Gli Etruschi

Le Origini di un popolo : Il mistero degli Etruschi

In Italia si continua a misconoscere l’enorme contributo che la civiltà etrusca ha dato alla nostra civiltà Occidentale. Si continua a credere ed ad insegnare che solo i Greci e soprattutto i Romani sono i popoli a cui l’Occidente deve le sue origini. Tutto ciò è quanto meno esagerato e basato su falsità storiche. E’ appurato invece che sono gli Etruschi, forse provenienti da Oriente, i veri fondatori della nostra cultura Europea, nel bene e nel male. Questa verità continua ad essere sotto stimata e a volte ostacolata da diversi storici italiani mentre è riconosciuta da decenni dalla maggioranza degli storici di tutto il mondo. Nei secoli passati prima la potente e incolta Roma ha falsificato le proprie origini e ha misconosciuto l’eredità della vinta civiltà Etrusca, poi i primi Imperatori cristiani hanno completato l’opera a colpi di editti. Con il potere e non certo con la forza delle loro idee hanno fatto tacere cultura e religione Etrusca. Successivamente sulle rovine dell’impero i Pontifices della nuova religione si sono impadroniti delle antiche insegne dell’Oriente più arcaico tramandate ai romani da Principi e Sacerdoti Etruschi. Per esempio la porpora dei lucumoni diventa il colore dei cardinali, il bastone ricurvo dei Sacerdoti Etruschi diventa il Pastorale dei Vescovi. Le cerimonie solenni della nuova religione sono riproduzione delle cerimonie religiose Etrusche.

Le antiche città stato Etrusche divennero le prime sedi episcopali (Volterra, Vulci, Orvieto, ecc). Il testo Etrusco più lungo finora ritrovato è un calendario di 12 mesi con le istruzioni religiose per ogni giorno. Anche il patrimonio figurativo cristiano ricalca le immagini ritrovate nelle tombe etrusche. Le figure alate degli etruschi ritornano nelle figure cristiane degli Angeli e di Satana. Su gli antichi templi etruschi sono state costruiti le nuove chiese e molto probabilmente tuttora si celano nei loro muri resti etruschi che stranamente gli etruscologi non hanno ancora preso in considerazione. Quindi prima Roma, poi soprattutto la gerarchia sacerdotale della nuova religione romana hanno carpito alla civiltà Etrusca i suoi simboli ma negandone la provenienza cosiddetta “pagana”. Anzi, come sempre succede nella storia e nella vita, calunniando il legittimo proprietario e accusandolo, a secondo del periodo storico, di varie iniquità. Sfortunatamente per la nostra cultura il peggio della religione Etrusca, come per esempio, il concetto dell’infallibilità, fu trasferito nella religione cristiana. Ma come spesso succede, la verità risorge. Dal paravento dell’esteriorità si riesce a cogliere che la sostanza è ben diversa. La grande eredità civilizzatrice degli Etruschi fu per secoli abbandonata, terre un tempo ricche di prodotti diventarono incolte, botteghe di artigiani ed artisti diventarono vuote, le loro avanzate conoscenze di metallurgia e di idraulica dimenticate e l’individualità creatrice Etrusca fu oppressa. Ma fortunatamente non del tutto spenta. Dopo secoli di regressione culturale, presumo molto probabilmente voluta dal nuovo Imperio religioso, di occultamento e di distruzione delle fonti della civiltà Etrusca, ci fu la rinascita. Negli antichi borghi dell’Appennino erano rimasti i discendenti degli Etruschi, e le meraviglie racchiuse nelle tombe dei loro antenati risvegliò il loro originario genoma: la parte centrale dell’antica terra degli Etruschi, la Toscana, diventò la culla dell’Umanesimo e del Rinascimento.

Nelle sue città, per lunghe generazioni etrusche, nacquero personaggi come Dante, Leonardo, Brunelleschi, Giotto, Bernini, Michelangelo ecc e soprattutto tanti sconosciuti artigiani ed artisti a cui si deve la crescita della nostra civiltà Occidentale.

Tratto da :G. Baccolini Università di Bologna Aprile 2001

Il DNA degli Etruschi e dei popoli orientali.

A cominciare dal 1987 è stato condotto un prolungato studio sull’Eneide di Virgilio ed i suoi antecedenti mitostorici. In modo particolare, è stata esaminata la tradizione della consanguineità degli Etruschi di Corito Tarquinia con i Troiani.

Nel 1994, i genetisti Luigi Cavalli Sforza e Alberto Piazza, unitamente all’ecologista Paolo Menozzi, rendevano noto che le caratteristiche genetiche di coloro che oggi, in Italia, vivono nella regione dell’antica Etruria sono notevolmente diverse da quelle degli altri Italiani. Con ciò, essi ritenevano possibile che gli Etruschi fossero un popolo immigrato, come proposto dalla tradizione della parentela con i Troiani, e concludevano che dati più attendibili potrebbero venire dall’esame genetico degli abitanti delle presunte originarie regioni.

Al Congresso Internazionale Anatolisch und Indogermanisch (Anatolico ed indoeuropeo), tenutosi presso l’Università di Pavia nel 1998, è stato portato un contributo dal titolo Tarconte, un ponte mitostorico fra Tarquinia e Troia, dove veniva presentavata una lunga serie di documenti testimonianti che gli Etruschi, a torto o a ragione, ma forse a ragione, ritenevano d’essere imparentati con i Troiani. In quella stessa occasione si rilevava che il nome di Tarconte, fondatore eponimo di Tarquinia (etr. Tarchuna), venuto dall’Anatolia, trova riscontro in quello del dio anatolico Tarui o Tarhui o Tarhun o Tarhunt. Dai testi ittiti risulta che questo dio era il protettore di Wilusa Taruisa / *Tarhuisa (Ilio Troia). I nomi di Troia e di Tarquinia deriverebbero dunque da quello della stessa divinità.

In un susseguente lavoro su L’origine degli Etruschi nelle fonti Etrusche (“BollStas” 2002), si è anche auspicato che prima o poi i genetisti dessero una conferma significativa. E i genetisti l’hanno poi data, sì che in America, Christopher Wilhelm, professore alla Mayfield Senior School della California (U.S.A), ha potuto far presente che il lavoro dei genetisti ha sostanziato la documentazione archeologica e letteraria che io stesso avevo presentato (C. Wilhelm, The Aeneid and Italian Prehistory).

Nel 2004, infatti, una prestigiosa rivista americana di genetica, seguita nel 2006 da un’altrettanto autorevole rivista inglese, ha pubblicato i dati ottenuti dalla equipe del genetista Guido Barbujani durante un’indagine condotta sul confronto tra il DNA mitocondriale degli antichi Etruschi e quello di coloro che oggi abitano in Italia, in Europa, nel Nord Africa e nel vicino Oriente.

Al termine dell’indagine, l’equipe ha riscontrato che il DNA degli antichi Etruschi ha qualche somiglianza con quello degli attuali abitanti di quelle parti d’Italia corrispondenti alla vecchia Etruria. Entrambi i DNA, poi, l’antico e il moderno, non presentano significative somiglianze con quello delle altre regioni italiane (Sardegna compresa) ed europee.

Nell’aprile 2007, un’equipe guidata dal prof. Antonio Torroni ha pubblicato nella sopra citata rivista americana i risultati di una nuova ricerca. L’equipe ha studiato il DNA mitocondriale di 322 persone toscane abitanti da almeno tre generazioni a Murlo, Volterra e Valle del Casentino, e non imparentate fra loro. Lo ha poi confrontato con quello di altri quindicimila soggetti di cinquantacinque popolazioni dell’Italia, dell’Europa, dell’Africa settentrionale e del vicino Oriente.

La sua equipe ha riscontrato una connessione fino al 17,5% fra il DNA degli attuali Toscani e quello degli attuali abitanti del vicino Oriente (Turchia, Giordania e Siria), delle coste dell’Africa del nord e delle isole Egee (Lemno e Rodi). E’ interessante, in particolare, come dice la stessa equipe, che però la popolazione di Lemno ha due importanti particolarità. Da un lato ha somiglianze genetiche con i Toscani e dall’altro “è un’eccezione nel panorama genetico per le particolari caratteristiche che la distinguono sia dalle moderne popolazioni europee che da quelle del Vicino Oriente”.

Ora, Lemno è un’isola troppo piccola perché un’eventuale emigrazione in Italia possa aver determinato le caratteristiche genetiche degli Etruschi. Le somiglianze genetiche rendono invece possibile un’emigrazione dall’Etruria a Lemno ed alle altre isole egee senza escludere una migrazione di ritorno. Ciò porta a riconsiderare, come vedremo, le affermazioni di certi storici greci secondo cui gli Etruschi colonizzarono Lemno ed altre isole Egee fra cui Samotracia. Da qui, secondo Virgilio, gli Etruschi di Corito (Tarquinia) si portarono sulle coste nord occidentali dell’Anatolia, ed addirittura, fondarono Troia. Quest’ultima notizia desta meraviglia perché la civiltà troiana è di gran lunga più antica di quella etrusca. Troia, tuttavia, fu distrutta più volte e più volte ricostruita, anche dopo gli eventi omerici, e fino all’XI sec. a.C., sì che una gente venuta dall’Italia centrale tirrenica potrebbe aver partecipato ad una delle sue ricostruzioni. Tratto da :Etruschi DNA Tarquinia Origini di Alberto Palmucci

Teorie sulle origini

Il fondatore della questione etrusca è Dionisio D’Alicarnasso, storico greco di età augustea, che dedica cinque capitoli (26 -30) del primo libro delle sue Antichità romane all’esame di questo argomento, confutando – con i mezzi critici a sua disposizione – le teorie che identificavano gli Etruschi con i Pelasgi o i Lidi e dichiarandosi favorevole all’ipotesi che fossero un popolo «non venuto di fuori ma autoctono», il cui nome indigeno sarebbe stato Rasenna.

Prima di lui le opinioni sulle origini etrusche non avevano avuto, a quanto sembra, carattere di meditata discussione; ma, come la maggior parte delle notizie antiche sulle origini di popoli e città del mondo greco ed italico, erano ai confini tra la storia e il mito, giovandosi al più – nel senso di una giustificazione critica – di accostamenti etimologici ed onomastici.

Come le origini di Roma e dei Latini erano riportate ai Troiani attraverso le migrazioni di Enea, così per i Tirreni, cioè per gli Etruschi, si era parlato di una provenienza orientale, dalla Lidia in Asia Minore, attraverso una migrazione transmarina, guidata da Tirreno figlio di Ati re di Lidia, nel territorio italico degli Umbri (racconto di Erodoto, l, 94) o di una loro identificazione con il misterioso popolo nomade dei Pelasgi (Ellanico di Lesbo in Dionisio, I, 28), ovvero anche di una immigrazione di Tirreno con i Pelasgi che avevano già colonizzato le isole egee di Lemno e di Imbro (Anticlide in Strabone, V, 2, 4); si aggiungano minori varianti o rielaborazioni di questi racconti su cui non vale la pena di soffermarci.

La teoria di Erodoto

Raccontano i Lidi che i giochi in voga presso di loro e presso i Greci furono una loro invenzione, avvenuta all’incirca al tempo della colonizzazione da parte loro della Tirrenia. Regnando infatti il re Atys, figlio di Manes, una grave carestia colpì tutto il paese. I Lidi per diciotto anni tollerarono il male, ricorrendo appunto ai giochi dei dadi e … della palla eccetera. Per un giorno intero giocavano per dimenticare la fame, e il giorno seguente si nutrivano. Ma non cessando la carestia, anzi divenendo sempre più insopportabile, il re divise i cittadini in due parti sorteggiando una metà perché restassero nel paese, e l’altra metà per emigrare sotto il comando di suo figlio Tirreno. Questi scesero a Smirne dove costruirono navi e dopo averle caricate delle vettovaglie necessarie al viaggio, partirono in cerca di nuove terre finché, oltrepassati molti popoli,

giunsero presso gli umbri, e là fondarono città e tuttora vi abitano, e dal loro condottiero si chiamano Tirreni.

ERODOTO (I, 94), in C. DE PALMA, Le origini degli Etruschi, Nuova S1, Bologna 2004

La teoria di Strabone

I Tirreni, dunque, sono conosciuti presso i Romani coi nomi di Etrusci e di Tusci. I Greci li chiamarono Tirreni da Tirreno, figlio di Ati, in quanto quest’ultimo aveva inviato dalla Lidia alcuni coloni in questa zona. Infatti Ati, discendente di Eracle e Onfale, in seguito a

una carestia e alla penuria di qualsiasi prodotto avendo due figli, dopo aver estratto a sorte, trattenne con sé Lido; riunendo invece con Tirreno la maggior parte della popolazione, la inviò con lui fuori del paese. Una volta giunto in questi luoghi, Tirreno chiamò ilpaese Tirrenia dal proprio nome e fondò 12 città, assegnando loro come capo Tarconte, dal quale prende ilnome la città di Tarquinia e di cui si racconta, per la sua perspicacia, che nacque canuto. A questo tempo dunque i Tirreni, governati da un solo capo, erano assai potenti; più tardi sembra che la loro confederazione si sciolse e, cedendo alla violenza dei vicini, essi si divisero in singole città. Infatti, abbandonata una terra fertile, non si sarebbero volti al mare e dati alla pirateria, rivolgendosi chi a un mare chi all’altro quando, avendo le loro forze unite, potevano non solo difendersi contro

chi li attaccava, ma anche attaccare a loro volta e fare grandi spedizioni.

Dopo la fondazione di Roma giunse presso di loro un certo Demarato, che conduceva gente da Corinto: gli abitanti di Tarquinia lo accolsero e, da una donna indigena, egli generò Lucumone. Costui, divenuto amico del re di Roma Anco Marzio, regnò poi egli stesso e il

suo nome fu mutato in Lucio Tarquinio Prisco. Anch’egli, come già prima aveva fatto il padre, si diede dunque da fare per abbellire la Tirrenia. Il padre aveva fatto ciò

grazie ai numerosi artigiani che lo avevano accompagnato da Corinto, il figlio poté farlo grazie alle risorse provenienti da Roma. Si dice che anche le insegne dei trionfi e quelle dei consoli e in generale dei magistrati furono portate a Roma da Tarquinia e così pure i fasci,

le asce, le trombe e i riti sacrificali e la divinazione e tutta la musica di cui fanno uso in Roma nelle pubbliche manifestazioni.

STRABONE (V, II, 2), in C. DE PALMA, Le origini degli Etruschi, cit.

La teoria di Dionigi di Alicarnasso

[...] Neppure stimo che i Tirreni siano stati coloni dei Lidi; infatti nè hanno in comune con quella la lingua, nè si può dire che, quantunque non abbiano una lingua simile, conservino nonostante qulache altro indizio, qualcosa della patria originaria… Quindi coloro che dicono che questo popolo non è venuto dal di fuori, ma indigeno,sembrano avvicinarsi alla verità, dal momento che risulta essere un popolo antichissimo e a nessun altro simile nè per la lingua, nè per i costumi.

(Dionigi d’Alicarnasso, Storia antica di Roma, I, XXX)

Dionisio di Alicarnasso, storico greco del I secolo a.C., nel primo libro delle Antichità romane confuta la tesi di Erodoto.

Roma, oggi padrona dell’orbe terracqueo, ebbe come suoi primi abitanti i barbari Siculi, una stirpe indigena. In seguito a una lunga guerra la città fu presa dagli Aborigeni. Fino ai tempi della guerra di Troia essi mantennero il loro nome ma sotto il re Latino lo mutarono in quello di Latini. Gli Aborigeni, alcuni li considerano autoctoni, altri nomadi giunti da lontano. Porcio Catone, Caio Sempronio e altri storici romani sostengono che gli Aborigeni fossero Greci venuti dall’Achaia, molte generazioni prima della guerra di Troia.

Dopo che i Pelasgi ebbero lasciato la regione, le loro città furono occupate dai popoli che vivevano nelle immediate vicinanze, ma principalmente dai Tirreni, che si impadronirono della maggior parte di esse, e delle migliori… Sono convinto che i Pelasgi fossero un popolo diverso dai Tirreni. E non credo nemmeno che i Tirreni fossero coloni lidii, poiché non parlano la lingua dei primi… Perciò sono probabilmente più vicini al vero coloro che affermano che la nazione etrusca non proviene da nessun luogo, ma che è invece originaria del paese.

DIONISIO DI ALICARNASSO, Antichità romane, I, 9, traduzione di F. Cantarelli, Rusconi, Milano 1984

Livio, storico romano contemporaneo di Dionisio di Alicarnasso, individua invece delle somiglianze tra gli Etruschi e alcune popolazioni del Nord Italia. La sua tesi verrà ripresa nel II secolo d.C. dallo storico Giustino.

Prima della dominazione romana la potenza etrusca si estendeva ampiamente per terra e per mare; i nomi dei due mari superiore e inferiore da cui l’Italia è cinta a guisa di un’isola, offrono una testimonianza della loro potenza, poiché l’uno le popolazioni italiche chiamarono mare Tosco, nome comune all’intera gente, e l’altro Adriatico, dalla colonia etrusca di Adria; i Greci li chiamano pure Tirreno e Adriatico. Si stabilirono nelle terre che si stendono fra entrambi i mari, fondando dapprima 12 città nella regione fra l’Appennino e il Mar Tirreno*, e poi mandando al di là dell’Appennino altrettante colonie quante erano le città di origine;

occuparono così tutta la regione al di là del Po fino alle Alpi eccettuato l’angolo abitato dai Veneti intorno all’estremità del Mare Adriatico. Anche alcune popolazioni alpine sono senza dubbio di origine etrusca, soprattutto i Reti; la natura stessa dei luoghi poi li imbarbarì al punto che non mantennero alcune delle caratteristiche antiche se non il dialetto e anche questo corrotto.

LIVIO, V, 33 7-11, traduzione di I. Lana, UTET, Torino 1998

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Nucleare, la centrale del Garigliano uccide ancora (Sappiamo solo quello che ci fanno sapere).

Non si parla mai delle attuali centrali nucleari che tuttora devono essere messe in sicurezza e smantellate.
Ecco l’elenco le centrali nucleari che vennero fermate dopo il referendum del 1987, questa tabella la trovate anche su wikipedia:

Centrali elettronucleari in Italia. Dati tratti dal registro internazionale reattori nucleari presso l’AIEA”http://it.wikipedia.org/wiki/Centrali_nucleari#cite_note-13

Si noti che, considerata la durata media di tali impianti (25-30 anni dal momento dell’accensione del reattore), alla data dei referendum italiani (1987) la centrale di Garigliano era già stata chiusa per raggiunti limiti d’età mentre quelle di Latina e Trino vercellese lo sarebbero state entro pochi anni. L’unica centrale che è davvero stata chiusa prematuramente è quella di Caorso in provincia di Piacenza.

Con centrale elettronucleare (o più raramente centrale nucleotermoelettrica e più comunemente centrale nucleare o atomica), si intende generalmente una centrale elettrica che sfrutta il calore prodotto da una reazione di fissione nucleare a catena autoalimentata e controllata per generare vapore (o gas come l’anidride carbonica) a temperatura e pressione elevate col fine di alimentare turbine connesse ad alternatori e producendo quindi elettricità. Possono essere composte da uno o più reattori.
In una centrale nucleare a fissione refrigerata ad acqua leggera, come ogni centrale elettrica basata su un ciclo al vapore, avviene una reazione che libera calore utilizzato per la vaporizzazione dell’acqua e quindi la generazione di lavoro meccanico. Il principio fisico alla base della generazione del calore in una centrale nucleare a fissione è dunque la fissione nucleare, ovvero la scissione del nucleo di atomi pesanti quali uranio e plutonio. foto
Diciamo che le centrali nucleari non è che siano proprio così economiche, contando che dietro c’è un lavoro esagerato per la produzione del combustibile.

Per la realizzazione della centrale del Garigliano, la BIRS, la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (meglio nota come Banca Mondiale, o World Bank) erogò, per la prima ed unica volta nella sua storia, un finanziamento di 40 milioni di dollari dell’epoca in favore dello sviluppo dell’energia nucleare a “scopi pacifici”. Il prestito venne concesso alla Cassa per il Mezzogiorno e da questa trasferito alla SENN, Società Elettronucleare Nazionale, creata ad hoc ed incaricata della realizzazione dell’opera. L’intera realizzazione si distinse per il suo carattere di esperimento sia sul piano energetico che finanziario.
L’unico incidente nucleare che c’è stato in italia (documentato) è stato quello della centrale del Garigliano a Sessa Aurunca (CE), (cosa strana non citata sulla pagina di wikipedia).
Questa è stata da sempre una centrale con molti difetti, di fatti è stata chiusa prima del referendum,è stata oggetto di un guasto nel 1978 e, dopo aver valutato come antieconomici i costi della sua riparazione, è stata chiusa definitivamente il 1º marzo 1982.
Il Reattore ad acqua bollente (BWR)” di 160 MegaWatt, un modello superato già nel periodo di sua realizzazione. Basato su una configurazione impiantistica eccessivamente complicata (presto abbandonata dalla stessa General Electric).
I lavori per la realizzazione della centrale nucleare del Garigliano iniziarono nel 1959 e finirono nel 1964 e già nel 1963 iniziò il primo di una lunga serie di incidenti e/o malfunzionamenti più o meno gravi. Per l’esattezza gli incidenti di rilievo furono 18 fino al 1982, ma solo nel novembre del 1980 ci fu la prima segnalazione ufficiale ai comuni limitrofi delle Province di Caserta e Latina di un incidente dovuto alle infiltrazioni di acqua di falda nei sotterranei della centrale dove c’erano i contenitori di stoccaggio delle resine provenienti dal sistema di purificazione delle acque del reattore della centrale. L’incidente provocò la fuoriuscita di ingenti quantità di materiale radioattivo (in particolare Cesio 137, Cesio 134 e cobalto 60). Qualche giorno dopo l’incidente si registrò la morte di 25 bufale che avevano pascolato in aree sommerse dal fiume e la moria di grossi pesci lungo il tratto di mare ove sfocia il fiume Garigliano.
Purtroppo casi simili a questo, oggetto di studi scientifici, sono innumerevoli. Così come sono innumerevoli i casi di malformazioni fetali di piante, animali ed esseri umani e di tumori ed altre patologie direttamente riconducibili all’inquinamento radioattivo, nella zona di Sessa Aurunca, Castelforte, Minturno e gli altri comuni vicini.
Il WWF chiede alla SOGIN di rendere pubblici dei dati attuali sulla presenza delle scorie radioattive stoccate presso la centrale, perché nel 2002 dopo una visita sempre del WWF che ha effettuato alla centrale, constatò che i rifiuti radioattivi erano ancora lì.La centrale di Sessa Aurunca definita sicura finisce spesso sott’acqua.Quando il fiume Garigliano esonda, invade la centrale nucleare. Il reattore ha avuto un impatto sulle malattie degli abitanti della zona che nessuno però ha mai voluto certificare ufficialmente.Il 18 marzo 2011,oltretutto, il Garigliano ha rotto ancora una volta gli argini invadendo la pianura che dolcemente lo accompagna la mare,coprendo, nuovamente, la centrale nucleare del Garigliano, che gli abitanti della zona chiamano il mostro.

Il mostro è una palla bianca unica al mondo; è un reattore che gli americani ci hanno svenduto a metà degli anni ‘60, ma che poi non hanno avuto il coraggio di replicare sul loro territorio. L’Italia la piazzò nel comune di Sessa Aurunca, nell’alto casertano, in un ansa del Garigliano, fiume conosciuto fin dall’antichità per essere mai domo.
La centrale,come detto,è chiusa dal 1982, ma il suo cuore è sempre pulsante. È chiusa ma il suo carico radioattivo fa sempre paura, ci sono stoccati oltre duemila metri cubi di rifiuti atomici, messi in sicurezza in 3mila e 400 fusti, e 1200 metri cubi di rifiuti a bassa attività, chiusi in buste di plastica e sepolti attorno alla centrale, come si usava negli anni ’70.
La Sogin, la società chiamata a gestire lo smantellamento del vecchio nucleare, sta
bonificando quel disgraziato reattore dal 2000. Si sta cercando di mettere in sicurezza
l’ufficio turbina dall’amianto e dalla radioattività,ma il lavoro è ancora lungo. E non
l’unico. C’è il camino dei fumi da abbattere,ma soprattutto la vasca di restituzione da
smontare.
La vasca di restituzione è una sorta di piscina di decantazione che raccoglieva le
acque provenienti dai vari cicli della centrale prima che si riversassero nel fiume.
È una vera e propria bomba ecologica per una semplice ragione , perché in quella
vasca finiva tutta l’acqua radioattiva, a livelli ritenuti accettabili per l’ambiente, ma pur
sempre contaminata.
Anno dopo anno sul fondo della vasca si sono formati sedimenti radioattivi e
pericolosi che il Garigliano ogni anno porta con sé,come è successo anche il 18
marzo 2011, quando il fiume si è preso di nuovo la sua libertà rompendo gli argini e
invadendo l’area della centrale, portandosi dietro il suo carico di morte e di vittime.
Negli anni nessuno ha voluto quantificarlo, non ufficialmente almeno,ma c’è chi ha
sempre lottato per far emergere la verità.


Tra i molti l’avvocato Marcantonio Tibaldi che negli anni ’80 per primo certificò, in
maniera statistica, l’impennata dell’incidenza dei tumori e leucemie nell’area del
Garigliano, che comprende il basso Lazio con le province di Frosinone e Latina e
1700 chilometri di costa balneabile risalendo dal Volturno al Circeo.
Tibaldi scrisse che dal 1972 al 1978 le neoplasie erano del 44% contro una media
nazionale del 7% (dati Istat). Tibaldi monitorò anche le malformazioni tra i neonati:
su un totale di 90 casi, 60 si registrarono nelle zone di mare (Formia, Gaeta,
Minturno, Mondragone) dove nascevano quasi tutti i bimbi di Sessa Aurunca. Altri4
casi di anencefalia avvennero presso l’ospedale di Minturno.
Tutte vittime del mostro? Per Tibaldi il dubbio c’era. Per anni l’avvocato urlò al mondo
cercando di farsi sentire,ma nessuna istituzione lo ascoltò. Furono pochissimi gli studi
fatti. Uno di questi fu redatto dal professor Alfredo Petteruti nei primi anni ‘80 che
campionò le malattie degli animali della zona.
Il suo testo: “La mostruosità nucleare: indagine sulla centrale del Garigliano”, certificò
l’impennata delle malformazioni tra le mucche olandesi ma neanche questo servì.
Tutti chiusero gli occhi, tutti tranne gli abitanti della piana. Nel paese di San Cosma e
Damiano dal 24 febbraio 2011 Marcantonio Tibaldi ha la sua piazza.
Perché nessuno dimentichi il mostro del Garigliano… e i suoi morti.

 

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La spada nella roccia.(Galgano l’eremita)

L’abbazia di San Galgano è un’abbazia cistercense, sita ad una trentina di chilometri da Siena, nel comune di Chiusdino.

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Il sito è costituito dall’eremo (detto “Rotonda di Montesiepi”) e dalla grande abbazia, ora completamente in rovina e ridotta alle sole mura, meta di flusso turistico.Galgano Guidotti nacque a Chiusdino, feudo fortificato del vescovado di Volterra, nell’anno del Signore 1148, da una famiglia nobile. Secondo un codice conservato nella biblioteca Chigiana del Vaticano, da giovane Galgano fu un uomo feroce e incline al vizio. Tre episodi segnarono la sua vita, inducendolo a cambiare radicalmente ogni aspetto della propria esistenza: due sogni ed un’esperienza diurna. Gli apparve San Michele arcangelo, che gli ordinava di indossare un abito da cavaliere. A distanza di qualche anno, sognò di nuovo il santo che gli ordinava di seguirlo conducendolo su una vicina collinetta sulla quale si ergeva una costruzione rotonda. Il terzo episodio si differenzia dai primi perché non è un sogno o una visione, ma un’esperienza del mondo reale: durante un viaggio verso la vicina Civitella, il cavallo s’impuntò e non volle più saperne di proseguire, conducendolo a Montesiepi, che Galgano riconobbe come il luogo del secondo sogno. Qui Galgano si ritirò in eremitaggio, conficcando la spada nella dura pietra, ed usandola come croce di fronte alla quale pregare.

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Visse di digiuni e penitenza poco meno di un anno, durante il quale pare si recasse dal papa Alessandro III, forse con l’intenzione di vedersi approvare un nuovo ordine monastico. Dopo undici mesi di vita eremitica, morì. Seppellito in prossimità della sua spada infissa nella roccia, il luogo divenne presto meta di pellegrini. In breve tempo fu costruita la rotonda, dove si insediarono i cistercensi. Oltre alla splendida e singolare costruzione circolare, dal tetto a cupola, ciò che ci colpisce maggiormente oggi sono i resti della grande abbazia la cui costruzione iniziò una quarantina d’anni dopo la morte del santo.

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Stupisce il fatto che della costruzione oggi non restano che i muri esterni con le bifore ad arco acuto e lo splendido rosone del transetto di destra, il colonnato e il prato al posto del pavimento.

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La mancanza del tetto – che evidenzia l’articolazione della struttura architettonica – accomuna l’abbazia a quelle di Melrose e di Kelso in Scozia, di Tintern in Inghilterra, di Cashel in Irlanda e di Eldena in Germania.

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FARFALLE MUTANTI A FUKUSHIMA DOPO L’INCIDENTE

Mutazioni genetiche sono state registrate in tre generazioni di farfalle trovate nei pressi dell’impianto nucleare di Fukushima, Giappone.    Secondo gli scienziati, il 12% delle farfalle blu d’erba che sono state esposte, quando erano larve, al disastro nucleare subito dopo lo tsunami dell’11 marzo 2011, hanno presentato delle anormalità, tra cui ali più piccole e antenne malate.    Gli insetti sono stati successivamente allevati in laboratorio e il 18% della loro prole ha presentato simili mutazioni, ha spiegato Joji Otaki, professore della Ryukyu University di Okinawa.    Il numero delle farfalle malate è aumentato fino al 34% nella terza generazione di insetti. A sei mesi di distanza dal disastro gli scienziati hanno raccolto altre 240 farfalle. Stavolta sono state registrate anormalità nel 52% dei casi.    ”Abbiamo raggiunto la ferma conclusione che le radiazioni rilasciate dalla centrale Fukushima Daiichi hanno danneggiato i geni delle farfalle”, ha detto Otaki sottolineando che comunque presto per saltare ad altre conclusioni e che gli esperimenti sulle farfalle non possono essere applicati direttamente ad altre specie, soprattutto agli umani.
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Curiosity’s New Home

Curiosity’s New Home

These are the first two full-resolution images of the Martian surface from the Navigation cameras on NASA’s Curiosity rover, which are located on the rover’s “head” or mast. The rim of Gale Crater can be seen in the distance beyond the pebbly ground. 

The topography of the rim is very mountainous due to erosion. The ground seen in the middle shows low-relief scarps and plains. The foreground shows two distinct zones of excavation likely carved out by blasts from the rover’s descent stage thrusters. 

Image Credit: NASA/JPL-Caltech

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NASA’s Curiosity Rover Caught in the Act of Landing

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NASA’s Curiosity rover and its parachute were spotted by NASA’s Mars Reconnaissance Orbiter as Curiosity descended to the surface on Aug. 5 PDT (Aug. 6 EDT). Image credit: NASA/JPL-Caltech/Univ. of Arizona

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06/08/2012 -

Svezia, il mistero del cerchio nel mare

                                                                                                 Il cerchio ha un diametro di 60 metri e si trova a 87 metri di profondità davanti alle isole Aland

Una formazione inspiegabile nel Golfo di Botnia, i sub: “Manda in tilt gli strumenti,è inavvicinabile”

FRANCESCO SAVERIO ALONZO
STOCCOLMA

C’ è chi già dice che sia un Ufo, chi una vecchia base sottomarina sovietica e chi più prosaicamente insiste sull’esistenza, al fondo del Golfo di Botnia, fra la Svezia e la Finlandia, di un gigantesco deposito di metano risalente all’epoca glaciale. L’unico modo per scoprirlo è immergersi e osservarlo da vicino, ma la colossale formazione solida perfettamente circolare – 60 metri di diametro e 188 metri di circonferenza, a 87 metri di profondità – non si lascia avvicinare. Gli strumenti dei sub vanno in tilt e nuovo mistero si aggiunge al mistero.

La scoperta è merito di una coppia di sommozzatori-ricercatori di tesori sommersi svedesi, Dennis Aasberg e Peter Lindberg che, nella primavera del 2011, stavano perlustrando con la loro videocamera subacquea il fondo marino al largo dell’isola di Aland. La notizia del rinvenimento del «cerchio misterioso» fece rapidamente il giro del mondo e l’interesse suscitato fra esperti di sottomarini, astronomi, biologi, geologi – ed avventurieri – ha fatto insorgere le più disparate supposizioni sulla natura della costruzione: un veicolo spaziale, il coperchio di roccia di un deposito gigantesco di metano, una base segreta di sommergibili sovietici risalente alla Guerra Fredda. Oppure uno sbarramento costruito dai tedeschi negli anni Quaranta per impedire il transito di sottomarini russi nel Golfo di Botnia.

Quest’ultima ipotesi è sostenuta dall’ex contrammiraglio della marina svedese Anders Autelius il quale ha una lunga esperienza in materia, avendo egli stesso diretto i lavori di «trappole» analoghe. «Si gettava una base circolare di cemento – spiega – e, come si può vedere dai fori rimasti nella costruzione ora scoperta, vi si attaccavano dei ganci i quali sostenevano enormi reti circolari tenute tese da grandi boe superficiali. Alla rete venivano appese mine magnetiche. E forse è per questo che nessun sottomarino sovietico uscì dal Golfo di Botnia durante tutta la seconda guerra mondiale».

C’è però chi sostiene anche la teoria di un meteorite e, a sostegno di tale ipotesi, indica un «solco» lungo 300 metri che finisce proprio davanti alla costruzione circolare e che dovrebbe esserne la scia di ammaraggio.

I sommozzatori Lindberg e Aasberg hanno sondato a lungo, con il loro sottomarino privo di pilota, il «relitto», accertandosi che attorno ad esso non esistano sostanze tossiche o radiazioni insidiose. Ma quando hanno deciso, finalmente, di immergersi per accertarsi definitivamente della natura del «cerchio misterioso», qualcosa glielo ha impedito. Per ben tre volte, tutte le apparecchiature elettriche ed elettroniche, il radar, i telefoni cellulari, la sonda satellitare e la radio di bordo hanno smesso inspiegabilmente di funzionare. Non si sono arresi e la settimana scorsa sono tornati, con tutte le apparecchiature nuove, sul luogo del reperto. Altro disastro!

«Peccato – dice Lindberg perché ci sono giunte oltre 200.000 e-mail da tutto il mondo e i mass media di ogni continente ci assediano di domande. Ma finora il diavolo – o chi per lui – ci ha messo la coda!». Lindberg e Aasberg divennero famosi qualche anno fa quando recuperarono dal veliero Jönköping, affondato da un sommergibile russo durante la prima guerra mondiale, oltre 100.000 bottiglie di champagne e cognac che furono poi vendute all’asta per diversi milioni di dollari. Chissà che potrebbero trovare, se mai ci riusciranno, all’interno del «cerchio magico del Golfo di Botnia».

Svezia, il mistero del cerchio nel mare

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Voyager 1 at the Final Frontier

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For nearly 35 years, NASA’s Voyager 1 probe has been hurtling toward the edge of the solar system, flying through the dark void on a mission unlike anything attempted before. One day, mission controllers hope, Voyager 1 will leave the solar system behind and enter the realm of the stars—interstellar space.

That day may be upon us.

“The latest data from Voyager 1 indicate that we are clearly in a new region where things are changing quickly,” says Ed Stone, Voyager project scientist at the California Institute of Technology in Pasadena. This is very exciting. We are approaching the solar system’s final frontier.”

The “frontier” he’s referring to is the edge of the heliosphere, a great magnetic bubble that surrounds the sun and planets. The heliosphere is the sun’s own magnetic field inflated to gargantuan proportions by the solar wind. Inside lies the solar system—“home.” Outside lies interstellar space, where no spacecraft has gone before.

A telltale sign of the frontier’s approach is the number of cosmic rays hitting Voyager 1. Cosmic rays are high energy particles such as protons and helium nuclei accelerated to near-light speed by distant supernovas and black holes. The heliosphere protects the solar system from these subatomic bullets, deflecting and slowing many of them before they can reach the inner planets.

As Voyager approaches the frontier, the number of cosmic rays has gone up.

“From January 2009 to January 2012, there had been a gradual increase of about 25 percent in the amount of galactic cosmic rays Voyager was encountering,” says Stone.

“More recently, however, we have seen a very rapid escalation in that part of the energy spectrum. Beginning on May 7, 2012, the cosmic ray hits have increased five percent in a week and nine percent in a month.”

The sharp increase means that Voyager 1 could be on the verge of a breakthrough 18 billion kilometers from Earth.

When Voyager 1 actually exits the heliosphere, researchers expect to see other changes as well. For one thing, energetic particles from the sun will become scarce as the spacecraft leaves the heliosphere behind. Also, the magnetic field around Voyager 1 will change direction from that of the sun’s magnetic field to that of the new and unexplored magnetism of interstellar space.

So far, neither of these things has happened. Nevertheless, the sudden increase in cosmic rays suggests it might not be long.

Meanwhile, Voyager 2 is making its own dash for the stars, but because of its slower pace lags a few billion kilometers behind Voyager 1. Both spacecraft remain in good health.

“When the Voyagers launched in 1977, the Space Age was all of 20 years old,” says Stone. “Many of us on the team dreamed of reaching interstellar space, but we really had no way of knowing how long a journey it would be — or if these two vehicles that we invested so much time and energy in would operate long enough to reach it. “

As the Space Age nears the 55-year mark, there is little doubt: The Voyagers are going the distance.

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Il Palazzo di Cnosso-Creta

Cnosso, noto anche come il “Palazzo di Minosse,” ha una lunga storia di insediamenti umani, a cominciare con la fondazione a Creta del primo insediamento neolitico intorno al 7000 aC. ed è cresciuto di dimensioni nel corso dei secoli finché, tra il 19 °e il 16 ° secolo aC, l’insediamento ha incluso monumentali edifici amministrativi e religiosi (come il Palazzo), nonché un insediamento circostante di 5000-8000 persone. Un lungo dibattito tra gli archeologi ha riguardato la diatriba relativa all’uso del palazzo ossia se questo abbia agito principalmente come centro amministrativo o religioso. E’ probabile che si fosse trattato di una combinazione di entrambi, in pratica la sede di una cultura teocratica.

Il palazzo di Cnosso è stato scoperto da Sir Arthur Evans nel 1894. Tuttavia, a causa della guerra civile a Creta contro i Turchi, non è stato possibile, fino al 16 marzo 1900, condurre scavi importanti nell’intero sito . Assistito dal Dr. Duncan Mackenzie, che si era già distinto per i suoi scavi sull’isola di Melos, e dal signor Fyfe, della British School di Atene di architettura, Evans ,impiegando un ampio staff di scavatori , entro il giugno del 1900, aveva scoperto una grande porzione del palazzo. Nell’odierno “Palazzo di Cnosso” notevole è la ricostruzione minuziosa di materiali originali scavate sul sito da Sir Arthur Evans. Il Palazzo visto oggi è stato stato originariamente ricostruito (e restaurato più volte) in un periodo dal 2000 al 1250 aC. I visitatori possono visitare il sito su una passerella sopraelevata. Una delle scoperte più notevoli a Cnosso furono i dipinti estesi che decoravano le pareti intonacate.

Tutti erano molto frammentari e la loro ricostruzione e ricollocazione nelle stanze ,effettuata dall’artista Piet de Jong ,non è stata senza polemiche. Questi sofisticati e colorati dipinti ritraggono una società che, rispetto all’arte contemporanea del Medio e Nuovo Regno dell’Egitto, è vistosamente non-militarista. Oltre a scene di donne e uomini legati ad attività come la pesca e la raccolta di fiori, altri affreschi raffigurano competizioni atletiche, probabilmente di natura rituale, in cui i giovani compiono audaci acrobazie eseguite sulle spalle dei tori in carica. Il fulcro del palazzo è la cosiddetta Sala del Trono. Questa camera ha una sedia incassata nella parete, di fronte a una serie di panchine.

Questa camera ha un serbatoio che si ipotizza sia stata utilizzato come acquario. Altre parti di questo palazzo molto grande comprendono appartamenti spaziosi dotati di acqua corrente con tubi di terracotta, gabinetti, corridoi lunghi con magazzini contenenti grandi vasi di ceramica parzialmente o totalmente interrati, utilizzati per conservare il grano, un enorme anfiteatro con gradinate in pietra e santuari religiosi. Il palazzo misura circa 130 metri per lato e ,date le dimensiomi e il numero delle stanze , nel periodo romano è stato associato al mito del”Labirinto del Minotauro”.

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