corso di questo capitolo trova puntuale conferma in due documenti di singolare ed
illuminante contenuto: il piano di rinascita democratica ed il memorandum sulla situazione politica in Italia.
L’esame dei due documenti lascia ritenere che la loro redazione materiale sia riconducibile a persona in
grado di formulare analisi politiche non prive di finezza interpretativa, nonché dotato di una preparazione
giuridica di ordine superiore; trattasi inoltre, e lo testimonia la padronanza di terminologie proprie agli addetti
ai lavori, di persona in dimestichezza con gli ambienti parlamentari.
Il piano di rinascita democratica può essere datato, in ragione di riferimenti interni, con sufficiente
approssimazione, alla seconda metà del 1975 o agli inizi del 1976. Si tratta certamente di due testi
comunque non redatti dal Gelli personalmente, se non altro per la sua carenza di cultura giuridica specifica,
ma da lui direttamente ispirati a persona molto vicina.
L’attenzione da rivolgere al piano di rinascita democratica è giustificata dalla considerazione che il
documento si pone come il risultato finale di una serie di testi nei quali è consegnata al nostro studio una
ideologia che abbiamo già definito di stampo genericamente conservatore, contrassegnata da una
propensione di avversione al sistema nel suo complesso e da un superficiale apprezzamento del ruolo dei
quadri tecnici in rapporto alla dirigenza politica. Sono queste le osservazioni già sviluppate, analizzando il
verbale della riunione di loggia del 1971, rispetto al quale il piano di rinascita democratica si pone come una
successiva e più sistematica articolazione.
Altro riferimento documentale al quale riportarsi è il piano elaborato dal gruppo Sogno all’incirca nello stesso
torno di tempo.
Va infine ricordato che la terza nota informativa dell’ispettore Santillo denuncia la circolazione nell’ambiente
della loggia di un documento del quale si riassumono i punti principali, in modo da consentirci di affermare
che il testo in questione era il piano al nostro esame o documento estremamente simile.
I riferimenti formali e sostanziali enunciati ci consentono pertanto di collocare nella giusta prospettiva il piano
di rinascita democratica che, rispetto a questi testi, si contraddistingue, secondo una linea di continuità,
come la più articolata e consapevole espressione di una somma di opinioni ed idee che costituivano il
minimo comune denominatore ideologico dei gruppi che si esprimevano nella Loggia P2. Come tale il piano
non va né sottovalutato, riducendolo a semplice manifesto propagandistico agitato soprattutto a fini di
confusione dell’osservatore esterno, né sopravvalutato considerandolo come le immutabili tavole di un
organismo che, come sappiamo, “metteva al bando la filosofia”. Un documento quindi che deve essere
preso in considerazione e studiato per quello che esso realmente vale: ovvero il riepilogo rivelatore degli
umori politici di ambienti determinati, la cui qualificata presenza nella vita del Paese deve indurci a non
trascurare alcun dettaglio conoscitivo.
In tale prospettiva lo studio del piano di rinascita democratica, sotto il profilo dei contenuti, conferma la
filosofia di fondo di stampo conservatore, o meglio predemocratica secondo le parole del Commissario
Ruffilli, che ci è nota, concretando in tale direzione un ulteriore stadio di sviluppo quando si consideri la
finalizzazione che esso postula del funzionamento della società e delle sue istituzioni al perseguimento
dell’obiettivo della massima incentivazione della produzione economica. Traspare infatti dalle righe di questo
singolare breviario politico, calata in una prospettiva genericamente tecnocratica, l’immagine chiusa e non
priva di grigiore di una società dove si lavora molto e si discute poco.
L’analisi a tal fine svolta nel testo degli istituti politici ed amministrativi viene condotta, con conoscenza di
causa, nel dettaglio dei problemi: dalla riforma del pubblico ministero agli interventi sulla stampa, dai
regolamenti parlamentari alla politica sindacale, sino alla legislazione antimonopolio ed a quella sull’assetto
del territorio, nulla sembra sfuggire all’attenzione dell’anonimo redattore del documento eccezion fatta per i
problemi del settore militare, secondo il rilievo prima analizzato.
Il dato di analisi che occorre qui sottolineare è che il piano di rinascita democratica non è un testo astratto dì
ingegneria costituzionale, come molti affermano proponendo incauti paragoni, né un documento di intenti
che lo possa qualificare come il manifesto della Loggia P2. Esso è piuttosto un piano di azione che, oltre a
fissare degli obiettivi, predispone in dettaglio le conseguenti linee di intervento e come tale ne arriva a
preventivare perfino il fabbisogno finanziario.
E’ facile constatare infatti che l’analisi in esso effettuata e le terapie predisposte non appaiono astratte ed
avulse dal concreto della realtà politica italiana; valga per tutte considerare quanto previsto dal punto D dei
n. 3: “dissolvere la RAI-TV in nome della libertà di antenna ex art.21 della Costituzione”. Affermazione
questa che offre ampi spunti di meditazione quando si ponga mente alla data della sua formulazione (1975)
nonché alla singolare, a dir poco, preveggenza di quanto verificatosi successivamente. Di maggior pregio il
riscontro che le operazioni politiche effettuate in danno della Democrazia Cristiana e del Movimento Sociale
Italiano, sopra citate in dettaglio, trovano nel testo puntuale e specifica previsione.
Si vuole ancora portare all’attenzione il passaggio del testo in cui possiamo leggere: “Primario obiettivo ed
indispensabile presupposto dell’operazione è la costituzione di un club (di natura rotariana per l’eterogeneità
dei componenti) ove siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori imprenditoriali e finanziari, esponenti
delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati nonché pochissimi e selezionati uomini politici
che non superi (sic) il numero di 30 o 40 unità. Gli uomini che ne fanno parte devono essere omogenei per
modo di sentire, disinteresse, onestà e rigore morale tali cioè da costituire un vero e proprio comitato di
garanti rispetto ai politici che si assumeranno l’onere dell’attuazione del piano e nei confronti delle forze
amiche nazionali e straniere che lo vorranno appoggiare. Importante è stabilire subito un collegamento
valido con la massoneria internazionale”.
Non vi è difficoltà a riconoscere nel testo citato, al di là del farisaico riferimento alle virtù degli affilati, una
descrizione fedele ed esauriente della Loggia Propaganda, dove non si sa se apprezzare di più l’illuminante
riferimento alla eterogeneità dei componenti od il richiamo alla massoneria internazionale. Altra notazione da
sottolineare è il tipo di rapporto delineato con il mondo politico, per il quale si avverte l’assoluta indifferenza
verso precise scelte di campo, come quando, in altro punto del testo, si ipotizza l’eventualità di avvicinare
(“selezionare gli uomini”) esponenti di forze politiche diverse, appartenenti ad aree persino opposte. Ma
certo una delle peculiarità del documento è l’approccio asettico e in certo senso neutrale che esso prospetta
nei confronti delle forze politiche, viste come uno degli elementi del sistema sui quali influire, di nessuna
sposando per altro la causa politica in modo determinato. Rivelatore è in proposito il brano dianzi citato,
dove si legge: “uomini… tali da costituire un vero e proprio comitato di garanti rispetto ai politici che si
assumeranno l’onere dell’attuazione del piano…”.
Traspare da queste parole una concezione di subalternità e di strumentalità della politica in genere che
costituisce uno dei tanti motivi di riflessione che siamo venuti a sottolineare nel corso del nostro lavoro sulla
reale portata del personaggio Gelli e sui possibili suoi punti di riferimento politico e strategico.
Come si può constatare, la ricostruzione sinora condotta dei rapporti politici e dell’azione politica della Loggia
P2 trova puntuale riscontro nei contenuti del piano di rinascita democratica e viene pertanto confermata sul
versante ideologico oltre che su quello immediatamente operativo. A non dissimile conclusione infatti
possiamo pervenire, rispetto a quanto prima enunciato, affermando che la vera filosofia di fondo, che
permea le pagine di questo documento, è quella di un approccio ai problemi della società, finalizzato al
controllo e non al governo dei processi politici e sociali. La denuncia inequivocabile di questa concezione
politica, sottesa a tutto il documento, sta proprio nel ruolo subalterno che alle forze politiche viene assegnato
nel contesto dei progetto sistematico racchiuso nel documento, che a sua volta collima con il miraggio
dell’opzione tecnocratica intesa come alternativa a quella politica, secondo una indicazione ricorrente sin dal
primo documento in nostro possesso. Un ruolo che abbiamo definito strumentale, secondo un rilievo che ci
consente di affermare a tutte lettere come la Loggia P2, secondo quanto il piano di rinascita conferma, non
sia in realtà attribuibile a nessun partito politico in quanto tale, né sia essa stessa filiazione del sistema dei
partiti. Lungi infatti dal porsi l’obiettivo di correggere le eventuali disfunzioni di tale sistema, essa s’innesta su
di esse ed esse mira a coltivare ed incentivare; perfettamente logico appare, in tale distorta prospettiva, che
nel piano di rinascita democratica si prospetti la creazione di due nuove formazioni politiche in funzione di
contrappeso a quelle esistenti.
Ci si svela, in questi passaggi nei quali si prevede di “selezionare gli uomini” e di intervenire sulle formazioni
politiche esistenti, una delle connotazioni principiali del progetto politico della Loggia P2, individuata dal
Commissario Occhetto nell’operare attraverso continue mediazioni, che si innestano nelle divisioni del
sistema, una continua ricomposizione della classe dirigente.
La logica del controllo, vera chiave di volta interpretativa della storia della Loggia P2, è appunto quella di
interagire sulle forze presenti nel sistema, e tra queste e le forze politiche, pedine sulla scacchiera alla pari
delle altre, per pervenire al raggiungimento degli obiettivi del piano non con assunzione diretta di
responsabilità, ma per via di delega: sono questi i politici ai quali affidare l’attuazione del piano che l’ignoto
redattore qualifica con sinistra e involontaria ironia, “onere”.
La logica del controllo contrapposta a quella del governo balza qui in evidenza con tutta la cinica
consequenzialitàdi una visione politica che tende a situare il potere negli apparati e non nella comunità dei
cittadini, politicamente intesa. E’ alla razionalizzazione degli apparati e dei processi produttivi, infatti, non del
sistema di rappresentanza della volontà popolare – del quale i partiti sono manifestazione – che il piano
sintomaticamente si finalizza con lucida coerenza: una razionalizzazione che appare calata dall’alto – o
iniettata dall’esterno? – e che non promana come frutto dei processi politici attraverso i quali una società
libera e vitale esprime le proprie tensioni e trova i suoi assetti istituzionali.
Questo è il limite storico del piano di rinascita e dell’esperimento politico della Loggia P2: il vizio d’origine che
ne fa una soluzione alla lunga; perdente per una società nella quale la libera dialettica delle diverse scelte
politiche costituisce presupposto imprescindibile per la vita delle istituzioni. Ma sarebbe assurdo e pericoloso
adagiarsi su tale certezza e non riconoscere che in quella libera dialettica, o meglio nelle sue possibili
disfunzioni, si può celare il punto nevralgico di possibili debolezze sulle quali fenomeni come la Loggia P2
s’innestano e fanno leva per dispiegare, in tal modo, tutta la forza di eversione corruttrice di cui sono
potenzialmente capaci.
In questo ordine di idee possiamo allora affermare che la Loggia P2 si contraddistingue per una
connotazione politica che ci è dato definire come di sostanziale neutralità, volendo con tale termine
individuare in primo luogo la potenzialità del progetto, al di là delle pregiudiziali ideologiche, ad uniformarsi
alle situazioni politiche che si determinano nel sistema, quella che il Commissario Padula ha chiamato la
versatilità della Loggia P2, ovvero la sua capacità di adattamento. Neutralità che non deve peraltro
confondersi con una generica indifferenza verso le vicende politiche che, al contrario, ricevono un diverso
grado di attenzione e quindi di tradimento, secondo quanto ci dimostra l’analisi storica effettuata ed il diverso
impegno programmatico ed organizzativo che da essa traspare nelle vicende dell’organismo studiato.
Neutralità vuole infine indicare la sostanziale posizione di esteriorità nella quale il sistema viene collocato dal
progetto piduista: un sistema che viene prospettato come entità esterna da sottoporre, per l’appunto, a
controllo. In questo senso la Loggia P2 attraversa, per usare l’espressione del Commissario Rizzo, il potere
politico senza identificarsi mai completamente con esso; stabilisce rapporti e contatti con le forze politiche
organizzate in partiti, che il dato delle affiliazioni indica in modo emblematico, ma di certo non esaurisce,
però si pone comunque sempre rispetto ad esse, come del resto rispetto alle altre situazioni con cui entra in
contatto, in termini di esternità, ovvero di strumentalizzazione.
Un esempio di questo ambiguo rapporto che la Loggia P2 intesse con il potere può essere individuato nella
vicenda del Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, nel senso indicato dal Commissario Petruccioli
quando ha rilevato come il Gelli che rivolge le sue blandizie al neoeletto Presidente, pervenendo a farsi da
questi ricevere, ed il Gelli che si vanta con l’onorevole Craxi di poter condizionare la suprema magistratura
della Repubblica, non solo non siano figure in contrasto tra loro ma possano in ipotesi essere considerati
due concordanti aspetti di un identico modo di porsi di fronte al potere politico. Una ipotesi questa che la
gravità del problema e l’altissima responsabilità che ne viene interessata impongono di prendere in attenta e
non preclusiva considerazione.
In armonia con queste considerazioni si pone l’insistente accenno al ruolo dei tecnici, contrapposti
dialetticamente ai politici più che ad essi coordinati in funzione di ausilio e collaborazione: è infatti nella
rottura dell’equilibrio tra decisione politica ed attuazione tecnica che viene individuato, con modernità di
approccio, un cuneo di inserimento per l’attuazione dell’operazione di controllo.
Ponendosi in questa prospettiva esegetica possiamo allora allargare ad un più generale ordine di
considerazioni lo spunto interpretativo emerso nel capitolo riservato ai vertici militari, per affermare che una
delle idee centrali della operazione piduistica è appunto la riscoperta e l’accentuazione del valore
mediatamente politico che gli apparati rivestono al di là ed oltre l’immediata fruibilità meramente tecnica ed
esecutiva che di essi sembra avere una diffusa seppur non apertamente professata cultura di governo.
Ancora una volta, per apprezzare il rilievo del progetto piduistico, dobbiamo scendere sul piano dei
contenuti, osservando che negli elenchi di Castiglion Fibocchi sotto questo profilo non è tanto l’aspetto
quantitativo, il numero degli iscritti, a colpire l’attenzione; non è cioè il fatto che vi si trovino molti direttori
generali di ministero, ma il rilievo che ve ne sono alcuni che sono titolari di precise determinate direzioni
generali, quali ad esempio il direttore generale del Tesoro e il segretario generale della Farnesina. Sono
questi titolari di funzioni sul cui tavolo passa quanto di decisivo e di politicamente significativo interessa un
ministero, incarichi il cui peso ed il cui significato possono essere apprezzati solo prendendo a metro di
paragone il ruolo del ministro.
Comprendiamo allora perché nel piano di rinascita venga prospettato il reinserimento dei segretari generali
nei ministeri, di un istituto amministrativo cioè invalso nell’epoca liberale e poi largamente caduto in disuso,
anche per la sua funzione di stabile contraltare amministrativo contrapposto dialetticamente alla
provvisorietà dei titolari del dicastero. Il progetto politico piduista mira a ristabilire queste situazioni per
garantirsi l’esistenza di una rete permanente ad alto livello nella quale potersi inserire ed esplicare quella
funzione di controllo che, come abbiamo già detto, costituisce la chiave di volta di tutta l’operazione: una
funzione di controllo messa al riparo della naturale provvisorietà che contrassegna l’evoluzione delle fasi
politiche. Ci si mostra ancora una volta, nel dettaglio analitico, la lucidità di un disegno che dà pregio a quel
dato di antica conoscenza sulla stabilità degli apparati e sul loro perpetuarsi attraverso diversi regimi.
La individuazione di questa filosofia di condizionamento surrettizio delle strutture non può non indurre ad
alcune considerazioni sul pericolo di un distorto rapporto tra il potere politico, che ripete la sua legittimazione
dai processi elettivi, e il potere burocratico, in sé autoperpetuantesi: è attraverso le smagliature di tale
sistema che possono venire a crearsi i punti di attacco per operazioni che nel loro risultato finale finiscono
per porsi come fenomeni sostanzialmente eversivi. E non è chi non veda come un rapporto tra queste due
attività di governo, pur diverse per segno ed intensità, che si consumi in situazioni di traumatico impegno che
la prima può esercitare sulla seconda al momento della nomina, in quella fase concentrando tutto il suo
potere di primazia, può dare spazio ad una debolezza del sistema che sarebbe pernicioso sottovalutare.
Lo studio del fenomeno P2 ci ricorda che l’attività di governo consiste anche in un pedestre rinvio alla
quotidianità, nella applicazione vigile allo sviluppo delle cose e degli eventi attraverso il loro apparentemente
insignificante dettaglio: quella che, con terminologia a torto superata, veniva chiamata l’arte del buon
governo.
In questo senso possiamo affermare che la vicenda della Loggia P2 rappresenta la rivincita degli apparati
poiché vale a riportare alla nostra attenzione la constatazione di indubbio rilievo politico che il funzionamento
fisiologico di un sistema democratico risiede non solo nella presenza di una opinione pubblica vigile e
matura, ma altresì nel corretto funzionamento delle strutture di governo, considerate anche nelle loro
ramificazioni operative e nella garanzia che il potere politico assicuri, alla comunità e per conto della
comunità, la loro affidabilità.
E’ questa una concezione che, come abbiamo accennato, denota una modernità di impostazione che
sarebbe pernicioso sottovalutare, poiché una simile posizione rimarcherebbe una non corretta comprensione
del rilievo che, lo sviluppo tecnologico e la molteplicità di compiti che ad uno Stato moderno vengono
assegnati, comportano in termini di immediata valenza politica. Lo sviluppo degli apparati, che in un
moderno Stato industriale corre in parallelo all’allargamento della base democratica di consenso – secondo
un nesso di inscindibile correlazione funzionale, con esso ponendosi in rapporto di consequenzialità –
impone alle forze politiche una non effimera ed approfondita rimeditazione del rapporto da instaurare con
strutture che, lungi dal rappresentare l’elefantiaca espansione delle articolazioni amministrative elaborate
dallo Stato liberale, sono l’indispensabile strumento che consente alla volontà politica dei cittadini,
fondamento dello Stato democratico, di tradursi in modelli di libertà e benessere.
CONCLUSIONI
La trattazione che abbiamo condotto nel corso dei capitoli che precedono ci consente di procedere alla
formulazione di alcune considerazioni di ordine conclusivo, specifiche sul problema della Loggia P2 e del
suo inserimento nella vita del Paese.
L’esame di queste situazioni ci consente in primo luogo di ribadire con fermezza il rilievo assoluto che la
Loggia P2 ha rivestito nelle vicende della vita nazionale, intrecciandosi ad essa secondo trame che, se non
completamente conosciute, non è possibile ignorare o ridurre ad interpretazioni di basso profilo. Questa è
stata peraltro la valutazione che l’opinione pubblica – alla quale sola, si spera, troppo affrettatamente si è
inteso fare riferimento, in pur autorevole sede, quando sì è parlato di “improvvisati tribunali di opinione” – ha
istintivamente fornito al momento della pubblicazione delle liste, con un generale movimento di allarme e di
necessariamente generica riprovazione.
La documentazione in possesso della Commissione, la mole di dati e di notizie in essa contenute, le
audizioni effettuate, le argomentazioni che da un tale complesso patrimonio conoscitivo è possibile svolgere
motivatamente, nonché smentire le prime reazioni della pubblica opinione, si allineano dinanzi alla nostra
attenzione per suffragare, in ben precisa direzione, il quadro iniziale quale si ricavava dalla semplice
consultazione delle liste. Un quadro che, pur nella non ancora precisata nettezza di particolari e di aspetti
anche fondamentali, disegna una riconoscibile trama che si presta a risolvere molti interrogativi e altri ne
apre, nel contempo, di inquietante portata, tali, gli uni e gli altri, da non consentire sommarie liquidazioni dei
fenomeno e delle sue molteplici inaspettate ramificazioni.
L’esame degli avvenimenti ed i collegamenti che tra essi è possibile instaurare sulla scorta delle conoscenze
in nostro possesso portano infatti a due conclusioni che la Commissione ritiene di poter sottoporre all’esame
del Parlamento.
La prima è in ordine all’ampiezza ed alla gravità del fenomeno che coinvolge, ad ogni livello di
responsabilità, gli aspetti più qualificati della vita nazionale. Abbiamo infatti riscontrato che la Loggia P2 entra
come elemento di peso decisivo in vicende finanziarie, quella Sindona e quella Calvi, che hanno interessato
il mondo economico italiano in modo determinante.
Non si è trattato, in tali casi, soltanto del tracollo di due istituti di credito privati di interesse nazionale, ma di
due situazioni finanziariamente rilevanti in un contesto internazionale, che hanno sollevato – con particolare
riferimento al gruppo Ambrosiano – serie difficoltà di ordine politico non meno che economico allo Stato
italiano. In entrambe queste vicende, la Loggia P2 si è posta come luogo privilegiato di incontro e centro di
intersecazione di una serie di relazioni, di protezioni e di omertà che ne hanno consentito lo sviluppo
secondo gli aspetti patologici che alla fine non è stato più possibile contenere. In questo contesto finanziario
la Loggia P2 ha altresì acquisito il controllo del maggiore gruppo editoriale italiano, mettendo in atto, nel
settore di primaria importanza della stampa quotidiana, una operazione di concentrazione di testate non
confrontabile ad altre analoghe situazioni, pur riconducibili a preminenti centri di potere economico. Queste
operazioni infine, come abbiamo visto, si sono accompagnate ad una ragionata e massiccia infiltrazione nei
centri decisionali di maggior rilievo, sia civili che militari e ad una costante pressione sulle forze politiche. Da
ultimo, non certo per importanza, va infine ricordato che la Loggia P2 è entrata in contatto con ambienti
protagonisti di vicende che hanno segnato in modo tragico momenti determinanti della storia del Paese.
La seconda conclusione alla quale siamo pervenuti è che in questa vasta e complessa operazione può
essere riconosciuto un disegno generale di innegabile valore politico; un disegno cioè che non solo ha in se
stesso intrinsecamente valore politico – ed altrimenti non potrebbe essere, per il livello al quale si pone – ma
risponde, nella sua genesi come nelle sue finalità ultime, a criteri obiettivamente politici.
Le due conclusioni alle quali siamo pervenuti ci pongono pertanto di fronte ad un ultimo concludente
interrogativo: è ragionevole chiedersi se non esista sproporzione tra l’operazione complessiva ed il
personaggio che di essa appare interprete principale. E’ questa una sorta di quadratura del cerchio tra
l’uomo in sé considerato ed il frutto della sua attività, che ci mostra come la vera sproporzione stia non nel
comparare il fenomeno della Loggia P2 a Licio Gelli, storicamente considerato, ma nel riportarlo ad un solo
individuo, nell’interpretare il disegno che ad esso è sotteso, e la sua completa e dettagliata attuazione, ad
una sola mente.
Abbiamo visto come Licio Gelli si sia valso di una tecnica di approccio strumentale rispetto a tutto ciò che ha
avvicinato nel corso della sua carriera. Strumentale è il suo rapporto con la massoneria, strumentale è il suo
rapporto con gli ambienti militari, strumentale il suo rapporto con gli ambienti eversivi, strumentale insomma
è il contatto che egli stabilisce con uomini ed istituzioni
con i quali entra in contatto, perché strumentale al massimo è la filosofia di fondo che si cela al fondo della
concezione politica del controllo, che tutto usa ed a nessuno risponde se non a se stesso, contrapposto al
governo che esercita il potere, ma è al contempo al servizio di chi vi è sottoposto.
Ma allora, se tutto ciò deve avere un rinvenibile significato, questo altro non può essere che quello di
riconoscere che chi tutto strumentalizza, in realtà è egli stesso strumento.
Questa infatti è nella logica della sua concezione teorica e della sua pratica costruzione la Loggia
Propaganda 2: uno strumento neutro di intervento per operazioni di controllo e di condizionamento. Quando
si voglia ricorrere ad una metafora per rappresentare questa situazione, possiamo pensare ad una piramide
il cui vertice è costituito da Licio Gelli; quando però si voglia a questa piramide dare un significato è
giocoforza ammettere l’esistenza sopra di essa, per restare nella metafora, di un’altra piramide che,
rovesciata, vede il suo vertice inferiore appunto nella figura di Licio Gelli. Questi è infatti il punto di
collegamento tra le forze ed i gruppi che nella piramide superiore identificano le finalità ultime, e quella
inferiore, dove esse trovano pratica attuazione, ed attraverso le quali viene orientata, dando ad essa di volta
in volta un segno determinato, la neutralità dello strumento. Che questa funzione di travaso tra le due
strutture non sia eccessiva per un personaggio quale Licio Gelli ci sembra indubbio: non solo egli viene a
trovare una logica e concretamente accettabile collocazione, ma il fenomeno stesso nel suo intero appare
non improbabile nella sua struttura complessiva e nelle sue finalità ultime.
Questa interpretazione del fenomeno può essere feconda di risultati in sede analitica qualora non venga
intesa in modo meccanico, come delimitazione netta di zone o aree di collocazione di ambienti e personaggi,
ma piuttosto come esemplificazione illustrativa del ruolo di punto di snodo che il personaggio Gelli ha
rivestito ponendosi come elemento di raccordo tra forze di varia matrice e di diseguale rilievo, che tutte
hanno concorso alla creazione come alla gestione della Loggia Propaganda. Funzione certo di non minor
momento se, avuto riguardo, dall’eterogeneità delle forze e dei gruppi interessati a questo progetto, dei quali
le liste- rappresentano uno spaccato esemplificativo, non è, come ha osservato il Commissario Andò,
l’identità dei fini ultimi a rendere efficiente l’organizzazione e forte il progetto, ma il sistema delle convenienze
reciproche che costantemente interagisce.
Quali forze si agitino nella struttura a noi ignota questo non ci è dato conoscere, sia pure in termini sommari,
al di là dell’identificazione del rapporto che lega Licio Gelli ai Servizi segreti; ma, riportandoci a quanto detto
in proposito, certo è che la Loggia P2 ci esorta ad una visione della, realtà nella sua variegata e spesso
inafferrabile consistenza. Ne viene anche un invito ad interpretazioni non ristrette ad angusti orizzonti
domestici, ma che sappiano realisticamente guardare ai problemi della nostra epoca, ed al ruolo che in essa
il nostro Paese viene a ricoprire.
In questa dimensione la Loggia P2 consegna alla nostra meditazione una operazione politica ispirata ad una
concezione pre-ideologica del potere, ambìto nella sua più diretta e brutale effettività; un cinismo di progetti e
di opere che riporta alla mente la massima gattopardesca secondo la quale “bisogna che tutto cambi perché
tutto resti com’era” : così per Gelli, per gli uomini che lo ispirano da vicino e da lontano, per coloro che si
muovono con lui in sintonia di intenti e di azioni, sembra che tutto debba muoversi perché tutto rimanga
immobile.
La prima imprescindibile difesa contro questo progetto politico, metastasi delle istituzioni, negatore di ogni
civile progresso, sta appunto nel prenderne dolorosamente atto, nell’avvertire, senza ipocriti infingimenti,
l’insidia che esso rappresenta per noi tutti – riconoscendola come tale al di là di pretestuose polemiche, che
la gravità del fenomeno non consente – poiché esso colpisce con indiscriminata, perversa efficacia, non parti
dei sistema, ma il sistema stesso nella sua più intima ragione di esistere: la sovranità dei cittadini, ultima e
definitiva sede del potere che governa la Repubblica.
CONSIDERAZIONI FINALI E PROPOSTE
La ricostruzione della vicenda della Loggia Propaganda 2 che abbiamo condotto nel corso della presente
relazione e lo studio di come tale organismo ha interferito nella vita nazionale, testimoniano della molteplicità
dei campi di intervento nei quali sono rinvenibili tracce della presenza dì questa organizzazione con un
rilievo spesso determinante, sempre comunque incisivo e qualificato.
La Commissione parlamentare al termine dei propri lavori ha pertanto dedicato un dibattito apposito
all’esame delle eventuali proposte da sottoporre al Parlamento, al fine di indicare mezzi e rimedi tali da
evitare il ripetersi del fenomeno analizzato o di situazioni consimili. Tale dibattito, in considerazione della
cruciale importanza dei temi in argomento, non ha potuto non registrare
diverse prospettive e punti di dissenso, testimonianza ulteriore del non marginale rilievo di questo fenomeno
la cui analisi conduce direttamente all’esame di questioni fondamentali inerenti al funzionamento ed allo
sviluppo del sistema democratico.
Comprendere e valutare la vicenda della Loggia P2 nel suo reale significato e nelle sue ultime implicazioni
vuol dire infatti pervenire all’analisi di alcuni nodi centrali, politicamente decisivi in un regime di democrazia
che voglia coniugare l’efficienza dell’apparato di governo con la più ampia estensione del consenso dei
cittadini che in tale regime esprimono la loro volontà politica.
Se logico appare, dunque, constatare che a tale discorso ogni parte politica è approdata, portando il
patrimonio delle scelte ideologiche e politiche che le è proprio ed elaborando quindi diverse conseguenti
prospettazioni risolutive, è dato peraltro al relatore registrare come unanime sia stata l’individuazione dei
temi di intervento e l’analisi del loro rilievo nel contesto generale dell’analisi del fenomeno.
Il primo argomento che viene in esame è quello relativo ai problemi connessi all’applicazione della norma
costituzionale concernente l’istituto stesso dell’inchiesta parlamentare.
La Commissione nel corso dei suoi lavori ha dovuto registrare come la norma che estende a tali organismi i
poteri dell’autorità giudiziaria, con i limiti inerenti, può dar luogo, quando dalla astratta previsione si scenda
nel concreto delle attuazioni, ad alcuni problemi di non secondario momento.
La Commissione infatti, che dei poteri attribuiti ha fatto uso incisivo in più di una occasione, ha dovuto
affrontare e risolvere situazioni di delicato rilievo giuridico, con particolare riferimento alla tutela dei diritti dei
singoli a fronte di provvedimenti autoritativi emanati dalla Commissione in tema di perquisizioni e sequestri,
ordinati al fine di soddisfare esigenze istruttorie di particolare significato. Non vi è dubbio infatti che l’attuale
normativa non consenta l’interposizione di gravame contro tali provvedimenti quando provenienti da autorità
diversa da quella giudiziaria, secondo quanto ha espressamente confermato la Suprema Corte di
cassazione, ma non v’è parimenti dubbio che in tale quadro si viene a concretare per il cittadino una
anomala situazione, tale che lo vede sprovvisto, nel caso indicato di ogni mezzo di ricorso di fronte a
provvedimenti che incidano sulla sfera dei diritti soggettivi. La Commissione, facendosi carico di questa
anomalia, ha provveduto a convocarsi appositamente in ulteriore istanza per deliberare in ordine a ricorsi
presentati da cittadini, ma non è chi non veda come il problema sia di ordine più generale e meglio andrebbe
prospettato con la elaborazione da parte del Parlamento di una legge-quadro che disciplini l’adeguamento
delle norme del codice di procedura penale ai casi nei quali l’organo procedente sia costituito da una
Commissione parlamentare di inchiesta. Tale normativa consentirebbe, ferme restando le prerogative del
Parlamento e dei suoi membri in sede di inchiesta, di realizzare l’applicazione del dettato costituzionale
senza peraltro dar luogo a situazioni di incerta tutela dei diritti dei singoli, risolvendo anche, come ha
sottolineato il Commissario Ricci, ulteriori problemi quali quelli inerenti all’acquisizione di deposizioni di fronte
alla Commissione d’inchiesta e l’assunzione da parte di essa di rogatorie.
Ulteriore argomento di esame da parte della Commissione è stato quello della funzionalità dell’istituto
dell’inchiesta, tema per il quale si è registrata una convergenza di opinioni sul danno all’efficienza dei lavori
che deriva dalla pletoricità della sua composizione.
A tal fine si ritiene, come ha proposto il Commissario Battaglia, che un più ristretto gruppo di commissari,
selezionato garantendo sempre il criterio della proporzionalità fissato dalla Costituzione, meglio
risponderebbe alle esigenze di riservatezza, di incisività e di sollecitudine dei lavori che, quanto più
assicurate, tanto più contribuiscono alla credibilità politica di questo istituto.
Il dibattito in Commissione ha logicamente assunto come premessa allo svolgimento dell’analisi propositiva
le conclusioni alle quali si è giunti lungo il corso del lavoro nelle varie parti e sui diversi argomenti attraverso i
quali si è sviluppato lo studio del fenomeno della Loggia P2. La ramificata attività di infiltrazione di questo
organismo nei più svariati settori della vita nazionale ha di necessità condotto l’esame a considerare aspetti
anche di dettaglio della legislazione in atto in diversi e disparati campi, per i quali è stata prospettata
l’esigenza di soluzioni normative diversamente articolate.
Quello che in sede conclusiva il relatore ritiene di poter sottolineare è che questa discussione è riconducibile
ad alcuni temi fondamentali che si riportano alla sostanza delle conclusioni alle quali si è pervenuti e che la
Commissione unanime ha individuato come di rilievo preminente.
Primo fra tutti può essere individuato l’argomento della funzionalità degli apparati e del controllo del loro
operato in sede politica. Si è potuto rilevare infatti, attraverso lo studio condotto, il ruolo centrale che gli
apparati tecnici di supporto e di collaborazione hanno rispetto all’attività di governo e si è individuato
nell’apprezzamento del loro ruolo mediatamente politico uno degli elementi di maggior interesse nel progetto
politico della Loggia P2, che nella sua concreta attuazione è pervenuto a realizzare quello che il
Commissario Rizzo ha stigmatizzato come un uso privato della funzione pubblica da parte di alcuni apparati
dello Stato.
Il problema si è così posto al centro del dibattito conclusivo ed ha evidenziato in primo luogo un sostanziale
accordo sul rilievo che in tale materia assumono le procedure inerenti alle nomine dell’alta dirigenza. Si tratta
di problema non da oggi oggetto di esame e di dibattito tra le forze politiche, al quale la Commissione può
portare il contributo di alcune conoscenze che le sono proprie, relative all’esperienza del tutto peculiare che
ha costituito oggetto della propria indagine.
Riportandoci a quanto osservato nel precedente capitolo, il dibattito in Commissione ha evidenziato il
convincimento, comune a molti Commissari, che l’esatta impostazione di questa tematica chieda di
esaminare il problema delle nomine alla luce di criteri che realizzino il massimo della trasparenza delle
procedure attraverso le quali si concreta la discrezionalità del potere politico in questa materia. Il dibattito ha
peraltro sottolineato come sia avvertita l’esigenza di un sistema di controllo politico che non si limiti alla fase
preventiva, ma si estenda all’operato dei massimi dirigenti anche successivamente alla cessazione delle loro
funzioni, al fine di pervenire, come ha indicato il Commissario Ruffilli, ad una responsabilizzazione più
compiuta della gestione degli incarichi loro affidati.
In questa prospettiva il dibattito si è centrato sui problemi inerenti all’attività di uno degli apparati il cui
operato riveste connotati di maggiore delicatezza, ovvero i Servizi segreti. E’ questo un tema nel quale le
opposte esigenze dell’autonomia dell’apparato e del controllo politico, della trasparenza e della necessaria
riservatezza richiedono un discorso prudente, che rifugga da astratte prese di posizione. Il Commissario
Fallucchi ha sottolineato la peculiarità di questo apparato al quale devono essere riconosciute, per sua
natura, condizioni di operatività affatto speciali alle quali mal si appongono vincoli di troppo puntuale
articolazione. Non è chi non veda peraltro come quello dei Servizi segreti sia campo di attività di somma
importanza, poiché viene in esso coinvolto il tema preminente della sicurezza nazionale e gli aspetti di
politica interna ed estera che a questo momento fondamentale della vita del Paese si collegano.
La Commissione ha esaminato il problema alla luce delle gravi emergenze risultanti dall’istruttoria e delle
conclusioni alle quali si è pervenuti, prospettando due possibili direttrici di intervento. Vi è chi ha ipotizzato
più puntuali procedure di controllo e di pubblicità, in ordine alle quali peraltro non si è mancato di sollevare
l’obiezione già ricordata sulla. natura particolare dei servizi che a questi apparati vengono affidati. Una
indicazione in senso diverso è venuta dal Commissario Ruffilli, il quale ha prospettato una possibile linea
alternativa a quella meramente procedurale, in una diversa considerazione dell’istituto dei reati ministeriali.
Questa osservazione ci conduce a rilevare in via generale come il vero problema di fondo in materia di
controllo e di funzionalità degli apparati vada individuato in ultima analisi nella non eludibile esigenza di una
compiuta responsabilizzazione del potere politico, che di essi ha la guida e quindi l’ultima responsabilità in
sede di gestione e di affidabilità.
L’esperienza storica della Loggia P2 ci rivela, secondo quanto già osservato, che comportamenti etorodossi
delle strutture di supporto possono e debbono trovare freno adeguato nel controllo che di esse effettua il
potere politico inteso nella sua globalità, sia come potere attivo di governo, sia come controllo democratico
che l’opposizione esercita nei confronti dell’uso che di quel potere viene fatto.
Partendo da una ferma assunzione delle responsabilità politiche nella gestione di queste situazioni si potrà
allora pervenire allo studio di perfezionamenti tecnici, che comunque da soli non costituiscono rimedio
risolutivo. L’ordine di considerazioni esposto ha condotto la Commissione ad una concorde conclusione sulla
riaffermata centralità del ruolo del Parlamento come definitiva sede responsabile dei controlli preventivi e
successivi, variamente modellati, ai quali riportarsi in ultima istanza per garantire la funzionalità e l’affidabilità
del sistema nelle sue varie articolazioni, politiche non meno che amministrative. Ma perché questo discorso
non rimanga nell’indistinto va rilevato che l’esperienza della Loggia P2 deve condurre ad una rimeditazione
di questa tematica secondo una linea che porti ad individuare precise situazioni di controllo e di assunzione
di responsabilità politica, piuttosto che ad una generica dilatazione di competenze.
Una indistinta estensione, infatti, concretando sostanzialmente una duplicazione delle procedure, finirebbe
per non influire sulla loro incisività in relazione a situazioni determinate, perché il problema, come individuato
dal Commissario Ruffilli, è non solo e non tanto quello del controllo, ma quello dell’individuazione di
responsabilità per le quali si risponda in modo non formale.
Questo ordine di considerazioni conduce al secondo dei temi di maggior rilievo politico individuati dalla
Commissione, poiché il tema del controllo in genere e di quello parlamentare in specie è strettamente legato
al problema della pubblicità dell’ordinamento, secondo l’identificazione tra i due concetti proposta dal
Commissario Ricci, per il quale la democraticità di un sistema politico è in relazione alla quantità di
informazioni rilevanti che circolano all’intemo del sistema stesso.
A questi fini lo studio della vicenda storica della Loggia P2, della sua genesi come del suo sviluppo, ci
mostra in termini di esperienza concreta, prima ancora che come questione di principio, tutte le conseguenze
alle quali conducono limitazioni non strettamente motivate del criterio di trasparenza generale
dell’ordinamento.
Estendendo ad un più generale contesto una osservazione del Commissario Andò, è dato affermare che la
persistenza di inutili zone di opacità del sistema costituisce il presupposto fondamentale ed imprescindibile
per dare vita ad attività che si pongono nell’illegalità o al margine della legalità, in quell’area di
comportamenti che l’uso sapiente e smaliziato delle leggi consente di individuare a chi sappia e possa far
leva sul tecnicismo e sulla estesa articolazione dell’intero complesso normativo. Non vi ha dubbio in
proposito che il primo e fondamentale correttivo di fronte a tali situazioni vada cercato nella generale
adozione di forme di pubblicità che rendano possibile il controllo che i vari soggetti dell’ordinamento, pubblici
o privati che siano, reciprocamente esercitano sulla loro attività nel quadro dell’ordinamento democratico.
A questo fine uno degli insegnamenti di maggior momento che da questa vicenda si può trarre, è l’aver
dimostrato al di là dì ogni possibile contestazione che la trasparenza dell’ordinamento costituisce la garanzia
prima contro il manifestarsi di forme di potere alternativo le quali, traendo origine ed alimento da una non
compiuta estrinsecazione di questo principio, si pongono esse stesse come strutture che aspirano al
controllo della società o di suoi settori. Tale in sostanza è stata la Loggia P2, e tali sono, in più limitato
ambito, le forme associative di stampo mafioso richiamate, studiando la struttura associativa di questa
organizzazione, da altri autorevoli organi giurisdizionali. Quando si pervenga alla comprensione piena del
rapporto intrinseco e funzionale tra segretezza e forme di potere alternativo, del quale la presente relazione
ha cercato di fornire illustrazione ampia e definitiva, non apparirà eccessivo il rilievo proposto dai
Commissari Ricci e Bellocchio, secondo i quali il tasso di democraticità dell’ordinamento è direttamente
proporzionale alla sua trasparenza.
L’applicazione del principio di trasparenza è stata dalla Commissione esaminata con riferimento dettagliato
al più svariati settori dell’ordinamento, in ordine ai quali non si è mancato di registrare, atteso il tecnicismo
della materia, diversità di avvisi e di soluzioni, con l’identificazione comune peraltro di alcuni settori nei quali
questa tematica si ritiene degna di particolare attenzione. Tali, ad avviso dei commissari, sono i comparti
normativi della legislazione economica, con particolare riferimento a quella bancaria e valutaria, e delle
procedure amministrative, in specie quelle concernenti le nomine dei massimi dirigenti.
Un particolare esame è stato dalla Commissione rivolto all’applicazione del principio di trasparenza alla
materia associativa, tema questo che non ha potuto registrare un accordo unanime, attesa del resto
l’importanza anche ideologica dell’argomento. Sulla scorta del dibattito effettuato il relatore ritiene in
proposito di sottolineare in primo luogo che il problema delle associazioni deve correttamente essere
inquadrato, non tanto nella prospettiva di determinare quale estensione, maggiore o minore, dare al diritto
dei singoli di associarsi, quanto piuttosto in quella di contemperare tale imprescindibile diritto individuale con
il diritto della collettività, non meno degno di considerazione, di essere tutelata dal distorto uso che di esso
possa essere operato da soggetti dell’ordinamento, del che è esperienza ampiamente documentata la
vicenda della Loggia P2. In questo senso i Commissari Andò e Ruffilli hanno interpretato l’esigenza di
democraticità, prevista dall’articolo 49 della Costituzione con riferimento ai partiti politici, come
criterio-guida indicato dal Costituente nella materia, anche in considerazione del rilievo fondamentale che
nella vita pubblica queste organizzazioni rivestono.
Al fine di un corretto inquadramento del problema, che prescinda da polemiche strumentali, il relatore vuole
infine osservare che questo fondamentale diritto dell’individuo viene a trovare applicazione in una società,
quale quella contemporanea, informata a larghi criteri di tolleranza e di comprensione verso motivazioni
morali ed ideologiche di qualsiasi orientamento. Partendo da tale constatazione, segno tangibile dei valore
non formale della democrazia italiana, è auspicabile che il diritto di associazione venga a porsi come
fondamentale momento per l’esplicazione ed il potenziamento delle attività umane nella società, secondo il
ruolo che la Costituzione mostra di attribuirgli.
L’ampiezza del dibattito svolto dalla Commissione è in relazione alla gravità del fenomeno oggetto
dell’inchiesta, che si è posto come motivo di inquinamento della vita nazionale, mirando ad alterare in modo
spesso determinante il corretto funzionamento delle istituzioni, secondo un progetto che, per usare
l’espressione del commissario Formica, mirava allo snervamento della democrazia. Il suo sviluppo ha
accompagnato momenti di centrale rilievo nella nostra storia recente, contrassegnandone le tormentate
vicende con una presenza della cui estensione ed incisività questa relazione perviene a dare testimonianza
sicura, ma non conoscenza completa ed esauriente. Il punto di approdo di questa vicenda è segnato dalla
legge con la quale il Parlamento ha deciso, con tempestivo provvedimento, lo scioglimento
dell’organizzazione e dalla successiva legge con la quale è stata creata questa Commissione d’inchiesta. La
successione di questi provvedimenti ha chiarito oltre ogni verosimile dubbio, che compito di questa
Commissione non era quello di emettere un giudizio, perché tale giudizio era già stato formulato dal
Parlamento che nella sua sovrana responsabilità aveva decretato che per consimile organizzazione non vi
era posto legittimo nel nostro ordinamento. A questo giudizio la Commissione si è riportata, intendendo
come suo compito principale fosse quello di studiare e di analizzare il, fenomeno non al fine di suffragare a
posteriori un giudizio già emesso, procedura questa, allora, invero aberrante, ma quello di portare la propria
vigile attenzione sul passato affinché dalla sua conoscenza si traessero le ragioni onde fenomeni analoghi
non abbiano a ripetersi nel futuro. In questo senso i lavori della Commissione e la sua stessa relazione
conclusiva vanno letti come la ricerca di un ragionato patrimonio conoscitivo ed interpretativo che, muovendo
da una esperienza concreta, consenta di meglio comprendere i problemi della nostra democrazia al fine di
consentirne il libero sviluppo. Problemi, sia detto a fugare ogni inutile e a volte interessato
pessimismo, di crescita e di maturazione, come ha affermato il Commissario Ruffilli, che sono testimonianza
essi stessi della vitalità del sistema democratico e della qua intatta capacità di determinare il proprio futuro.
Queste considerazioni ci inducono a rilevare, secondo lo spunto emerso in Commissione, come il dibattito
politico nel Paese si sia da ultimo incentrato, con significativa contemporaneità all’esplodere di questa
vicenda, su due temi che le forze politiche hanno individuato come di preminente rilievo in questo momento
storico: la questione morale ed il problema della riforma delle istituzioni.
Temi questi di eminente rilievo politico, il primo non meno che il secondo, perché essi vertono sul ruolo che
l’ortodossia dei comportamenti individuali e la compiuta capacità delle istituzioni a dare risposta ai problemi
della realtà sociale rivestono ai finì di un ordinato procedere della vita democratica. In questo ordine di
argomentazioni e di proposte il lavoro della Commissione e le sue conclusioni possono utilmente trovare il
modo di inserirsi. L’esperienza delle deviazioni nel corretto uso degli istituti, spesso secondo forme inusitate,
e nei comportamenti di soggetti investiti di alte responsabilità – basti qui ricordare il triste quadro che emerge
dal fascicolo M.FO.BIALI – mostra sul terreno concreto della realtà storica la stretta interrelazione esistente
tra una compiuta deontologia dei comportamenti individuali e il funzionamento ordinato degli istituti. Chi
voglia dunque affrontare questi temi evitando di cadere in considerazioni di retorico moralismo o di astratta
ingegneria costituzionale, potrà trovare nel lavoro della Commissione ampi spunti di meditazione e l’invito a
ricordare che le istituzioni si identificano, prima ancora che nei princìpi scritti e nelle perfettibili costruzioni
normative, negli uomini che in esse vivono ed operano e che ad esse danno concreto valore ed efficacia.
Soccorre a questo proposito e nel quadro delle considerazioni sviluppate l’argomento della compiuta
responsabilizzazione dei comportamenti individuali emerso dal dibattito in Commissione, riportato ai massimi
vertici della dirigenza degli apparati e del potere politico che ad essi è preposto, come elemento
imprescindibile di garanzia politica al fine di un corretto funzionamento del sistema.
Le conclusioni alle quali la Commissione parlamentare di inchiesta è pervenuta al termine dei propri lavori
muovendo dalla legge di scioglimento della Loggia massonica Propaganda 2, mostrano, in relazione ai
quesiti posti dal Parlamento nell’articolo I della legge istitutiva della Commissione, che tale organizzazione,
per le connivenze stabilite in ogni direzione e. ad ogni livello e per le attività poste in essere, ha costituito
motivo di pericolo per la compiuta realizzazione del sistema democratico. La presente relazione è in grado di
fornire una documentata ricostruzione del fenomeno ed una attendibile spiegazione delle sue origini, della
sua struttura e delle sue finalità,, tale da consentire al Parlamento una ragionata meditazione in ordine ai
problemi dell’ordinamento democratico e delle misure da adottare a difesa della sua conservazione e del suo
progresso. Accanto a queste conclusioni la Commissione non ha mancato di sottolineare gli interrogativi di
non lieve momento che rimangono tuttora aperti: nodi insoluti il cui scioglimento potrà semmai arricchire i
risultati ai quali si è pervenuti, nelle loro linee fondamentali, ma difficilmente pervenire a ribaltarne in modo
determinante il profilo politico essenziale.
Per tali motivi la Commissione, assolvendo il mandato affidatole, consegna la sua relazione conclusiva, nel
sereno convincimento che questo documento, così come il libero esame e l’aperta discussione che su di
esso il Parlamento e i cittadini intenderanno svolgere, non potranno che porsi al servizio dell’interesse
primario della democrazia e della Nazione.

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Da leggere per capire dove viviamo

CAMERA DEI DEPUTATI SENATO DELLA REPUBBLICA
IX LEGISLATURA
Doc. XXIII
n. 2-bis/5
COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA
SIMA LOGGIA MASSONICA P2
(.Legge 23 settembre 1981, ti. 527)
RELAZIONE DI MINORANZA
del senatore ATTILIO BASTIANINI
ROMA 1984

Camera dei Deputati — 5 — Senato della Repubblica
IX LEGISLATURA — DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI — DOCUMENTI
INDICE
Perché voto contro la relazione Anselmi Pag. 7
Troppi diversivi nei lavori della Commissione » 8
La veridicità delle liste » 10
P2 e servizi segreti prima del 76 » 11
P2 come sistema di controllo dopo il 76 » 12
Riempire la piramide superiore » 13
Le nomine nei servizi segreti » 15
Per salvare Sindona e Calvi » 17
Ambrosiano e Rizzoli per finanziare alcuni partiti » 18

Camera dei Deputati — 7 — Senato della Repubblica
IX LEGISLATURA — DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI — DOCUMENTI
Si tratta di materia importante e di grande rilievo: devo motivare
una linea interpretativa della vicenda P2 che, per parti non secondarie,
si discosta nella tesi della relazione Anselmi e dal consenso
che su questa tesi ha manifestato una vasta e composita maggioranza
(che comprende democristiani e comunisti), devo dare ragione
di un voto negativo ed indicare le linee di un lavoro più incisivo
e di una relazione diversa.
Mi sforzo di essere semplice e preciso per riportare in modo
non equivoco all’opinione pubblica i motivi dei giudizi che propongo
e le ragioni delle decisioni che ho assunto.
Questa relazione presenta le motivazioni del voto contrario che
ho espresso alla relazione Anselmi e sviluppa, successivamente, otto
ordini di considerazioni: sui troppi diversivi nei lavori della Commissione,
sulla veridicità delle liste, su P2 e servizi segreti prima
del 1976, sulla P2 come sistema di controllo dopo il 1976, sulla piramide
superiore, sulle nomine nei servizi segreti, sui tentativi di salvare
Sindona e Calvi, su Ambrosiano e Rizzoli per finanziare alcuni
partiti.
Perché voto contro la relazione Anselmi.
Il voto contrario alla relazione Anselmi, approvata a maggioranza
nella seduta conclusiva del 10 luglio 1984, non significa un giudizio
negativo su tutte le parti del documento e su ogni valutazione
in esso contenuta; il voto negativo trova ragione nelle critiche mosse
nei miei discorsi sui lavori della Commissione, trova motivi secondari
in valutazioni diverse su alcune attività piduiste, prima e
dopo il 1976, e ha principale fondamento nelle lacune di conoscenza
sul fenomeno della P2 che i lavori della Commissione e la relazione
di maggioranza lasciano al Parlamento e al paese.
La P2 è stato un fatto grave, più grave di quanto l’opinione
pubblica abbia finora potuto immaginare. Tutti i più inquietanti
scandali dell’Italia contemporanea (la carriera e la caduta di Sindona,
il crack del Banco Ambrosiano e i rapporti con lo IOR, il
suicidio o l’omicidio di Calvi, l’assassinio di Pecorella, la lotta senza
esclusione di colpi per il controllo della Rizzoli, del Corriere della
Sera e di altri giornali, lo scandalo ENI-Petromin, ecc.), sono segnati
in qualche modo dalla presenza di uomini della P2.
Camera dei Deputati — 8 — Senato della Repubblica
IX LEGISLATURA — DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI — DOCUMENTI
Questi avevano il controllo dei servizi segreti, erano presenti
nelle forze armate, operavano ai vertici di molte amministrazioni
dello Stato e intrecciavano le loro azioni con trame eversive, delinquenza
organizzata e traffici di armi.
La P2 risulta quindi essere non uno tra gli scandali dell’Italia
degli anni ’70, ma il filo che attraversa e collega i diversi eventi,
dando loro, con una presenza non occasionale, continuità e senso
logico.
La complessità dell’azione della P2, il suo intreccio con i servizi
segreti, il suo grado di penetrazione nella società sono elementi tali
da non lasciare adito a ragionevoli dubbi che vi siano state coperture,
connivenze e ispirazioni maggiori.
L’immagine della « doppia piramide » contenuta nella relazione
Anselmi rende, con immediatezza, il senso del problema che doveva
essere affrontato. A questo, in particolare, la Commissione era chiamata
proprio dall’articolo 1 della legge istitutiva.
Ma la Commissione, nei suoi lavori, poco ha cercato oltre e sopra
a Gelli e la relazione, su questa materia, ancora più tace. Si
tratta quindi di una relazione incompleta. A conclusione di una
indagine incompiuta, che arresta le proprie valutazioni proprio dove
comincia la P2 più vera.
Troppi diversivi nei lavori della Commissione.
La Commissione, nel corso dei suoi lavori, ha incontrato troppi
diversivi, che hanno limitato la possibilità di concentrare gli sforzi
di conoscenza e di interpretazione sui nodi centrali dell’attività del
Gelli e dell’azione piduista.
La P2 è stata, negli anni, un fenomeno complesso e dalle molte
ramificazioni, modificando nel tempo i propri caratteri organizzativi
e la propria sfera di azione.
Era quindi inevitabile che, attraverso i nomi in qualche modo
richiamati, si venissero a collegare decine e decine di fatti che con
la vera sostanza dell’azione piduista nulla avevano a che fare od
erano, comunque, marginali.
L’acquisizione di questa vasta documentazione ha portato, in
concreto, a sbiadire il profilo dei diversi fatti, rendendo più difficile
ai commissari e all’opinione pubblica valutare l’esatta gerarchia
della gravità e delle responsabilità di quanto nel tempo è
avvenuto.
A titolo di esempio, ma anche per la sua importanza e per il
rilievo che ha avuto nell’opinione pubblica, richiamo il nodo dei rapporti
tra P2 e massoneria, che si è presto trasformato, nei lavori
della Commissione, in una minuziosa ricerca sui caratteri e sui rapporti
tra le diverse obbedienze massoniche, occupando un tempo di
indagine più proficuamente utilizzabile in altre direzioni.
Su questa materia vi è stato, nei lavori di Commissione, l’orientamento
prevalente a valutare una diretta responsabilità delle tradizioni
e dell’ordinamento massonico nella nascita e nell’affermarsi
della P2.
Camera dei Deputati _ 9 __ Senato della Repubblica
IX LEGISLATURA — DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI — DOCUMENTI
Questo orientamento è servito a dare soddisfazioni emotive all’opinione
pubblica, ma non ha fatto compiere passi concreti nella
ricerca della verità. Due sono stati gli atti discutibili: l’audizione
insistita di tutti i responsabili delle obbedienze massoniche e l’eliminazione
di fatto di ogni riservatezza sugli elenchi dei 23.000 massoni
d’Italia, venuti per altre finalità nel possesso della Commissione.
Queste decisioni nulla avevano a che fare con l’indagine sulla
P2. Ma, negli effetti pratici, sono servite a due logiche. La prima
è la logica di chi aveva, e ha ancora, interesse ad alzare più polvere
possibile, per rendere meno chiare le responsabilità delle molte
vicende che si sono intrecciate attorno a Gelli; la seconda è la
logica di chi voleva, e vuole ancora, mettere sotto accusa per i fatti
della P2 la massoneria nel suo insieme. Si sono avute continue
fughe di notizie e la pubblicazione, più o meno completa, degli schedari
ha provocato curiosità morbose e, per l’accostamento costante
alla P2, ha concorso a resuscitare nel paese un clima antimassonico.
Un giudizio più maturo deve portare a conclusioni diverse. La
massoneria, indipendentemente dalla valutazione su quanto di attuale
oggi rappresenti, è parte delle libertà del paese e deve essere accettata
con le sue tradizioni e i suoi riti.
Questo giudizio, che non avevo mancato di fare presente nel
corso dei lavori (dichiarazioni del 22 settembre, del 6 e 10 ottobre
1983 e lettera inviata al presidente Anselmi nell’ottobre 1983), aveva
qualche fondamento; la relazione ha cambiato linea e imposta con
correttezza, che apprezzo, il rapporto tra P2 e massoneria, i cui legami
certo non possono essere negati, né per la struttura organizzativa
né per le relazioni personali, ma che escludono la massoneria
in quanto tale dalle responsabilità dirette della P2. Questa, anzi,
si servì dei caratteri dell’organizzazione massonica per fini del tutto
estranei e per molti aspetti contrapposti alla massoneria stessa.
La P2, nella massoneria, sembra piuttosto essere stato un corpo
separato che, probabilmente, si è giovato anche del carattere riservato
tipico della tradizione massonica e che si è sviluppato nella
massoneria stessa, così come si sarebbe anche potuto sviluppare
altrove.
Il problema è quindi da ricondurre ad una aperta discussione
sulla opportunità di rivedere alcune tradizioni di segretezza della
vita massonica (per altro già avviata dalle stesse obbedienze, con
l’immediata demolizione delle logge coperte e delle altre forme di
copertura a seguito della legge 25 gennaio 1982, n. 17), di ricondurre
tale segretezza al carattere riservato proprio ad ogni organizzazione
associativa e di rendere compatibile la riservatezza della massoneria
con gli obblighi di trasparenza che è giusto chiedere a tutti
coloro che si occupano di politica o che rivestono cariche ed uffici
pubblici.
Un secondo diversivo è stato costituito dall’audizione generica
dei segretari dei partiti politici.
In data 10 novembre 1983, di intesa con gli organi del partito
liberale, dichiaravo che sulla materia della P2 non vi era motivo di
richiamare la solidarietà di maggioranza e confermavo di essere
Camera dei Deputati — 10 — Senato della Repubblica
IX LEGISLATURA — DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI — DOCUMENTI
contro l’audizione dei segretari dei partiti, che giudicavo (inutile o
tale da confondere eventuali responsabilità.
Chiedevo invece che si esaminasse, senza pregiudizi e con la
massima serenità, quanto oggettivamente riguardava i politici che,
sulla base di documenti, risultavano aver avuto rapporti con la P2
e con Licio Gelli, per decidere a quali audizioni la Commissione
dovesse dare seguito.
Il 15 novembre 1983, una decisione assunta a maggioranza, con
il mio voto contrario e dichiarato e per l’assenza determinante di
alcuni rappresentanti del PCI e del PRI, ha consentito di non procedere
all’audizione mirata degli uomini politici che dalle carte
risultavano aver avuto frequentazione o rapporti con Licio Gelli e
con la sua struttura.
Si era nell’autunno dello scorso anno, in una fase che avrebbe
consentito di dare un colpo d’ala all’inchiesta, per passare dall’apprezzabile
ricostruzione di quanto era noto alla conoscenza dei
legami più profondi e più nascosti dalla P2.
La veridicità delle liste.
Un diversivo è stato, di fatto, lo stesso problema della veridicità
delle liste, che, toccando un tema di grande rilievo e importanza,
ha assorbito negli ultimi mesi l’attenzione pubblica, facendo
passare in secondo ordine quanto nella relazione mancava su altri
aspetti dell’inchiesta.
La veridicità delle liste (o meglio, la loro completezza e attendibilità)
richiede qualche precisazione, anche in relazione alle decisioni
politiche che ne sono derivate e alle conseguenze personali che
potranno ricadere sui singoli nominativi presenti nei documenti sequestrati.
Nella discussione sulla prerelazione Anselmi avevo dichiarato
di non aver alcun elemento per considerare non attendibili gli elenchi
sequestrati a Castiglion Fibocchi; intervenendo il 10 luglio sul
testo definitivo della relazione, ho affermato che gli elementi di riscontro
sviluppati mi confermavano nel giudizio già espresso.
Ma questo giudizio richiede di essere completato con quattro
considerazioni:
l’incompletezza degli elenchi (sicuramente provata e documentata
con molti riscontri) è fatto grave, che getta un’ombra di inquietudine
sull’intero lavoro svolto. Ruolo e responsabilità dei nomi
mancanti porterebbero a conoscere la reale organizzazione piduista;
i documenti dell’archivio uruguaiano di Gelli, solo parzialmente trasmessi
in Italia, consentono comunque di intuire uno spessore dell’organizzazione
piduista che, se conosciuta nella sua interezza, sposterebbe
inevitabilmente molte delle responsabilità oggi concentrate
sui nominativi di Castiglion Fibocchi;
è convinzione unanime che negli elenchi di Castiglion Fibocchi
i nominativi riportati sono confluiti a vario titolo e in tempi successivi;
i diversi riscontri possibili hanno indicato posizioni molto diverCamera
dei Deputati — 11 — Senato della Repubblica
IX LEGISLATURA — DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI — DOCUMENTI
sificate. Si è accertata per alcuni una piena e consapevole appartenenza
alla P2 in quanto tale; per altri un’adesione formale priva
di seguito; per altri un’adesione, spesso non formalizzata, per trasferimento
da altre logge; per alcuni, infine, l’inserimento nelle liste
non è accompagnato da alcuna altra forma di riscontro. Quanto
sopra assume tanto maggior significato se si considera che, al di
là del giudizio sulla segretezza della loggia, le attività piduiste intrecciate
con fatti eversivi, criminosi o comunque inquietanti, hanno
interessato un ristretto numero di iscritti e che non vi sono
prove che di tali attività potesse esservi informazione per la restante
grande maggioranza degli iscritti;
le responsabilità dei singoli non possono essere riportate al
solo fatto di essere o non essere presenti negli elenchi, ma devono
essere commisurate alla partecipazione dei singoli nei fatti di cui la
P2 si è resa responsabile e al grado di conoscenza che i singoli avevano
del disegno complessivo e delle attività che ruotavano attorno
alla figura di Gelli;
l’essere nelle liste di Castiglion Fibocchi non può essere considerato
motivo automatico e sufficiente per discriminazioni nelle
carriere e nelle responsabilità; l’eventuale riapertura delle indagini
disciplinari compiute dalle amministrazioni pubbliche nei riguardi dei
propri dipendenti deve basarsi su elementi nuovi e certi e deve comunque
garantire da decisioni sommarie. Si deve inoltre ribadire che,
in assenza di una specifica responsabilità del singolo in specifici
fatti, l’inserimento dei singoli nominativi negli elenchi di Castiglion
Fibocchi pone problemi di opportunità, da valutare non in assoluto,
ma in rapporti al livello delle funzioni coperte.
P2 e servizi segreti prima del ’76.
Il giudizio che indica nella P2, nella prima metà degli anni 70,
un determinante centro di riferimento per il complesso delle attività
eversive può portare fuori strada.
La P2 sembra, in quegli anni, essere ancora radicata nell’organizzazione
massonica, alle prese con la ricerca di una più ampia
e incontrollata autonomia, con sobbalzi organizzativi e conflitti
per stabilizzarne il controllo e la finalizzazione. Non sembra quindi
poter essere stata in grado di sviluppare un proprio organico disegno,
che presupponeva, per il suo carattere eversivo, una salda
e stabile unitarietà di indirizzo.
È certo invece che le azioni eversive si intrecciavano con i servizi
segreti, spesso in un gioco a doppio binario che puntava sull’eversione
di destra o sul terrorismo di sinistra per destabilizzare
il sistema. Ed è anche certo che nei servizi segreti, o in collegamento
stretto con essi, operavano uomini della P2 o che ritroveremo
attivi nella P2 negli anni successivi.
Sembra quindi essere più produttiva un’interpretazione che individui
in quegli anni e nelle relazioni che in quegli anni si stabiCamera
dei Deputati — 12 — Senato della Repubblica
IX LEGISLATURA — DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI — DOCUMENTI
livano, il sorgere di quelle solidarietà che, proprio per il ruolo
degli uomini coinvolti, avrebbero costituito la base più affidabile
per garantire tenuta alla strategia del controllo che sarà sviluppata
negli anni successivi.
Il ruolo dei servizi segreti, intrecciati prima all’eversione e
coinvolti poi nel disegno piduista, verrebbe ad essere troppo ridotto
costruendo tutta l’analisi sul ruolo centrale che la P2 avrebbe
svolto nei primi anni 70.
E sul ruolo dei servizi segreti e sulle responsabilità di chi ne
aveva il carico di indirizzo e controllo politico, così come ancora
sul ruolo dei servizi segreti come ossatura anche della successiva
e più proficua stagione della P2 – quella della seconda metà degli
anni 70 – la relazione Anselmi lascia ancora molto da capire e
molto da lavorare.
P2 come sistema di controllo dopo il ’76.
Per il dopo 1976 la relazione Anselmi sviluppa un’interpretazione
a due stadi, che è utile richiamare.
Gli equilibri politici modificati dal voto del 1976 e l’affermarsi
di una democrazia consociativa, priva dell’opposizione, avrebbero
indotto la P2 a mutare strategia.
La nuova strategia puntava al controllo, dall’interno, dei centri
nevralgici di decisione dello Stato. Non si poneva quindi per
obiettivo l’aggressione contro le istituzioni stesse, ma di operare dall’interno
per stravolgerne il fine e per farne un uso degenerato in
rapporti di natura affaristica e per il controllo della società civile.
La P2 non ha avuto quindi, in senso stretto, una finalità eversiva.
Le tracce di attività eversiva, che pure esistono anche nella
seconda metà degli anni 70, sono secondarie e risultano comunque
compromesse nella loro efficacia proprio dell’analisi semplicistica e
superficiale che l’organizzazione aveva sviluppato del sistema politico
italiano.
Il cosiddetto « piano di rinascita democratica » (che assume
nella relazione Anselmi un ruolo centrale per dimostrare una finalità
eversiva globale della loggia anche dopo il 1975) è del tutto
marginale alle attività piduiste, né può dirsi che queste discendano
da un disegno strategico complessivo di eversione. Vi è da domandarsi
perché si siano considerate, nella relazione, più inquietanti le
poche verità e le molte banalità di un documento di carta, rimasto
sulla carta, piuttosto che denunciare come vera eversione il continuo
intreccio della P2 con i più gravi fatti di corruzione e di avventurismo
finanziario dell’Italia negli anni 70.
Per capire a fondo la P2 vi è da tenere presente una considerazione
elementare ma importante.
La P2 non operava fuori dal potere, ma era nel potere e proprio
dal potere (si potrebbe dire: dalle fortune del potere) trovava alimento
per accrescere peso e capacità di condizionamento.
Non riconoscere alla P2 una finalità direttamente eversiva non
porta affatto a dare del fenomeno un’interpretazione riduttiva, né
Camera dei Deputati — 13 — Senato della Repubblica
IX LEGISLATURA — DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI — DOCUMENTI
ad abbassare il livello del giudizio. Significa solo mirare nella direzione
giusta, per non colpire obiettivi di comodo, ma per capire
a fondo i meccanismi reali di formazione del fenomeno piduista e
le sue logiche di comportamento.
L’inquinamento delle istituzioni è di per se stesso eversione,
specie quando si spinge ai livelli che la P2 aveva raggiunto, operando
in organismi indeboliti.
L’interpretazione della P2 come sistema di controllo contenuta
nella relazione Anselmi è, quindi, sostanzialmente corretta; questa
intepretazione, che ha fatto fare passi avanti decisivi nella comprensione
del fenomeno, è da me condivisa.
Ma vi è un rischio, cui non sfugge la relazione di maggioranza.
La P2 cresce di potere negli anni in cui si sviluppa la solidarietà
nazionale, con l’intesa tra i maggiori partiti. Molti passaggi
della relazione Anselmi portano a giudicare la P2 come un elemento
di inquinamento in una fase positiva di trasformazione dei rapporti
politici.
Il giudizio sembra dover essere rovesciato: proprio l’affermarsi
in quegli anni di una democrazia consociativa, lo sbiadire del confronto
tra la maggioranza e l’opposizione, il restringersi degli spazi
che il nuovo assetto politico lasciava alle diverse componenti della
società ha creato le condizioni per il radicarsi della nuova P2.
In quel clima il sistema di rapporti costituitosi negli anni precedenti
ha potuto trovare sviluppo, ha completato le relazioni necessarie,
ha acquisito posti di potere e ha così stabilizzato il peso
della P2 nella vita nazionale.
È negli anni della solidarietà nazionale che gli uomini della P2
penetrano nei centri vitali del controllo del paese e che si espande
il disegno di controllo complessivo.
In quegli anni si assiste ad una crescita della P2, la cui organizzazione
si sviluppa su due livelli paralleli: da un lato l’acquisizione
di posti di grande potere nei diversi rami dell’amministrazione
dello Stato e dell’economia pubblica e privata per il controllo
del sistema; dall’altro l’appropriazione quasi totale dei servizi segreti,
come sicura garanzia per controllare, orientare e, se necessario,
offrire sicurezza al sistema di controllo che si andava stabilendo nella
società.
Questa organizzazione parallela non può essere sottovalutata e
porta ancora una volta alla luce le responsabilità centrali che i
servizi segreti hanno avuto nel fenomeno P2.
La P2 non è quindi un germe estraneo che corrode una società
sana, ma sembra piuttosto la conseguenza di una democrazia malata,
nel suo modo di funzionare prima ancora che nelle sue componenti.
Riempire la piramide superiore.
La relazione Anselmi non nasconde che, ricostruita la rete dei
rapporti esecutivi e dei legami affaristici di Gelli nei diversi settori,
si è a metà del lavoro e che resterebbe da completare la metà più
interessante.
Camera dei Deputati — 14 — Senato della Repubblica
IX LEGISLATURA — DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI — DOCUMENTI
Su questa soglia la relazione si arresta ed è questo il motivo
di fondo del voto contrario che ho espesso.
Per riempire la piramide superiore si sono subito affacciate due
teorie. La prima tende ad individuare nei legami internazionali, della
massoneria e dei servizi segreti, il centro di potere occulto che
copriva e ispirava l’azione piduista. Nei documenti raccolti vi sono
certo tracce inquietanti di tali rapporti, ma non sembrano di spessore
capace di poter dare una spiegazione convincente ai problemi
di comando e di copertura che la complessità dell’azione piduista
richiedeva.
La qualità stessa dell’azione piduista, in cui l’affarismo privato
e l’arrivismo pubblico prevalevano di molte lunghezze su sbiaditi,
e persino patetici, disegni di trasformazione politica, sembra tale
da aver potuto davvero interessare un disegno organico dei grandi
servizi segreti internazionali.
È più logica la spiegazione che vede Gelli e la P2 usare anche
di quei legami, che sicuramente esistevano per il tramite degli
uomini piduisti legati ai servizi segreti, quando erano ritenuti necessari
interventi a quel livello per il conseguimento dei fini delle
azioni piduiste e per la protezione degli uomini P2 nelle situazioni
di pericolo.
La seconda teoria mira più vicino e guarda agli intrecci politici
che l’azione del Gelli sicuramente aveva e che, in qualche modo,
emergono dai documenti in possesso della Commissione. Personalmente
sono convinto che, su questa strada, si sbaglierebbe se si
cercasse una organizzazione gerarchica di responsabilità, una continuità
univoca di rapporti.
Preferisco indicare una strada diversa, di profilo più basso,
più ancorata agli elementi disponibili. Setacciare i grandi eventi in
cui la P2 è stata coinvolta; concentrarsi su questi fatti, con la stessa
diligenza e la stessa capacità d’interpretazione dimostrata nel lavoro
svolto; riordinare le tracce degli interventi politici; valutare
le frequentazioni dei politici con Gelli e chiedersene i motivi; analizzare
a fondo il sistema e le responsabilità per le nomine nei servizi
segreti: questo è quanto la Commissione avrebbe dovuto ancora fare.
Ricostruire, in altre parole, sui fatti per quanto ad oggi già
noti il sistema di relazioni politiche che, indipendentemente da un
eventuale disegno complessivo, ha consentito a Gelli di stringere
tanti affari e di avviare tante iniziative.
Proporre risultati certi per questo lavoro oggi non è possibile
e contrasterebbe, in ogni caso, con la volontà di analisi oggettiva
che ho cercato di dare a questa relazione.
Mi concedo tuttavia di esprimere una convinzione personale.
Alla fine del lavoro non si sarebbe trovato probabilmente un disegno
organico di comando e di copertura. Si sarebbe trovato un sistema
intrecciato di complicità, di ricatti, di connivenze che attorno
alla figura di Gelli faceva ruotare affari, ambizioni personali e
disegni politici.
Il filo logico della relazione credo ora possa essere chiarito in
quattro punti: la vera P2, senza nulla togliere alle responsabilità
Camera dei Deputati — 15 — Senato della Repubblica
IX LEGISLATURA — DISEGNI DI LEGGE B RELAZIONI — DOCUMENTI
già note, è nel sistema di ispirazioni e di coperture di cui poco
sappiamo; alla vera P2 abbiamo dedicato troppo poca attenzione;
per trovare la vera P2 è utile ricordare il quadro politico in cui
la P2 stessa si è sviluppata; il legame con i servizi segreti è, in
ogni fase, la costante dell’azione piduista.
Tra le molte vicende che hanno visto la P2 protagonista, indicazioni
certe sulla esistenza di rapporti politici e qualche passo
avanti per individuare le aree delle responsabilità superiori, almeno
come responsabilità connesse al ruolo politico ricoperto, si
possono cercare interpretando i documenti raccolti dalla Commissione
in tre principali indirizzi: i servizi segreti; le vicende Sindona
e Calvi, i finanziamenti Ambrosiano e Rizzoli ai partiti.
Questi tre indirizzi sono selezionati e ripresi non perché in altre
vicende (si veda l’affare Eni-Petromin) vi siano minori o meno importanti
segni di intreccio con il mondo politico, né perché si
pensa che dai tre indirizzi siano ad oggi ricavabili prove certe e
responsabilità specifiche. La loro scelta dipende dall’approfondito
quadro di conoscenza che su tali temi è assicurato anche dalle
indagini della magistratura e dall’emergere, in modo che non può
essere negato, di un costume che ha sistematicamente portato ambienti
politici ad occuparsi e ad intervenire, ben al di là del loro
ruolo, in vicende oscure e in affari discutibili.
I tre indirizzi possono essere così meglio precisati:
1) per un lungo decennio i servizi segreti sono stati in mani
piduiste. Vale la pena non fermarsi a questa constatazione, ma riflettere
sulle responsabilità di chi ha fatto queste nomine e di chi
ha avuto, nel tempo, la responsabilità politica del loro controllo;
2) nei tentativi di salvataggio di Sindona prima e di Calvi poi
è provato che molti e ripetuti furono gli interventi di uomini politici
e che questi interventi cercarono anche di influenzare decisioni
e comportamenti degli enti di vigilanza, degli organi di indagine e
della magistratura;
3) la P2, tramite l’Ambrosiano e le aziende di Rizzoli, finanziò
sistematicamente, in modo palese ed occulto, molti partiti e organi
di stampa di partiti. Se in qualche caso si può pensare a prestiti
non sospetti, vi sono prove che in altri casi la restituzione
dei debiti era affidata alla « intermediazione » dei partiti negli affari
che il creditore intendeva sviluppare.
Su questi tre indirizzi di lavoro vale la pena qualche maggior
richiamo.
Le nomine nei servizi segreti.
Il ruolo dei servizi segreti è determinante in tutta la vicenda
della P2. I servizi segreti (o uomini legati ai servizi) accompagnano
la formazione della Loggia attorno a Gelli, garantiscono a Gelli e
ai suoi uomini interventi e protezione nei casi di necessità.
Camera dei Deputati — 16 — Senato della Repubblica
IX LEGISLATURA — DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI — DOCUMENTI
Per anni i servizi segreti hanno sviato o inquinato ogni accertamento
sulle iniziative della P2; per anni la loro attività è stata
deviata dai fini istituzionali, per operare, in modo intrecciato al
servizio di un gruppo di potere.
Per anni al vertice dei servizi segreti si sono succeduti uomini
della P2, la cui nomina è dipesa dalle decisioni del potere politico,
che si ha ragione di ritenere fosse non disattento all’importanza
delle cariche in gioco.
Al SISMI, a Miceli (piduista, coinvolto nella lotta di potere con
Maletti, all’ombra della protezione contrapposta di Moro e Andreotti),
succede l’ammiraglio Casardi (dal 31 luglio 1974 al 30 gennaio 1978).
L’amm. Casardi non risulta iscritto alla P2, ma della sua conduzione
la P2 stessa non avrà modo di dolersi, in quanto è provato che
furono inviate informative del tutto tranquillizzanti sull’attività di
Gelli e della Loggia, in anni in cui altri già avevano rilevato l’attivismo
sospetto degli stessi in molte inquietanti vicende. A Casardi
succede il gen. Santovito, dal 31 gennaio 1978 all’I 1 agosto 1981, cui
si affianca il col. Musumeci; si tratta di personalità di spicco nelle
manovre piduiste.
All’Ispettorato antiterrorismo (poi Servizio di Sicurezza), Presidente
del Consiglio Moro e Ministro della Difesa Forlani, viene nominato
il dott. Santillo (dal 1° gennaio 1975 al novembre 1977). Si
tratta del solo non piduista a coprire posizioni di rilievo, cui si
devono, non a caso, le sole note informative sull’attività di Gelli e
della P2. Ma Santillo, contrariamente alle generali attese, non viene
nominato a capo del SISDE che è invece affidato al gen. Grassini,
iscritto alla P2 (dal novembre 1977 al luglio 1981).
Nel dicembre del 1978 si istituisce il SEGRECIS. Dopo una
breve responsabilità del dott. Napolitano, il cerchio si chiude con
la designazione del prefetto Pelosi, piduista (dal 5 maggio 1978 al
16 luglio 1981).
Le nomine di Santovito, Grassini, Pelosi sono tutte effettuate
con Presidente del Consiglio Andreotti e Ministro della difesa
Ruffini.
Il quadro può essere completato con qualche richiamo agli apparati
militari.
Oltre alla presenza di uomini della P2 nei vertici dell’arma dei
carabinieri (senza peraltro che, salvo i comandi di alcune divisioni,
si sia avuto un legame con attività della P2), merita un richiamo
esplicito, per il costante intreccio in molte altre vicende oggetto di
esame, che al comando della Guardia di finanza si succedano il
gen. Giudice (dal luglio 1974 al 1978) e, dopo il generale Floriani
(dal 1978 al 1980), il gen. Giannini (dal febbraio 1980 a metà 1981).
La nomina di Giudice avvenne con Presidente del Consiglio Rumor
e Ministro della Difesa Andreotti, mentre la nomina di Giannini avvenne
con Presidente Cossiga e Ministro della Difesa Sarti (ma più
probabilmente è da considerarsi predisposto dal precedente Ministro
della Difesa Ruffini, rimasto in carica fino al 18 gennaio 1980).
Il ricorrere dei responsabili delle nomine e il succedersi nelle
nomine stesse di uomini della P2 fanno emergere, alla luce di
Camera dei Deputati — 17 — Senato della Repubblica
IX LEGISLATURA — DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI — DOCUMENTI
quanto la Commissione ha accertato sulle deviazioni nei servizi segreti
e sul loro intreccio nelle attività della P2, una responsabilità
politica oggettiva di chi ha avuto negli anni il compito di assicurare
che i servizi ed i loro vertici non operassero fuori e contro
i delicati compiti istituzionali loro affidati.
Per salvare Sindona e Calvi.
Anni di indagini giudiziarie e il susseguirsi di inchieste parlamentari
che, pur lavorando su casi diversi, hanno trovato costanti
punti di riferimento comune, fanno emergere una continuità nelle
funzioni svolte da Sindona prima e da Calvi (con l’Ambrosiano)
poi.
Questa constatazione, che è riconosciuta vera nella generalità
delle interpretazioni sulle due vicende, si basa non solo sul proseguire
nel tempo dei rapporti con lo IOR e con ambienti vaticani,
ma sul ruolo generale che i due gruppi (la Banca Privata Italiana
nella prima parte degli anni 70 e l’Ambrosiano nella seconda parte)
hanno svolto nel panorama finanziario italiano.
Si è trattato di due gruppi orientati verso affari intrecciati con
le decisioni della politica, più disponibili alle operazioni di sostegno,
diretto ed indiretto, di cui i partiti potevano aver bisogno.
Questo spiega e giustifica lo stato di permanente conflitto che
i gruppi di Sindona e di Calvi hanno avuto (salvo brevi eccezioni)
con i « santuari » della tradizionale finanza italiana.
In entrambe le vicende il ruolo di Gelli e della P2 è non secondario.
Nel caso Sindona opera più all’esterno, come struttura di supporto
alle molte manovre del finanziere siciliano. Nel caso Calvi
assume invece una funzione più centrale, di costante riferimento in
tutte le fasi, sia di promozione di iniziative e di affari che di difesa
dell’istituto finanziario.
Sul problema Sindona la apposita Commissione parlamentare
ha lavorato bene.
Dalle carte della stessa relazione di maggioranza emerge, con
grande chiarezza e al di là delle diverse interpretazioni che dei
fatti si possono dare, il succedersi degli interventi effettuati da alcuni
politici per ricercare una soluzione che evitasse la bancarotta
delle attività finanziarie di Sindona.
Questi interventi si sono succeduti in più tempi, anche quando
la posizione giudiziaria di Sindona era ormai compromessa, in Italia
e negli Stati Uniti, e quando era chiaro che il salvataggio delle
banche sindoniane poteva avvenire solo scaricando sui conti pubblici
(o di banche pubbliche) esposizioni per centinaia di miliardi.
A questi piani di salvataggio (cui si interessarono, a vario titolo,
prima Fanfani e poi in modo più penetrante Andreotti, Stammati
ed Evangelisti) si collegarono anche le nomine ai vertici del Banco
di Roma, di persone amiche e fidate, che dovevano svolgere un
ruolo centrale nelle operazioni di sostegno, e le manovre per vincere
Camera dei Deputati — 18 — Senato della Repubblica
IX LEGISLATURA — DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI — DOCUMENTI
le resistenze di chi più si opponeva, primi fra tutti gli ambienti
della Banca d’Italia.
Le inquietanti incertezze che emergono dai corretti lavori della
Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Sindona non
possono essere state fugate da un voto di maggioranza, specie
ora che trovano nuove conferme e ulteriori documentazioni nel
lavoro dei magistrati che indagano sul caso Ambrosoli e nella
recente sentenza di rinvio a giudizio.
Minori elementi si hanno per ricostruire la vicenda Calvi, forse
perché meno intenso è stato finora il lavoro della magistratura.
Si ha tuttavia l’impressione che mentre Calvi sperava di poter salvare
il suo potere finanziario per intervento dello IOR, pesantemente
coinvolto nelle sue avventure finanziarie, la P2 avesse scelto
la strada di lasciare al proprio destino Ambrosiano e Calvi, ponendo
in atto una rete protettiva (Pazienza prima e Carboni poi),
che miravano più a controllarlo che ad aiutarlo. In questo senso
si spiegano meglio i tentativi di aggancio, più di forma che di
sostanza, con un potere politico distratto e che certo si sporse
molto meno in aiuto di Calvi rispetto a quanto avesse fatto per
Sindona.
Ambrosiano e Rizzoli per finanziare alcuni partiti.
L’Ambrosiano svolse per anni un ruolo di banca di fiducia di
alcuni tra i maggiori partiti.
Il 23 dicembre 1982, il Nuovo Banco Ambrosiano trasmise alla
Commissione scheda relativa ai finanziamenti concessi negli anni precedenti
dal Banco Ambrosiano.
Alla data di costituzione del Nuovo Banco (8 agosto 1982) le
posizioni erano le seguenti:
10 PSDI aveva una posizione debitoria di 394 milioni, che
derivava da due linee di credito, prorogate in tempi successivi senza
che fossero avvenuti rientri;
la PSI aveva una posizione debitoria di 13,7 miliardi, che derivava
da una linea di credito per complessivi 9,0 miliardi, prorogata
nel tempo senza che fossero avvenuti rientri;
11 PCI aveva una posizione debitoria di 10,5 miliardi. Tale
posizione debitoria derivava da una linea di credito per complessivi
10,0 miliardi. È da notare che il 7 gennaio 1982 si era provveduto
alla copertura delle esposizioni maturate, riaprendo successivamente
una nuova linea di credito.
Mentre il PCI usava dell’Ambrosiano come di una normale linea
di credito (in cui si succedevano esposizioni e rientri), diversa è la
situazione della società editrice « Il Rinnovamento » (proprietaria di
Paese Sera), che risulta avere nelle schede trasmesse dal Nuovo Banco
Ambrosiano uno scoperto di oltre 22 miliardi di lire.
Catrtera dei Deputati — 19 — Senato della Repubblica
IX LEGISLATURA — DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI — DOCUMENTI
Solo dopo la costituzione del Nuovo Banco Ambrosiano i partiti
concordarono il rientro e l’azzeramento delle posizioni, secondo piani
definiti con l’istituto di credito.
Diversa è, ovviamente, la posizione dei debiti di Paese Sera,
per la sopravvenuta messa in liquidazione della società proprietaria
e per le conseguenti cause, tuttora pendenti, per il riconoscimento
dei debiti.
Nei medesimi anni una funzione parallela di finanziamento ai
partiti venne svolta dalla Rizzoli; non può non sfuggire la stranezza
di questo anomalo canale finanziario che legava un’azienda, le cui
difficoltà erano note, come creditrice dei partiti da cui dipendevano
molte delle decisioni che potevano avere influenza sul futuro dell’azienda
stessa.
Vi sono alcuni documenti (rinvenuti nelle carte di Licio Gelli
a Castiglion Fibocchi) che testimoniano quanto fossero anomali e
inquietanti questi rapporti.
Il 17 aprile 1979, Flaminio Piccoli, quale presidente della Democrazia
Cristiana, riconosceva in un protocollo d’intesa un’esposizione
globale nei riguardi del gruppo Rizzoli per lire 10,6 miliardi.
Si impegnava inoltre a concordare tempi e modi di rientro. Tale
rientro era indicato poter avvenire su alcune direttrici:
a) la cessione del patrimonio immobiliare del Gruppo (Rizzoli);
b) la cessione delle partecipazioni non editoriali del Gruppo
(Rizzoli), in particolare le compagnie di assicurazione;
e) l’acquisizione di altre partecipanti editoriali cui il Gruppo
(Rizzoli) poteva essere interessato.
Per tutte tali direttrici (riferisco testualmente) « la Democrazia
Cristiana riconosce che può offrire al Gruppo il suo appoggio e la
sua intermediazione al fine di giungere a soluzioni vantaggiose per
il Gruppo e in tal senso può assicurare fin d’ora il proprio interessamento
al fine di giungere a sollecite definizioni nel comune
interesse ».
In altre parole, un partito (la D.C.), per pagare i debiti, si impegnava
a far fare buoni affari ad un proprio creditore (la Rizzoli).
Le tracce delle finalità che informarono e precedettero l’accordo
e che all’accordo stesso fecero seguito sono numerose. Nelle
testimonianze rese da Tassan Din e da Rizzoli, così come nelle
carte sequestrate, si interecciano tra Rizzoli e partito trattative su
molte materie. Esemplare è il documento relativo al salvataggio
del Gazzettino Veneto (promemoria Meccoli a Tassan Din), di pochi
giorni precedenti l’intesa complessiva soprarichiamata.
Sul versante del PSI, la Rizzoli assicurò il salvataggio de « Il
Lavoro » di Genova, mediante una complessa operazione finanziaria
con la società SOFINIM (documenti rinvenuti nell’archivio alle Bahamas
di Calvi).
Le carte raccolte gettano nuova luce anche sulla battaglia che
in quegli anni si svolse nel Parlamento per l’approvazione della
Camera dei Deputati — 20 — Senato della Repubblica
IX LEGISLATURA — DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI — DOCUMENTI
legge sull’editoria (legge approvata il 5 agosto 1981). Per mesi le
forze politiche si scontrarono sul cosiddetto « emendamento ammazza
debiti », che avrebbe dovuto passare un colpo di spugna su operazioni
disinvolte e su anni di piraterie nei settori dell’informazione.
L’emendamento fu respinto anche per la ferma opposizione dei liberali;
c’è da chiedersi quale autonomia di giudizio potessero avere
partiti e uomini politici che si erano legati a chi maggior vantaggio
avrebbe avuto da una legge che voleva scaricare debiti privati (ancorché
di partiti) sui conti pubblici.
Un diretto filone di finanziamento a singoli uomini politici era
poi assicurato dalla stessa Rizzoli. Le testimonianze rese da Tassan
Din e da Rizzoli, prima ai giudici Pizzi e Brichetti, poi ai giudici
Dell’Osso e Fenizia sono concordanti.
Qualche richiamo merita infine il memoriale Tassan Din, inviato
alla Commissione nella scorsa primavera e il cui contenuto
è stato confermato nel corso dell’audizione. Nel memoriale sono
descritti in modo preciso i livelli di rapporto che il gruppo aveva
instaurato con i diversi partiti: tali rapporti vedevano esclusi il
PRI (salvo relazioni marginali) e, in modo totale, il solo PLI.
* * *
Non vi sono, ad oggi, elementi per ricostruire con esatta sicurezza
la parte ancora oscura della vicenda di Licio Gelli e della P2,
che ha attraversato, in modi diversi e in forme mutevoli, dieci anni
di vita italiana.
Vi sono però elementi che convincono che la P2 non è
solo nella ricostruzione proposta dalla relazione Anselmi e che indicano
le strade che potevano essere seguite per far più luce sulle
connivenze e sulle coperture che hanno consentito alla Loggia tanto
potere e che del potere della Loggia si sono serviti.

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Lago Bernardo (Grosseto 1642)

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Archivio di Stato di Siena. Quattro Conservatori 1723. “Accesso d’Istia per la terminazione de beni con la comunità e spedale di detto luogo fatto dal Sig. Francesco del già Sig. Grancesco Piccolomini”. Anno 1642
«Lago Bennardo. Gode ancora il Vescovado un laghetto chiamato il Lago Bennardo quale confina con la corte di Grosseto, et con la corte d’Istia si ci pigliano delle tinche, et de lucci al tempo della quadragesima, et qualche anguilla, et scarpita. Non si cava anco da questi intrata alcuna solamente da tanto pesce che basta alla casa la Quaresima».

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Chi percorre la strada statale Aurelia nel nuovo tratto a 4 corsie verso Livorno, proprio di fronte all’uscita Grosseto est, noterà, sulla sua destra, una conca naturale che si allunga verso Istia d’Ombrone;questo è ciò che resta di un piccolo specchio d’acqua che si trovava fra la stessa Istia e Grosseto, poco a nord di Sterpeto, completamente prosciugato con i lavori di bonifica del secolo XX.L’evidente depressione del suolo è appunto la traccia rimasta del suo alveo, di forma circolare, dal quale nasceva il fosso Molla,che si dirigeva poi verso il Lago di Castiglioni.Era il Lago Bernardo, per quanto documentato solo dal secolo XII.
Nel 1642, il Lago Bernardo era in grado di fornire soltanto una modesta quantità di pesce e ciò testimonia lo stato di degrado cui era giunto rispetto alla sua originaria caratteristica di lago -seppur piccolo – pescosissimo. Tale infatti lo definisce ancora un documento del 1468, che, chiamandolo «Lago d’Istia», lo annovera fra i luoghi ove la repubblica di Siena avrebbe potuto approvvigionarsi convenientemente di pesce. Alla caratteristica della pescosità delle sue acque accenna anche il più antico documento pervenutoci che si riferisca al sito, il privilegio di papa Clemente III del 1188, che riconosce l’appartenenza del lago alla chiesa grossetana. La sponda meridionale del lago fa parte della linea di confine fra i territori di Istia e di Grosseto descritta da una carta del 1262.
Le condizioni ambientali che lo consentono, però, vengono radicalmente mutate a causa della mancata cura dell’alveo del lago – come testimonia anche la sua diminuita pescosità documentata nel 1642 – e del suo emissario, il fosso Molla, che anzi divengono fra i principali fattori determinanti il generale degrado del sistema idraulico della pianura grossetana. Ne è testimone Leonardo Ximenes, che progettò e realizzò lavori per il prosciugamento del lago ed il recupero alle colture agricole delle terre circostanti.Il lago Bernardo non era l’unico della zona,infatti numerosi specchi d’acqua erano presenti fra Roselle ed Istia e questo spiega il nome della strada che unisce le due frazioni di Grosseto.”Strada dei Laghi” altrimenti senza senso alcuno.

lago
Archivio di Stato di Firenze, Mediceo, f. 2029, c. 706. Disegno raffigurante Grosseto e l’area limitrofa fino al Lago del Vescovo (il Lago Bernardo) allegato a: “Relazioni e notizie di lavori di bonifica fatti nella pianura di Grosseto, negli anni 1689-1707”, senza firma.
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Il Codex Seraphinianus

Il Codex Seraphinianus è un libro scritto da Luigi Serafini tra il 1976 e il ’78.La strana enciclopedia è caratterizzata da una grafia sconosciuta e da oltre mille disegni che risultano un rompicapo senza nessun senso logico.Questa opera,perchè di opera si tratta,è assolutamente affascinante e ricorda,in qualche modo,il “Manoscritto Voynich”,in special modo nella sua costruzione surreale.Ognuno di noi è padrone di dare qualunque significato al  Codice,mero esercizio fanta/letterario oppure ispirazioine di carattere esoterico,resta il fatto,però,che Luigi Serafini ha riportato su carta sogni provenienti da un’altra dimensione.Potrete vedere con i vostri occhi le spiazzanti immagini del volume in questione cliccando sul seguente link:  CodexSeraphinianus

 

 

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Analisi del 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 21.000 volte in 2014. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 8 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Questione Israelo/Palestinese

Passaparola: Israele Palestina, nessun vincitore – di Manlio Di Stefano

«Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, alla stessa famiglia, che è la famiglia umana.» Vittorio Arrigoni

“Comprendere a fondo il conflitto israelo-palestinese significa spingersi indietro fino al 1880 circa quando, nell’Europa centrale e orientale, si espandevano le radici del sionismo. Il sionismo, movimento di risveglio nazionale ideato da Theodor Herzl, si spinse dopo la sua morte fino a ritenere che la Palestina non fosse più un luogo di semplice pellegrinaggio, ma una terra occupata da stranieri che doveva essere liberata e popolata da ebrei, superando le origini stesse della religione ebraica, che prevedono l’attesa della venuta del Messia prima di poter tornare in Palestina. La Palestina quindi non è mai stata intesa come un futuro stato laico. Questa breve introduzione è fondamentale per comprendere l’ostracismo a soluzioni di pacifica convivenza che alle comunità internazionali appaiono di buon senso ma che, nella pratica, non sono mai state ricercate. Un po’ di storia

1882 – le prime colonie: sulla spinta della nascente ideologia sionista si insediano le prime colonie di ebrei in Palestina;

1918 – occupazione britannica: la Palestina diventa una colonia inglese, i sionisti rappresentano non più del 5% della popolazione del Paese;

1948 – nascita dello Stato d’Israele: con la fine del mandato britannico in Palestina, la risoluzione 181 dell’ONU sulla spartizione della stessa e il ritiro delle truppe inglesi scoppia la prima guerra tra la componente ebraica e quella arabo-palestinese supportata da Paesi arabi confinanti. Il neonato esercito israeliano (Tzahal) ha la meglio e le forze arabe riescono ad occupare solo minime parti della Palestina (la Striscia di Gaza e la Cisgiordania). Alcune organizzazioni paramilitari ebraiche (Haganah, la Banda Stern e l’Irgun) avviano il cosiddetto “Piano Dalet”, che prevede, fra l’altro, la distruzione di villaggi palestinesi e l’espulsione degli abitanti oltre confine, aggressioni che causano la fuga di decine di migliaia di abitanti nei mesi seguenti. Il Regno Unito non sostiene il piano ma non fa nulla per impedirlo. Ricordiamo il massacro di Deir Yassin, del 9 aprile, con la guida del futuro Primo Ministro israeliano Menachem Begin;

1956 – Crisi di Suez: Francia, Regno Unito e Israele tentano l’occupazione militare del canale di Suez ai danni dell’Egitto. La crisi termina quando l’URSS minaccia di intervenire al fianco dell’Egitto e gli Stati Uniti; 1959 – nascita di Al-Fatah: si tratta di un’organizzazione politica e paramilitare palestinese, fondata da Yāser ʿArafāt, storicamente in conflitto con Hamas (organizzazione palestinese, di carattere politico, paramilitare e terrorista secondo l’Unione Europea) per il controllo dei territori palestinesi;

1963 – il Partito Ba’ath va al potere in Iraq e in Siria: tra gli obiettivi principali del Ba’ath c’è il sostegno della causa palestinese; 1964 – nascita dell’OLP: l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina è un’organizzazione politica e paramilitare, considerata dalla Lega araba la legittima “rappresentante del popolo palestinese”. Il suo primo obiettivo è la “liberazione della Palestina” attraverso la lotta armata;

1967 – Guerra dei Sei giorni: è il conflitto combattuto tra Israele ed Egitto, Siria e Giordania. Rappresenta il punto di non ritorno. L’inizio di tutti i problemi attuali. Il “Settembre nero”. E’ l’inizio della vera occupazione da parte di Israele: la Siria perde le alture del Golan, l’Egitto la Striscia di Gaza, che occupava dal 1948, e la penisola del Sinai fino al canale di Suez, la Giordania la Cisgiordania e Gerusalemme Est;

1973 – Guerra del Kippur: il 6 ottobre, giorno dello Yom Kippur (una delle più importanti festività ebraiche) Egitto e Siria attaccano Israele per recuperare i territori perduti 6 anni prima; tuttavia le forze israeliane sconfiggono gli avversari nel giro di tre settimane. Nel 1978, con la mediazione del presidente statunitense Jimmy Carter, si giunge alla firma del trattato di pace di Camp David tra Egitto e Israele il quale prevede la restituzione del Sinai all’Egitto, rafforzando così il controllo israeliano in Cisgiordania. L’accordo firmato con Israele costa all’Egitto l’espulsione dalla Lega araba;

1987 – 1991 – Prima Intifada: segna la prima rivolta popolare palestinese contro l’occupazione israeliana. Porta a un numero stimato di 1100 palestinesi uccisi da soldati israeliani e coloni. I palestinesi a loro volta uccidono circa 160 israeliani e altri 1000 palestinesi accusati di collaborazionismo;

1993 – Accordi di Oslo: siglati da Yāser ʿArafāt, per conto dell’OLP, e Shimon Peres, per conto dello Stato d’Israele, sono tuttora ritenuti centrali per la risoluzione del conflitto poiché sanciscono princìpi cardine come il mutuo riconoscimento e il ritiro delle forze israeliane da alcune aree della Striscia di Gaza e della Cisgiordania; inoltre affermano il diritto palestinese all’autogoverno attraverso la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese;

2000 – 2005 – Seconda Intifada: è la seconda rivolta palestinese. Stando alla versione araba è esplosa il 28 settembre, per colpa della visita, ritenuta provocatoria, dell’allora capo del partito Likud Ariel Sharon al Monte del Tempio, luogo sacro per musulmani ed ebrei situato nella Città Vecchia. L’Intifada avvia una successione di fatti violenti che proseguono per anni, assumendo i caratteri di una guerra d’attrito;

2004 – Concetto di “Territorio occupato”: la Corte Internazionale di Giustizia definisce “occupati da Israele” i territori palestinesi conquistati (compresa Gerusalemme est) a seguito della Guerra dei Sei Giorni. Nel febbraio 2011 le Nazioni Unite promuovono una risoluzione di condanna degli insediamenti israeliani appoggiata da 122 nazioni, tra cui l’Italia;

2006 – Hamas vince le elezioni nella Striscia di Gaza: considerata un’organizzazione terroristica, la sua vittoria elettorale causa il blocco dei finanziamenti al governo palestinese da parte della Comunità Europea e altre istituzioni occidentali ed arabe. Ciò contribuisce a far esplodere un grave scontro politico, e talvolta armato, tra Hamas e Al-Fataḥ;

2009 – Operazione “Piombo Fuso”: definita nel mondo arabo come il “massacro di Gaza”, l’operazione israeliana ha lo scopo di indebolire Hamas. Alla fine si contano 13 vittime israeliane e circa 1300 palestinesi;

2012 – la Palestina è riconosciuta “Stato non membro Osservatore Permanente” presso l’Assemblea delle Nazioni Unite: la risoluzione ONU, approvata con 138 voti favorevoli, 9 contrari e 41 astensioni, sancisce l’ingresso della Palestina nelle Nazioni Unite.

I giorni nostri Torniamo ai giorni nostri, a sessantasei anni da quella che è definita da Israele «Guerra d’indipendenza» e dagli arabi al-nakba, ossia «la catastrofe»: la situazione è sostanzialmente immutata in termini di tensione politica ma drammaticamente stravolta in termini territoriali. Israele ha, infatti, occupato con insediamenti illegali di coloni, gran parte dei territori palestinesi, ha costruito un muro di divisione (dichiarato illegittimo dalla Corte internazionale di Giustizia dell’ONU) che costringe, opprime e riduce enormi aree arabe abitate, tutto ciò nonostante gli accordi di Oslo vadano proprio in direzione opposta. Svariate associazioni si sono espresse sulle condizioni di vita nelle terre occupate; Human Rights Watch analizza nel dettaglio le operazioni israeliane di arresti arbitrari e di massa, le detenzioni ingiustificate, l’uso illegittimo della forza, la distruzione ingiustificata di proprietà privata, la demolizione delle case delle famiglie dei sospetti responsabili e altri membri di Hamas, gli attacchi contro abitazioni private e uffici dei media, nonché il ricorso sproporzionato alla forza letale. L’organizzazione Pax Christi Italia denuncia uccisioni arbitrarie, perquisizioni notturne, danni a centri medici e commerciali, tagli dell’elettricità e delle linee telefoniche e mette in dubbio che lo scopo di tutto ciò sia “colpire indiscriminatamente la popolazione sotto occupazione e renderne impossibile la vita quotidiana al fine di continuare impunemente l’opera di pulizia etnica del territorio palestinese”. Defence for Children International segnala “allarmanti e sistematiche violenze sui bambini palestinesi da parte dei coloni”. Il giornalista israeliano Gideon Levy sostiene che “Israele non ha mai, neppure per un minuto, trattato i palestinesi come esseri umani con pari diritti. Non ha mai visto la loro sofferenza come una comprensibile sofferenza umana e nazionale. Il dato di fatto più evidente del rifiuto della pace da parte di Israele è, ovviamente, il progetto di colonizzazione”. E’ in questo contesto che, con l’intento di acquisire maggior peso negoziale nell’ennesima trattativa di pace in corso tra le due parti, il 2 giugno 2014 nasce il governo di unità nazionale palestinese. Questo storico accordo tra Al-Fatah e Hamas segna una svolta storica per un governo tecnico d’intesa sotto la benedizione del presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas. Il solo annuncio dell’accordo, però, scatena la reazione di Israele che, per bocca del suo primo ministro Benjamin Netanyahu fa sapere di non tollerare la presenza di Hamas al tavolo delle trattative data la sua natura anti israeliana. L’ANP, infatti, dal ‘94 detiene il controllo di parte della Cisgiordania collaborando con Israele. L’intento del nuovo governo è chiaro dalle parole del presidente Abbas “la visione della pace da parte della Palestina è chiara ed è fermamente basata nei principi del diritto internazionale […] Di conseguenza la sovranità dello Stato palestinese e di Israele, come definito dai confini del 1967, deve essere rispettata.” Sostanzialmente, fino a quel momento, Israele ha trattato esclusivamente con l’ANP in Cisgiordania e ha considerato Hamas il nemico da cancellare nella Striscia di Gaza, oggi non ha più questa certezza. Questo passaggio segna probabilmente l’inizio del tracollo cui stiamo assistendo ma, la scintilla che dà il via al fuoco armato, è il ritrovamento dei cadaveri dei tre ragazzi israeliani rapiti il 12 giugno in Cisgiordania, la cui uccisione è addossata a Hamas da Benyamin Netanyahu, con un «la pagherà», nonostante la smentita unanime e la netta presa di posizione del presidente palestinese Mahmoud Abbas. Da quel momento in avanti assistiamo a vendette come l’orrendo omicidio del diciassettenne palestinese Mohammed Abu Khdeir e i razzi di Hamas sul confine di Gaza ma, soprattutto, assistiamo a punizioni collettive da parte dell’esercito israeliano su tutta la Cisgiordania prima e Gaza poi. Tra le dichiarazioni più indicative che ho trovato, vi riporto quella di Miko Peled, attivista israeliano e figlio di un ex-generale poi convertitosi a sua volta in attivista per i diritti dei palestinesi: “ciò che sta accadendo (di nuovo) in questi giorni è una diretta conseguenza del criminale blocco imposto da molti anni su Gaza da Israele, in violazione del diritto internazionale e dei diritti umani fondamentali della popolazione civile”. Le violazioni del diritto La violazione dei diritti, umani e internazionali, è la chiave di lettura più indicativa di tutta la storia israelo-palestinese. Potrà sembrare un ragionamento cinico ma, se si trattasse di una “semplice” guerra di attrito tra due Paesi confinanti, come le tante che purtroppo vediamo anche in Europa in questi giorni, non potremmo non considerare il principio di autodeterminazione dei popoli e quindi ignorare ogni stimolo interventista o di pressione internazionale. La questione israelo-palestinese, invece, ha una fortissima connotazione di violazione dei diritti. Dal lato palestinese Hamas si è strutturata come gruppo paramilitare e rappresenta una continua minaccia militare e terroristica, a causa del lancio di razzi, specialmente per i territori limitrofi alla Striscia di Gaza. E’ da condannare inoltre il ricorso alla pratica degli scudi umani e della detenzione arbitraria e tortura degli oppositori politici. Israele dal canto suo ha subìto oltre 80 risoluzioni dell’ONU per la violazione dei diritti umani dei palestinesi e internazionali sulla gestione dei territori occupati. In particolare, l’Alto Commissario dei diritti umani dell’ONU, Navanethem Pillay denuncia le gravi violazioni di diritti umani contro i palestinesi nei territori occupati, la continua attività d’insediamento illegale, in violazione della legge internazionale, e la pratica della detenzione amministrativa. Tutte queste violazioni, non configurandosi come provvisorie, bensì incastonate in un progetto a lungo periodo, dovrebbero suscitare una dura condanna a livello internazionale e forse, il nuovo assetto politico dell’area mediorientale potrebbe influire in tal senso. I nuovi scenari geopolitici Rispetto al passato questa nuova escalation di violenza ha una connotazione totalmente differente perché legata a nuovi scenari geopolitici. Non può passare inosservata la presa di posizione di Obama che ha esortato alla tregua e all’interruzione dei bombardamenti senza minacciare alcun intervento esterno, come avrebbe fatto in passato. L’area mediorientale è totalmente mutata nell’ultimo decennio. L’avanzata dell’ISIS in Iraq (con cellule in tutto il mondo islamico) e l’instabilità siriana hanno creato un’anomala dipendenza degli Stati Uniti dall’Iran rompendo la storica conflittualità con l’ “asse del male” e imponendo agli USA un’inusuale immobilismo. D’altro canto il peso crescente della Russia su tutta l’aerea orientale del globo, manifestatosi chiaramente in Siria e Ucraina, ha messo nuovamente in moto meccanismi di controllo territoriale da guerra fredda spingendo Israele a cercare nuovi possibili alleati. E’ qui che entra in gioco l’Egitto. Fino al 2013, infatti, sotto il governo dei Fratelli Musulmani di Muḥammad Mursī ʿĪsā al-ʿAyyāṭ, la Palestina ha potuto usufruire della Porta di Rafah, al confine con l’Egitto, per rifornirsi di beni di prima necessità, aiuti umanitari e, purtroppo, anche armi per Hamas. Con la caduta del governo egiziano, l’instaurazione della dittatura militare di ʿAbd al-Fattāḥ Khalīl al-Sīsī e la persecuzione dei Fratelli Musulmani invece, anche quell’accesso è stato sbarrato creando, da una parte, l’indebolimento della guida politica di Hamas con la conseguente perdita di controllo sui militanti più propensi alla guerriglia (così si spiega l’incessante lancio di razzi verso Israele nonostante la netta inferiorità militare) e, dall’altra, una nuova opportunità per Israele. Un’eventuale alleanza con l’Egitto permetterebbe, infatti, di svuotare del tutto il peso militare di Hamas nella Striscia di Gaza e puntare, un domani, alla riannessione dell’area all’Egitto. Quest’affermazione può sembrare fuori dalla logica sionista ma non lo è. Il principale problema oggi in Israele è la questione demografica, nonostante i piani di sostegno alle famiglie con più figli, il numero totale di arabi palestinesi è costantemente in ascesa. Si stimano, infatti, circa sei milioni di ebrei in Israele contro i tre milioni e mezzo di arabi in Cisgiordania e i quasi due milioni nella Striscia di Gaza (tra le aree con la maggiore densità di popolazione al mondo). Un’annessione “pacifica” delle due aree nello Stato d’Israele renderebbe troppo minacciosa la presenza araba sull’intera zona allontanandosi, tra l’altro, dall’idea originaria di sionismo che non prevede uno stato laico. A fronte di questa considerazione e del diffondersi degli insediamenti illegali nei territori cisgiordani, è presumibile che il piano di Israele preveda l’annessione esclusivamente di quest’ultima area data la sua estensione che permetterebbe una migliore distribuzione araba sul territorio. Una cosa è certa, il piano di Israele è lungi dall’interrompersi. Il ruolo dell’Europa e la “rule-bound cooperation” In tutto ciò, cosa fa l’Europa? Non è semplice persino immaginare l’immenso potere che l’Unione Europea ha, o potrebbe avere, in questo scenario. Lo strettissimo legame tra Israele e l’UE, infatti, nasce con gli Accordi Euromediterranei di Associazione del 1998. Gli stessi definiscono la libera circolazione delle merci tra l’UE e i paesi del Mediterraneo attraverso la progressiva eliminazione dei dazi doganali e il divieto delle restrizioni quantitative all’esportazione e all’importazione tra le parti contraenti. Per anni si è commesso l’errore di separare l’azione economica con Israele da quella diplomatica sulla risoluzione del conflitto: questo non ha fatto altro che permettere a Israele di ignorare le raccomandazioni politiche e continuare a rafforzarsi economicamente e nel posizionamento strategico internazionale. Negli ultimi anni, però, stiamo assistendo a un graduale quanto inarrestabile cambio di strategia. Nel 2013, per la prima volta, l’Unione Europea ha pubblicato delle linee guida che sanciscono che «tutti gli accordi tra lo Stato di Israele e l’Unione Europea devono inequivocabilmente e esplicitamente segnalare la loro inapplicabilità ai territori occupati da Israele nel 1967, e cioè Alture del Golan, Cisgiordania inclusa Gerusalemme est e striscia di Gaza.». Le linee guida sono basate su una decisione adottata dal Consiglio europeo nel 2012 e precedenti dichiarazioni UE, dove si riafferma che le colonie israeliane sono illegali secondo il diritto internazionale. Conseguentemente gran parte dei paesi europei sta adattando la legislazione interna inserendo il concetto di “rule-bound cooperation” che prevede il legame inestricabile tra una qualsiasi forma di cooperazione (economica o meno) e il rispetto di alcune specifiche norme. Dispiace in tal senso costatare il ritardo di Italia e Spagna. Per la prima volta i Paesi europei hanno lanciato un messaggio forte e chiaro: o Israele rispetta le regole del ’67 o non fa affari con noi. Il peso di questa strategia è evidente, anziché sbattere la porta in faccia all’Europa, Israele ha firmato gli accordi prendendo coscienza della sua dipendenza dagli aiuti del vecchio continente. I passi successivi, in termini europei, potrebbero essere: – Emanare nuove linee guida sull’etichettatura dei prodotti israeliani per garantire ai cittadini europei di poter scegliere consapevolmente un prodotto proveniente da una colonia illegale (come promesso dalla Ashton e bloccato, ad oggi, dal solito ricatto del “minano il processo di pace”); – Notificare, a tutti gli operatori industriali, il rischio di sanzioni conseguenti ad accordi commerciali con aziende che operano nelle colonie; – Rivedere gli accordi del ’98 sul dazio, eliminando i benefici per i prodotti provenienti dalle colonie; – Favorire il meccanismo di controllo sui prodotti israeliani, basato sul CAP, da parte delle autorità doganali; – Pretendere il risarcimento in caso di distruzione o sequestro di aiuti umanitari, in particolare nelle aree C (ovvero quelle a pieno controllo israeliano); – Avviare una riflessione sul diritto di veto all’interno delle Nazioni Unite che ha permesso a Israele di ignorare, senza sanzioni, le oltre 80 risoluzioni emanate contro il suo operato in termini di rispetto di diritti umani. Lo stesso trattamento, infatti, non si è tenuto con l’Iraq che, con “appena” 16 risoluzioni, è sotto sanzione dal 1990. Questa strada, a nostro avviso, segna l’unica possibilità per rafforzare il rispetto del diritto internazionale. Il ruolo dell’Italia L’Italia ha la possibilità di influire pesantemente nel processo di pace, sia con una chiara presa di posizione nel rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, sia in termini europei. Per quanto riguarda il primo, occorre subito chiarire che la storica amicizia tra Italia e Israele non può prescindere dalla legalità delle azioni di quest’ultimo. E’ necessario adeguare immediatamente la legge nazionale alle nuove linee guida europee e andare oltre interrompendo gli accordi militari tra i due Paesi (473 milioni di euro di esportazioni autorizzate solo nel 2013), come sancito dalla legge italiana 185/90 che vieta la vendita di armi a Paesi in conflitto o che violino i diritti umani. Per quanto riguarda il ruolo europeo, non possiamo sottovalutare l’enorme possibilità di indirizzare la realizzazione di quanto elencato in precedenza durante il semestre di presidenza italiano. Il futuro La situazione reale della distribuzione geografica e demografica del popolo israeliano e palestinese, nonché l’assenza di una reale volontà di giungere alla soluzione dei due stati porta a ritenere assolutamente limitante insistere sul rispetto degli accordi di Oslo. Nonostante la comunità internazionale sia ancora orientata in quella direzione, è sempre più grande il “think-tank” di personaggi, più o meno illustri, che tende alla soluzione dell’unico stato laico. Purtroppo questa soluzione, che prevederebbe la convivenza dei due popoli, non va di pari passo col pensiero della nuova presidenza israeliana in mano a Reuven Rivlin che, a differenza del suo predecessore Shimon Peres, è più incline alla soluzione dello Stato Unico ma con la cosiddetta “opzione giordana”, ovvero, con la totale espulsione degli arabi dalla Palestina verso la Giordania. Insomma, siamo ancora molto lontani dalla soluzione del conflitto, ma intanto possiamo fare la nostra parte in termini di pressione internazionale affinché cresca di giorno in giorno la consapevolezza che il rispetto dei diritti umani e delle leggi internazionali da parte di Israele è un dovere, con l’auspicabile conseguenza dell’interruzione di ogni azione militare da parte di Hamas.” Manlio Di Stefano – portavoce M5S alla Camera dei Deputati

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ITALIA: CATASTROFE NUCLEARE INSABBIATA DALLO STATO E POPOLAZIONE PREDA DEL CANCRO

Italia, centrale nucleare del Garigliano (foto Gianni Lannes)

– di Gianni Lannes –
Quasi nessuno immagina che nel Golfo di Gaeta siano stati scaricati dalla centrale nucleare del Garigliano addirittura radionuclidi artificiali come il Plutonio 239, il Cesio 137 e il Cobalto 60. Le prove dell’ecatombe sono racchiuse in alcuni studi scientifici, come la ricerca di A. Brondi, O. Ferretti, e C. Papucci dal titolo“Influenza dei Fattori Geomorfologici sulla distribuzione dei Radionuclidi. Un esempio: dal M. Circeo al Volturno” (Atti del Convegno italo-francese di radioprotezione. Firenze, 30 Maggio – 1 Giugno 1983), e quella di R. Delfanti e C. Papucci “Distribuzione del 239 Pu, 240Pu e del 137Cs nei sedimenti del Golfo di Gaeta: osservazioni sui meccanismi di accumulo e sulle velocità di sedimentazione”(ENEA – Pas). Sull’aumento della radioattività nei sedimenti marini del golfo di Gaeta ha scritto il 4 agosto 1984 anche l’Istituto Superiore di Sanità, ma senza adottare alcun provvedimento per tutelare l’ignara popolazione:
«Per una serie di ragioni descritte in notevole dettaglio nella letteratura tecnica, si sono prodotti fenomeni di accumulo del Cobalto e del Cesio, scaricati nel fiume Garigliano, all’interno del golfo di Gaeta. Ciò è indubbiamente legato all’insediamento della centrale».

 

Nel primo documento ritroviamo la citazione relativa all’inquinamento da Cesio 137, «le attività del Cesio137, nei primi due centimetri dei fondali antistanti il golfo di Gaeta, nelle aree di maggiore concentrazione, corrispondono a 7millicurie/kmq (259MBq/kmq)».
Nel secondo rapporto si commenta l’inquinamento da plutonio: «Nella figura allegata sono riportati gli inventari del 239, 240 Pu nei sedimenti, che decrescono all’aumentare della batimetrica (…). Inventari particolarmente elevati (da 2 a 4 volte le deposizioni da fallout, pari a 81 Bq/mq a queste latitudini), sono stati rilevati nell’area fra le batimetriche di 30 e 50m».

Prima o poi bisognerà farci i conti seriamente con questo disastro in atto, provocato dall’Enel e tollerato dai governi italiani. Bentornati alla centrale nucleare del Garigliano in riva al Tirreno. Un impianto di proprietà, appunto dell’Enel, posizionato fra Napoli e Roma, e non ancora bonificato, 36 anni dopo la disattivazione del reattore. Tranquilli, i danni ambientali e sanitari sono andati già in onda, provocando malattie, malformazioni, mutazioni genetiche e morte. Alcuni studi scientifici del Cnen e dell’Enea hanno certificato un inquinamento radioattivo già a partire dagli anni ’70, vale a dire 16 anni prima del disastro di Chernobyl, con cui gli scienziati italidioti di regime giustificano tutto, ma proprio tutte le nefandezze statali.
Ecco cosa attestano gli atti di un convegno italo-francese datato 1983, sotto l’egida dell’Enea:
«Dal maggio 1980 al giugno 1982 sono state condotte quattro campagne radioecologiche nell’area antistante la foce del fiume Garigliano, sul quale a circa 10 km dalla foce è situata una centrale elettronucleare da 160 MWe, in esercizio dal 1964 al 1978… Sono stati prelevati 160 campioni di sedimenti superficiali, benthos, pesci e cefalopodi, alghe, macrofite fluviali e fanerogame marine… I radionuclidi artificiali gammaemettitori sistematicamente rilevabili nell’ambiente marino sono il Cesio 137 e il Cobalto 60… scarichi dovuti all’esercizio dell’impianto nucleare… Nell’ambiente marino considerato la radioattività ambientale artificiale direttamente correlabile all’esercizio dell’impianto elettronucleare è distribuita su un’area marina di almeno 1.700 chilometri quadrati…».

Vale a dire, se la geografia non è una mera opinione, dal promontorio del Circeo all’Isola di Ischia.

Mezzo secolo di inquinamento ancora in atto che danni ha provocato all’ecosistema marino, al territorio, alla numerosa popolazione locale, e a chi ha soggiornato in loco ignaro dei pericoli? Dunque crimini forse ben peggiori – se così si può dire – di quelli commessi dalla camorra in affari con apparati segreti dello Stato.

In una ricerca effettuata per la Cee di Delfanti e  Papucci (“Il comportamento dei transuranici nell’ambiente marino costiero”) viene tracciata una mappa della contaminazione da plutonio nel golfo di Gaeta da 2 a 4 volte la deposizione da fall-out.  Il plutonio non esiste in natura: è una sostanza altamente tossica dal punto di vista chimico, è pericolosamente radiotossica e di elevata rilevanza strategico-militare. La radioattività del plutonio si dimezza dopo 24 mila anni ed esso rimane pericoloso per oltre 400 mila anni. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità. “0,25 milionesimi di grammo sono il massimo carico ammissibile di plutonio in tutta la vita per un lavoratore professionalmente esposto”. Bastano infatti pochi microgrammi di plutonio immersi nel condizionamento di un grattacielo per condannare alla morte rapida tutti coloro che si trovano al suo interno».

mappa tratta da: R. Delfanti, C. Papucci, Distribuzione di 239pu, 240pu e 137cs nei sedimenti del golfo di Gaeta:
Osservazioni sui meccanismi di accumulo e sulle velocità di Sedimentazione

Quale limite se non di natura biologica? Gianni Mattioli, docente di Fisica alla Sapienza non ha dubbi:

«Il danno sanitario da radiazioni è un danno senza soglia. Dosi anche infinitesimali di radioattività innescano processi di mutagenesi e patologie tumorali tant’è che la definizione di dose massima ammissibile fornita dalla Commissione internazionale per la radioprotezione, invece di essere “quella particolare dose al di sotto della quale non esiste rischio”, è invece quella dose cui sono associati effetti somatici, tumori e leucemie, che si considerano accettabili a fronte dei benefici economici associati a tali attività o radiazioni». 
La biologa marina Rachel Carson ha così argomentato nel saggio IL MARE INTORNO A NOI:
«La concentrazione e la distribuzione di radioisotopi ad opera degli organismi marini può forse avere un’importanza ancora maggiore dal punto di vista del rischio umano (…) gli elementi radioattivi depositati nel mare non sono più recuperabili. Gli errori che vengono compiuti ora sono compiuti per sempre».
Riferimenti:
Y. Hatsukawa, Shinohara, N; Hata, K. et al., Thermal neutron cross section and resonance integral of the reaction of135Cs(n,γ)136Cs: Fundamental data for the transmutation of nuclear waste in Journal of Radioanalytical and Nuclear Chemistry, vol. 239, n. 3, 1999, pp. 455–458. DOI:10.1007/BF02349050.
 Shigeo Ohki, Takaki, Naoyuki, Transmutation of Cesium-135 With Fast Reactors in Proc. of The Seventh Information Exchange Meeting on Actinide and Fission Product Partitioning & Transmutation, Cheju, Korea, 2002.
Dennis Normile, “Cooling a Hot Zone,” Science, 339 (1 March 2013) pp. 1028-1029.
 G. Audi, A. H. Wapstra, C. Thibault, J. Blachot and O. Bersillon, The NUBASE evaluation of nuclear and decay properties in Nuclear Physics A, vol. 729, 2003, pp. 3–128. Bibcode:2003NuPhA.729….3A, DOI:10.1016/j.nuclphysa.2003.11.001.
J. R. de Laeter, J. K. Böhlke, P. De Bièvre, H. Hidaka, H. S. Peiser, K. J. R. Rosman and P. D. P. Taylor, Atomic weights of the elements. Review 2000 (IUPAC Technical Report) in Pure and Applied Chemistry, vol. 75, n. 6, 2003, pp. 683–800. DOI:10.1351/pac20037506068.
M. E. Wieser, Atomic weights of the elements 2005 (IUPAC Technical Report) in Pure and Applied Chemistry, vol. 78, n. 11, 2006, pp. 2051–2066. DOI:10.1351/pac200678112051.
G. Audi, A. H. Wapstra, C. Thibault, J. Blachot and O. Bersillon, The NUBASE evaluation of nuclear and decay properties in Nuclear Physics A, vol. 729, 2003, pp. 3–128. Bibcode:2003NuPhA.729….3A, DOI:10.1016/j.nuclphysa.2003.11.001.
 N. E. Holden, Table of the Isotopes in D. R. Lide (a cura di), CRC Handbook of Chemistry and Physics, 85th, CRC Press, 2004, Section 11. ISBN 978-0-8493-0485-9.
A. Brondi, O. Ferretti, C. Papucci:“Influenza dei fattori geomorfologici sulla distribuzione dei
radionuclidi. Un esempio: Dal M. Circeo al Volturno”. Atti convegno italo-francese. Firenze 30 Maggio-1
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Dipartimento di Epidemiologia del SSR del Lazio, ARPA Lazio et altri: “Valutazione Epidemiologica
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S. Buso, F. Panozzo, I. Sperduti, P. Giorgi Rossi, P. Pezzotti, L. Buzzoni, L. Macci, C. Curatella, E.
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Alfredo Petteruti: “La Mostruosità Nucleare. Indagine sulla Centrale del Garigliano”. La Poligrafica –
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A. Petraglia, C. Sabbarese, F. Terrasi, L. Visciano: “L’Indagine Ambientale Straordinaria del 2002”
Prima Campagna straordinaria 2002, Convenzione DSA-SUN e SOGIN.
F. Terrasi, C. Sabbarese, A. D’Onofrio, A. Petraglia, M. De Cesare, F. Quinto: “Seconda Campagna
straordinaria “Misure di radioattività ambientale nei dintorni della centrale nucleare del Garigliano”.
Campagna straordinaria 2008 – 2009 Convenzione DSA-SUN e SOGIN.
A. Bruschi, O. Lavarello, C. Papucci, G. Raso, M. Riccomini, S. Sgorbini, G. Zurlini: “Distribuzione dei
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C. Papucci, O. Lavarello: “Un esempio di analisi ecologica del sistema marino-costiero da Capo Circeo
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B. Anselmi, O. Ferretti, C. Papucci: “Studio preliminare dei sedimenti della piattaforma costiera nella
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Sediments of the Ligurian Sea near
Fonte: Su La Testa
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Centrale di Trino e stoccaggio rifiuti radioattivi

Ho voluto riportare tre punti di vista in merito alla situazione della dismessa centrale nucleare di Trino Vercellese e,ancora più importante,le soluzioni per lo stoccaggio e la scelta dei siti.Con il comunicato della Sogin,rassicurante e professionalmente didascalico, ci sono i due articoli,l’uno di Cronacalive e l’altro de Linkiesta,decisamente più allarmanti e non animati da spirito aziendalista.Come si legge nel comunicato ISPRA a piè di pagina,nel settembre 2013 ancora si cerca “un confronto tecnico con le autorità di sicurezza nucleare di Paesi che hanno già realizzato o stanno esercendo strutture analoghe“.Chi ne avesse voglia,può leggere i risultati della commissione di inchiesta parlamentare riguardanti i depositi nazionali, anch’essi a fine pagina.

trino

SOGIN:Centrale di Trino Vercelli.Bonifica ambientale della centrale
Nel 1999 sono stati smantellati i trasformatori che collegavano la centrale alla rete elettrica.
Nel 2002 sono state demolite le torri di raffreddamento ausiliarie.
Nel 2003 è stata effettuata la decontaminazione dei generatori di vapore.
Nel corso degli anni 2003 e 2004 sono stati demoliti gli edifici che ospitavano i generatori diesel d’emergenza e gli spogliatoi del personale.
Nel 2006 è terminata la rimozione della traversa sul Po, necessaria a garantire l’approvvigionamento idrico durante l’esercizio dell’impianto
Nel 2007 è stato completato lo smontaggio dei componenti dell’edificio turbina.
Nel gennaio 2009 è stato pubblicato il decreto di compatibilità ambientale (VIA) per “l’attività di decommissioning
– disattivazione accelerata per il rilascio incondizionato del sito”.
Nel 2009 si sono concluse le attività di adeguamento del sistema di ventilazione dell’edificio reattore e dell’impianto elettrico dell’edificio turbina e le opere di realizzazione della stazione rilascio materiali.
Sono terminati i lavori di rimozione dei componenti e dei sistemi ausiliari non contaminati della zona controllata.
Il 2 agosto 2012 è stato ottenuto il decreto di disattivazione per la centrale, che consente di avviare le attività per la bonifica completa del sito con lo smantellamento e la decontaminazione dell’isola nucleare.
Sogin ha emesso il bando di gara per la progettazione esecutiva e l’esecuzione dei lavori di smantellamento del circuito primario e dei sistemi ausiliari dell’edificio reattore, escluso vessel e internals, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 4 agosto 2012.
Sono in corso le operazioni di rimozione dei componenti contaminati all’interno dei locali del Radiaste. E’ stato ottenuto il nulla osta all’esercizio della ventilazione.
Il sito, libero da vincoli radiologici, sarà restituito al territorio per il suo riutilizzo nel 2024.
Gestione e messa in sicurezza dei rifiutiE’ stata completata la progettazione dell’impianto per il trattamento delle resine della centrale, sviluppato con una tecnologia innovativa, che applica il processo di ossidazione a umido (Wet Oxidation) al trattamento dei
rifiuti organici radioattivi prodotti da centrali e impianti nucleari, al fine di ridurne il volume e garantirne la sicurezza nel lungo termine.
La centrale è dotata di depositi per i residui prodotti dall’esercizio dell’impianto e per quelli derivanti dalle operazioni di bonifica ambientale.
Sono terminate, con un anticipo di tre anni, le attività di supercompattazione di oltre 1000 fusti radioattivi, riducendo il loro numero di circa di 5 volte, che consentono di non dover costruire nuovi depositi temporanei sul sito.
Gestione del combustibile
Nella centrale sono stoccate circa 15 tonnellate di combustibile irraggiato.
Ambiente
A garanzia della sostenibilità ambientale, tutti gli interventi sono progettati, realizzati e monitorati in modo da
non produrre alcun impatto, sia radiologico sia convenzionale, sull’ambiente.
Sogin gestisce un’articolata rete di sorveglianza ambientale e monitora, con controlli continui e programmati, la qualità dell’aria, del terreno (risaie e sedimenti fluviali), delle acque di falda e del Po, nonché del pesce di fiume e dei principali prodotti agro-alimentari del territorio: riso, mais, insalata, spinaci, cavoli e foraggio. Tutte le reti di sorveglianza ambientale sono state istituite al momento della costruzione degli impianti nucleari.
Ogni anno, Sogin effettua sistematicamente centinaia di misure sulle matrici alimentari e ambientali che compongono la rete in collaborazione con l’ARPA Piemonte. Da sempre, i risultati delle analisi e i valori delle formule di scarico confermano impatti ambientali radiologicamente irrilevanti. I risultati dei monitoraggi sono inviati all’Ispra, l’Autorità di sicurezza nazionale sul nucleare, e resi pubblici, anche attraverso il nostro bilancio
di sostenibilità.
Storia della centrale
La centrale nucleare “Enrico Fermi” di Trino è stata costruita da un consorzio di imprese guidate da Edison e ha rappresentato la prima iniziativa industriale italiana nel settore nucleare. La sua costruzione è iniziata nel 1961.
Dopo appena tre anni, nell’ottobre 1964, la centrale ha cominciato la produzione di energia elettrica.
L’impianto, di tipo PWR, Pressurized Water Reactor, aveva una potenza di produzione elettrica di 270 MWe.
Nel 1966 la proprietà della centrale è passata a Enel e nel 1987, all’indomani del referendum sul nucleare, la centrale è stata fermata.
Nel 1990 l’impianto è stato definitivamente disattivato. Da allora, è stato garantito il mantenimento in sicurezza delle strutture e degli impianti a tutela della popolazione e dell’ambiente.
La centrale, con il migliore standard di rendimento fra quelle italiane, ha complessivamente prodotto 26 miliardi di kWh di energia elettrica.
Nel 1999 Sogin è divenuta proprietà della centrale con l’obiettivo di realizzare la bonifica ambientale del sito.
La centrale di Trino è stata la prima delle quattro centrali nucleari italiane ad ottenere nel 2012 il decreto di disattivazione, approvato dal Ministero dello Sviluppo Economico su parere dell’Autorità di sicurezza nucleare (Ispra) e delle altre Istituzioni competenti.

http://www.sogin.it/it/chi-siamo/bonifica-ambientale-degli-impianti-nucleari/dove-siamo/centrale-di-trino-vercelli.html

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Il nucleare in Italia: la centrale di Trino Vercellese e gli incidenti.
09/06/2011
TRINO / La storia del nucleare in Italia è strettamente legata a quella di Trino. E’ qui che fu costruita a inizio anni ’60 quella che per 2 anni fu la centrale per energia atomica più potente al mondo
In quest’angolo di pianura padana, tra distese d’un verde verdissimo, campi coltivati, vigneti e risaie, si scorgono in lontananza le sagome degli impianti che ospitarono i reattori nucleari.
La storica centrale Enrico Fermi, si trova sulle sponde del Po. I lavori per costruirla iniziarono nel 1961. Durarono solo 3 anni. Poi dopo il referendum dell’87, anche questo impianto venne fermato. Da allora è in corso il cosiddetto decomissioning, il complesso e costosissimo smantellamento della centrale, che si protrarrà almeno per altri 40-50 anni.
Nel 1967 il primo incidente. Si fessurò una guaina d’acciaio di una barra di combustibile. Un incidente non di particolare gravità ma che provocò il blocco dell’impianto per 3 anni. La centrale scaricò trizio radioattivo nelle acque del Po. E non fu l’unica volta. Anche nel 79, l’impianto venne fermato per introdurre una serie di modifiche dopo l’incidente alla centrale nucleare americana di Three Miles Island.
Oggi la centrale nucleare rimane lì in un’area di fatto contaminata, inaccessibile se non dopo numerosi controlli e solo ai lavoratori che partecipano alle operazioni di smantellamento. A poca distanza ci sono alcune abitazioni.
Da tempo ferve un dibattito sull’inquinamento della falda acquifera. Sorprende vedere a poca distanza, solo al di là della strada, campi coltivati.
Ma il nucleare negli anni 70 e inizio 80 andava a gonfie vele. E nel giro di poco arrivò la decisione di costruire una seconda centrale.
Il comune con una giunta di sinistra l’approvò. Ci furono scontri violenti e proteste che non bastarono a fermare
i lavori. Fu scelta una zona più sicura, lontana dal fiume Po. Lo stop e la riconversione dell’impianto a lavori di
fatto già iniziati, costarono almeno 2.000 miliardi delle vecchie lire per i contratti non rispettati. Sarebbe stata la centrale più potente di tutte, anche rispetto a quella di Caorso. Erano previsti 2 reattori.
In questo caso, oggi non c’è il problema delle scorie, che invece continua ad esserci per l’impianto numero 1 di Trino. Gli scarti estremamente radioattivi sono stati portati a Saluggia, ad una trentina di km di distanza. E da qui verranno portati in Francia. 8 viaggi speciali a bordo di treni super scortati sono previsti entro il 2012. Ma le
polemiche si infiammano sia sulla totale mancanza di comunicazione di quando siano effettuati i trasferimenti – la popolazione non viene avvisata – sia sulla pericolosità del sito dove sono stoccate.
La zona è ultrapresidiata. E’ pressoché impossibile avvicinarsi.
Precauzioni efficaci per l’uomo ma non contro il nemico alluvione. Nel 94 e poi nel 2000, i depositi furono in grande parte sommersi. Per un soffio si evitò una catastrofe.
Lasciti a dir poco problematici del nucleare, con le cui insidie qui bisogna ancora oggi fare i conti tutti i giorni. E i cartelli non poi così veritieri comune denuclearizzato sono un lascito che diventa monito per il futuro.
Trino Vercellese sarebbe proprio uno dei primi siti a riaprire in caso di riattivazione delle centrali in Italia.

http://www.cronacalive.it/il-nucleare-in-italia-la-centrale-di-trino-vercellese-e-gli-incidenti/

Nucleare, grandi annunci ma la bonifica è “all’italiana” 17/08/2012

Trino Vercellese è una zattera galleggiante immersa nella pianura padana, appoggiata al Po e al Monferrato. Da oltre mezzo secolo, la sua storia è legata al nucleare, nonostante in 23 anni di attività (1964-1987) la centrale Enrico Fermi abbia prodotto 26 miliardi di kWh di elettricità, allo stato attuale dei consumi in Italia, pari a circa 26 giorni di fabbisogno.
L’impianto compare all’orizzonte percorrendo, in direzione Casale Monferrato, l’ex 31 bis o il ponte sul grande fiume verso la collina: ha una base tozza, una torre affilata e un aspetto ormai antico. Poco più in là, a Leri Cavour, si ergono altre torri, con forme più “americane”, sono quelle della Galileo Ferraris, che doveva essere atomica ma con il referendum del 1987 la sua destinazione fu convertita a gas. A venti chilometri di distanza, troviamo Saluggia, capitale delle scorie (oltre l’80% dei rifiuti radioattivi italiani giacciono a due passi dalla golena della Dora Baltea). Un triangolo che non ha pari nel resto del Paese.
Torniamo alla Fermi. È qui che, in questi giorni, i riflettori sono puntati. Costruita in soli tre anni da un consorzio di imprese guidate da Edison, nell’ottobre del 1964 la centrale incominciò la produzione di energia elettrica.
Passata in mano a Enel nel 1966, la sua attività è stata fermata ventuno anni dopo.
Il 6 agosto scorso, la Sogin (società di Stato incaricata del decommissioning) ha comunicato che il ministero dello Sviluppo economico ha approvato, su parere dell’Autorità di sicurezza nucleare (Ispra), il decreto di disattivazione per la centrale di Trino – prima a ottenerlo tra i quattro impianti italiani (Garigliano, Caorso e
Latina) – che prevede la bonifica completa del sito con lo smantellamento e la decontaminazione dell’isola nucleare. «Raggiungeremo l’obiettivo, previsto nel nostro piano industriale, di terminare la bonifica del sito di Trino nel 2024», ha dichiarato l’amministratore delegato Giuseppe Nucci, che considera lo smantellamento degli
impianti nucleari, «la più grande bonifica ambientale della storia del nostro Paese».
Qualche mese fa, il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, era stato più prudente sui 12 anni previsti. «Lo stato di avanzamento del decommissioning – aveva dichiarato nel corso del question time alla Camera – è attualmente valutato dalla Sogin pari al 14% e l’anno 2024 è stimato quale data presumibile di rilascio del sito, senza vincoli
di natura radiologica».
Per la disattivazione dell’impianto vercellese, il piano Sogin prevede 234 milioni di euro e due fasi: la prima, riguarda il completamento delle attività di smantellamento, per il 2019, con il cosiddetto “Brown field” (i rifiuti vengono stoccati in depositi temporanei). Nella seconda fase, per un costo di 52 milioni, le scorie verranno trasferite, cinque anni dopo, al *deposito nazionale. L’area di Trino – dice Sogin – sarà così libera da vincoli radiologici, diventerà “Green field” (prato verde).
Esiste, però, un particolare che mette in dubbio un possibile lieto fine. Manca ancora il deposito nazionale,secondo una legge dello Stato (368/2003) doveva essere costruito entro il *31 dicembre 2008, ma quattro anni dopo non è stato individuato. «Non essendoci il sito nazionale, né i criteri per l’individuazione, la disattivazione completa di Trino, come di altre località, non sarà possibile», dice Gianpiero Godio, di Legambiente Vercelli, già
tecnico Enea. «Così com’è – aggiunge – è solo una finta disattivazione, si tratta di una messa in ordine delle scorie. Il rischio reale è che queste rimangano sul territorio. La strategia di Sogin, a dispetto delle parole, pare quella di trasformare i siti in depositi di se stessi. Si dovrebbe invertire, invece, il percorso: prima il sito, poi la disattivazione. Come associazioni ambientaliste avevamo chiesto la sospensione dell’autorizzazione nel caso in cui fosse emanato il decreto. Ora, presenteremo ricorso al Tar».
Il Piemonte è la regione che sconta maggiormente il peso del nucleare pregresso. Secondo l’ultimo Annuario dei dati ambientali dell’Ispra, il 72% dei rifiuti radioattivi, in termini di attività, presenti in Italia, si trova qui. La percentuale sale al 96% in un virtuale inventario che comprende rifiuti radioattivi, sorgenti dismesse e combustibile irraggiato (in base ai dati del 2010).A Bosco Marengo (provincia di Alessandria), a Saluggia (dove è previsto il contestato mega D2) e a Trino (provincia di Vercelli) sono già stati autorizzati, oppure sono in
avanzato corso di autorizzazione, nuovi depositi nucleari (temporanei).
Finora il problema dell’individuazione del sito italiano è stato rimandato. Secondo una direttiva europea, entro il 2015 i Paesi membri dovranno scegliere i luoghi per i *depositi definitivi. Negli ultimi anni sono spuntate quasi clandestinamente liste e mappe di siti idonei. Si diceva che Emilia-Romagna e Basilicata fossero in pole position.
Recentemente, rispondendo a un’interrogazione della deputata radicale Elisabetta Zamparutti, il sottosegretario allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, ha confermato la presenza di uno studio della Sogin, ma come documento “preliminare” svolto d’ufficio dalla società e non divulgato: «In carenza dei presupposti normativi, non potrà avere certamente seguiti procedimentali», si è trattato solo di «un apprezzabile impegno del soggetto
gestore sulla strada della individuazione non ulteriormente procrastinabile del sito dove realizzare il parco tecnologico (con annesso deposito, ndr)».
Sul tema, l’allora ministro Corrado Passera aveva ipotizzato che «una prima proposta di mappa da Sogin» sarebbe potuta arrivare «entro i primi mesi del 2013» e che «gli investimenti per il parco tecnologico» ammonterebbero «a 2,5 miliardi di euro».
Nella centrale Enrico Fermi – divenuta nel 1999 proprietà della Sogin – negli ultimi 15 anni è stato smantellato il 40% degli impianti. Sono state demolite le torri di raffreddamento, abbattuta la torre meteorologica, decontaminati i generatori di vapore, smantellati gli edifici che ospitavano i generatori diesel d’emergenza, rimossa la traversa sul Po, necessaria a garantire l’approvvigionamento idrico, smontati i componenti dell’edificio
turbina. Il paesaggio in parte è cambiato. E ancora cambierà.
Trino, nonostante le due alluvioni, 1994 e 2000, che l’hanno duramente provata (ridotta la popolazione di quasi mille unità, 7.500 abitanti), è rimasta se stessa: caparbia. Prova a reagire anche se il nucleare da manna (negli anni ’60) è diventata una mannaia. In Comune, dopo la caduta della giunta di centrodestra (sindaco Marco Felisati, eletto nel 2009), siede da qualche mese un commissario, Raffaella Attianese. In questi giorni è in vacanza. È rimasto solo qualche impiegato, che subito si irrigidisce appena si nomina l’argomento atomico.
D’altronde, il tema rimane scottante: il decreto di disattivazione della centrale non è ancora stato pubblicato sull’albo pretorio online. Quello che prevede il “prato verde”, che qualcuno immagina come un pioppeto lungo il fiume.
«Sembra – sottolineano i dirigenti locali del Pd insieme ai parlamentari Luigi Bobba e Roberto Della Seta – di trovarsi davanti a un’operazione volta a risolvere per sempre il problema dell’eredità nucleare per il nostro territorio. Purtroppo così non è. Chiediamo prima il deposito nazionale e poi lo smantellamento. Un processo così delicato non può realizzarsi senza il coinvolgimento e la piena informazione dei cittadini e degli enti locali.
Sogin non pensi di comportarsi come sta facendo a Saluggia, dove costruisce il deposito D2 mai sottoposto a valutazione di impatto ambientale, malgrado sia destinato a ospitare rifiuti radioattivi a elevata intensità».
I tempi del nucleare sono lunghi, lunghissimi. È innegabile, al di là delle posizioni contrapposte, che rimanga un problema annoso. Secolare? Le barre di combustibile irraggiato sono partite da Caorso, Saluggia e Trino in direzione La Hague, Francia, per il riprocessamento, ma torneranno in Italia nel 2025. E faranno, probabilmente,
ancora discutere.
http://www.linkiesta.it/italia-nucleare

*Settembre 2013 Nota informativa ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale)sulla predisposizione dei criteri tecnici di localizzazione del deposito nazionale di rifiuti radioattivi

L’ISPRA ha predisposto una prima bozza del documento sui criteri tecnici di localizzazione del deposito nazionale di rifiuti radioattivi, ritenendo necessario svolgere, prima della loro emanazione ed in linea con le prassi internazionali in campo nucleare, un confronto tecnico con le autorità di sicurezza nucleare di Paesi che hanno già realizzato o stanno esercendo strutture analoghe, nonché di sottoporre i criteri elaborati ad una revisione internazionale condotta dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA).

19 dicembre 2012 Camera dei Deputati COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SULLE ATTIVITÀ ILLECITE CONNESSE AL CICLO DEI RIFIUTI
…A venticinque anni dal referendum che, nel novembre 1987, ha portato alla chiusura degli impianti nucleari italiani, la situazione generale dei rifiuti radioattivi presenti sul territorio nazionale può dirsi ancora precaria.Il dato di fondo che determina tale precarietà è la perdurante mancanza di un sito nazionale ove i rifiuti possano essere depositati o smaltiti nelle condizioni di sicurezza che gli standard attuali possono garantire. Tale mancanza, infatti, fa sì che, nella stragrande maggioranza dei casi, i rifiuti radioattivi debbano ancora oggi essere conservati presso gli stessi singoli impianti – centrali, installazioni sperimentali, reattori di ricerca – sparsi sul territorio italiano, nei quali sono stati a suo tempo prodotti e nei quali, sia pure in quantità minore, continueranno a essere prodotti sino a quando le operazioni di decommissioning non saranno portate a termine, poiché anche le attività necessarie per il mantenimento in sicurezza degli impianti, ancorché spenti, generano
rifiuti.I rifiuti prodotti nell’impiego di sorgenti radioattive al di fuori degli impianti nucleari, e cioè nelle attività industriali, nella ricerca e, soprattutto, in medicina, sono invece raccolti in alcuni deposti temporanei di dimensioni relativamente ridotte, per poi in genere confluire, come meglio si dirà, in un unico deposito, prossimo a Roma,anch’esso temporaneo, ma che per quei rifiuti surroga, in una indefinita provvisorietà, il deposito nazionale.
Ad aumentare l’attuale stato di precarietà sta il fatto che, spesso, i rifiuti radioattivi si trovano ancora nello stato in cui sono stati prodotti, senza aver subito, cioè, operazioni di trattamento e di condizionamento. Con il condizionamento, in particolare, i rifiuti vengono inglobati – se solidi – o solidificati – se liquidi – in matrici solide inerti, tipicamente cemento, in casi particolari vetro, che costituiscono la prima barriera contro la dispersione della radioattività nell’ambiente. È evidente come il condizionamento, sempre molto importante, sia
fondamentale nel caso dei rifiuti liquidi, in considerazione delle maggiori potenzialità di contaminazione che questi hanno a seguito di accidentali spargimenti.
Nella tabella 2 è presentato l’elenco e la relativa ubicazione degli impianti nucleari e dei depositi temporanei, nonché le quantità di rifiuti radioattivi detenuti, in volume e in attività. Si precisa che nella tabella sono indicate come depositi quelle installazioni dove non vengono prodotti rifiuti, ma che sono destinate a ospitare rifiuti prodotti da altre installazioni e a ciò autorizzate.Come si può constatare, l’esercente del maggior numero di impianti nucleari – e anche dei più rilevanti, a partire dalle quattro centrali elettronucleari realizzate in Italia – è la SOGIN (società gestione impianti nucleari), società per azioni a capitale interamente pubblico, costituita nel 1999 nell’ambito del processo di liberalizzazione del
mercato elettrico, con il compito di gestire il decommissioning delle quattro centrali già dell’ENEL, tutte spente da anni, nonché il combustibile nucleare e i rifiuti radioattivi presenti nelle stesse centrali. Dal 2003 alla Sogin è stata attribuita anche la gestione degli impianti del ciclo del combustibile esistenti in Italia, quasi tutti appartenenti all’ENEA, anch’essi chiusi da anni.

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Complessivamente, negli impianti e nei depositi sopra elencati sono contenuti oltre 28 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, ripartiti nelle tre categorie e tra rifiuti condizionati e non condizionati, come mostra la tabella 3. Tenuto conto che i rifiuti di prima categoria non richiedono condizionamento, la frazione dei rifiuti condizionati è come detto ancora piuttosto bassa, intorno al 25 per cento del totale.

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Nella tabella 4 è presentata, invece, la ripartizione dell’intero inventario nazionale tra le diverse regioni che ospitano impianti nucleari o depositi temporanei. In termini di volume il quantitativo maggiore è presente nel Lazio, dove confluisce, nel deposito NUCLECO, la gran parte dei rifiuti radioattivi di origine non nucleare prodotti in Italia. In termini di contenuto di radioattività, la maggiore concentrazione è, invece, in Piemonte, soprattutto per la presenza dell’impianto EUREX, a Saluggia, dove da decenni sono detenuti , ancora allo stato liquido in cui sono stati prodotti, rifiuti radioattivi che, da soli, rappresentano oltre i due terzi dell’inventario nazionale…

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http://leg16.camera.it/544?stenog=/_dati/leg16/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/023/015&pagina=d020#04

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La rilevanza della fusione chimica tra le chiome degli alberi della foresta amazzonica

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Le chiome degli alberi delle foreste amazzoniche sono gli organismi chiave di volta che creano l’habitat per un enorme assortimento di flora e la fauna e determinano l’immagazzinamento di carbonio prodotto dalle foreste tropicali. Determinare la diversità funzionale della canopia degli alberi è, quindi, critico per capire come le foreste tropicali si sono create e predire le risposte dell’ecosistema al forzato cambiamento ambientale. Attraversando il gigantesco corridoio verde tra le Ande del Perù e il Rio delle Amazzoni,raccogliendo e analizzando il fogliame di 2.420 specie di alberi in 19 foreste in Amazzonia occidentale,è stato scoperto un modello di assemblaggio in grande scala delle chiome con tanto di interazione chimica fra le migliaia di alberi.

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Questo modello geografico e filogenetico creatosi all’interno e tra le comunità forestali fornisce una prospettiva diversa sulle alterazioni attuali e future della vita delle foreste amazzoniche occidentali derivanti dall’uso (talvolta sconsiderato) del suolo e
l’eventuale cambiamento climatico.Da rivedere,alla luce di queste scoperte,anche la politica di disboscamento anche selettivo,in quanto va a disturbare la completezza della parte aerea delle foreste tropicali.Importante è stabilire una scala di priorità tra gli interessi delle multinazionali del legname,i costruttori delle mitiche transamazzoniche,i bisogni del Brasile e la salute del pianeta.

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Fonte:
http://www.pnas.org/content/early/2014/02/26/1401181111
Amazonian functional diversity from forest canopy chemical assembly.

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Dove si trova la sonda Voyager 1 adesso ?

La sonda Voyager 1 ha oltrepassato ufficialmente la frontiera dello spazio interstellare.

Lanciata nel 1977 – 36 anni fa – con il compito di studiare i pianeti esterni, Voyager 1 ha proseguito il suo viaggio inviando segnali a Terra; ora si trova a 19 miliardi di chilometri dal Sole.

Immagine
Dove si trova la Voyager 1? Questa immagine artistica mette in evidenza le immense distanze nel Sistema Solare, i  numeri sull’asse orizzontale sono distanze in Unità Astronomiche (AU).
Giovedì 12 settembre NASA ha ufficializzato che la sonda Voyager 1 si trova nello spazio interstellare ormai già da un anno. Voyager 1 sta viaggiando in una zona di transizione immediatamente aldilà della bolla solare, dove alcuni deboli effetti della nostra stella si fanno ancora sentire. Quasi impossibile stabilire se Voyager 1 abbia abbandonato ormai il Sistema Solare, il confine infatti non è tracciato in modo netto. Voyager 1 è comunque il manufatto più lontano dalla Terra, i segnali radio impiegano 17 ore prima di essere ricevuti da entrambe le parti.I dati analizzati recentemente confermano quello che già era stato annunciato e ciò che alcuni ricercatori aveano anticipato. Già negli ultimi tempi gli strumenti della sonda avevano iniziato a rilevare un repentino cambiamento nell’ambiente circostante. Comparando due serie di dati raccolte tra aprile e maggio 2013 e tra ottobre e novembre 2012 i ricercatori hanno potuto affermare con più certezza che Voyager aveva superato la bolla di gas caldi prodotta dal nostro Sole.

Voyager 1 non ha più un sensore di plasma (gas ionizzato) funzionante, quindi gli scienziati hanno dovuto utilizzare una tecnica alternativa per analizzare l’ambiente di transizione dove si trova la sonda.
Una CME (Coronal Mass Ejection) prodotta dal Sole nel marzo 2012 ha fornito alcuni dati decisivi. Infatti, quandole tracce di questa “eruzione” solare hanno raggiunto la Voyager, circa 13 mesi dopo, il plasma attorno alla sonda ha iniziato a vibrare come una corda di violino. Il 9 aprile 2013 gli strumenti hanno registrato questo fenomeno. L’analisi di queste oscillazioni ha aiutato i ricercatoti a stabilire la densità del plasma, quaranta volte più denso di quanto era stato misurato negli strati esterni della eliosfera. Questa caratteristica contraddistingue lo spazio interstellare.
Revisionando alcuni dati dei mesi precedenti inoltre sono state rilevate delle oscillazioni analoghe anche fra
ottobre e novembre 2012. Eseguendo alcuni calcoli ed estrapolazioni i ricercatori hanno stabilito che la Voyager 1 si trovava nello spazio interstellare da agosto 2012. Il team di Voyager ha riconosciuto il 25 agosto 2012 come la data di arrivo nello spazio interstellare.

Voyager 1 e Voyager 2, lanciate a 16 giorni di distanza, hanno entrambe incontrato Giove e Saturno; Voyager 2,lanciata per prima, ha incontrato anche Urano e Nettuno e ora si trova a 15 miliardi di chilometri dal Sole.

I controllori di missione ricevono ancora quotidianamente segnali da entrambe le sonde, sebbene siano molto deboli: emessi a circa 23 watt (la potenza di una piccola lampadina da frigorifero) quando raggiungono la Terra,17 ore più tardi, sono una frazione miliardesima di watt. I segnali di Voyager 1 sono trasmessi a Terra a 160 bit per secondo, vengono catturati dalle antenne di 34 e 70 metri delle stazioni del Deep Space Network. Dopodiché
vengono trasmessi al JPL, analizzati del team di ricercatori e resi disponibili anche al pubblico.

Il team di ricercatori e scienziati che segue la missione prevede che gli strumenti di Voyager 1 possano continuare ad inviare dati a Terra fino al 2020 prima che le batterie al plutonio diventino troppo deboli per proseguire con l’attività scientifica.

“Voyager has boldly gone where no probe has gone before, marking one of the most significant technological
achievements in the annals of the history of science, and adding a new chapter in human scientific dreams and
endeavors.„
– John Grunsfeld, responsabile delle missioni scientifiche NASA.

I ricercatori non sanno precisamente quando Voyager 1 raggiungerà la zona dello spazio interstellare dove non vi sono più influenze da parte del Sole e neppure si conosce quando Voyager 2 arriverà nello spazio interstellare,tuttavia non dovrebbe mancare molto tempo.
Voyager 1 viaggia a 17 chilometri al secondo, si stima che occorreranno altri 40mila anni prima che entri in una zona di influenza di un’altra stella.

Le sonde sono tate costruite e sono gestite dal jet Propulsion Laboratory. Voyager 1 pesa 722 chilogrammi,funziona grazie a diversi dispositivi con capacità di calcolo ed elaborazione di gran lunga inferiori a quelle dei cellulari dei nostri giorni. I costi delle missioni Voyager (1 e 2), includendo lancio, operatività e batterie nucleari ammontano a 988 milioni di dollari.

Qui è possibile ascoltare un file sonoro delle vibrazioni registrare da Voyager 1 nello spazio interstellare.

http://www.astronautinews.it/2013/09/13/voyager-1-e-nello-spazio-interstellare-da-un-anno/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=voyager-1-e-nello-spazio-interstellare-da-un-anno

Dal “Diario di Samantha Cristoforetti”

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