Questione Israelo/Palestinese

Passaparola: Israele Palestina, nessun vincitore – di Manlio Di Stefano

«Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, alla stessa famiglia, che è la famiglia umana.» Vittorio Arrigoni

“Comprendere a fondo il conflitto israelo-palestinese significa spingersi indietro fino al 1880 circa quando, nell’Europa centrale e orientale, si espandevano le radici del sionismo. Il sionismo, movimento di risveglio nazionale ideato da Theodor Herzl, si spinse dopo la sua morte fino a ritenere che la Palestina non fosse più un luogo di semplice pellegrinaggio, ma una terra occupata da stranieri che doveva essere liberata e popolata da ebrei, superando le origini stesse della religione ebraica, che prevedono l’attesa della venuta del Messia prima di poter tornare in Palestina. La Palestina quindi non è mai stata intesa come un futuro stato laico. Questa breve introduzione è fondamentale per comprendere l’ostracismo a soluzioni di pacifica convivenza che alle comunità internazionali appaiono di buon senso ma che, nella pratica, non sono mai state ricercate. Un po’ di storia

1882 – le prime colonie: sulla spinta della nascente ideologia sionista si insediano le prime colonie di ebrei in Palestina;

1918 – occupazione britannica: la Palestina diventa una colonia inglese, i sionisti rappresentano non più del 5% della popolazione del Paese;

1948 – nascita dello Stato d’Israele: con la fine del mandato britannico in Palestina, la risoluzione 181 dell’ONU sulla spartizione della stessa e il ritiro delle truppe inglesi scoppia la prima guerra tra la componente ebraica e quella arabo-palestinese supportata da Paesi arabi confinanti. Il neonato esercito israeliano (Tzahal) ha la meglio e le forze arabe riescono ad occupare solo minime parti della Palestina (la Striscia di Gaza e la Cisgiordania). Alcune organizzazioni paramilitari ebraiche (Haganah, la Banda Stern e l’Irgun) avviano il cosiddetto “Piano Dalet”, che prevede, fra l’altro, la distruzione di villaggi palestinesi e l’espulsione degli abitanti oltre confine, aggressioni che causano la fuga di decine di migliaia di abitanti nei mesi seguenti. Il Regno Unito non sostiene il piano ma non fa nulla per impedirlo. Ricordiamo il massacro di Deir Yassin, del 9 aprile, con la guida del futuro Primo Ministro israeliano Menachem Begin;

1956 – Crisi di Suez: Francia, Regno Unito e Israele tentano l’occupazione militare del canale di Suez ai danni dell’Egitto. La crisi termina quando l’URSS minaccia di intervenire al fianco dell’Egitto e gli Stati Uniti; 1959 – nascita di Al-Fatah: si tratta di un’organizzazione politica e paramilitare palestinese, fondata da Yāser ʿArafāt, storicamente in conflitto con Hamas (organizzazione palestinese, di carattere politico, paramilitare e terrorista secondo l’Unione Europea) per il controllo dei territori palestinesi;

1963 – il Partito Ba’ath va al potere in Iraq e in Siria: tra gli obiettivi principali del Ba’ath c’è il sostegno della causa palestinese; 1964 – nascita dell’OLP: l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina è un’organizzazione politica e paramilitare, considerata dalla Lega araba la legittima “rappresentante del popolo palestinese”. Il suo primo obiettivo è la “liberazione della Palestina” attraverso la lotta armata;

1967 – Guerra dei Sei giorni: è il conflitto combattuto tra Israele ed Egitto, Siria e Giordania. Rappresenta il punto di non ritorno. L’inizio di tutti i problemi attuali. Il “Settembre nero”. E’ l’inizio della vera occupazione da parte di Israele: la Siria perde le alture del Golan, l’Egitto la Striscia di Gaza, che occupava dal 1948, e la penisola del Sinai fino al canale di Suez, la Giordania la Cisgiordania e Gerusalemme Est;

1973 – Guerra del Kippur: il 6 ottobre, giorno dello Yom Kippur (una delle più importanti festività ebraiche) Egitto e Siria attaccano Israele per recuperare i territori perduti 6 anni prima; tuttavia le forze israeliane sconfiggono gli avversari nel giro di tre settimane. Nel 1978, con la mediazione del presidente statunitense Jimmy Carter, si giunge alla firma del trattato di pace di Camp David tra Egitto e Israele il quale prevede la restituzione del Sinai all’Egitto, rafforzando così il controllo israeliano in Cisgiordania. L’accordo firmato con Israele costa all’Egitto l’espulsione dalla Lega araba;

1987 – 1991 – Prima Intifada: segna la prima rivolta popolare palestinese contro l’occupazione israeliana. Porta a un numero stimato di 1100 palestinesi uccisi da soldati israeliani e coloni. I palestinesi a loro volta uccidono circa 160 israeliani e altri 1000 palestinesi accusati di collaborazionismo;

1993 – Accordi di Oslo: siglati da Yāser ʿArafāt, per conto dell’OLP, e Shimon Peres, per conto dello Stato d’Israele, sono tuttora ritenuti centrali per la risoluzione del conflitto poiché sanciscono princìpi cardine come il mutuo riconoscimento e il ritiro delle forze israeliane da alcune aree della Striscia di Gaza e della Cisgiordania; inoltre affermano il diritto palestinese all’autogoverno attraverso la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese;

2000 – 2005 – Seconda Intifada: è la seconda rivolta palestinese. Stando alla versione araba è esplosa il 28 settembre, per colpa della visita, ritenuta provocatoria, dell’allora capo del partito Likud Ariel Sharon al Monte del Tempio, luogo sacro per musulmani ed ebrei situato nella Città Vecchia. L’Intifada avvia una successione di fatti violenti che proseguono per anni, assumendo i caratteri di una guerra d’attrito;

2004 – Concetto di “Territorio occupato”: la Corte Internazionale di Giustizia definisce “occupati da Israele” i territori palestinesi conquistati (compresa Gerusalemme est) a seguito della Guerra dei Sei Giorni. Nel febbraio 2011 le Nazioni Unite promuovono una risoluzione di condanna degli insediamenti israeliani appoggiata da 122 nazioni, tra cui l’Italia;

2006 – Hamas vince le elezioni nella Striscia di Gaza: considerata un’organizzazione terroristica, la sua vittoria elettorale causa il blocco dei finanziamenti al governo palestinese da parte della Comunità Europea e altre istituzioni occidentali ed arabe. Ciò contribuisce a far esplodere un grave scontro politico, e talvolta armato, tra Hamas e Al-Fataḥ;

2009 – Operazione “Piombo Fuso”: definita nel mondo arabo come il “massacro di Gaza”, l’operazione israeliana ha lo scopo di indebolire Hamas. Alla fine si contano 13 vittime israeliane e circa 1300 palestinesi;

2012 – la Palestina è riconosciuta “Stato non membro Osservatore Permanente” presso l’Assemblea delle Nazioni Unite: la risoluzione ONU, approvata con 138 voti favorevoli, 9 contrari e 41 astensioni, sancisce l’ingresso della Palestina nelle Nazioni Unite.

I giorni nostri Torniamo ai giorni nostri, a sessantasei anni da quella che è definita da Israele «Guerra d’indipendenza» e dagli arabi al-nakba, ossia «la catastrofe»: la situazione è sostanzialmente immutata in termini di tensione politica ma drammaticamente stravolta in termini territoriali. Israele ha, infatti, occupato con insediamenti illegali di coloni, gran parte dei territori palestinesi, ha costruito un muro di divisione (dichiarato illegittimo dalla Corte internazionale di Giustizia dell’ONU) che costringe, opprime e riduce enormi aree arabe abitate, tutto ciò nonostante gli accordi di Oslo vadano proprio in direzione opposta. Svariate associazioni si sono espresse sulle condizioni di vita nelle terre occupate; Human Rights Watch analizza nel dettaglio le operazioni israeliane di arresti arbitrari e di massa, le detenzioni ingiustificate, l’uso illegittimo della forza, la distruzione ingiustificata di proprietà privata, la demolizione delle case delle famiglie dei sospetti responsabili e altri membri di Hamas, gli attacchi contro abitazioni private e uffici dei media, nonché il ricorso sproporzionato alla forza letale. L’organizzazione Pax Christi Italia denuncia uccisioni arbitrarie, perquisizioni notturne, danni a centri medici e commerciali, tagli dell’elettricità e delle linee telefoniche e mette in dubbio che lo scopo di tutto ciò sia “colpire indiscriminatamente la popolazione sotto occupazione e renderne impossibile la vita quotidiana al fine di continuare impunemente l’opera di pulizia etnica del territorio palestinese”. Defence for Children International segnala “allarmanti e sistematiche violenze sui bambini palestinesi da parte dei coloni”. Il giornalista israeliano Gideon Levy sostiene che “Israele non ha mai, neppure per un minuto, trattato i palestinesi come esseri umani con pari diritti. Non ha mai visto la loro sofferenza come una comprensibile sofferenza umana e nazionale. Il dato di fatto più evidente del rifiuto della pace da parte di Israele è, ovviamente, il progetto di colonizzazione”. E’ in questo contesto che, con l’intento di acquisire maggior peso negoziale nell’ennesima trattativa di pace in corso tra le due parti, il 2 giugno 2014 nasce il governo di unità nazionale palestinese. Questo storico accordo tra Al-Fatah e Hamas segna una svolta storica per un governo tecnico d’intesa sotto la benedizione del presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas. Il solo annuncio dell’accordo, però, scatena la reazione di Israele che, per bocca del suo primo ministro Benjamin Netanyahu fa sapere di non tollerare la presenza di Hamas al tavolo delle trattative data la sua natura anti israeliana. L’ANP, infatti, dal ‘94 detiene il controllo di parte della Cisgiordania collaborando con Israele. L’intento del nuovo governo è chiaro dalle parole del presidente Abbas “la visione della pace da parte della Palestina è chiara ed è fermamente basata nei principi del diritto internazionale […] Di conseguenza la sovranità dello Stato palestinese e di Israele, come definito dai confini del 1967, deve essere rispettata.” Sostanzialmente, fino a quel momento, Israele ha trattato esclusivamente con l’ANP in Cisgiordania e ha considerato Hamas il nemico da cancellare nella Striscia di Gaza, oggi non ha più questa certezza. Questo passaggio segna probabilmente l’inizio del tracollo cui stiamo assistendo ma, la scintilla che dà il via al fuoco armato, è il ritrovamento dei cadaveri dei tre ragazzi israeliani rapiti il 12 giugno in Cisgiordania, la cui uccisione è addossata a Hamas da Benyamin Netanyahu, con un «la pagherà», nonostante la smentita unanime e la netta presa di posizione del presidente palestinese Mahmoud Abbas. Da quel momento in avanti assistiamo a vendette come l’orrendo omicidio del diciassettenne palestinese Mohammed Abu Khdeir e i razzi di Hamas sul confine di Gaza ma, soprattutto, assistiamo a punizioni collettive da parte dell’esercito israeliano su tutta la Cisgiordania prima e Gaza poi. Tra le dichiarazioni più indicative che ho trovato, vi riporto quella di Miko Peled, attivista israeliano e figlio di un ex-generale poi convertitosi a sua volta in attivista per i diritti dei palestinesi: “ciò che sta accadendo (di nuovo) in questi giorni è una diretta conseguenza del criminale blocco imposto da molti anni su Gaza da Israele, in violazione del diritto internazionale e dei diritti umani fondamentali della popolazione civile”. Le violazioni del diritto La violazione dei diritti, umani e internazionali, è la chiave di lettura più indicativa di tutta la storia israelo-palestinese. Potrà sembrare un ragionamento cinico ma, se si trattasse di una “semplice” guerra di attrito tra due Paesi confinanti, come le tante che purtroppo vediamo anche in Europa in questi giorni, non potremmo non considerare il principio di autodeterminazione dei popoli e quindi ignorare ogni stimolo interventista o di pressione internazionale. La questione israelo-palestinese, invece, ha una fortissima connotazione di violazione dei diritti. Dal lato palestinese Hamas si è strutturata come gruppo paramilitare e rappresenta una continua minaccia militare e terroristica, a causa del lancio di razzi, specialmente per i territori limitrofi alla Striscia di Gaza. E’ da condannare inoltre il ricorso alla pratica degli scudi umani e della detenzione arbitraria e tortura degli oppositori politici. Israele dal canto suo ha subìto oltre 80 risoluzioni dell’ONU per la violazione dei diritti umani dei palestinesi e internazionali sulla gestione dei territori occupati. In particolare, l’Alto Commissario dei diritti umani dell’ONU, Navanethem Pillay denuncia le gravi violazioni di diritti umani contro i palestinesi nei territori occupati, la continua attività d’insediamento illegale, in violazione della legge internazionale, e la pratica della detenzione amministrativa. Tutte queste violazioni, non configurandosi come provvisorie, bensì incastonate in un progetto a lungo periodo, dovrebbero suscitare una dura condanna a livello internazionale e forse, il nuovo assetto politico dell’area mediorientale potrebbe influire in tal senso. I nuovi scenari geopolitici Rispetto al passato questa nuova escalation di violenza ha una connotazione totalmente differente perché legata a nuovi scenari geopolitici. Non può passare inosservata la presa di posizione di Obama che ha esortato alla tregua e all’interruzione dei bombardamenti senza minacciare alcun intervento esterno, come avrebbe fatto in passato. L’area mediorientale è totalmente mutata nell’ultimo decennio. L’avanzata dell’ISIS in Iraq (con cellule in tutto il mondo islamico) e l’instabilità siriana hanno creato un’anomala dipendenza degli Stati Uniti dall’Iran rompendo la storica conflittualità con l’ “asse del male” e imponendo agli USA un’inusuale immobilismo. D’altro canto il peso crescente della Russia su tutta l’aerea orientale del globo, manifestatosi chiaramente in Siria e Ucraina, ha messo nuovamente in moto meccanismi di controllo territoriale da guerra fredda spingendo Israele a cercare nuovi possibili alleati. E’ qui che entra in gioco l’Egitto. Fino al 2013, infatti, sotto il governo dei Fratelli Musulmani di Muḥammad Mursī ʿĪsā al-ʿAyyāṭ, la Palestina ha potuto usufruire della Porta di Rafah, al confine con l’Egitto, per rifornirsi di beni di prima necessità, aiuti umanitari e, purtroppo, anche armi per Hamas. Con la caduta del governo egiziano, l’instaurazione della dittatura militare di ʿAbd al-Fattāḥ Khalīl al-Sīsī e la persecuzione dei Fratelli Musulmani invece, anche quell’accesso è stato sbarrato creando, da una parte, l’indebolimento della guida politica di Hamas con la conseguente perdita di controllo sui militanti più propensi alla guerriglia (così si spiega l’incessante lancio di razzi verso Israele nonostante la netta inferiorità militare) e, dall’altra, una nuova opportunità per Israele. Un’eventuale alleanza con l’Egitto permetterebbe, infatti, di svuotare del tutto il peso militare di Hamas nella Striscia di Gaza e puntare, un domani, alla riannessione dell’area all’Egitto. Quest’affermazione può sembrare fuori dalla logica sionista ma non lo è. Il principale problema oggi in Israele è la questione demografica, nonostante i piani di sostegno alle famiglie con più figli, il numero totale di arabi palestinesi è costantemente in ascesa. Si stimano, infatti, circa sei milioni di ebrei in Israele contro i tre milioni e mezzo di arabi in Cisgiordania e i quasi due milioni nella Striscia di Gaza (tra le aree con la maggiore densità di popolazione al mondo). Un’annessione “pacifica” delle due aree nello Stato d’Israele renderebbe troppo minacciosa la presenza araba sull’intera zona allontanandosi, tra l’altro, dall’idea originaria di sionismo che non prevede uno stato laico. A fronte di questa considerazione e del diffondersi degli insediamenti illegali nei territori cisgiordani, è presumibile che il piano di Israele preveda l’annessione esclusivamente di quest’ultima area data la sua estensione che permetterebbe una migliore distribuzione araba sul territorio. Una cosa è certa, il piano di Israele è lungi dall’interrompersi. Il ruolo dell’Europa e la “rule-bound cooperation” In tutto ciò, cosa fa l’Europa? Non è semplice persino immaginare l’immenso potere che l’Unione Europea ha, o potrebbe avere, in questo scenario. Lo strettissimo legame tra Israele e l’UE, infatti, nasce con gli Accordi Euromediterranei di Associazione del 1998. Gli stessi definiscono la libera circolazione delle merci tra l’UE e i paesi del Mediterraneo attraverso la progressiva eliminazione dei dazi doganali e il divieto delle restrizioni quantitative all’esportazione e all’importazione tra le parti contraenti. Per anni si è commesso l’errore di separare l’azione economica con Israele da quella diplomatica sulla risoluzione del conflitto: questo non ha fatto altro che permettere a Israele di ignorare le raccomandazioni politiche e continuare a rafforzarsi economicamente e nel posizionamento strategico internazionale. Negli ultimi anni, però, stiamo assistendo a un graduale quanto inarrestabile cambio di strategia. Nel 2013, per la prima volta, l’Unione Europea ha pubblicato delle linee guida che sanciscono che «tutti gli accordi tra lo Stato di Israele e l’Unione Europea devono inequivocabilmente e esplicitamente segnalare la loro inapplicabilità ai territori occupati da Israele nel 1967, e cioè Alture del Golan, Cisgiordania inclusa Gerusalemme est e striscia di Gaza.». Le linee guida sono basate su una decisione adottata dal Consiglio europeo nel 2012 e precedenti dichiarazioni UE, dove si riafferma che le colonie israeliane sono illegali secondo il diritto internazionale. Conseguentemente gran parte dei paesi europei sta adattando la legislazione interna inserendo il concetto di “rule-bound cooperation” che prevede il legame inestricabile tra una qualsiasi forma di cooperazione (economica o meno) e il rispetto di alcune specifiche norme. Dispiace in tal senso costatare il ritardo di Italia e Spagna. Per la prima volta i Paesi europei hanno lanciato un messaggio forte e chiaro: o Israele rispetta le regole del ’67 o non fa affari con noi. Il peso di questa strategia è evidente, anziché sbattere la porta in faccia all’Europa, Israele ha firmato gli accordi prendendo coscienza della sua dipendenza dagli aiuti del vecchio continente. I passi successivi, in termini europei, potrebbero essere: – Emanare nuove linee guida sull’etichettatura dei prodotti israeliani per garantire ai cittadini europei di poter scegliere consapevolmente un prodotto proveniente da una colonia illegale (come promesso dalla Ashton e bloccato, ad oggi, dal solito ricatto del “minano il processo di pace”); – Notificare, a tutti gli operatori industriali, il rischio di sanzioni conseguenti ad accordi commerciali con aziende che operano nelle colonie; – Rivedere gli accordi del ’98 sul dazio, eliminando i benefici per i prodotti provenienti dalle colonie; – Favorire il meccanismo di controllo sui prodotti israeliani, basato sul CAP, da parte delle autorità doganali; – Pretendere il risarcimento in caso di distruzione o sequestro di aiuti umanitari, in particolare nelle aree C (ovvero quelle a pieno controllo israeliano); – Avviare una riflessione sul diritto di veto all’interno delle Nazioni Unite che ha permesso a Israele di ignorare, senza sanzioni, le oltre 80 risoluzioni emanate contro il suo operato in termini di rispetto di diritti umani. Lo stesso trattamento, infatti, non si è tenuto con l’Iraq che, con “appena” 16 risoluzioni, è sotto sanzione dal 1990. Questa strada, a nostro avviso, segna l’unica possibilità per rafforzare il rispetto del diritto internazionale. Il ruolo dell’Italia L’Italia ha la possibilità di influire pesantemente nel processo di pace, sia con una chiara presa di posizione nel rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, sia in termini europei. Per quanto riguarda il primo, occorre subito chiarire che la storica amicizia tra Italia e Israele non può prescindere dalla legalità delle azioni di quest’ultimo. E’ necessario adeguare immediatamente la legge nazionale alle nuove linee guida europee e andare oltre interrompendo gli accordi militari tra i due Paesi (473 milioni di euro di esportazioni autorizzate solo nel 2013), come sancito dalla legge italiana 185/90 che vieta la vendita di armi a Paesi in conflitto o che violino i diritti umani. Per quanto riguarda il ruolo europeo, non possiamo sottovalutare l’enorme possibilità di indirizzare la realizzazione di quanto elencato in precedenza durante il semestre di presidenza italiano. Il futuro La situazione reale della distribuzione geografica e demografica del popolo israeliano e palestinese, nonché l’assenza di una reale volontà di giungere alla soluzione dei due stati porta a ritenere assolutamente limitante insistere sul rispetto degli accordi di Oslo. Nonostante la comunità internazionale sia ancora orientata in quella direzione, è sempre più grande il “think-tank” di personaggi, più o meno illustri, che tende alla soluzione dell’unico stato laico. Purtroppo questa soluzione, che prevederebbe la convivenza dei due popoli, non va di pari passo col pensiero della nuova presidenza israeliana in mano a Reuven Rivlin che, a differenza del suo predecessore Shimon Peres, è più incline alla soluzione dello Stato Unico ma con la cosiddetta “opzione giordana”, ovvero, con la totale espulsione degli arabi dalla Palestina verso la Giordania. Insomma, siamo ancora molto lontani dalla soluzione del conflitto, ma intanto possiamo fare la nostra parte in termini di pressione internazionale affinché cresca di giorno in giorno la consapevolezza che il rispetto dei diritti umani e delle leggi internazionali da parte di Israele è un dovere, con l’auspicabile conseguenza dell’interruzione di ogni azione militare da parte di Hamas.” Manlio Di Stefano – portavoce M5S alla Camera dei Deputati

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ITALIA: CATASTROFE NUCLEARE INSABBIATA DALLO STATO E POPOLAZIONE PREDA DEL CANCRO

Italia, centrale nucleare del Garigliano (foto Gianni Lannes)

- di Gianni Lannes -
Quasi nessuno immagina che nel Golfo di Gaeta siano stati scaricati dalla centrale nucleare del Garigliano addirittura radionuclidi artificiali come il Plutonio 239, il Cesio 137 e il Cobalto 60. Le prove dell’ecatombe sono racchiuse in alcuni studi scientifici, come la ricerca di A. Brondi, O. Ferretti, e C. Papucci dal titolo“Influenza dei Fattori Geomorfologici sulla distribuzione dei Radionuclidi. Un esempio: dal M. Circeo al Volturno” (Atti del Convegno italo-francese di radioprotezione. Firenze, 30 Maggio – 1 Giugno 1983), e quella di R. Delfanti e C. Papucci “Distribuzione del 239 Pu, 240Pu e del 137Cs nei sedimenti del Golfo di Gaeta: osservazioni sui meccanismi di accumulo e sulle velocità di sedimentazione”(ENEA – Pas). Sull’aumento della radioattività nei sedimenti marini del golfo di Gaeta ha scritto il 4 agosto 1984 anche l’Istituto Superiore di Sanità, ma senza adottare alcun provvedimento per tutelare l’ignara popolazione:
«Per una serie di ragioni descritte in notevole dettaglio nella letteratura tecnica, si sono prodotti fenomeni di accumulo del Cobalto e del Cesio, scaricati nel fiume Garigliano, all’interno del golfo di Gaeta. Ciò è indubbiamente legato all’insediamento della centrale».

 

Nel primo documento ritroviamo la citazione relativa all’inquinamento da Cesio 137, «le attività del Cesio137, nei primi due centimetri dei fondali antistanti il golfo di Gaeta, nelle aree di maggiore concentrazione, corrispondono a 7millicurie/kmq (259MBq/kmq)».
Nel secondo rapporto si commenta l’inquinamento da plutonio: «Nella figura allegata sono riportati gli inventari del 239, 240 Pu nei sedimenti, che decrescono all’aumentare della batimetrica (…). Inventari particolarmente elevati (da 2 a 4 volte le deposizioni da fallout, pari a 81 Bq/mq a queste latitudini), sono stati rilevati nell’area fra le batimetriche di 30 e 50m».

Prima o poi bisognerà farci i conti seriamente con questo disastro in atto, provocato dall’Enel e tollerato dai governi italiani. Bentornati alla centrale nucleare del Garigliano in riva al Tirreno. Un impianto di proprietà, appunto dell’Enel, posizionato fra Napoli e Roma, e non ancora bonificato, 36 anni dopo la disattivazione del reattore. Tranquilli, i danni ambientali e sanitari sono andati già in onda, provocando malattie, malformazioni, mutazioni genetiche e morte. Alcuni studi scientifici del Cnen e dell’Enea hanno certificato un inquinamento radioattivo già a partire dagli anni ’70, vale a dire 16 anni prima del disastro di Chernobyl, con cui gli scienziati italidioti di regime giustificano tutto, ma proprio tutte le nefandezze statali.
Ecco cosa attestano gli atti di un convegno italo-francese datato 1983, sotto l’egida dell’Enea:
«Dal maggio 1980 al giugno 1982 sono state condotte quattro campagne radioecologiche nell’area antistante la foce del fiume Garigliano, sul quale a circa 10 km dalla foce è situata una centrale elettronucleare da 160 MWe, in esercizio dal 1964 al 1978… Sono stati prelevati 160 campioni di sedimenti superficiali, benthos, pesci e cefalopodi, alghe, macrofite fluviali e fanerogame marine… I radionuclidi artificiali gammaemettitori sistematicamente rilevabili nell’ambiente marino sono il Cesio 137 e il Cobalto 60… scarichi dovuti all’esercizio dell’impianto nucleare… Nell’ambiente marino considerato la radioattività ambientale artificiale direttamente correlabile all’esercizio dell’impianto elettronucleare è distribuita su un’area marina di almeno 1.700 chilometri quadrati…».

Vale a dire, se la geografia non è una mera opinione, dal promontorio del Circeo all’Isola di Ischia.

Mezzo secolo di inquinamento ancora in atto che danni ha provocato all’ecosistema marino, al territorio, alla numerosa popolazione locale, e a chi ha soggiornato in loco ignaro dei pericoli? Dunque crimini forse ben peggiori – se così si può dire – di quelli commessi dalla camorra in affari con apparati segreti dello Stato.

In una ricerca effettuata per la Cee di Delfanti e  Papucci (“Il comportamento dei transuranici nell’ambiente marino costiero”) viene tracciata una mappa della contaminazione da plutonio nel golfo di Gaeta da 2 a 4 volte la deposizione da fall-out.  Il plutonio non esiste in natura: è una sostanza altamente tossica dal punto di vista chimico, è pericolosamente radiotossica e di elevata rilevanza strategico-militare. La radioattività del plutonio si dimezza dopo 24 mila anni ed esso rimane pericoloso per oltre 400 mila anni. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità. “0,25 milionesimi di grammo sono il massimo carico ammissibile di plutonio in tutta la vita per un lavoratore professionalmente esposto”. Bastano infatti pochi microgrammi di plutonio immersi nel condizionamento di un grattacielo per condannare alla morte rapida tutti coloro che si trovano al suo interno».

mappa tratta da: R. Delfanti, C. Papucci, Distribuzione di 239pu, 240pu e 137cs nei sedimenti del golfo di Gaeta:
Osservazioni sui meccanismi di accumulo e sulle velocità di Sedimentazione

Quale limite se non di natura biologica? Gianni Mattioli, docente di Fisica alla Sapienza non ha dubbi:

«Il danno sanitario da radiazioni è un danno senza soglia. Dosi anche infinitesimali di radioattività innescano processi di mutagenesi e patologie tumorali tant’è che la definizione di dose massima ammissibile fornita dalla Commissione internazionale per la radioprotezione, invece di essere “quella particolare dose al di sotto della quale non esiste rischio”, è invece quella dose cui sono associati effetti somatici, tumori e leucemie, che si considerano accettabili a fronte dei benefici economici associati a tali attività o radiazioni». 
La biologa marina Rachel Carson ha così argomentato nel saggio IL MARE INTORNO A NOI:
«La concentrazione e la distribuzione di radioisotopi ad opera degli organismi marini può forse avere un’importanza ancora maggiore dal punto di vista del rischio umano (…) gli elementi radioattivi depositati nel mare non sono più recuperabili. Gli errori che vengono compiuti ora sono compiuti per sempre».
Riferimenti:
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FOURTEENTH REPORT. 2011.
ENEA-DISP: “Campagna Radioecologica di Controllo del Territorio. Centrale Nucleare del
Garigliano”. Settembre – Ottobre 1980.
A. Petraglia, C. Sabbarese, F. Terrasi, L. Visciano: “L’Indagine Ambientale Straordinaria del 2002”
Prima Campagna straordinaria 2002, Convenzione DSA-SUN e SOGIN.
F. Terrasi, C. Sabbarese, A. D’Onofrio, A. Petraglia, M. De Cesare, F. Quinto: “Seconda Campagna
straordinaria “Misure di radioattività ambientale nei dintorni della centrale nucleare del Garigliano”.
Campagna straordinaria 2008 – 2009 Convenzione DSA-SUN e SOGIN.
A. Bruschi, O. Lavarello, C. Papucci, G. Raso, M. Riccomini, S. Sgorbini, G. Zurlini: “Distribuzione dei
radionuclidi nell’ambiente marino antistante la centrale nucleare del Garigliano”. Enea Santa Teresa. Atti
22° Congresso Nazionale AIRP. Brescia 22-26-Giugno 1981.
C. Papucci, O. Lavarello: “Un esempio di analisi ecologica del sistema marino-costiero da Capo Circeo
all’isola di Ischia. La distribuzione dei radionuclidi tra Capo Circeo e l’isola d’Ischia”. Atti convegno
organizzato dall’Enea al centro di Santa Teresa La Spezia, 14 Giugno 1983.
B. Anselmi, O. Ferretti, C. Papucci: “Studio preliminare dei sedimenti della piattaforma costiera nella
zona della foce del Garigliano” Congresso SIMP di Cagliari.- 14 Ottobre 1891.
R. Delfanti, C. Papucci: “Distribuzione di 239Pu, 240Pu e 137Cs nei sedimenti del Golfo di Gaeta:
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Regolamento (Euratom) N. 2218/1989 Del Consiglio del 18 luglio 1989.
 C. Sabbarese, A.M. Esposito, L. Visciano, A. d’Onofrio C. Lubritto, F. Terrasi, V. Roca, S. Alfieri and
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 A. Sakaguchi, K. Kawai, P. Steier , F. Quinto, K. Mino, J. Tomita, M. Hoshi, N. Whitehead, M. Yamamoto:
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Boulyga SF, Heumann KG:”Determination of extremely low 236U/238U isotope ratios in
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sample introduction.” J. Env. Rad. 88 (2006). -Abstract.
F.Quinto, P.Steier, G.Wallner, A.Wallner, M.Srncik, M.Bichler, W.Kutschera, F.Terrasi, A.Petraglia,
C.Sabbarese: “The first use of 236U in the general environment and near a shut down nuclear power plant”.
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Roberta Delfanti and Carlo Papucci.: “Mediterranean Sea”. ENEA-Marine Environment Research
Centre, La Spezia, Italy.
C. D. Jennings, R. Delfanti and C. Papucci.: “The Distribution and Inventory of Fallout Plutonium in
Sediments of the Ligurian Sea near
Fonte: Su La Testa
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Centrale di Trino e stoccaggio rifiuti radioattivi

Ho voluto riportare tre punti di vista in merito alla situazione della dismessa centrale nucleare di Trino Vercellese e,ancora più importante,le soluzioni per lo stoccaggio e la scelta dei siti.Con il comunicato della Sogin,rassicurante e professionalmente didascalico, ci sono i due articoli,l’uno di Cronacalive e l’altro de Linkiesta,decisamente più allarmanti e non animati da spirito aziendalista.Come si legge nel comunicato ISPRA a piè di pagina,nel settembre 2013 ancora si cerca “un confronto tecnico con le autorità di sicurezza nucleare di Paesi che hanno già realizzato o stanno esercendo strutture analoghe“.Chi ne avesse voglia,può leggere i risultati della commissione di inchiesta parlamentare riguardanti i depositi nazionali, anch’essi a fine pagina.

trino

SOGIN:Centrale di Trino Vercelli.Bonifica ambientale della centrale
Nel 1999 sono stati smantellati i trasformatori che collegavano la centrale alla rete elettrica.
Nel 2002 sono state demolite le torri di raffreddamento ausiliarie.
Nel 2003 è stata effettuata la decontaminazione dei generatori di vapore.
Nel corso degli anni 2003 e 2004 sono stati demoliti gli edifici che ospitavano i generatori diesel d’emergenza e gli spogliatoi del personale.
Nel 2006 è terminata la rimozione della traversa sul Po, necessaria a garantire l’approvvigionamento idrico durante l’esercizio dell’impianto
Nel 2007 è stato completato lo smontaggio dei componenti dell’edificio turbina.
Nel gennaio 2009 è stato pubblicato il decreto di compatibilità ambientale (VIA) per “l’attività di decommissioning
– disattivazione accelerata per il rilascio incondizionato del sito”.
Nel 2009 si sono concluse le attività di adeguamento del sistema di ventilazione dell’edificio reattore e dell’impianto elettrico dell’edificio turbina e le opere di realizzazione della stazione rilascio materiali.
Sono terminati i lavori di rimozione dei componenti e dei sistemi ausiliari non contaminati della zona controllata.
Il 2 agosto 2012 è stato ottenuto il decreto di disattivazione per la centrale, che consente di avviare le attività per la bonifica completa del sito con lo smantellamento e la decontaminazione dell’isola nucleare.
Sogin ha emesso il bando di gara per la progettazione esecutiva e l’esecuzione dei lavori di smantellamento del circuito primario e dei sistemi ausiliari dell’edificio reattore, escluso vessel e internals, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 4 agosto 2012.
Sono in corso le operazioni di rimozione dei componenti contaminati all’interno dei locali del Radiaste. E’ stato ottenuto il nulla osta all’esercizio della ventilazione.
Il sito, libero da vincoli radiologici, sarà restituito al territorio per il suo riutilizzo nel 2024.
Gestione e messa in sicurezza dei rifiutiE’ stata completata la progettazione dell’impianto per il trattamento delle resine della centrale, sviluppato con una tecnologia innovativa, che applica il processo di ossidazione a umido (Wet Oxidation) al trattamento dei
rifiuti organici radioattivi prodotti da centrali e impianti nucleari, al fine di ridurne il volume e garantirne la sicurezza nel lungo termine.
La centrale è dotata di depositi per i residui prodotti dall’esercizio dell’impianto e per quelli derivanti dalle operazioni di bonifica ambientale.
Sono terminate, con un anticipo di tre anni, le attività di supercompattazione di oltre 1000 fusti radioattivi, riducendo il loro numero di circa di 5 volte, che consentono di non dover costruire nuovi depositi temporanei sul sito.
Gestione del combustibile
Nella centrale sono stoccate circa 15 tonnellate di combustibile irraggiato.
Ambiente
A garanzia della sostenibilità ambientale, tutti gli interventi sono progettati, realizzati e monitorati in modo da
non produrre alcun impatto, sia radiologico sia convenzionale, sull’ambiente.
Sogin gestisce un’articolata rete di sorveglianza ambientale e monitora, con controlli continui e programmati, la qualità dell’aria, del terreno (risaie e sedimenti fluviali), delle acque di falda e del Po, nonché del pesce di fiume e dei principali prodotti agro-alimentari del territorio: riso, mais, insalata, spinaci, cavoli e foraggio. Tutte le reti di sorveglianza ambientale sono state istituite al momento della costruzione degli impianti nucleari.
Ogni anno, Sogin effettua sistematicamente centinaia di misure sulle matrici alimentari e ambientali che compongono la rete in collaborazione con l’ARPA Piemonte. Da sempre, i risultati delle analisi e i valori delle formule di scarico confermano impatti ambientali radiologicamente irrilevanti. I risultati dei monitoraggi sono inviati all’Ispra, l’Autorità di sicurezza nazionale sul nucleare, e resi pubblici, anche attraverso il nostro bilancio
di sostenibilità.
Storia della centrale
La centrale nucleare “Enrico Fermi” di Trino è stata costruita da un consorzio di imprese guidate da Edison e ha rappresentato la prima iniziativa industriale italiana nel settore nucleare. La sua costruzione è iniziata nel 1961.
Dopo appena tre anni, nell’ottobre 1964, la centrale ha cominciato la produzione di energia elettrica.
L’impianto, di tipo PWR, Pressurized Water Reactor, aveva una potenza di produzione elettrica di 270 MWe.
Nel 1966 la proprietà della centrale è passata a Enel e nel 1987, all’indomani del referendum sul nucleare, la centrale è stata fermata.
Nel 1990 l’impianto è stato definitivamente disattivato. Da allora, è stato garantito il mantenimento in sicurezza delle strutture e degli impianti a tutela della popolazione e dell’ambiente.
La centrale, con il migliore standard di rendimento fra quelle italiane, ha complessivamente prodotto 26 miliardi di kWh di energia elettrica.
Nel 1999 Sogin è divenuta proprietà della centrale con l’obiettivo di realizzare la bonifica ambientale del sito.
La centrale di Trino è stata la prima delle quattro centrali nucleari italiane ad ottenere nel 2012 il decreto di disattivazione, approvato dal Ministero dello Sviluppo Economico su parere dell’Autorità di sicurezza nucleare (Ispra) e delle altre Istituzioni competenti.

http://www.sogin.it/it/chi-siamo/bonifica-ambientale-degli-impianti-nucleari/dove-siamo/centrale-di-trino-vercelli.html

IM2

Il nucleare in Italia: la centrale di Trino Vercellese e gli incidenti.
09/06/2011
TRINO / La storia del nucleare in Italia è strettamente legata a quella di Trino. E’ qui che fu costruita a inizio anni ’60 quella che per 2 anni fu la centrale per energia atomica più potente al mondo
In quest’angolo di pianura padana, tra distese d’un verde verdissimo, campi coltivati, vigneti e risaie, si scorgono in lontananza le sagome degli impianti che ospitarono i reattori nucleari.
La storica centrale Enrico Fermi, si trova sulle sponde del Po. I lavori per costruirla iniziarono nel 1961. Durarono solo 3 anni. Poi dopo il referendum dell’87, anche questo impianto venne fermato. Da allora è in corso il cosiddetto decomissioning, il complesso e costosissimo smantellamento della centrale, che si protrarrà almeno per altri 40-50 anni.
Nel 1967 il primo incidente. Si fessurò una guaina d’acciaio di una barra di combustibile. Un incidente non di particolare gravità ma che provocò il blocco dell’impianto per 3 anni. La centrale scaricò trizio radioattivo nelle acque del Po. E non fu l’unica volta. Anche nel 79, l’impianto venne fermato per introdurre una serie di modifiche dopo l’incidente alla centrale nucleare americana di Three Miles Island.
Oggi la centrale nucleare rimane lì in un’area di fatto contaminata, inaccessibile se non dopo numerosi controlli e solo ai lavoratori che partecipano alle operazioni di smantellamento. A poca distanza ci sono alcune abitazioni.
Da tempo ferve un dibattito sull’inquinamento della falda acquifera. Sorprende vedere a poca distanza, solo al di là della strada, campi coltivati.
Ma il nucleare negli anni 70 e inizio 80 andava a gonfie vele. E nel giro di poco arrivò la decisione di costruire una seconda centrale.
Il comune con una giunta di sinistra l’approvò. Ci furono scontri violenti e proteste che non bastarono a fermare
i lavori. Fu scelta una zona più sicura, lontana dal fiume Po. Lo stop e la riconversione dell’impianto a lavori di
fatto già iniziati, costarono almeno 2.000 miliardi delle vecchie lire per i contratti non rispettati. Sarebbe stata la centrale più potente di tutte, anche rispetto a quella di Caorso. Erano previsti 2 reattori.
In questo caso, oggi non c’è il problema delle scorie, che invece continua ad esserci per l’impianto numero 1 di Trino. Gli scarti estremamente radioattivi sono stati portati a Saluggia, ad una trentina di km di distanza. E da qui verranno portati in Francia. 8 viaggi speciali a bordo di treni super scortati sono previsti entro il 2012. Ma le
polemiche si infiammano sia sulla totale mancanza di comunicazione di quando siano effettuati i trasferimenti – la popolazione non viene avvisata – sia sulla pericolosità del sito dove sono stoccate.
La zona è ultrapresidiata. E’ pressoché impossibile avvicinarsi.
Precauzioni efficaci per l’uomo ma non contro il nemico alluvione. Nel 94 e poi nel 2000, i depositi furono in grande parte sommersi. Per un soffio si evitò una catastrofe.
Lasciti a dir poco problematici del nucleare, con le cui insidie qui bisogna ancora oggi fare i conti tutti i giorni. E i cartelli non poi così veritieri comune denuclearizzato sono un lascito che diventa monito per il futuro.
Trino Vercellese sarebbe proprio uno dei primi siti a riaprire in caso di riattivazione delle centrali in Italia.

http://www.cronacalive.it/il-nucleare-in-italia-la-centrale-di-trino-vercellese-e-gli-incidenti/

Nucleare, grandi annunci ma la bonifica è “all’italiana” 17/08/2012

Trino Vercellese è una zattera galleggiante immersa nella pianura padana, appoggiata al Po e al Monferrato. Da oltre mezzo secolo, la sua storia è legata al nucleare, nonostante in 23 anni di attività (1964-1987) la centrale Enrico Fermi abbia prodotto 26 miliardi di kWh di elettricità, allo stato attuale dei consumi in Italia, pari a circa 26 giorni di fabbisogno.
L’impianto compare all’orizzonte percorrendo, in direzione Casale Monferrato, l’ex 31 bis o il ponte sul grande fiume verso la collina: ha una base tozza, una torre affilata e un aspetto ormai antico. Poco più in là, a Leri Cavour, si ergono altre torri, con forme più “americane”, sono quelle della Galileo Ferraris, che doveva essere atomica ma con il referendum del 1987 la sua destinazione fu convertita a gas. A venti chilometri di distanza, troviamo Saluggia, capitale delle scorie (oltre l’80% dei rifiuti radioattivi italiani giacciono a due passi dalla golena della Dora Baltea). Un triangolo che non ha pari nel resto del Paese.
Torniamo alla Fermi. È qui che, in questi giorni, i riflettori sono puntati. Costruita in soli tre anni da un consorzio di imprese guidate da Edison, nell’ottobre del 1964 la centrale incominciò la produzione di energia elettrica.
Passata in mano a Enel nel 1966, la sua attività è stata fermata ventuno anni dopo.
Il 6 agosto scorso, la Sogin (società di Stato incaricata del decommissioning) ha comunicato che il ministero dello Sviluppo economico ha approvato, su parere dell’Autorità di sicurezza nucleare (Ispra), il decreto di disattivazione per la centrale di Trino – prima a ottenerlo tra i quattro impianti italiani (Garigliano, Caorso e
Latina) – che prevede la bonifica completa del sito con lo smantellamento e la decontaminazione dell’isola nucleare. «Raggiungeremo l’obiettivo, previsto nel nostro piano industriale, di terminare la bonifica del sito di Trino nel 2024», ha dichiarato l’amministratore delegato Giuseppe Nucci, che considera lo smantellamento degli
impianti nucleari, «la più grande bonifica ambientale della storia del nostro Paese».
Qualche mese fa, il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, era stato più prudente sui 12 anni previsti. «Lo stato di avanzamento del decommissioning – aveva dichiarato nel corso del question time alla Camera – è attualmente valutato dalla Sogin pari al 14% e l’anno 2024 è stimato quale data presumibile di rilascio del sito, senza vincoli
di natura radiologica».
Per la disattivazione dell’impianto vercellese, il piano Sogin prevede 234 milioni di euro e due fasi: la prima, riguarda il completamento delle attività di smantellamento, per il 2019, con il cosiddetto “Brown field” (i rifiuti vengono stoccati in depositi temporanei). Nella seconda fase, per un costo di 52 milioni, le scorie verranno trasferite, cinque anni dopo, al *deposito nazionale. L’area di Trino – dice Sogin – sarà così libera da vincoli radiologici, diventerà “Green field” (prato verde).
Esiste, però, un particolare che mette in dubbio un possibile lieto fine. Manca ancora il deposito nazionale,secondo una legge dello Stato (368/2003) doveva essere costruito entro il *31 dicembre 2008, ma quattro anni dopo non è stato individuato. «Non essendoci il sito nazionale, né i criteri per l’individuazione, la disattivazione completa di Trino, come di altre località, non sarà possibile», dice Gianpiero Godio, di Legambiente Vercelli, già
tecnico Enea. «Così com’è – aggiunge – è solo una finta disattivazione, si tratta di una messa in ordine delle scorie. Il rischio reale è che queste rimangano sul territorio. La strategia di Sogin, a dispetto delle parole, pare quella di trasformare i siti in depositi di se stessi. Si dovrebbe invertire, invece, il percorso: prima il sito, poi la disattivazione. Come associazioni ambientaliste avevamo chiesto la sospensione dell’autorizzazione nel caso in cui fosse emanato il decreto. Ora, presenteremo ricorso al Tar».
Il Piemonte è la regione che sconta maggiormente il peso del nucleare pregresso. Secondo l’ultimo Annuario dei dati ambientali dell’Ispra, il 72% dei rifiuti radioattivi, in termini di attività, presenti in Italia, si trova qui. La percentuale sale al 96% in un virtuale inventario che comprende rifiuti radioattivi, sorgenti dismesse e combustibile irraggiato (in base ai dati del 2010).A Bosco Marengo (provincia di Alessandria), a Saluggia (dove è previsto il contestato mega D2) e a Trino (provincia di Vercelli) sono già stati autorizzati, oppure sono in
avanzato corso di autorizzazione, nuovi depositi nucleari (temporanei).
Finora il problema dell’individuazione del sito italiano è stato rimandato. Secondo una direttiva europea, entro il 2015 i Paesi membri dovranno scegliere i luoghi per i *depositi definitivi. Negli ultimi anni sono spuntate quasi clandestinamente liste e mappe di siti idonei. Si diceva che Emilia-Romagna e Basilicata fossero in pole position.
Recentemente, rispondendo a un’interrogazione della deputata radicale Elisabetta Zamparutti, il sottosegretario allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, ha confermato la presenza di uno studio della Sogin, ma come documento “preliminare” svolto d’ufficio dalla società e non divulgato: «In carenza dei presupposti normativi, non potrà avere certamente seguiti procedimentali», si è trattato solo di «un apprezzabile impegno del soggetto
gestore sulla strada della individuazione non ulteriormente procrastinabile del sito dove realizzare il parco tecnologico (con annesso deposito, ndr)».
Sul tema, l’allora ministro Corrado Passera aveva ipotizzato che «una prima proposta di mappa da Sogin» sarebbe potuta arrivare «entro i primi mesi del 2013» e che «gli investimenti per il parco tecnologico» ammonterebbero «a 2,5 miliardi di euro».
Nella centrale Enrico Fermi – divenuta nel 1999 proprietà della Sogin – negli ultimi 15 anni è stato smantellato il 40% degli impianti. Sono state demolite le torri di raffreddamento, abbattuta la torre meteorologica, decontaminati i generatori di vapore, smantellati gli edifici che ospitavano i generatori diesel d’emergenza, rimossa la traversa sul Po, necessaria a garantire l’approvvigionamento idrico, smontati i componenti dell’edificio
turbina. Il paesaggio in parte è cambiato. E ancora cambierà.
Trino, nonostante le due alluvioni, 1994 e 2000, che l’hanno duramente provata (ridotta la popolazione di quasi mille unità, 7.500 abitanti), è rimasta se stessa: caparbia. Prova a reagire anche se il nucleare da manna (negli anni ’60) è diventata una mannaia. In Comune, dopo la caduta della giunta di centrodestra (sindaco Marco Felisati, eletto nel 2009), siede da qualche mese un commissario, Raffaella Attianese. In questi giorni è in vacanza. È rimasto solo qualche impiegato, che subito si irrigidisce appena si nomina l’argomento atomico.
D’altronde, il tema rimane scottante: il decreto di disattivazione della centrale non è ancora stato pubblicato sull’albo pretorio online. Quello che prevede il “prato verde”, che qualcuno immagina come un pioppeto lungo il fiume.
«Sembra – sottolineano i dirigenti locali del Pd insieme ai parlamentari Luigi Bobba e Roberto Della Seta – di trovarsi davanti a un’operazione volta a risolvere per sempre il problema dell’eredità nucleare per il nostro territorio. Purtroppo così non è. Chiediamo prima il deposito nazionale e poi lo smantellamento. Un processo così delicato non può realizzarsi senza il coinvolgimento e la piena informazione dei cittadini e degli enti locali.
Sogin non pensi di comportarsi come sta facendo a Saluggia, dove costruisce il deposito D2 mai sottoposto a valutazione di impatto ambientale, malgrado sia destinato a ospitare rifiuti radioattivi a elevata intensità».
I tempi del nucleare sono lunghi, lunghissimi. È innegabile, al di là delle posizioni contrapposte, che rimanga un problema annoso. Secolare? Le barre di combustibile irraggiato sono partite da Caorso, Saluggia e Trino in direzione La Hague, Francia, per il riprocessamento, ma torneranno in Italia nel 2025. E faranno, probabilmente,
ancora discutere.
http://www.linkiesta.it/italia-nucleare

*Settembre 2013 Nota informativa ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale)sulla predisposizione dei criteri tecnici di localizzazione del deposito nazionale di rifiuti radioattivi

L’ISPRA ha predisposto una prima bozza del documento sui criteri tecnici di localizzazione del deposito nazionale di rifiuti radioattivi, ritenendo necessario svolgere, prima della loro emanazione ed in linea con le prassi internazionali in campo nucleare, un confronto tecnico con le autorità di sicurezza nucleare di Paesi che hanno già realizzato o stanno esercendo strutture analoghe, nonché di sottoporre i criteri elaborati ad una revisione internazionale condotta dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA).

19 dicembre 2012 Camera dei Deputati COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SULLE ATTIVITÀ ILLECITE CONNESSE AL CICLO DEI RIFIUTI
…A venticinque anni dal referendum che, nel novembre 1987, ha portato alla chiusura degli impianti nucleari italiani, la situazione generale dei rifiuti radioattivi presenti sul territorio nazionale può dirsi ancora precaria.Il dato di fondo che determina tale precarietà è la perdurante mancanza di un sito nazionale ove i rifiuti possano essere depositati o smaltiti nelle condizioni di sicurezza che gli standard attuali possono garantire. Tale mancanza, infatti, fa sì che, nella stragrande maggioranza dei casi, i rifiuti radioattivi debbano ancora oggi essere conservati presso gli stessi singoli impianti – centrali, installazioni sperimentali, reattori di ricerca – sparsi sul territorio italiano, nei quali sono stati a suo tempo prodotti e nei quali, sia pure in quantità minore, continueranno a essere prodotti sino a quando le operazioni di decommissioning non saranno portate a termine, poiché anche le attività necessarie per il mantenimento in sicurezza degli impianti, ancorché spenti, generano
rifiuti.I rifiuti prodotti nell’impiego di sorgenti radioattive al di fuori degli impianti nucleari, e cioè nelle attività industriali, nella ricerca e, soprattutto, in medicina, sono invece raccolti in alcuni deposti temporanei di dimensioni relativamente ridotte, per poi in genere confluire, come meglio si dirà, in un unico deposito, prossimo a Roma,anch’esso temporaneo, ma che per quei rifiuti surroga, in una indefinita provvisorietà, il deposito nazionale.
Ad aumentare l’attuale stato di precarietà sta il fatto che, spesso, i rifiuti radioattivi si trovano ancora nello stato in cui sono stati prodotti, senza aver subito, cioè, operazioni di trattamento e di condizionamento. Con il condizionamento, in particolare, i rifiuti vengono inglobati – se solidi – o solidificati – se liquidi – in matrici solide inerti, tipicamente cemento, in casi particolari vetro, che costituiscono la prima barriera contro la dispersione della radioattività nell’ambiente. È evidente come il condizionamento, sempre molto importante, sia
fondamentale nel caso dei rifiuti liquidi, in considerazione delle maggiori potenzialità di contaminazione che questi hanno a seguito di accidentali spargimenti.
Nella tabella 2 è presentato l’elenco e la relativa ubicazione degli impianti nucleari e dei depositi temporanei, nonché le quantità di rifiuti radioattivi detenuti, in volume e in attività. Si precisa che nella tabella sono indicate come depositi quelle installazioni dove non vengono prodotti rifiuti, ma che sono destinate a ospitare rifiuti prodotti da altre installazioni e a ciò autorizzate.Come si può constatare, l’esercente del maggior numero di impianti nucleari – e anche dei più rilevanti, a partire dalle quattro centrali elettronucleari realizzate in Italia – è la SOGIN (società gestione impianti nucleari), società per azioni a capitale interamente pubblico, costituita nel 1999 nell’ambito del processo di liberalizzazione del
mercato elettrico, con il compito di gestire il decommissioning delle quattro centrali già dell’ENEL, tutte spente da anni, nonché il combustibile nucleare e i rifiuti radioattivi presenti nelle stesse centrali. Dal 2003 alla Sogin è stata attribuita anche la gestione degli impianti del ciclo del combustibile esistenti in Italia, quasi tutti appartenenti all’ENEA, anch’essi chiusi da anni.

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Complessivamente, negli impianti e nei depositi sopra elencati sono contenuti oltre 28 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, ripartiti nelle tre categorie e tra rifiuti condizionati e non condizionati, come mostra la tabella 3. Tenuto conto che i rifiuti di prima categoria non richiedono condizionamento, la frazione dei rifiuti condizionati è come detto ancora piuttosto bassa, intorno al 25 per cento del totale.

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Nella tabella 4 è presentata, invece, la ripartizione dell’intero inventario nazionale tra le diverse regioni che ospitano impianti nucleari o depositi temporanei. In termini di volume il quantitativo maggiore è presente nel Lazio, dove confluisce, nel deposito NUCLECO, la gran parte dei rifiuti radioattivi di origine non nucleare prodotti in Italia. In termini di contenuto di radioattività, la maggiore concentrazione è, invece, in Piemonte, soprattutto per la presenza dell’impianto EUREX, a Saluggia, dove da decenni sono detenuti , ancora allo stato liquido in cui sono stati prodotti, rifiuti radioattivi che, da soli, rappresentano oltre i due terzi dell’inventario nazionale…

d15n031

http://leg16.camera.it/544?stenog=/_dati/leg16/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/023/015&pagina=d020#04

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La rilevanza della fusione chimica tra le chiome degli alberi della foresta amazzonica

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Le chiome degli alberi delle foreste amazzoniche sono gli organismi chiave di volta che creano l’habitat per un enorme assortimento di flora e la fauna e determinano l’immagazzinamento di carbonio prodotto dalle foreste tropicali. Determinare la diversità funzionale della canopia degli alberi è, quindi, critico per capire come le foreste tropicali si sono create e predire le risposte dell’ecosistema al forzato cambiamento ambientale. Attraversando il gigantesco corridoio verde tra le Ande del Perù e il Rio delle Amazzoni,raccogliendo e analizzando il fogliame di 2.420 specie di alberi in 19 foreste in Amazzonia occidentale,è stato scoperto un modello di assemblaggio in grande scala delle chiome con tanto di interazione chimica fra le migliaia di alberi.

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Questo modello geografico e filogenetico creatosi all’interno e tra le comunità forestali fornisce una prospettiva diversa sulle alterazioni attuali e future della vita delle foreste amazzoniche occidentali derivanti dall’uso (talvolta sconsiderato) del suolo e
l’eventuale cambiamento climatico.Da rivedere,alla luce di queste scoperte,anche la politica di disboscamento anche selettivo,in quanto va a disturbare la completezza della parte aerea delle foreste tropicali.Importante è stabilire una scala di priorità tra gli interessi delle multinazionali del legname,i costruttori delle mitiche transamazzoniche,i bisogni del Brasile e la salute del pianeta.

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Fonte:
http://www.pnas.org/content/early/2014/02/26/1401181111
Amazonian functional diversity from forest canopy chemical assembly.

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Dove si trova la sonda Voyager 1 adesso ?

La sonda Voyager 1 ha oltrepassato ufficialmente la frontiera dello spazio interstellare.

Lanciata nel 1977 – 36 anni fa – con il compito di studiare i pianeti esterni, Voyager 1 ha proseguito il suo viaggio inviando segnali a Terra; ora si trova a 19 miliardi di chilometri dal Sole.

Immagine
Dove si trova la Voyager 1? Questa immagine artistica mette in evidenza le immense distanze nel Sistema Solare, i  numeri sull’asse orizzontale sono distanze in Unità Astronomiche (AU).
Giovedì 12 settembre NASA ha ufficializzato che la sonda Voyager 1 si trova nello spazio interstellare ormai già da un anno. Voyager 1 sta viaggiando in una zona di transizione immediatamente aldilà della bolla solare, dove alcuni deboli effetti della nostra stella si fanno ancora sentire. Quasi impossibile stabilire se Voyager 1 abbia abbandonato ormai il Sistema Solare, il confine infatti non è tracciato in modo netto. Voyager 1 è comunque il manufatto più lontano dalla Terra, i segnali radio impiegano 17 ore prima di essere ricevuti da entrambe le parti.I dati analizzati recentemente confermano quello che già era stato annunciato e ciò che alcuni ricercatori aveano anticipato. Già negli ultimi tempi gli strumenti della sonda avevano iniziato a rilevare un repentino cambiamento nell’ambiente circostante. Comparando due serie di dati raccolte tra aprile e maggio 2013 e tra ottobre e novembre 2012 i ricercatori hanno potuto affermare con più certezza che Voyager aveva superato la bolla di gas caldi prodotta dal nostro Sole.

Voyager 1 non ha più un sensore di plasma (gas ionizzato) funzionante, quindi gli scienziati hanno dovuto utilizzare una tecnica alternativa per analizzare l’ambiente di transizione dove si trova la sonda.
Una CME (Coronal Mass Ejection) prodotta dal Sole nel marzo 2012 ha fornito alcuni dati decisivi. Infatti, quandole tracce di questa “eruzione” solare hanno raggiunto la Voyager, circa 13 mesi dopo, il plasma attorno alla sonda ha iniziato a vibrare come una corda di violino. Il 9 aprile 2013 gli strumenti hanno registrato questo fenomeno. L’analisi di queste oscillazioni ha aiutato i ricercatoti a stabilire la densità del plasma, quaranta volte più denso di quanto era stato misurato negli strati esterni della eliosfera. Questa caratteristica contraddistingue lo spazio interstellare.
Revisionando alcuni dati dei mesi precedenti inoltre sono state rilevate delle oscillazioni analoghe anche fra
ottobre e novembre 2012. Eseguendo alcuni calcoli ed estrapolazioni i ricercatori hanno stabilito che la Voyager 1 si trovava nello spazio interstellare da agosto 2012. Il team di Voyager ha riconosciuto il 25 agosto 2012 come la data di arrivo nello spazio interstellare.

Voyager 1 e Voyager 2, lanciate a 16 giorni di distanza, hanno entrambe incontrato Giove e Saturno; Voyager 2,lanciata per prima, ha incontrato anche Urano e Nettuno e ora si trova a 15 miliardi di chilometri dal Sole.

I controllori di missione ricevono ancora quotidianamente segnali da entrambe le sonde, sebbene siano molto deboli: emessi a circa 23 watt (la potenza di una piccola lampadina da frigorifero) quando raggiungono la Terra,17 ore più tardi, sono una frazione miliardesima di watt. I segnali di Voyager 1 sono trasmessi a Terra a 160 bit per secondo, vengono catturati dalle antenne di 34 e 70 metri delle stazioni del Deep Space Network. Dopodiché
vengono trasmessi al JPL, analizzati del team di ricercatori e resi disponibili anche al pubblico.

Il team di ricercatori e scienziati che segue la missione prevede che gli strumenti di Voyager 1 possano continuare ad inviare dati a Terra fino al 2020 prima che le batterie al plutonio diventino troppo deboli per proseguire con l’attività scientifica.

“Voyager has boldly gone where no probe has gone before, marking one of the most significant technological
achievements in the annals of the history of science, and adding a new chapter in human scientific dreams and
endeavors.„
– John Grunsfeld, responsabile delle missioni scientifiche NASA.

I ricercatori non sanno precisamente quando Voyager 1 raggiungerà la zona dello spazio interstellare dove non vi sono più influenze da parte del Sole e neppure si conosce quando Voyager 2 arriverà nello spazio interstellare,tuttavia non dovrebbe mancare molto tempo.
Voyager 1 viaggia a 17 chilometri al secondo, si stima che occorreranno altri 40mila anni prima che entri in una zona di influenza di un’altra stella.

Le sonde sono tate costruite e sono gestite dal jet Propulsion Laboratory. Voyager 1 pesa 722 chilogrammi,funziona grazie a diversi dispositivi con capacità di calcolo ed elaborazione di gran lunga inferiori a quelle dei cellulari dei nostri giorni. I costi delle missioni Voyager (1 e 2), includendo lancio, operatività e batterie nucleari ammontano a 988 milioni di dollari.

Qui è possibile ascoltare un file sonoro delle vibrazioni registrare da Voyager 1 nello spazio interstellare.

http://www.astronautinews.it/2013/09/13/voyager-1-e-nello-spazio-interstellare-da-un-anno/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=voyager-1-e-nello-spazio-interstellare-da-un-anno

Dal “Diario di Samantha Cristoforetti”

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Voyager story

Voyager story.

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Oreopithecus Bambolii,l’Ominide del Baccinello

Nell’estate del 1958 (Il 2 agosto) accadde un fatto che sconvolse la realtà di un piccolo paese vicino a Grosseto.A 200 metri di profondità in una miniera di lignite a Baccinello fu scoperto uno scheletro di ominide preistorico sul soffitto di una galleria.Altri reperti fossili erano stati ritrovati dai minatori nel tempo:coccodrilli,tartarughe,erbivori,roditori, in quello che era stato,tra i 9 e i 6 milioni di anni prima, il fondo di una laguna,ma mai era stata fatta una scoperta così sensazionale .                                                                                                                                                                   Immagine Fu avvertito immediatamente il professor Hurzeler che accorse con il suo assistente Lorenz per analizzare il fossile.Era lo scheletro di un Oreopithecus Bambolii,nome motivato dal primo ritrovamento avvenuto nel 1870 sul Monte Bamboli vicino a Massa Marittima.Altri resti di questa scimmia caudata sono stati trovati sulle colline metallifere nei pressi di Ribolla e Montemassi. Immagine                                                        L’Oreopithecus aveva un’andatura bipede e notevoli capacità di manipolazione e pur non essendo imparentato con l’uomo,ne rappresenta un lontanissimo avo estintosi 6 milioni di anni fa ,cioè 2 milioni di anni prima che comparisse l’Australopiotecus in Africa.Sono state la posizione eretta e la manualità che hanno permesso a questo ominide di sopravvivere per tre milioni di anni ai tremendi sconvolgimenti climatici avvenuti 9 milioni di anni fa in Europa.Immagine                                         I minatori che effettuarono il ritrovamento chiamarono l’Oreopithecus Sandrone,e con questo nome è conosciuto al Baccinello e in Maremma.

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Mi hanno sparato sette pallottole per una vendetta d’onore.

 

 

l'ultima storia

 

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Articolo di Monica Perosino sulla Stampa del 10/01/2014

Questa storia raccontata da Monica Perosino sembra avvenuta nella preistoria ,perchè tutti i popoli civili si rifanno a leggi fatte dall’uomo per l’uomo e non da l’uomo per le bestie.Non credo che usanze simili siano esistite durante i regni mesopotamici,nell’antica Grecia,durante l’impero romano o nel medioevo.Il trattamento riservato alle donne nel Kohistan è fuori dal tempo e da questo mondo.Mentre nel mondo occidentale si parla di google-glass,droni che fanno consegne per Amazon,Robot che operano pazienti in zone del pianeta arretrate ed oscure la cattiveria e l’idiozia,mascherate da riti e tradizioni,dilagano.Forse la nostra non sarà la migliore delle vite possibili,ma ringrazio Dio ( o Visnù,o Manitou,o il Fato) di essere nato qua.

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Nabta Playa

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Nabta Playa è situato circa 800 chilometri a sud della moderna Cairo e circa 100 chilometri a ovest di Abu Simbel nell’ Egitto meridionale , vicino al confine egiziano – sudanese .I reperti archeologici rinvenuti nel luogo, indicano che l’occupazione umana nella regione risale ad almeno il 10 °/8 ° millennio a.C. Fred Wendorf scopritore del sito, e l’etno-linguista Christopher Ehret hanno suggerito che le persone che occupavano questa zona a quel
tempo erano pastori di bestiame,utilizzavano pettini in osso di pesce e creavano ceramiche elaborate,ornate da soggetti dipinti e complicati, che appartengono ad una lavorazione fortemente associata a quella utilizzata nella parte meridionale del Sahara;la prima ceramica a Nabta Playa è datata tra il 9.800 e l’8.000 a.C., almeno 1500 anni prima della comparsa della coltivazione e il conseguente sedentarismo. A Nabta sono state rinvenuti piatti, strutture tombali ed un certo numero di lastre e megaliti rovesciati disposti su di una circonferenza

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Infatti nel 5 ° millennio a.C. questi popoli hanno creato uno dei dispositivi astronomici più antichi conosciuti al mondo ( più o meno contemporaneo al circolo Goseck in Germania):un piccolo cerchio di pietre che ricorda e precede Stonehenge (2600 aC ) , e altri siti preistorici simili, di circa 1000 di anni. Le ricerche suggeriscono che potrebbe essere stato un calendario preistorico che avrebbe segnato con una certa precisione il solstizio d’estate .Gli archeologi ritengono che il popolo Nabta Playa possa essere stato il precursore delle grandi civiltà che si sono sviluppate nelle città sul Nilo sorte in Egitto migliaia di anni dopo .Anche se i resti della civiltà Nabta si trovano oggi in una regione arida , in realtà è sorta nel momento in cui, essendosi spostati i flussi che determinano il movimento dei monsoni,la vallata era stata riempita da un lago, rendendo possibile il fiorire di una grandecultura .Nabta Playa è infatti vicino ad un bacino prosciugato e serviva come importante centro cerimoniale per le tribù nomadi. Anche se alcuni ritengono che la raffinata ed alta cultura delle cronologisticamente successive dinastie egiziane sia stata preso in prestito dalla Mesopotamia e dalla Siria,l’astronomo J. McKim Malville dell’Università del Colorado ed altri studiosi, credono che la cultura Nabta sia così complessa e simbolica che potrebbe aver stimolato la crescita proprio della civiltà che alla fine costruì le prime piramidi lungo il Nilo circa 4500 anni fa.Un fatto storicamente rilevante è stato la scoperta che,all’inizio del Neolitico,gli abitanti costruirono alcuni villaggi dotati di pozzi, quindi,mentre si riteneva, in un primo momento, che gli antichi nomadi vivevessero nella regione solo durante le estati piovose , questi pozzi possono averne permesso la presenza per tutto l’anno .                                

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Negli ultimi anni ,una spedizione di ricerca ha scoperto un tumulo funerario nel bacino del lago Nabta Playa , che sovrasta i campi dei monoliti di pietra , ora distrutto dai venti del deserto .Nel suo piccolo pozzo di sepoltura è stato trovata la testa di un bambino di 2,5/3 anni,senza dubbio il figlio di un potente dominatore del deserto nubiano di circa 3500 anni aC,poco prima della creazione del primo stato egiziano

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http://io9.com/5928085/10-civilizations-that-disappeared-under-mysterious-circumstances

http://traveltoeat.com/a-history-of-ancient-prehistoric-architecture/

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Barba e sorriso smagliante Ecco il divo di Stonehenge (La Stampa)

Ricostruito il volto di un uomo del Neolitico. Tra mille sorprese
 Stonehenge
                                                                       STEFANO RIZZATO                                                                       Secondo le ultime ipotesi, la costruzione di Stonehenge fu intrapresa intorno al 3100 a.C. e si concluse intorno al 1600 a.C.Starebbe alla grande in uno dei film sul Signore degli Anelli. Oppure «seduto in metropolitana, a fianco a voi», come ha suggerito il suo creatore. Barbuto come va di moda oggi, l’uomo di Stonehenge è tra noi. Ed è bello, niente affatto selvatico. Sembra quasi Russell Crowe. Chi vuole può vederlo di persona, all’ingresso del nuovo museo allestito per il famoso sito archeologico inglese. Ovviamente non si troverà di fronte l’originale in carne e ossa, che oggi avrebbe circa 5500 anni sulle spalle, ma un modello ricreato dagli scienziati e dallo scultore svedese Oscar Nilsson.  Grazie alle nuove tecnologie è bastato studiare i resti di un uomo del Neolitico – arrivati quasi intatti e scoperti 150 anni fa – per risalire alle sembianze di questo «pro – pro – prozio» dei sudditi della Regina. Sarebbe vissuto 500 anni prima che il misterioso complesso di Stonehenge venisse eretto. Difficile che fosse dedito al tè delle cinque, ma di lui si sa molto altro. Prima di tutto l’età: tra i 25 e i 40 anni. E poi l’altezza, circa 172 centimetri e quindi decisamente superiore alla media dell’epoca, di 165. A «parlare» agli studiosi sono stati soprattutto i denti, bianchi e poco rovinati, analizzati dal punto di vista chimico e in grado di raccontare molti dettagli sull’uomo di Stonehenge. Il profilo che ne è uscito – e non sorprende, viste le abitudini dell’epoca – è quello di un gran viaggiatore. Nato in Galles, si sarebbe trasferito intorno ai tre anni verso Est, nella zona diventata famosa per i megaliti. Sarebbe poi tornato a Ovest, forse dalle parti dov’era nato, intorno ai nove anni. Ma la gioventù da pendolare non era finita e a quello sarebbero seguiti altri quattro viaggi, tra Est e Ovest, più o meno sul solito itinerario. Grazie ai denti è stata ricostruita anche la dieta dell’antico inglese: ricca di carne, ancor più dei suoi contemporanei. Un dettaglio non da poco, che rafforza l’ipotesi che l’uomo di Stonehenge fosse un pezzo grosso della sua comunità, come già la meticolosa e inusuale sepoltura aveva suggerito. I muscoli, modellati in terracotta, sono stati ricostruiti sulla base della lunghezza delle ossa e del peso dello scheletro. Ma ciò che è destinato a stupire i visitatori – se ne attendono 1,2 milioni nel 2014 – è l’incredibile realismo del volto: il frutto dell’incontro tra la scienza, con le tante informazioni recuperate in laboratorio, e l’estro dell’artista, che ha aggiunto il suo tocco e ha permesso ai resti di rivivere. Il primo passo per ricostruirlo è stato una copia in vinile del cranio, fatta all’Università di Bradford. Su questa base Nillson ha lavorato una sagoma in silicone dipinto, che ha modellato e arricchito con i capelli e la barba all’ultima moda. «Ho dovuto metterla, all’epoca non c’erano certo rasoi», ha spiegato lo scultore. A rafforzare l’idea che l’uomo di Stonehenge sia vissuto con qualche agio in più rispetto ai suoi contemporanei, e rispetto agli standard del Neolitico, c’è anche l’analisi approfondita delle ossa. A parte una lesione al legamento del ginocchio e una al muscolo di una coscia, il nostro eroe non sembra aver sofferto gravi infortuni, né fratture nel corso della sua vita. E dire che erano tempi piuttosto movimentati. Per gli scienziati è stato invece impossibile capire le cause della morte, invisibili all’analisi delle ossa. Forse, ha spiegato Simon Mays, il biologo dell’università di Southampton che ha curato il caso, fu colpa di un’infezione fulminea, troppo veloce per lasciare tracce.lastampatop2http://www.lastampa.it/2014/01/07/societa/barba-e-sorriso-smagliante-ecco-il-divo-di-stonehenge-3kwEawIG6IseYDQ3CFxBMI/pagina.html

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