Centrale di Trino e stoccaggio rifiuti radioattivi

Ho voluto riportare tre punti di vista in merito alla situazione della dismessa centrale nucleare di Trino Vercellese e,ancora più importante,le soluzioni per lo stoccaggio e la scelta dei siti.Con il comunicato della Sogin,rassicurante e professionalmente didascalico, ci sono i due articoli,l’uno di Cronacalive e l’altro de Linkiesta,decisamente più allarmanti e non animati da spirito aziendalista.Come si legge nel comunicato ISPRA a piè di pagina,nel settembre 2013 ancora si cerca “un confronto tecnico con le autorità di sicurezza nucleare di Paesi che hanno già realizzato o stanno esercendo strutture analoghe“.Chi ne avesse voglia,può leggere i risultati della commissione di inchiesta parlamentare riguardanti i depositi nazionali, anch’essi a fine pagina.

trino

SOGIN:Centrale di Trino Vercelli.Bonifica ambientale della centrale
Nel 1999 sono stati smantellati i trasformatori che collegavano la centrale alla rete elettrica.
Nel 2002 sono state demolite le torri di raffreddamento ausiliarie.
Nel 2003 è stata effettuata la decontaminazione dei generatori di vapore.
Nel corso degli anni 2003 e 2004 sono stati demoliti gli edifici che ospitavano i generatori diesel d’emergenza e gli spogliatoi del personale.
Nel 2006 è terminata la rimozione della traversa sul Po, necessaria a garantire l’approvvigionamento idrico durante l’esercizio dell’impianto
Nel 2007 è stato completato lo smontaggio dei componenti dell’edificio turbina.
Nel gennaio 2009 è stato pubblicato il decreto di compatibilità ambientale (VIA) per “l’attività di decommissioning
– disattivazione accelerata per il rilascio incondizionato del sito”.
Nel 2009 si sono concluse le attività di adeguamento del sistema di ventilazione dell’edificio reattore e dell’impianto elettrico dell’edificio turbina e le opere di realizzazione della stazione rilascio materiali.
Sono terminati i lavori di rimozione dei componenti e dei sistemi ausiliari non contaminati della zona controllata.
Il 2 agosto 2012 è stato ottenuto il decreto di disattivazione per la centrale, che consente di avviare le attività per la bonifica completa del sito con lo smantellamento e la decontaminazione dell’isola nucleare.
Sogin ha emesso il bando di gara per la progettazione esecutiva e l’esecuzione dei lavori di smantellamento del circuito primario e dei sistemi ausiliari dell’edificio reattore, escluso vessel e internals, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 4 agosto 2012.
Sono in corso le operazioni di rimozione dei componenti contaminati all’interno dei locali del Radiaste. E’ stato ottenuto il nulla osta all’esercizio della ventilazione.
Il sito, libero da vincoli radiologici, sarà restituito al territorio per il suo riutilizzo nel 2024.
Gestione e messa in sicurezza dei rifiutiE’ stata completata la progettazione dell’impianto per il trattamento delle resine della centrale, sviluppato con una tecnologia innovativa, che applica il processo di ossidazione a umido (Wet Oxidation) al trattamento dei
rifiuti organici radioattivi prodotti da centrali e impianti nucleari, al fine di ridurne il volume e garantirne la sicurezza nel lungo termine.
La centrale è dotata di depositi per i residui prodotti dall’esercizio dell’impianto e per quelli derivanti dalle operazioni di bonifica ambientale.
Sono terminate, con un anticipo di tre anni, le attività di supercompattazione di oltre 1000 fusti radioattivi, riducendo il loro numero di circa di 5 volte, che consentono di non dover costruire nuovi depositi temporanei sul sito.
Gestione del combustibile
Nella centrale sono stoccate circa 15 tonnellate di combustibile irraggiato.
Ambiente
A garanzia della sostenibilità ambientale, tutti gli interventi sono progettati, realizzati e monitorati in modo da
non produrre alcun impatto, sia radiologico sia convenzionale, sull’ambiente.
Sogin gestisce un’articolata rete di sorveglianza ambientale e monitora, con controlli continui e programmati, la qualità dell’aria, del terreno (risaie e sedimenti fluviali), delle acque di falda e del Po, nonché del pesce di fiume e dei principali prodotti agro-alimentari del territorio: riso, mais, insalata, spinaci, cavoli e foraggio. Tutte le reti di sorveglianza ambientale sono state istituite al momento della costruzione degli impianti nucleari.
Ogni anno, Sogin effettua sistematicamente centinaia di misure sulle matrici alimentari e ambientali che compongono la rete in collaborazione con l’ARPA Piemonte. Da sempre, i risultati delle analisi e i valori delle formule di scarico confermano impatti ambientali radiologicamente irrilevanti. I risultati dei monitoraggi sono inviati all’Ispra, l’Autorità di sicurezza nazionale sul nucleare, e resi pubblici, anche attraverso il nostro bilancio
di sostenibilità.
Storia della centrale
La centrale nucleare “Enrico Fermi” di Trino è stata costruita da un consorzio di imprese guidate da Edison e ha rappresentato la prima iniziativa industriale italiana nel settore nucleare. La sua costruzione è iniziata nel 1961.
Dopo appena tre anni, nell’ottobre 1964, la centrale ha cominciato la produzione di energia elettrica.
L’impianto, di tipo PWR, Pressurized Water Reactor, aveva una potenza di produzione elettrica di 270 MWe.
Nel 1966 la proprietà della centrale è passata a Enel e nel 1987, all’indomani del referendum sul nucleare, la centrale è stata fermata.
Nel 1990 l’impianto è stato definitivamente disattivato. Da allora, è stato garantito il mantenimento in sicurezza delle strutture e degli impianti a tutela della popolazione e dell’ambiente.
La centrale, con il migliore standard di rendimento fra quelle italiane, ha complessivamente prodotto 26 miliardi di kWh di energia elettrica.
Nel 1999 Sogin è divenuta proprietà della centrale con l’obiettivo di realizzare la bonifica ambientale del sito.
La centrale di Trino è stata la prima delle quattro centrali nucleari italiane ad ottenere nel 2012 il decreto di disattivazione, approvato dal Ministero dello Sviluppo Economico su parere dell’Autorità di sicurezza nucleare (Ispra) e delle altre Istituzioni competenti.

http://www.sogin.it/it/chi-siamo/bonifica-ambientale-degli-impianti-nucleari/dove-siamo/centrale-di-trino-vercelli.html

IM2

Il nucleare in Italia: la centrale di Trino Vercellese e gli incidenti.
09/06/2011
TRINO / La storia del nucleare in Italia è strettamente legata a quella di Trino. E’ qui che fu costruita a inizio anni ’60 quella che per 2 anni fu la centrale per energia atomica più potente al mondo
In quest’angolo di pianura padana, tra distese d’un verde verdissimo, campi coltivati, vigneti e risaie, si scorgono in lontananza le sagome degli impianti che ospitarono i reattori nucleari.
La storica centrale Enrico Fermi, si trova sulle sponde del Po. I lavori per costruirla iniziarono nel 1961. Durarono solo 3 anni. Poi dopo il referendum dell’87, anche questo impianto venne fermato. Da allora è in corso il cosiddetto decomissioning, il complesso e costosissimo smantellamento della centrale, che si protrarrà almeno per altri 40-50 anni.
Nel 1967 il primo incidente. Si fessurò una guaina d’acciaio di una barra di combustibile. Un incidente non di particolare gravità ma che provocò il blocco dell’impianto per 3 anni. La centrale scaricò trizio radioattivo nelle acque del Po. E non fu l’unica volta. Anche nel 79, l’impianto venne fermato per introdurre una serie di modifiche dopo l’incidente alla centrale nucleare americana di Three Miles Island.
Oggi la centrale nucleare rimane lì in un’area di fatto contaminata, inaccessibile se non dopo numerosi controlli e solo ai lavoratori che partecipano alle operazioni di smantellamento. A poca distanza ci sono alcune abitazioni.
Da tempo ferve un dibattito sull’inquinamento della falda acquifera. Sorprende vedere a poca distanza, solo al di là della strada, campi coltivati.
Ma il nucleare negli anni 70 e inizio 80 andava a gonfie vele. E nel giro di poco arrivò la decisione di costruire una seconda centrale.
Il comune con una giunta di sinistra l’approvò. Ci furono scontri violenti e proteste che non bastarono a fermare
i lavori. Fu scelta una zona più sicura, lontana dal fiume Po. Lo stop e la riconversione dell’impianto a lavori di
fatto già iniziati, costarono almeno 2.000 miliardi delle vecchie lire per i contratti non rispettati. Sarebbe stata la centrale più potente di tutte, anche rispetto a quella di Caorso. Erano previsti 2 reattori.
In questo caso, oggi non c’è il problema delle scorie, che invece continua ad esserci per l’impianto numero 1 di Trino. Gli scarti estremamente radioattivi sono stati portati a Saluggia, ad una trentina di km di distanza. E da qui verranno portati in Francia. 8 viaggi speciali a bordo di treni super scortati sono previsti entro il 2012. Ma le
polemiche si infiammano sia sulla totale mancanza di comunicazione di quando siano effettuati i trasferimenti – la popolazione non viene avvisata – sia sulla pericolosità del sito dove sono stoccate.
La zona è ultrapresidiata. E’ pressoché impossibile avvicinarsi.
Precauzioni efficaci per l’uomo ma non contro il nemico alluvione. Nel 94 e poi nel 2000, i depositi furono in grande parte sommersi. Per un soffio si evitò una catastrofe.
Lasciti a dir poco problematici del nucleare, con le cui insidie qui bisogna ancora oggi fare i conti tutti i giorni. E i cartelli non poi così veritieri comune denuclearizzato sono un lascito che diventa monito per il futuro.
Trino Vercellese sarebbe proprio uno dei primi siti a riaprire in caso di riattivazione delle centrali in Italia.

http://www.cronacalive.it/il-nucleare-in-italia-la-centrale-di-trino-vercellese-e-gli-incidenti/

Nucleare, grandi annunci ma la bonifica è “all’italiana” 17/08/2012

Trino Vercellese è una zattera galleggiante immersa nella pianura padana, appoggiata al Po e al Monferrato. Da oltre mezzo secolo, la sua storia è legata al nucleare, nonostante in 23 anni di attività (1964-1987) la centrale Enrico Fermi abbia prodotto 26 miliardi di kWh di elettricità, allo stato attuale dei consumi in Italia, pari a circa 26 giorni di fabbisogno.
L’impianto compare all’orizzonte percorrendo, in direzione Casale Monferrato, l’ex 31 bis o il ponte sul grande fiume verso la collina: ha una base tozza, una torre affilata e un aspetto ormai antico. Poco più in là, a Leri Cavour, si ergono altre torri, con forme più “americane”, sono quelle della Galileo Ferraris, che doveva essere atomica ma con il referendum del 1987 la sua destinazione fu convertita a gas. A venti chilometri di distanza, troviamo Saluggia, capitale delle scorie (oltre l’80% dei rifiuti radioattivi italiani giacciono a due passi dalla golena della Dora Baltea). Un triangolo che non ha pari nel resto del Paese.
Torniamo alla Fermi. È qui che, in questi giorni, i riflettori sono puntati. Costruita in soli tre anni da un consorzio di imprese guidate da Edison, nell’ottobre del 1964 la centrale incominciò la produzione di energia elettrica.
Passata in mano a Enel nel 1966, la sua attività è stata fermata ventuno anni dopo.
Il 6 agosto scorso, la Sogin (società di Stato incaricata del decommissioning) ha comunicato che il ministero dello Sviluppo economico ha approvato, su parere dell’Autorità di sicurezza nucleare (Ispra), il decreto di disattivazione per la centrale di Trino – prima a ottenerlo tra i quattro impianti italiani (Garigliano, Caorso e
Latina) – che prevede la bonifica completa del sito con lo smantellamento e la decontaminazione dell’isola nucleare. «Raggiungeremo l’obiettivo, previsto nel nostro piano industriale, di terminare la bonifica del sito di Trino nel 2024», ha dichiarato l’amministratore delegato Giuseppe Nucci, che considera lo smantellamento degli
impianti nucleari, «la più grande bonifica ambientale della storia del nostro Paese».
Qualche mese fa, il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, era stato più prudente sui 12 anni previsti. «Lo stato di avanzamento del decommissioning – aveva dichiarato nel corso del question time alla Camera – è attualmente valutato dalla Sogin pari al 14% e l’anno 2024 è stimato quale data presumibile di rilascio del sito, senza vincoli
di natura radiologica».
Per la disattivazione dell’impianto vercellese, il piano Sogin prevede 234 milioni di euro e due fasi: la prima, riguarda il completamento delle attività di smantellamento, per il 2019, con il cosiddetto “Brown field” (i rifiuti vengono stoccati in depositi temporanei). Nella seconda fase, per un costo di 52 milioni, le scorie verranno trasferite, cinque anni dopo, al *deposito nazionale. L’area di Trino – dice Sogin – sarà così libera da vincoli radiologici, diventerà “Green field” (prato verde).
Esiste, però, un particolare che mette in dubbio un possibile lieto fine. Manca ancora il deposito nazionale,secondo una legge dello Stato (368/2003) doveva essere costruito entro il *31 dicembre 2008, ma quattro anni dopo non è stato individuato. «Non essendoci il sito nazionale, né i criteri per l’individuazione, la disattivazione completa di Trino, come di altre località, non sarà possibile», dice Gianpiero Godio, di Legambiente Vercelli, già
tecnico Enea. «Così com’è – aggiunge – è solo una finta disattivazione, si tratta di una messa in ordine delle scorie. Il rischio reale è che queste rimangano sul territorio. La strategia di Sogin, a dispetto delle parole, pare quella di trasformare i siti in depositi di se stessi. Si dovrebbe invertire, invece, il percorso: prima il sito, poi la disattivazione. Come associazioni ambientaliste avevamo chiesto la sospensione dell’autorizzazione nel caso in cui fosse emanato il decreto. Ora, presenteremo ricorso al Tar».
Il Piemonte è la regione che sconta maggiormente il peso del nucleare pregresso. Secondo l’ultimo Annuario dei dati ambientali dell’Ispra, il 72% dei rifiuti radioattivi, in termini di attività, presenti in Italia, si trova qui. La percentuale sale al 96% in un virtuale inventario che comprende rifiuti radioattivi, sorgenti dismesse e combustibile irraggiato (in base ai dati del 2010).A Bosco Marengo (provincia di Alessandria), a Saluggia (dove è previsto il contestato mega D2) e a Trino (provincia di Vercelli) sono già stati autorizzati, oppure sono in
avanzato corso di autorizzazione, nuovi depositi nucleari (temporanei).
Finora il problema dell’individuazione del sito italiano è stato rimandato. Secondo una direttiva europea, entro il 2015 i Paesi membri dovranno scegliere i luoghi per i *depositi definitivi. Negli ultimi anni sono spuntate quasi clandestinamente liste e mappe di siti idonei. Si diceva che Emilia-Romagna e Basilicata fossero in pole position.
Recentemente, rispondendo a un’interrogazione della deputata radicale Elisabetta Zamparutti, il sottosegretario allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, ha confermato la presenza di uno studio della Sogin, ma come documento “preliminare” svolto d’ufficio dalla società e non divulgato: «In carenza dei presupposti normativi, non potrà avere certamente seguiti procedimentali», si è trattato solo di «un apprezzabile impegno del soggetto
gestore sulla strada della individuazione non ulteriormente procrastinabile del sito dove realizzare il parco tecnologico (con annesso deposito, ndr)».
Sul tema, l’allora ministro Corrado Passera aveva ipotizzato che «una prima proposta di mappa da Sogin» sarebbe potuta arrivare «entro i primi mesi del 2013» e che «gli investimenti per il parco tecnologico» ammonterebbero «a 2,5 miliardi di euro».
Nella centrale Enrico Fermi – divenuta nel 1999 proprietà della Sogin – negli ultimi 15 anni è stato smantellato il 40% degli impianti. Sono state demolite le torri di raffreddamento, abbattuta la torre meteorologica, decontaminati i generatori di vapore, smantellati gli edifici che ospitavano i generatori diesel d’emergenza, rimossa la traversa sul Po, necessaria a garantire l’approvvigionamento idrico, smontati i componenti dell’edificio
turbina. Il paesaggio in parte è cambiato. E ancora cambierà.
Trino, nonostante le due alluvioni, 1994 e 2000, che l’hanno duramente provata (ridotta la popolazione di quasi mille unità, 7.500 abitanti), è rimasta se stessa: caparbia. Prova a reagire anche se il nucleare da manna (negli anni ’60) è diventata una mannaia. In Comune, dopo la caduta della giunta di centrodestra (sindaco Marco Felisati, eletto nel 2009), siede da qualche mese un commissario, Raffaella Attianese. In questi giorni è in vacanza. È rimasto solo qualche impiegato, che subito si irrigidisce appena si nomina l’argomento atomico.
D’altronde, il tema rimane scottante: il decreto di disattivazione della centrale non è ancora stato pubblicato sull’albo pretorio online. Quello che prevede il “prato verde”, che qualcuno immagina come un pioppeto lungo il fiume.
«Sembra – sottolineano i dirigenti locali del Pd insieme ai parlamentari Luigi Bobba e Roberto Della Seta – di trovarsi davanti a un’operazione volta a risolvere per sempre il problema dell’eredità nucleare per il nostro territorio. Purtroppo così non è. Chiediamo prima il deposito nazionale e poi lo smantellamento. Un processo così delicato non può realizzarsi senza il coinvolgimento e la piena informazione dei cittadini e degli enti locali.
Sogin non pensi di comportarsi come sta facendo a Saluggia, dove costruisce il deposito D2 mai sottoposto a valutazione di impatto ambientale, malgrado sia destinato a ospitare rifiuti radioattivi a elevata intensità».
I tempi del nucleare sono lunghi, lunghissimi. È innegabile, al di là delle posizioni contrapposte, che rimanga un problema annoso. Secolare? Le barre di combustibile irraggiato sono partite da Caorso, Saluggia e Trino in direzione La Hague, Francia, per il riprocessamento, ma torneranno in Italia nel 2025. E faranno, probabilmente,
ancora discutere.
http://www.linkiesta.it/italia-nucleare

*Settembre 2013 Nota informativa ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale)sulla predisposizione dei criteri tecnici di localizzazione del deposito nazionale di rifiuti radioattivi

L’ISPRA ha predisposto una prima bozza del documento sui criteri tecnici di localizzazione del deposito nazionale di rifiuti radioattivi, ritenendo necessario svolgere, prima della loro emanazione ed in linea con le prassi internazionali in campo nucleare, un confronto tecnico con le autorità di sicurezza nucleare di Paesi che hanno già realizzato o stanno esercendo strutture analoghe, nonché di sottoporre i criteri elaborati ad una revisione internazionale condotta dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA).

19 dicembre 2012 Camera dei Deputati COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SULLE ATTIVITÀ ILLECITE CONNESSE AL CICLO DEI RIFIUTI
…A venticinque anni dal referendum che, nel novembre 1987, ha portato alla chiusura degli impianti nucleari italiani, la situazione generale dei rifiuti radioattivi presenti sul territorio nazionale può dirsi ancora precaria.Il dato di fondo che determina tale precarietà è la perdurante mancanza di un sito nazionale ove i rifiuti possano essere depositati o smaltiti nelle condizioni di sicurezza che gli standard attuali possono garantire. Tale mancanza, infatti, fa sì che, nella stragrande maggioranza dei casi, i rifiuti radioattivi debbano ancora oggi essere conservati presso gli stessi singoli impianti – centrali, installazioni sperimentali, reattori di ricerca – sparsi sul territorio italiano, nei quali sono stati a suo tempo prodotti e nei quali, sia pure in quantità minore, continueranno a essere prodotti sino a quando le operazioni di decommissioning non saranno portate a termine, poiché anche le attività necessarie per il mantenimento in sicurezza degli impianti, ancorché spenti, generano
rifiuti.I rifiuti prodotti nell’impiego di sorgenti radioattive al di fuori degli impianti nucleari, e cioè nelle attività industriali, nella ricerca e, soprattutto, in medicina, sono invece raccolti in alcuni deposti temporanei di dimensioni relativamente ridotte, per poi in genere confluire, come meglio si dirà, in un unico deposito, prossimo a Roma,anch’esso temporaneo, ma che per quei rifiuti surroga, in una indefinita provvisorietà, il deposito nazionale.
Ad aumentare l’attuale stato di precarietà sta il fatto che, spesso, i rifiuti radioattivi si trovano ancora nello stato in cui sono stati prodotti, senza aver subito, cioè, operazioni di trattamento e di condizionamento. Con il condizionamento, in particolare, i rifiuti vengono inglobati – se solidi – o solidificati – se liquidi – in matrici solide inerti, tipicamente cemento, in casi particolari vetro, che costituiscono la prima barriera contro la dispersione della radioattività nell’ambiente. È evidente come il condizionamento, sempre molto importante, sia
fondamentale nel caso dei rifiuti liquidi, in considerazione delle maggiori potenzialità di contaminazione che questi hanno a seguito di accidentali spargimenti.
Nella tabella 2 è presentato l’elenco e la relativa ubicazione degli impianti nucleari e dei depositi temporanei, nonché le quantità di rifiuti radioattivi detenuti, in volume e in attività. Si precisa che nella tabella sono indicate come depositi quelle installazioni dove non vengono prodotti rifiuti, ma che sono destinate a ospitare rifiuti prodotti da altre installazioni e a ciò autorizzate.Come si può constatare, l’esercente del maggior numero di impianti nucleari – e anche dei più rilevanti, a partire dalle quattro centrali elettronucleari realizzate in Italia – è la SOGIN (società gestione impianti nucleari), società per azioni a capitale interamente pubblico, costituita nel 1999 nell’ambito del processo di liberalizzazione del
mercato elettrico, con il compito di gestire il decommissioning delle quattro centrali già dell’ENEL, tutte spente da anni, nonché il combustibile nucleare e i rifiuti radioattivi presenti nelle stesse centrali. Dal 2003 alla Sogin è stata attribuita anche la gestione degli impianti del ciclo del combustibile esistenti in Italia, quasi tutti appartenenti all’ENEA, anch’essi chiusi da anni.

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Complessivamente, negli impianti e nei depositi sopra elencati sono contenuti oltre 28 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, ripartiti nelle tre categorie e tra rifiuti condizionati e non condizionati, come mostra la tabella 3. Tenuto conto che i rifiuti di prima categoria non richiedono condizionamento, la frazione dei rifiuti condizionati è come detto ancora piuttosto bassa, intorno al 25 per cento del totale.

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Nella tabella 4 è presentata, invece, la ripartizione dell’intero inventario nazionale tra le diverse regioni che ospitano impianti nucleari o depositi temporanei. In termini di volume il quantitativo maggiore è presente nel Lazio, dove confluisce, nel deposito NUCLECO, la gran parte dei rifiuti radioattivi di origine non nucleare prodotti in Italia. In termini di contenuto di radioattività, la maggiore concentrazione è, invece, in Piemonte, soprattutto per la presenza dell’impianto EUREX, a Saluggia, dove da decenni sono detenuti , ancora allo stato liquido in cui sono stati prodotti, rifiuti radioattivi che, da soli, rappresentano oltre i due terzi dell’inventario nazionale…

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http://leg16.camera.it/544?stenog=/_dati/leg16/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/023/015&pagina=d020#04

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La rilevanza della fusione chimica tra le chiome degli alberi della foresta amazzonica

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Le chiome degli alberi delle foreste amazzoniche sono gli organismi chiave di volta che creano l’habitat per un enorme assortimento di flora e la fauna e determinano l’immagazzinamento di carbonio prodotto dalle foreste tropicali. Determinare la diversità funzionale della canopia degli alberi è, quindi, critico per capire come le foreste tropicali si sono create e predire le risposte dell’ecosistema al forzato cambiamento ambientale. Attraversando il gigantesco corridoio verde tra le Ande del Perù e il Rio delle Amazzoni,raccogliendo e analizzando il fogliame di 2.420 specie di alberi in 19 foreste in Amazzonia occidentale,è stato scoperto un modello di assemblaggio in grande scala delle chiome con tanto di interazione chimica fra le migliaia di alberi.

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Questo modello geografico e filogenetico creatosi all’interno e tra le comunità forestali fornisce una prospettiva diversa sulle alterazioni attuali e future della vita delle foreste amazzoniche occidentali derivanti dall’uso (talvolta sconsiderato) del suolo e
l’eventuale cambiamento climatico.Da rivedere,alla luce di queste scoperte,anche la politica di disboscamento anche selettivo,in quanto va a disturbare la completezza della parte aerea delle foreste tropicali.Importante è stabilire una scala di priorità tra gli interessi delle multinazionali del legname,i costruttori delle mitiche transamazzoniche,i bisogni del Brasile e la salute del pianeta.

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Fonte:
http://www.pnas.org/content/early/2014/02/26/1401181111
Amazonian functional diversity from forest canopy chemical assembly.

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Dove si trova la sonda Voyager 1 adesso ?

La sonda Voyager 1 ha oltrepassato ufficialmente la frontiera dello spazio interstellare.

Lanciata nel 1977 – 36 anni fa – con il compito di studiare i pianeti esterni, Voyager 1 ha proseguito il suo viaggio inviando segnali a Terra; ora si trova a 19 miliardi di chilometri dal Sole.

Immagine
Dove si trova la Voyager 1? Questa immagine artistica mette in evidenza le immense distanze nel Sistema Solare, i  numeri sull’asse orizzontale sono distanze in Unità Astronomiche (AU).
Giovedì 12 settembre NASA ha ufficializzato che la sonda Voyager 1 si trova nello spazio interstellare ormai già da un anno. Voyager 1 sta viaggiando in una zona di transizione immediatamente aldilà della bolla solare, dove alcuni deboli effetti della nostra stella si fanno ancora sentire. Quasi impossibile stabilire se Voyager 1 abbia abbandonato ormai il Sistema Solare, il confine infatti non è tracciato in modo netto. Voyager 1 è comunque il manufatto più lontano dalla Terra, i segnali radio impiegano 17 ore prima di essere ricevuti da entrambe le parti.I dati analizzati recentemente confermano quello che già era stato annunciato e ciò che alcuni ricercatori aveano anticipato. Già negli ultimi tempi gli strumenti della sonda avevano iniziato a rilevare un repentino cambiamento nell’ambiente circostante. Comparando due serie di dati raccolte tra aprile e maggio 2013 e tra ottobre e novembre 2012 i ricercatori hanno potuto affermare con più certezza che Voyager aveva superato la bolla di gas caldi prodotta dal nostro Sole.

Voyager 1 non ha più un sensore di plasma (gas ionizzato) funzionante, quindi gli scienziati hanno dovuto utilizzare una tecnica alternativa per analizzare l’ambiente di transizione dove si trova la sonda.
Una CME (Coronal Mass Ejection) prodotta dal Sole nel marzo 2012 ha fornito alcuni dati decisivi. Infatti, quandole tracce di questa “eruzione” solare hanno raggiunto la Voyager, circa 13 mesi dopo, il plasma attorno alla sonda ha iniziato a vibrare come una corda di violino. Il 9 aprile 2013 gli strumenti hanno registrato questo fenomeno. L’analisi di queste oscillazioni ha aiutato i ricercatoti a stabilire la densità del plasma, quaranta volte più denso di quanto era stato misurato negli strati esterni della eliosfera. Questa caratteristica contraddistingue lo spazio interstellare.
Revisionando alcuni dati dei mesi precedenti inoltre sono state rilevate delle oscillazioni analoghe anche fra
ottobre e novembre 2012. Eseguendo alcuni calcoli ed estrapolazioni i ricercatori hanno stabilito che la Voyager 1 si trovava nello spazio interstellare da agosto 2012. Il team di Voyager ha riconosciuto il 25 agosto 2012 come la data di arrivo nello spazio interstellare.

Voyager 1 e Voyager 2, lanciate a 16 giorni di distanza, hanno entrambe incontrato Giove e Saturno; Voyager 2,lanciata per prima, ha incontrato anche Urano e Nettuno e ora si trova a 15 miliardi di chilometri dal Sole.

I controllori di missione ricevono ancora quotidianamente segnali da entrambe le sonde, sebbene siano molto deboli: emessi a circa 23 watt (la potenza di una piccola lampadina da frigorifero) quando raggiungono la Terra,17 ore più tardi, sono una frazione miliardesima di watt. I segnali di Voyager 1 sono trasmessi a Terra a 160 bit per secondo, vengono catturati dalle antenne di 34 e 70 metri delle stazioni del Deep Space Network. Dopodiché
vengono trasmessi al JPL, analizzati del team di ricercatori e resi disponibili anche al pubblico.

Il team di ricercatori e scienziati che segue la missione prevede che gli strumenti di Voyager 1 possano continuare ad inviare dati a Terra fino al 2020 prima che le batterie al plutonio diventino troppo deboli per proseguire con l’attività scientifica.

“Voyager has boldly gone where no probe has gone before, marking one of the most significant technological
achievements in the annals of the history of science, and adding a new chapter in human scientific dreams and
endeavors.„
- John Grunsfeld, responsabile delle missioni scientifiche NASA.

I ricercatori non sanno precisamente quando Voyager 1 raggiungerà la zona dello spazio interstellare dove non vi sono più influenze da parte del Sole e neppure si conosce quando Voyager 2 arriverà nello spazio interstellare,tuttavia non dovrebbe mancare molto tempo.
Voyager 1 viaggia a 17 chilometri al secondo, si stima che occorreranno altri 40mila anni prima che entri in una zona di influenza di un’altra stella.

Le sonde sono tate costruite e sono gestite dal jet Propulsion Laboratory. Voyager 1 pesa 722 chilogrammi,funziona grazie a diversi dispositivi con capacità di calcolo ed elaborazione di gran lunga inferiori a quelle dei cellulari dei nostri giorni. I costi delle missioni Voyager (1 e 2), includendo lancio, operatività e batterie nucleari ammontano a 988 milioni di dollari.

Qui è possibile ascoltare un file sonoro delle vibrazioni registrare da Voyager 1 nello spazio interstellare.

http://www.astronautinews.it/2013/09/13/voyager-1-e-nello-spazio-interstellare-da-un-anno/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=voyager-1-e-nello-spazio-interstellare-da-un-anno

Dal “Diario di Samantha Cristoforetti”

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Voyager story

Voyager story.

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Oreopithecus Bambolii,l’Ominide del Baccinello

Nell’estate del 1958 (Il 2 agosto) accadde un fatto che sconvolse la realtà di un piccolo paese vicino a Grosseto.A 200 metri di profondità in una miniera di lignite a Baccinello fu scoperto uno scheletro di ominide preistorico sul soffitto di una galleria.Altri reperti fossili erano stati ritrovati dai minatori nel tempo:coccodrilli,tartarughe,erbivori,roditori, in quello che era stato,tra i 9 e i 6 milioni di anni prima, il fondo di una laguna,ma mai era stata fatta una scoperta così sensazionale .                                                                                                                                                                   Immagine Fu avvertito immediatamente il professor Hurzeler che accorse con il suo assistente Lorenz per analizzare il fossile.Era lo scheletro di un Oreopithecus Bambolii,nome motivato dal primo ritrovamento avvenuto nel 1870 sul Monte Bamboli vicino a Massa Marittima.Altri resti di questa scimmia caudata sono stati trovati sulle colline metallifere nei pressi di Ribolla e Montemassi. Immagine                                                        L’Oreopithecus aveva un’andatura bipede e notevoli capacità di manipolazione e pur non essendo imparentato con l’uomo,ne rappresenta un lontanissimo avo estintosi 6 milioni di anni fa ,cioè 2 milioni di anni prima che comparisse l’Australopiotecus in Africa.Sono state la posizione eretta e la manualità che hanno permesso a questo ominide di sopravvivere per tre milioni di anni ai tremendi sconvolgimenti climatici avvenuti 9 milioni di anni fa in Europa.Immagine                                         I minatori che effettuarono il ritrovamento chiamarono l’Oreopithecus Sandrone,e con questo nome è conosciuto al Baccinello e in Maremma.

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Mi hanno sparato sette pallottole per una vendetta d’onore.

 

 

l'ultima storia

 

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Articolo di Monica Perosino sulla Stampa del 10/01/2014

Questa storia raccontata da Monica Perosino sembra avvenuta nella preistoria ,perchè tutti i popoli civili si rifanno a leggi fatte dall’uomo per l’uomo e non da l’uomo per le bestie.Non credo che usanze simili siano esistite durante i regni mesopotamici,nell’antica Grecia,durante l’impero romano o nel medioevo.Il trattamento riservato alle donne nel Kohistan è fuori dal tempo e da questo mondo.Mentre nel mondo occidentale si parla di google-glass,droni che fanno consegne per Amazon,Robot che operano pazienti in zone del pianeta arretrate ed oscure la cattiveria e l’idiozia,mascherate da riti e tradizioni,dilagano.Forse la nostra non sarà la migliore delle vite possibili,ma ringrazio Dio ( o Visnù,o Manitou,o il Fato) di essere nato qua.

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Nabta Playa

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Nabta Playa è situato circa 800 chilometri a sud della moderna Cairo e circa 100 chilometri a ovest di Abu Simbel nell’ Egitto meridionale , vicino al confine egiziano – sudanese .I reperti archeologici rinvenuti nel luogo, indicano che l’occupazione umana nella regione risale ad almeno il 10 °/8 ° millennio a.C. Fred Wendorf scopritore del sito, e l’etno-linguista Christopher Ehret hanno suggerito che le persone che occupavano questa zona a quel
tempo erano pastori di bestiame,utilizzavano pettini in osso di pesce e creavano ceramiche elaborate,ornate da soggetti dipinti e complicati, che appartengono ad una lavorazione fortemente associata a quella utilizzata nella parte meridionale del Sahara;la prima ceramica a Nabta Playa è datata tra il 9.800 e l’8.000 a.C., almeno 1500 anni prima della comparsa della coltivazione e il conseguente sedentarismo. A Nabta sono state rinvenuti piatti, strutture tombali ed un certo numero di lastre e megaliti rovesciati disposti su di una circonferenza

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Infatti nel 5 ° millennio a.C. questi popoli hanno creato uno dei dispositivi astronomici più antichi conosciuti al mondo ( più o meno contemporaneo al circolo Goseck in Germania):un piccolo cerchio di pietre che ricorda e precede Stonehenge (2600 aC ) , e altri siti preistorici simili, di circa 1000 di anni. Le ricerche suggeriscono che potrebbe essere stato un calendario preistorico che avrebbe segnato con una certa precisione il solstizio d’estate .Gli archeologi ritengono che il popolo Nabta Playa possa essere stato il precursore delle grandi civiltà che si sono sviluppate nelle città sul Nilo sorte in Egitto migliaia di anni dopo .Anche se i resti della civiltà Nabta si trovano oggi in una regione arida , in realtà è sorta nel momento in cui, essendosi spostati i flussi che determinano il movimento dei monsoni,la vallata era stata riempita da un lago, rendendo possibile il fiorire di una grandecultura .Nabta Playa è infatti vicino ad un bacino prosciugato e serviva come importante centro cerimoniale per le tribù nomadi. Anche se alcuni ritengono che la raffinata ed alta cultura delle cronologisticamente successive dinastie egiziane sia stata preso in prestito dalla Mesopotamia e dalla Siria,l’astronomo J. McKim Malville dell’Università del Colorado ed altri studiosi, credono che la cultura Nabta sia così complessa e simbolica che potrebbe aver stimolato la crescita proprio della civiltà che alla fine costruì le prime piramidi lungo il Nilo circa 4500 anni fa.Un fatto storicamente rilevante è stato la scoperta che,all’inizio del Neolitico,gli abitanti costruirono alcuni villaggi dotati di pozzi, quindi,mentre si riteneva, in un primo momento, che gli antichi nomadi vivevessero nella regione solo durante le estati piovose , questi pozzi possono averne permesso la presenza per tutto l’anno .                                

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Negli ultimi anni ,una spedizione di ricerca ha scoperto un tumulo funerario nel bacino del lago Nabta Playa , che sovrasta i campi dei monoliti di pietra , ora distrutto dai venti del deserto .Nel suo piccolo pozzo di sepoltura è stato trovata la testa di un bambino di 2,5/3 anni,senza dubbio il figlio di un potente dominatore del deserto nubiano di circa 3500 anni aC,poco prima della creazione del primo stato egiziano

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http://io9.com/5928085/10-civilizations-that-disappeared-under-mysterious-circumstances

http://traveltoeat.com/a-history-of-ancient-prehistoric-architecture/

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Barba e sorriso smagliante Ecco il divo di Stonehenge (La Stampa)

Ricostruito il volto di un uomo del Neolitico. Tra mille sorprese
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                                                                       STEFANO RIZZATO                                                                       Secondo le ultime ipotesi, la costruzione di Stonehenge fu intrapresa intorno al 3100 a.C. e si concluse intorno al 1600 a.C.Starebbe alla grande in uno dei film sul Signore degli Anelli. Oppure «seduto in metropolitana, a fianco a voi», come ha suggerito il suo creatore. Barbuto come va di moda oggi, l’uomo di Stonehenge è tra noi. Ed è bello, niente affatto selvatico. Sembra quasi Russell Crowe. Chi vuole può vederlo di persona, all’ingresso del nuovo museo allestito per il famoso sito archeologico inglese. Ovviamente non si troverà di fronte l’originale in carne e ossa, che oggi avrebbe circa 5500 anni sulle spalle, ma un modello ricreato dagli scienziati e dallo scultore svedese Oscar Nilsson.  Grazie alle nuove tecnologie è bastato studiare i resti di un uomo del Neolitico – arrivati quasi intatti e scoperti 150 anni fa – per risalire alle sembianze di questo «pro – pro – prozio» dei sudditi della Regina. Sarebbe vissuto 500 anni prima che il misterioso complesso di Stonehenge venisse eretto. Difficile che fosse dedito al tè delle cinque, ma di lui si sa molto altro. Prima di tutto l’età: tra i 25 e i 40 anni. E poi l’altezza, circa 172 centimetri e quindi decisamente superiore alla media dell’epoca, di 165. A «parlare» agli studiosi sono stati soprattutto i denti, bianchi e poco rovinati, analizzati dal punto di vista chimico e in grado di raccontare molti dettagli sull’uomo di Stonehenge. Il profilo che ne è uscito – e non sorprende, viste le abitudini dell’epoca – è quello di un gran viaggiatore. Nato in Galles, si sarebbe trasferito intorno ai tre anni verso Est, nella zona diventata famosa per i megaliti. Sarebbe poi tornato a Ovest, forse dalle parti dov’era nato, intorno ai nove anni. Ma la gioventù da pendolare non era finita e a quello sarebbero seguiti altri quattro viaggi, tra Est e Ovest, più o meno sul solito itinerario. Grazie ai denti è stata ricostruita anche la dieta dell’antico inglese: ricca di carne, ancor più dei suoi contemporanei. Un dettaglio non da poco, che rafforza l’ipotesi che l’uomo di Stonehenge fosse un pezzo grosso della sua comunità, come già la meticolosa e inusuale sepoltura aveva suggerito. I muscoli, modellati in terracotta, sono stati ricostruiti sulla base della lunghezza delle ossa e del peso dello scheletro. Ma ciò che è destinato a stupire i visitatori – se ne attendono 1,2 milioni nel 2014 – è l’incredibile realismo del volto: il frutto dell’incontro tra la scienza, con le tante informazioni recuperate in laboratorio, e l’estro dell’artista, che ha aggiunto il suo tocco e ha permesso ai resti di rivivere. Il primo passo per ricostruirlo è stato una copia in vinile del cranio, fatta all’Università di Bradford. Su questa base Nillson ha lavorato una sagoma in silicone dipinto, che ha modellato e arricchito con i capelli e la barba all’ultima moda. «Ho dovuto metterla, all’epoca non c’erano certo rasoi», ha spiegato lo scultore. A rafforzare l’idea che l’uomo di Stonehenge sia vissuto con qualche agio in più rispetto ai suoi contemporanei, e rispetto agli standard del Neolitico, c’è anche l’analisi approfondita delle ossa. A parte una lesione al legamento del ginocchio e una al muscolo di una coscia, il nostro eroe non sembra aver sofferto gravi infortuni, né fratture nel corso della sua vita. E dire che erano tempi piuttosto movimentati. Per gli scienziati è stato invece impossibile capire le cause della morte, invisibili all’analisi delle ossa. Forse, ha spiegato Simon Mays, il biologo dell’università di Southampton che ha curato il caso, fu colpa di un’infezione fulminea, troppo veloce per lasciare tracce.lastampatop2http://www.lastampa.it/2014/01/07/societa/barba-e-sorriso-smagliante-ecco-il-divo-di-stonehenge-3kwEawIG6IseYDQ3CFxBMI/pagina.html

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Evoluzione: dall’Australopithecus all’Homo Sapiens

Non dobbiamo immaginare l’evoluzione umana come un ruscello che diventa un torrente e poi un fiume tranquillo che scorre verso il mare con i geni che lavorano per adattare l’individuo al clima,al territorio ed all’ambiente in genere.La trasformazione da Australopithecus ad Homo Sapiens è caratterizzata da numerosi rivoli che si sono inariditi dopo poche generazioni,errori o tentativi genetici che non si sono mai assestati.In altri casi si possono essere seccate vie d’acqua con caratteristiche ereditarie migliori di quelle odierne,ma non lo sapremo mai.In questo diagramma si evidenziano alcune (quelle emerse dalle ricerche archeologiche)delle specie che si sono affacciate sul  teatro evolutivo della terra.

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*Denominazione derivata da Le Moustier Località della Francia (Dordogna).con la quale si intendono gli aspetti preistorici del Paleolitico medio, di età riss-würmiana (80.000 anni fa) e würmiana (37-35.000 anni fa), diffusi in Europa e, in parte, in Africa e in Asia.A Le Moustier nel 1863 H. Lartet e H. Christy scoprirono una stazione preistorica . Oltre a resti (negli strati basali) di industria su scheggia ritoccata, con piano di percussione preparato, definita industria musteriana, e a resti (negli strati superiori) di industria litica aurignaziana, nella
stazione furono ritrovati i resti di 2 scheletri di neandertaliani.

**Cultura del Paleolitico inferiore, che prende il nome da Saint-Acheul Località della Francia settentrionale, alla periferia di Amiens. A seguito dei notevoli ritrovamenti paleolitici nella zona, fu dato il nome di Acheuleano a un periodo della cultura paleolitica. Lo strumentario litico è caratterizzato da manufatti bifacciali (amigdale). Le industrie acheuleane più antiche sono state rinvenute in Africa, da dove, attraverso il Vicino Oriente,si diffuse in Europa e in Asia.

***In paletnologia, detto di un’industria del paleolitico inferiore dell’Africa orientale, caratterizzata da strumenti su ciottoli (choppers, chopping-tools), raschiatoi, schegge ritoccate, ecc., e anche da punteruoli e strumenti bifacciali, associati a resti di tipi diversi di ominidi, di grandissima importanza antropologica; prende il nome dalla gola di Olduvai (ingl. Oldoway ‹óuldëuei›), in Tanzania, dove è stata rinvenuta.

http://www.handprint.com

http://www.treccani.it/

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Australopithecus sediba

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Il ritrovamento dell’ Australopithecus sediba attraverso le parole di Lee R. Berger*:
…”Malapa fu individuato quando intrapresi un’esplorazione generale della regione nota come Culla dell’Umanità, alla ricercadi nuovi depositi ricchi di fossili. Grazie a nuove tecnologie come Google Earth e alla mappatura del territorio medianteesami fisici, scoprimmo nella prima metà del 2008 un importante numero di nuove grotte e di siti di fossili. Il 1°agosto 2008 scoprii il sito di Malapa, riconoscendolo come un significativo deposito fossile all’interno di una grotta scoperchiatadi almeno 25×20 metri, in un’area non esplorata inprecedenza dagli studiosi. Diversamente da tante altre grotte della regione, a Malapa non ci sono state molte attività minerarie
e di scavo: le cave sono state sfruttate, con ogni probabilità,solo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, e quasi certamente tali attività si erano già concluse entro la metà degli anni Trenta del secolo scorso, quando Robert Broominiziò a perlustrare la regione.
Il 15 agosto 2008 organizzammo la prima spedizione sul sito.Fu mio figlio Matthew, che aveva allora nove anni, a trovare i primi reperti di ominini.Nelle settimane e nei mesi che seguirono la ricchezza del sito apparve in tutta la sua evidenza: furono avvistati e riportati in superficie numerosi fossili di ominini.
Il 4 settembre 2008 scoprii un secondo scheletro parziale di adulto,molto ben conservato, e due denti superiori associati(MH2). La scoperta di questo esemplare fu particolarmente importante perché fu rinvenuto in situ nei sedimenti di detriti cementati e calcificati del pozzo di miniera, fornendo così una collocazione precisa dei resti e portando alla scopertadella posizione in sito esatta del reperto originale”…

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* (Lee Rogers Berger nato 22 Dicembre 1965 è un paleoantropologo, antropologo fisico e archeologo ed è meglio conosciuto per la sua scoperta dell’ Australopithecus sediba e il suo lavoro sulle proporzioni del corpo dell’Australopithecus africanus e l’ipotesi Taung Bird of Prey).

2 milioni di anni fa l’antenato dell’uomo era una miscela di scimmia e umano , con caratteristiche che gli permettevano di coprire grandi distanze su due gambe e,con la stessa facilità,di correre velocemente sui rami degli alberi.I fossili di una specie poi denominata ” Australopithecus sediba ” sono stati scoperti in una grotta a Malapa vicino a Johannesburg nel 2008 ed hanno dato ai ricercatori nuovi indizi circa l’evoluzione dell’uomo.Questo fossile rappresenta la forma di transizione tra l’Australopithecus africanus (genere Australopithecus) e l’Homo habilis o il più tardo Homo erectus (genere Homo, il nostro).
Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Science,sediba misurava in piedi circa 1,3 metri di altezza ed aveva una gabbia toracica stretta e simile a quella delle scimmie ma con una colonna vertebrale flessibile più simile a quella di un essere umano;le sue lunghe braccia e il potente tronco lo aiutavano nelle scalate.
L’Australopithecus sediba aveva un piccolo tallone molto simile a quello di uno scimpanzé e camminava con una rotazione verso l’interno del ginocchio e dell’anca con in piedi leggermente ritorti.”E ‘ il compromesso perfetto di qualcuno che ha la necessità di camminare sul terreno in modo efficace per lunghe distanze ed allo stesso tempo, è uno scalatore molto capace “, ha detto Lee Berger , responsabile del progetto presso il Wits evoutivi Studies Institute in Sud Africa . I ricercatori hanno in programma ulteriori studi per vedere come questi fossili dei primi parenti umani conosciuti come hominidi siano confrontabili ad altri resti , perchè aiutino a mettere insieme i pezzi dell’evoluzione .
I sedimenti della grotta estratti di recente nel sito di Malapa includono uno strato di roccia vulcanica che ha sigillato l’unità sedimentaria contenente i fossili di Australopithecus sediba.La datazione Uranio/Piombo in combinazione con l’analisi paleomagnetica e stratigrafica della roccia magmatica e dei sedimenti sottostanti, fornisce la data, approssimativamente di 1,98 milioni anni fa per questi fossili. Questo raffinato sistema di datazione suggerisce che l’Australopithecus sediba di Malapa sarebbe stato la prima prova incontestabile dell’origine africana dell’Homo.

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Le ossa della mano di un singolo individuo con una chiara appartenenza sono scarse nei reperti fossili, fatto che ha ostacolato la comprensione dell’evoluzione delle capacità manipolative negli ominidi.In questo sito,invece,sono stati rinvenuti un polso quasi completo e la mano di un adulto di sesso femminile;la mano presenta una serie di caratteristiche simili a quelle dell’Australopithecus, come ad esempio un forte apparato flessore associato allocomozione arborea e caratteristiche simili a quelle dell’Homo, come un lungo pollice e le dita brevi associabili alla precisione della presa e alla capacità di produrre utensili in pietra. Confronti con altri ominidi fossili suggeriscono che ci siano stati almeno due morfotipi di mano distinti in tutta la transizione Plio-Pleistocene. I fossili ritrovati suggeriscono che l’Australopithecus sediba potesse avere le condizioni di base associate ad una precoce produzione ed uso di utensili in pietra.Comunque l’uso della zampa anteriore soprattutto per la prensilità e la manipolazione sembra sorgere più tardi, probabilmente con l’emergere dell’ Homo erectus.
Due parziali colonne vertebrali di Australopithecus sediba consentono di approfondire alcuni temi riferiti alla mobilità della colonna vertebrale, curvatura lombare, formula vertebrale, e posizione della vertebra di transizione dei primi ominidi.Questo soggetto probabilmente possedeva cinque vertebre lombari e cinque elementi sacrali, la stessa configurazione che si verifica grossomodo negli esseri umani moderni. Questo dato contrasta con altre interpretazioni del numero di vertebre negli ominidi. È importante sottolineare che la vertebra di transizione è distinta e sopra l’ultima vertebra toracica. Questa configurazione avrebbe contribuito a una colonna vertebrale altamente flessibile rispetto ai precedenti membri del genere Australopiteco e più simile a quella dello scheletro dell’Homo erectus di Nariokotome (Il “ragazzo di Nariokotome” visse in Africa circa 1,6 milioni di anni fa. Morì a 11 anni ma, se fosse riuscito a diventare adulto, avrebbe potuto raggiungere un’altezza di 1 metro e 80 centimetri. Era un esemplare di Homo ergaster, un probabile nostro precedente stadio evolutivo).
La forma del torace di primi ominidi è stato un punto di contesa per più di 30 anni a causa delle condizioni di frammentarietà delle costole degli ominidi fossili ed anche se alcuni degli esemplari che sono stati recuperati hanno costole abbastanza complete da permettere il riassemblaggio abbastanza accurato della forma del torace, lasciano aperta la questione se il petto sia stato di forma cilindrica come gli esseri umani e dei loro antenati evoluti.

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http://www.profleeberger.com/
http://www.sciencemag.org/
Australopithecus sediba Hand Demonstrates Mosaic Evolution of Locomotor and Manipulative Abilities
Tracy L. Kivell, Job M. Kibii, Steven E. Churchill, Peter Schmid, and Lee R. Berger
The Vertebral Column of Australopithecus sediba
Scott A. Williams, Kelly R. Ostrofsky, Nakita Frater, Steven E. Churchill, Peter Schmid, and Lee R. Berger
Geological Setting and Age of Australopithecus sediba from Southern Africa
Paul H. G. M. Dirks, Job M. Kibii, Brian F. Kuhn, Christine Steininger, Steven E. Churchill, Jan D. Kramers, Robyn Pickering, Daniel L. Farber, Anne-Sophie Mériaux, Andy I. R. Herries, Geoffrey C. P. King, and Lee R. Berger
The Foot and Ankle of Australopithecus sediba
Bernhard Zipfel, Jeremy M. DeSilva, Robert S. Kidd, Kristian J. Carlson, Steven E. Churchill, and Lee R. Berger

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